Se il lavoro va ai robot: un automa vale sei operai

 Chiamiamola la beffa del condizionatore d’aria “made in Usa”. La marca è Carrier, filiale della multinazionale United Technologies. Un caso ormai celebre, che Donald Trump addita come un esempio della sua azione efficace a tutela della classe operaia. A novembre, appena eletto presidente (ma non ancora in carica), Trump si occupa dello “scandalo Carrier”: vogliono chiudere una fabbrica di condizionatori a Indianapolis per trasferirla in Messico, delocalizzando a Sud del confine 800 posti di lavoro. Il presidente-eletto fa fuoco e fiamme, chiama il chief executive dell’azienda. Forse interviene la casa madre, United Technologies, che ha grosse commesse per l’esercito e non vuole inimicarsi il neo-presidente. Sta di fatto che Carrier cede alle pressioni, fa dietrofront: la fabbrica resta sul suolo Usa, nello Stato dell’Indiana. Tripudio di Trump che canta vittoria via Twitter: «Ecco come si difende l’occupazione e l’economia nazionale». Passano i mesi e il caso viene dimenticato. Fino a quando il chief executive Greg Hayes rivela ai sindacati che i 16 milioni di investimento nella sede di Indianapolis vanno tutti in robotica, automazione: «Alla fine ci saranno meno posti di prima. Dobbiamo ridurre i costi, per essere competitivi».
La morale è crudele, la vittoria di Trump si trasforma in boomerang, anche se nel frattempo l’attenzione dei media si è spostata altrove. Ma il problema è generale. L’agenzia Reuters diffonde un’indagine della PwC fra i chief executive americani, secondo cui l’80 per cento delle aziende Usa che vogliono tagliare gli organici hanno l’intenzione di sostituire uomini con robot, computer, intelligenza artificiale. Come dire: oggi l’occupazione umana viene minacciata e distrutta più dall’automazione che dalle delocalizzazioni nei paesi emergenti. L’impatto della robotica rappresenta una sfida diretta alle politiche protezioniste di Trump: rischiano di sbagliare bersaglio. Non che le multinazionali Usa abbiano smesso del tutto di trasferire fabbriche e impieghi in Messico o in Cina. Però non è più quello il motore principale dei risparmi sui costi, dei guadagni di efficienza. Se questo è vero, potrebbe deludere anche la riforma fiscale che Trump vuole dal Congresso, sempre in chiave protezionista: con l’introduzione di una “border tax” che penalizzi le importazioni dall’estero. (Per aggirare le regole del Wto ed evitare rappresaglie c’è chi pensa di costruire la “border tax”, o tassa di confine, in modo che assomigli il più possibile all’Iva europea; l’intento protezionista e discriminatorio resterebbe comunque). Magari riuscirà ad incoraggiare davvero una re-industrializzazione degli Stati Uniti. Ma le nuove fabbriche saranno popolate di computer e robot, con un’occupazione umana ridotta ai minimi termini. Si avvera quella battuta da humour nero che da anni ormai circola fra gli esperti di automazione: «La fabbrica del futuro darà lavoro a un uomo e un cane. L’uomo dovrà nutrire il cane. Il cane dovrà tenere l’uomo a distanza dalle macchine».
Una conferma autorevole arriva da una ricerca appena pubblicata da due economisti: Daren Acemoglu del Massachusetts Institute of Technology e Pascual Restrepo della Boston University. Ne ha dato conto ieri il New York Times, mettendo in evidenza che Acemoglu e Restrepo hanno rovesciato completamente le conclusioni di un loro studio precedente. L’anno scorso avevano pubblicato una previsione molto ottimista, in base alla quale l’automazione industriale distruggerà posti operai dequalificati, ma li sostituirà con nuove mansioni più specializzate e meglio pagate, dai tecnici informatici agli ingegneri. È lo scenario virtuoso su cui sono basati i manuali di economia dai tempi della rivoluzio- ne industriale inglese di fine Settecento: dando torto a quei “luddisti” che distruggevano fisicamente i primi telai meccanici per difendere i posti di lavoro degli operai tessili. La “distruzione creatrice” del capitalismo, ci è stato insegnato, con l’automazione ci porta verso un mondo migliore: meno fatica fisica, più lavoro intellettuale, più benessere.
La prima ricerca Acemoglu-Restrepo però era basata su proiezioni teoriche. Quando i due economisti si sono immersi in uno studio dal vivo, raccogliendo dati sull’economia reale, le conclusioni si sono ribaltate in modo drammatico. Nel settore manifatturiero l’occupazione distrutta dall’automazione supera di gran lunga quella che viene creata. L’industria americana ha introdotto in media un nuovo robot industriale ogni mille operai, tra il 1993 e il 2007. (In Europa l’automazione è ancora più spinta: 1,6 robot ogni mille operai). Ogni robot nuovo che viene installato per ogni mille operai, distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare dello 0,7 per cento il salario. Tra il 1990 e il 2007 l’automazione ha distrutto 670.000 posti. E stiamo parlando solo di fabbriche manifatturiere negli Usa. Ma l’intelligenza artificiale avanza implacabile nella finanza dove elimina bancari, nel settore ospedaliero dove elimina tecnici delle analisi, nelle prenotazioni di aerei o di spettacoli, un giorno forse sarà alla guida di taxi e camion.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 30 marzo 2017

http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/03/30/news/ecco_quanto_pesano_sull_occupazione_un_automa_vale_sei_operai-161757530/

Trump studia i dazi contro i prodotti europei. Colpita l’Italia, dalla Vespa alla San Pellegrino

Far scattare le ganasce commerciali alla Vespa per vendicare il blocco europeo alle carni americane. Colpisce anche il gioiello di casa Piaggio il braccio di ferro con cui l’amministrazione Trump intende impostare le relazioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico. In particolare il capitolo che riguarda il divieto di importazione nel Vecchio Continente di carni derivate da bestiame trattato con ormoni, in riposta del quale sono al vaglio misure tariffarie sino al 100% del valore del prodotto. E che colpirebbero, ad esempio, l’acqua minerale Perrier e il formaggio Rocquefort di produzione francese, e la Vespa Piaggio, il mitico scooter simbolo dell’Italia che riscuote da anni un enorme successo anche in Usa. Complessivamente nel mirino dovrebbero finire importazioni per 100 milioni di dollari l’anno. La questione delle carni Usa trattate con ormoni è stata oggetto di discussione dinanzi all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e l’organismo si era pronunciato nel 2008 a favore degli Usa. A Washington era stato riconosciuto il diritto a mantenere le tariffe introdotte su prodotti europei in risposta al divieto alle carni perché quest’ultimo era stato considerato da Wto una violazione alle regole di commercio internazionale. Gli Usa tuttavia hanno sospeso le tariffe in questione dopo che, nel 2009, Bruxelles acconsentì alle carni americane non trattate con ormoni di avere accesso al Vecchio Continente. In realtà, secondo i produttori Usa, l’Europa non ha mai attuato in pieno l’apertura decisa da Bruxelles, tanto che nel 2016 l’export verso l’Europa di carni bovine americane era meno di un quarto di quello diretto in Giappone o Corea, e meno della metà di quello destinato a Canada e Messico. Il Congresso, nel 2015, ha quindi approvato una misura che rendeva più facile all’amministrazione americana, allora guidata da Obama, di adottare tariffe come ritorsione al mancato adeguamento europeo. Assieme al congelamento di tutta una serie di trattative sul libero scambio inquadrate nel più vasto negoziato Ttip, il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico. Con l’arrivo di Trump le misure sanzionatorie potrebbero trovare attuazione in tempi brevi.

Francesco Semprini

la Stampa, 30 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/30/economia/contro-il-blocco-della-carne-americana-gli-stati-uniti-mettono-i-dazi-sulle-vespe-7x3apuN1FCgvf4nxLg9JSP/pagina.html

 

Domande e risposte sulla Brexit

Perché Brexit inizia oggi?
Sebbene la volontà dei britannici di uscire dall’Unione europea sia stata chiarita con un referendum il 23 giugno 2016, solo oggi Londra attiverà, con una comunicazione al presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, che avvia e regola il meccanismo formale di uscita di uno Stato membro.
Quando partiranno i negoziati veri e propri con la Ue?
Tusk ha promesso una risposta, con le linee guida per le trattative, nel giro di 48 ore, ma bisognerà aspettare che queste siano avallate da un Consiglio europeo straordinario, convocato per il 29 aprile. E – visto che i termini del negoziato sono un tema caldo, che richiederà discussioni – non ci si attende un faccia a faccia tra le due parti prima di fine maggio-inizio giugno.
Quali sono i nodi principali?
Il capo negoziatore della Commissione Ue, Michel Barnier, vuole che prima di tutto venga fissato il “conto” che Londra deve pagare per il divorzio (stimato attorno ai 60 miliardi di euro tra impegni di budget già presi dalla Gran Bretagna e altre pendenze) e si risolvano le questioni inerenti i diritti dei cittadini e i confini e soltanto dopo si discuta di commercio. Londra ritiene che non esista alcun obbligo legale di pagamento e insiste perché si discutano subito anche le future relazioni commerciali. L’Articolo 50, senza fare piena chiarezza, recita che il negoziato deve «stabilire le modalità per l’uscita, tenendo conto del quadro delle future relazioni con la Ue».
Quanto dureranno i negoziati?
L’Articolo 50 concede due anni dall’attivazione, con possibilità di proroga se le parti sono d’accordo. Considerando i passaggi parlamentari necessari per le ratifiche finali, il termine realistico da rispettare per un’intesa è la fine del 2018.
Che cosa succederà nel biennio di negoziati, per esempio ai cittadini Ue residenti nel Regno Unito?
Nulla. A scanso di equivoci, il Governo britannico ha chiarito che continuerà ad assicurare il pieno rispetto di diritti e obblighi europei fino al giorno in cui il Regno Unito uscirà dalla Ue.
Che cosa accadrà alla scadenza del biennio di negoziati?
L’incertezza maggiore riguarda il commercio. Senza un’intesa, i rapporti dovrebbero essere teoricamente regolati dalle tariffe della Wto, dopo anni di libero scambio. Con un’intesa in divenire, ma ancora non definita, Londra e Bruxelles potrebbero accordarsi per un periodo di transizione e dunque di prolungata validità delle regole attuali.
Brexit è irreversibile?
La questione è controversa. Se per John Kerr, ex diplomatico britannico che scrisse la bozza dell’Articolo 50, un dietrofront dopo l’attivazione è possibile, non la pensa così il ministro per la Giustizia britannico, Liz Truss. Tra i Paesi Ue i pareri sono contrastanti. Va ricordato che oggi è la prima volta che uno Stato membro ricorre alla procedura.
Che ricadute avrà Brexit sulla “tenuta” del Regno Unito?
I punti deboli sono Scozia e Irlanda del Nord, che a giugno si erano pronunciate contro Brexit. Ieri il Parlamento scozzese ha dato mandato alla premier Nicola Sturgeon di negoziare con Londra un nuovo referendum sull’indipendenza, da tenere a fine 2018 o inizio 2019. Ma il Governo britannico per ora si oppone. Quanto all’Irlanda del Nord, Brexit ha ridato vigore ai repubblicani del Sinn Fein, che hanno guadagnato seggi alle elezioni del 2 marzo e premono per un referendum sulla riunificazione con l’Irlanda.

A CURA DI MICHELE PIGNATELLI

Il sole 24 ore , 29 marzo 2017

Il debito globale record

Mentre a Wall Street l’indice Dow Jones supera allegramente quota 20mila punti, il debito pubblico degli Stati Uniti si avvicina (un po’ meno allegramente) a 20mila miliardi di dollari. Entrambi sono record storici. Entrambi sono il segno dei tempi. A livello mondiale, secondo i dati del Fondo monetario, se si somma il debito pubblico con quello privato si arriva a una montagna di 152mila miliardi di dollari. Il messaggio che questi numeri lanciano è chiaro: il mondo è pieno di debiti.
Dieci anni dopo l’inizio della grande crisi finanziaria, nata proprio per l’eccesso di debiti, il fardello globale è ancora più grande: rapportato al Pil globale, siamo passati dal 200% del 2007 a oltre il 225%. Fintanto che le banche centrali stampavano moneta e l’inflazione restava intorno a zero, questa montagna non preoccupava. Ma oggi che le banche centrali stanno facendo retromarcia, che l’inflazione cresce in tutto il mondo e che il dollaro (su cui sono denominati molti debiti nei Paesi emergenti) è più forte rispetto al 2016, il rischio aumenta.
Eppure i mercati finanziari sembrano tutt’altro che preoccupati. Anzi: la volatilità sui mercati obbligazionari (cioè dei debiti pubblici e privati) resta molto bassa. E il rialzo dei rendimenti sta avvenendo in maniera ordinata. Senza scossoni. Questo fenomeno è indubbiamente positivo (nessuno auspica uno shock finanziario), ma suggerisce molte domande: perché i mercati non si preoccupano per i rialzi dei tassi in un mondo così iper-indebitato? La calma è solo temporanea o durerà? Le banche centrali riusciranno davvero a pilotare la normalizzazione dei tassi senza creare problemi? Se tutti si augurano che sia così, dietro le quinte qualche dubbio c’è. Nessuno prevede il futuro, ma una cosa è certa: la partita dei grandi debiti non è certo finita.
Calma piatta
Partiamo dai numeri. Dal 2007 ad oggi i debiti sono cresciuti su tutti i settori. I Governi hanno aumentato il loro fardello per salvare le banche o per arginare gli effetti della crisi: gli Stati Uniti, per fare un solo esempio, a giugno 2007 avevano un debito pubblico pari a 10mila miliardi e ora sono a un soffio dai 20mila. È vero che è aumentato anche il Pil, ma il debito pubblico è cresciuto più velocemente. Anche le imprese hanno fatto lievitare l’indebitamento sfruttando i tassi bassi. Soprattutto nei Paesi emergenti. Così oggi – osserva Anthony Doyle di M&G commentando i dati di JP Morgan – «l’universo complessivo dei debiti dei Paesi emergenti è arrivato a oltre 16.300 miliardi di dollari, pari a 3 volte le dimensioni dei bond investment grade nei mercati sviluppati».
Nessuno si preoccupava di questi numeri quando le banche centrali stampavano moneta e compravano titoli obbligazionari. Ma oggi la Fed Usa sta alzando i tassi e la Bce ha appena ridotto gli acquisti di titoli. In Europa ancora la Bce non ha in cantiere la fine del quantitative easing, ma sul mercato le pressioni affinché Francoforte smetta di stampare moneta o abbandoni la politica dei tassi negativi sui depositi crescono. Per di più l’inflazione sale. E, in molte parti del mondo, quest’anno una gran quantità di debito emesso negli anni d’oro giungerà a scadenza: calcola la Banca dei Regolamenti internazionali che nel 2017 maturerà il 10% del debito obbligazionario delle aziende dei Paesi emergenti. Insomma: le condizioni sembrano sempre più ostili per un mercato obbligazionario così mastodontico. Eppure la stessa Bri riconosce che «ci sono pochi segnali di stress nel mercato e la volatilità resta contenuta». I rendimenti stanno salendo, ovvio. Ma lo fanno in maniera molto composta. E, soprattutto, crescono meno velocemente di quando la fiammata inflattiva e le aspettative sul carovita lascerebbero presagire. Anche negli Stati Uniti.
Mercati sereni
I motivi di questa calma possono essere tanti. Il primo può essere legato ai soggetti che possiedono i titoli, soprattutto i Treasuries americani. «La limitata volatilità sembra legata al fatto che non ci sono operatori a leva (tipicamente banche, hedge funds) con significative posizioni lunghe di duration – osserva Luigi Nardella direttore di Ceresio Sim -. I maggiori detentori di titoli di Stato Usa sono le banche centrali (Cina e Giappone in primis), la Fed, i fondi pensione e così via. Quindi tutti investitori che sono meno sensibili alle variazioni di prezzo». La Banca dei regolamenti internazionali lo conferma per quanto riguarda i titoli di Stato Usa: circa il 25% del totale è infatti in mano a Banche centrali internazionali, circa il 17% è nel bilancio della Fed e circa l’11% è in mano a fondi pensione americani. Insomma: oltre la metà dei titoli di Stato è detenuto da soggetti che per ragioni diverse non li movimentano. Discorsi simili si possono fare sui titoli giapponesi (in gran parte in mano alla banca centrale e al fondo pensione) e in minima parte a quelli europei. Questo riduce quindi la volatilità.
Nota inoltre Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo, che il mercato non crede che nel lungo termine l’inflazione possa davvero salire in maniera rilevante. E non crede neppure che le banche centrali possano alzare davvero i tassi come lascerebbero intendere oggi. A partire dalla Fed Usa. «Le aspettative di mercato sui tassi Usa coincidono con gli annunci della Fed per il 2017 – osserva -. Ma negli anni successivi no. Il mercato non crede affatto che la politica monetaria diventerà davvero restrittiva». Dunque i rendimenti dei bond salgono meno di quanto potrebbero. Questo riduce lo shock. Almeno per ora.
I rischi potenziali
Ma se oggi tutto tace, non significa che qualche problema non debba presentarsi in futuro. I mercati obbligazionari (soprattutto quelli dei bond aziendali) ormai sono in gran parte illiquidi: dato che le nuove normative impediscono di fatto alle grandi banche d’affari di agire sul mercato per garantire liquidità come facevano un tempo, oggi è molto più difficile vendere bond. Questo è un rischio enorme. Un mercato illiquido è infatti come un cinema senza uscite di sicurezza: se scoppia un incendio è difficile scappare. Oggi esistono società del risparmio che possiedono fette gigantesche (di migliaia di miliardi di dollari) di mercati obbligazionari poco liquidi: si tratta di fondi che garantiscono ai clienti la liquidabiltà quotidiana delle quote, ma contemporaneamente hanno investimenti su titoli illiquidi. Questo potrebbe diventare un problema se – per qualunque motivo – il panico facesse scattare i riscatti di massa. Per ora la volatilità è bassa e la tranquillità è tanta, per cui il problema non si pone. La speranza è che non si ponga mai.

MORYA LONGO

Il Sole 24 ore, 28 marzo 2017

Nuove fabbriche: metà in Asia

È l’Asia ad assorbire la maggioranza dei 3.600 progetti industriali in programma nel prossimo futuro ripartiti in 140 paesi del mondo, secondo le stime dell’Osservatorio sugli investimenti, Trendeo, che per la prima volta ha tentato di censire tutte le nuove fabbriche annunciate nel mondo, per un totale di 2.100 miliardi di euro (2.270 mld di dollari) di investimenti complessivi legati, in particolare, ai mega cantieri nel settore dell’energia, piattaforme petrolifere in mare, centrali elettriche, secondo quanto ha riportato Le Monde.
In totale l’Asia (India, Pakitan, Indonesia, Vietnam) attrae il 50% dei progetti industriali mondiali e il 44% dell’ammontare degli investimenti, secondo Trendeo.
Insieme all’Asia, i paesi dell’Europa centrale costituiscono l’altra grande zona che guadagna parti di mercato nella produzione mondiale. Un’espansione legata ai bassi costi dei salari. L’americana Whirlpool delocalizzerà la produzione a Lods, in Polonia, da dove potrà esportare in tutta l’Europa. Axon’Cable per Natale 2018 inaugurerà la sua nuova fabbrica in India, a Bangalore, dopo essere stata in affitto per tanti anni in un edificio industriale sempre a Bangalore.
Insieme alla Cina, l’India è la zona del mondo dove l’industria si sta sviluppando più rapidamente. Le fabbriche qui spuntano come funghi dopo la pioggia. L’India è nettamente in testa alla classifica con 988 progetti, che comporteranno la creazione di 500 mila posti di lavoro. L’India figura tra i grandi paesi che accolgono le nuove fabbriche grazie a progetti lanciati dai conglomerati e dai gruppi energetici locali: Tata, Adani, Vedanta, Indian Oil.
La produzione industriale mondiale oggi ha superato del 16%, in volume, quella del livello pre-crisi del 2008 e mai nel mondo sono stati prodotti così tanti beni, secondo le stime dell’istituto nazionale di statistica dei Paesi Bassi. È cresciuta del 53% in 16 anni. E non ci sono segnali di una inversione di tendenza. Dopo qualche mese di debolezza, verso la metà del 2016 l’industria ha registrato a febbraio la sua più forte espansione da tre anni a questa parte, secondo le rilevazioni di JPMorgan e IHS Markit.
L’industria conosce comunque una crescita più moderata rispetto agli altri settori come quello dei servizi, per esempio. Secondo la Banca Mondiale, l’apporto dell’industria al pil mondiale si è ridotto dal 33,5% al 27,5% in vent’anni. Lo sviluppo dell’industria non ha niente di uniforme e si polarizza su paesi che coniugano due caratteristiche decisive: costi di produzione ridotti e una domanda interna sostenuta.

È il caso della Cina che ha detronizzato gli Stati Uniti come primo paese manifatturiero del pianeta dal 2010, secondo uno studio, pubblicato a gennaio, effettuato dai servizi del Congresso americano e riportato da Le Monde.
La produzione industriale cinese è stata moltiplicata per 2,5 in dieci anni e cresce del 6% l’anno. Centinaia di fabbriche sono in cantiere e tutte sono super tecnologiche come il centro di biotecnologie che Pfizer costruisce a Hangzhou, a 200 chilometri a sud-est di Shanghai. Investendo all’incirca 350 milioni di dollari (322 mln di euro), il campione dell’industria farmaceutica americana produrrà su piazza medicinali biologici meno costosi del 25-30% rispetto a centri di biotecnologie equivalenti che si trovano altrove.
Il rovescio della medaglia è che nella concorrenza tra i paesi per conservare le attività industriali, gli Stati Uniti, il Regno Unito, tutti i grandi paesi della zona Euro, Germania compresa, perdono terreno. Ed è anche il caso del Giappone.

ANGELICA RATTI

ItaliaOggi 28 marzo 2017

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2166824&codiciTestate=1

Trendeo

http://www.trendeo.net/

Il capitalismo familiare è troppo poco flessibile

Se il Prodotto interno lordo (Pil) sale, in proporzione, meno del debito pubblico, questo pesa di più sull’economia; il contrario di quanto richiesto, prima che dalla «arcigna maestrina» Ue, dal nostro interesse. Da questo le reciproche accuse sui conti pubblici: se Bruxelles (e Berlino) ci vedono mediterranee spensieratezze, per Roma l’austerità, che già ha messo in ginocchio la Grecia, può far lo stesso in Italia. C’è un’altra prospettiva, di più lunga gittata e sempre negletta, per guardare al fardello dei nostri debiti, osservando l’andamento degli investimenti; se salgono sale il Pil corrente, ma soprattutto quello futuro, cui gli investimenti mettono il turbo.

Il contributo di questi è, quindi, davvero essenziale per ridurre il rapporto debito pubblico/Pil. Secondo Eurostat, dal 2008, ultimo anno pre­crisi, al 2013, gli investimenti in Italia in proporzione al Pil sono scesi del 18%. Il calo percentuale è pressoché uguale per pubblici e privati, ma la difficoltà della finanza pubblica non spiega il calo degli investimenti privati. È infatti qui la vera differenza; essi scendono dall’11,1 del Pil nel 2008 al 9,2% nel 2013; soprattutto sono il 3% meno della Francia e il 2% meno della Germania (il divario non era molto diverso negli anni precedenti). Tale circostanza è quasi assente nel dibattito. I nostri investimenti pubblici, pur in calo, sono tuttavia superiori, anche se di poco, a quelli della Germania (2,4% contro 2,2% nel 2013); servirebbe indagare sull’utilità dei nostri investimenti pubblici rispetto a quelli di altri Paesi, ma si andrebbe fuori via. Se l’Italia non cresce è anche, forse soprattutto, perché i privati non investono. L’economia abbonda di liquidità, ma questa, nonostante i tassi a zero, tale resta, per avversione al rischio. È un’importante chiave di lettura della nostra perdurante crisi. Quali le cause, ed i possibili rimedi? Certo, la domanda interna è, o forse meglio era, stagnante; non così, tuttavia, la domanda mondiale, che imprese ben attrezzate possono servire, in concorrenza con quelle di altri Paesi. Qualche anno fa pagavamo molto più dei nostri concorrenti il debito, ma la politica di Quantitative Easing della Bce ha quasi azzerato il differenziale. C’entra, certo, anche il difficile momento delle nostre banche, ma esse non possono far credito a imprese cui i proprietari, per primi, lesinano il capitale necessario per investire e crescere. Quasi sparite le grandi imprese, la vera causa sta nella struttura proprietaria delle nostre medie. Le famiglie vogliono mantenerne il controllo, per poterlo poi cedere a caro prezzo al momento opportuno; perciò rimandano investimenti necessari e non aprono ad esterni le posizioni al vertice. È forse questa la carenza più grave; tali imprese non attraggono i migliori, che sono nati dalla mamma sbagliata. Un pool genetico così ristretto, e attento agli equilibri dinastici, non è ideale per recepire l’innovazione.

La scolarità di questo ceto dirigente delle imprese è bassa. Scuola e università sfornano quel che le imprese chiedono, altrimenti nel grande mondo esse colmerebbero all’estero i vuoti della nostra istruzione; ciò non avviene. Tante imprese, si sa, investono, trovano personale qualificato e crescono, senza il totem del controllo familiare. Sono la nostra forza, ma si tirano dietro un convoglio troppo pesante; nelle altre imprese restano i nodi da sciogliere per riavviare il Paese. Il nostro capitalismo familiare aborre la flessibilità, inflitta al lavoro in misura giunta ormai a impedire un minimo di pianificazione; ciò impedisce di formare una famiglia, affittare una casa, avere figli. Come qui s’è spesso sostenuto negli anni, la flessibilità che ci manca non è quella del lavoro, bensì del capitale. Questa non c’è legge che possa imporla; si può però, almeno, chiarirsi le idee. Troppe imprese che dovrebbero sparire resistono, colpa anche di un sistema finanziario incapace di svolgere il proprio ruolo. Esso non spinge le imprese marginali ad accorparsi, trasformarsi, innovare, appiattito su un’acquiescente subordinazione a proprietà familiari causa di scelte errate; ad esempio, rifiutare accorpamenti di imprese necessari perché non si riesce a concordare quale delle due o più famiglie possa, con il controllo della nuova entità, appropriarsi dei benefici privati del controllo, come scaricare sull’impresa spese non pertinenti, o gestire il non sempre marginale «nero». La vera riforma di struttura, ancor più ardua di quella «mitica» della Pubblica amministrazione, è l’applicazione della flessibilità al capitalismo familiare. Farebbe miracoli la sottoposizione di tante imprese di famiglia alla disciplina del mercato. Ricordiamocene quando parliamo del peso del debito pubblico sul Pil.

Salvatore Bragantini

Corriere della Sera , 24 marzo 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_marzo_24/capitalismo-familiare-bb0f53ac-0ff6-11e7-94ba-5a39820e37a4.shtml

La Bce: tassi giù ancora a lungo

La Bce non ha intenzione di rialzare i tassi di interesse, ancora per lungo tempo, anzi potrebbe addirittura abbassarli. Tutto il contrario di quello che temono i mercati. La rassicurazione arriva dal bollettino della Banca centrale europea, secondo cui non è vero che la deflazione è già sconfitta. A tener già l’indice dei prezzi sono le componenti volatili come i prezzi del petrolio e degli alimentari.

Comunque la politica espansiva dà i suoi frutti e contribuisce a migliorare il quadro economico generale. La Bce nota che la disoccupazione nell’eurozona « è in calo ormai da quattordici trimestri consecutivi. Il tasso di disoccupazione ha continuato a scendere nel quarto trimestre del 2016, dopo aver toccato il massimo agli inizi del 2013». In gennaio è rimasto al 9,6 per cento, il livello minimo dal secondo trimestre del 2009. Ma, avverte l’Eurotower, anche se l’andamento è positivo, «permane un considerevole eccesso di offerta sul mercato del lavoro e di sottoutilizzo. Sebbene i disoccupati nel mercato del lavoro siano diminuiti, sono ancora molti quelli che non sono considerati disoccupati ma potrebbero competere per i posti di lavoro, limitando quindi le pressioni salariali». Anche questo deprime l’inflazione, e rappresenta una tendenza di fondo, non volatile come i prezzi del petrolio o degli alimentari.

Luigi Grassia

La Stampa, 23 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/23/economia/la-bce-tassi-gi-ancora-a-lungo-8MtxRQqFI4IK9YyK59bebL/pagina.html

 

L’europa con sogni diversi

L’Europa a più velocità (o «a cerchi concentrici», secondo un altro appellativo di moda) non sarà una passeggiata. Non è facile trasformare un sogno federale in una combinazione eterogenea di modelli diversi, ciascuno con il proprio manuale di leggi e regolamenti. Ma sarà più facile affrontare questo passaggio se terremo conto delle ragioni per cui i fatti e le circostanze non ci offrono altre scelte.
Tutto comincia il 18 aprile 1951 quando sei Stati nazionali (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) si accordano per gestire congiuntamente il carbone e l’acciaio di cui hanno bisogno per ricostruire i loro Paesi dopo le devastazioni della guerra. I Sei presentano molte analogie. Hanno attraversato fasi di acceso nazionalismo e con un sola eccezione (il Lussemburgo) hanno avuto ambizioni imperiali. Ma hanno fatto l’esperienza di due grandi conflitti mondiali e tutti, dal Secondo, sono usciti sconfitti o fortemente umiliati. Conoscono i limiti del loro potere, sanno che il mondo sarà governato da altre potenze, molto più grandi, e sono pronti a perdere progressivamente una parte della loro sovranità per affrontare insieme le sfide del futuro. Non basta. Appartengono tutti a una Europa che ha le sue radici in una stessa famiglia, il Sacro Romano Impero, e viene spesso definita, per questa nobile ascendenza storica, «carolingia».
Con questo spirito e su questa base, la Comunità europea, nonostante qualche incidente di percorso, ha realizzato in alcuni decenni risultati sorprendenti. Qualcuno potrebbe persino sostenere che il collasso del sistema sovietico e del sogno comunista fu dovuto anche all’esistenza in Europa di un modello potenzialmente federale che offriva ai suoi membri prospettive entusiasmanti e manteneva, a differenza dell’Urss, le sue promesse. Colto da una sorta di ebbrezza europea, qualcuno pensò che la Comunità (ormai allargata dall’ingresso di altri sei membri, fra cui il Regno Unito) potesse ospitare anche i Paesi che avevano appartenuto al sistema sovietico. Non sempre le intenzioni erano impeccabilmente europeiste. Londra voleva l’allargamento per diluire il progetto originario in un mare più grande e rendere il disegno federale sempre più improbabile. La Germania voleva dare una collocazione politica tranquillizzante ai suoi vicini dell’Europa centro-orientale. Trascinati da quella che era allora la prospettiva più politicamente corretta, i vecchi membri dettero l’impressione di non avere compreso che i nuovi arrivati non avrebbero aderito al progetto europeo per rinunciare gradualmente alla loro sovranità. Il loro principale obiettivo, dopo la lunga esperienza sovietica, era, se mai, quello di riconquistarla. Abbiamo creato così, con l’allargamento, una Europa a due teste, ciascuna delle quali faceva sogni diversi. L’America ha reso la matassa, ancora più imbrogliata. Quando hanno deciso di allargare la Nato ai Paesi ex-satelliti, gli Stati Uniti hanno creato un nuovo revanscismo anti-russo e lo hanno implicitamente incoraggiato a diventare sempre più eloquente e assertivo. Abbiamo così progressivamente assistito a una situazione in cui il rapporto con Washington, per alcuni Paesi fra cui la Polonia, la Romania, la Repubblica Ceca e le Repubbliche del Baltico, diveniva molto più importante di quello con Bruxelles e Strasburgo. Siamo ormai in una situazione in cui l’Europa a 27 sta diventando una Dieta polacca, vale a dire un’Assemblea in cui tutti hanno il diritto di veto. L’Europa a più velocità in queste circostanze è molto più di una opzione. È il solo modo per non buttare via quello che siamo riusciti a realizzare nel corso di tre generazioni. È il solo modo per evitare che le sorti dell’Europa vengano decise da coloro che non hanno mai condiviso gli ideali e le speranze dei Paesi fondatori.

SERGIO ROMANO

Corriere della Sera, 22 marzo 2017
http://www.corriere.it/editoriali/17_marzo_21/europa-sogni-troppo-diversi-salvarla-inevitabili-piu-velocita-155078f0-0e71-11e7-bc58-c287e833415a.shtml

Economisti che sbagliano

Tra il Giappone e New York corrono tredici fusi orari e quando nella serata americana dell’8 novembre scorso fu chiaro che il 45° presidente degli Stati Uniti sarebbe stato Donald Trump, la Borsa di Tokyo aveva appena aperto. Subito iniziò a crollare. Durante la notte della East Coast americana, stava viaggiando in negativo più o meno del 5% all’ora in cui Paul Krugman si mise al computer per buttare giù un commento a caldo per il New York Times.
Il premio Nobel per l’Economia era sotto choc per il risultato elettorale. «Se la domanda è quando si riprenderanno i mercati – scrisse – la mia risposta di prim’acchito è: mai». L’articolo uscì prima che le Borse riaprissero in Europa e negli Stati Uniti. Quel giorno il Dow Jones chiuse positivo dell’1,4% e dopo tre mesi era salito del 17%, ai massimi di sempre. Krugman si sarebbe potuto ricordare di un suo stesso articolo scritto per Red Herring vent’anni prima e intitolato «Perché gran parte delle previsioni degli economisti sono sbagliate», nel quale lui stesso non aveva resistito dalla tentazione di offrirne una: «Entro il 2005 diventerà chiaro che l’impatto di Internet sull’economia non sarà stato superiore a quello dei fax».
Svarioni pandemici
Ma sarebbe crudele prendere di mira Krugman, perché l’intero mondo dell’economia, dai suoi studiosi ai suoi adepti, sembra colpito da una pandemia di errori in questi anni. Il grafico in pagina ne illustra solo alcuni. Già nel settembre del 2004 per l’Fbi aveva denunciato un’ondata di frodi nel settore dei subprime che rischiava «di portare alla prossima crisi bancaria». Ma Alan Greenspan, allora presidente della Federal Reserve, troncò ogni discussione spiegando che molti di quei mutui permettono alle famiglie di «risparmiare decine di migliaia di dollari». Quindi nel novembre del 2006 Ben Bernanke, il successore di Greenspan alla Fed che aveva già escluso una recessione innescata da un crash dei prezzi delle case, rassicurò: «Il rallentamento dell’economia legato al settore immobiliare gradualmente diminuirà. Il settore auto sembra già mostrare segni di rafforzamento».
Seguirono il crollo di Lehman, la richiesta di Chrysler di protezione dai creditori e il salvataggio pubblico di General Motors. La lista ovviamente potrebbe continuare, benché ci si possa attendere che la qualità o almeno la prudenza delle previsioni sia aumentata dopo la prova del fuoco del 2008. È successo il contrario.
Un recente studio di David Reifschneider della Fed e Peter Tulip della Reserve Bank of Australia documenta come gli errori dei principali centri di previsione economica del mondo sono semmai diventati più frequenti dopo la grande recessione. In media una volta su due una stima è diametralmente sbagliata.
Freccette e scimpanzé
Come scrivono gli autori di Freakonomics Steven Levitt e Stephen Dubner, degli scimpanzé che tirano freccette fanno centro altrettanto spesso. Del resto, è sotto gli occhi di tutti. A maggio scorso la Banca d’Inghilterra, sotto la guida di Mark Carney, paventò ogni sorta di pericoli se il divorzio dall’Unione europea avesse prevalso nel referendum sulla Brexit: «Ci sono crescenti segni che l’incertezza pesi sull’attività economica» e i rischi di instabilità finanziaria hanno raggiunto «li
velli mai visti dalla crisi dell’euro». Resta probabile, naturalmente, che per il Regno Unito l’uscita dalla Ue si dimostri alla lunga un problema serio. Ma da giugno il Paese è cresciuto ben oltre le attese, mentre la Bank of England ha dovuto rivedere due volte al rialzo le previsioni e ha ritirato i moniti sull’instabilità.
Anche il direttore generale del Fmi Christine Lagarde e l’Ocse di Parigi sono scivolati su infortuni molto simili, nell’annunciare le conseguenze della Brexit. L’elenco di passi falsi è così lungo da far sospettare che dietro ci sia qualcosa di più di un semplice eccesso di sicurezza. Forse c’è un cavallo a dondolo, ha ipotizzato di recente il capoeconomista della Banca d’Inghilterra Andy Haldane.

Cavallo a dondolo è una metafora coniata nel 1918 dallo svedese Knut Wicksell per spiegare come funziona il ciclo economico. È un tentativo di imitazione degli economisti di ciò che per i fisici è il pendolo di Newton: le economie, come i corpi, tenderebbero naturalmente all’equilibrio. Quando si colpisce il cavallo con un bastone, quello dondola fino a tornare immobile dopo un po’. È una visione ancora oggi molto invalsa. «Ed frutto dell’invidia degli economisti per la fisica», ha tagliato corto Haldane in un discorso di qualche mesi fa, riconoscendo gli errori di una visione tanto meccanica. È anche chiusura mentale o «monocultura», come accusa lo stesso capoeconomista della Bank of England.
Interdisciplinarietà
Haldane ricorda che in un recente sondaggio su Nature solo gli studiosi di economia, fra quelli di sei aree di scienze sociali, respingono l’idea che avere una «conoscenza interdisciplinare» sia meglio. Troppi economisti si disinteressano a ciò che gli psicologi, i sociologi, gli storici, i politologi o persino gli studiosi di finanza hanno da dire. Costruiscono così i propri stessi paraocchi e la crisi della loro disciplina.
Lo sottolinea in un recente articolo anche il capoeconomista della Banca mondiale Paul Romer. Romer attribuisce il dogmatismo di molti suoi colleghi ai tipici difetti di una casta chiusa: «Tremenda fiducia in se stessi, una comunità monolitica, un senso di identificazione simile a quello verso una fede religiosa, indifferenza e disinteresse per le idee di chi non è parte del gruppo, una tendenza a ignorare la possibilità che le proprie teorie potrebbero essere sbagliate, mancanza di comprensione per il rischio di errore insito in qualunque ricerca». Romer riconosce di sentirsi libero di formulare oggi queste critiche, perché ormai fuori dalla carriera accademica. Non rischia penalizzazioni. Forse è solo che la grande crisi dell’economia è superata, quella degli economisti no.

FEDERICO FUBINI

CorrierEconomia, 13 marzo 2017

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=58c680d9ecb77

Nascite ai minimi: 86 mila italiani in meno

L’Italia fa sempre meno figli e nel 2016 le nascite toccano un nuovo minimo storico mentre la popolazione invecchia e quasi un quarto degli abitanti ha più di 65 anni. È la fotografia scattata dall’Istat nel report sugli indicatori demografici.

Nel 2016 le nascite sono state 474.000, circa 12.000 in meno rispetto all’anno precedente (-2,4%). Il calo interessa tutto il territorio nazionale, con la sola eccezione della Provincia di Bolzano che registra invece un incremento del 3,2%. Il numero medio di figli per donna scende per il sesto anno consecutivo e si assesta a 1,34. Rispetto al 2015, spiega l’Istat, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età delle madri sotto i 30 anni mentre aumentano in quelle superiori. La riduzione più accentuata si riscontra nella classe di età 25-29 anni (-6 per mille), l’incremento più rilevante è, invece, nella classe 35-39 (+2 per mille).

Nel complesso, a fronte di un’età media al parto che raggiunge i 31,7 anni, la fecondità cumulata da parte di donne di 32 anni compiuti e più è ormai prossima a raggiungere quella delle donne fino a 31 anni di età (0,67 figli contro 0,68 nel 2016).

La diminuzione delle nascite, sommata all’allungamento della vita e ai flussi di immigrazione determina un innalzamento dell’età media degli italiani. Al primo gennaio 2017 i residenti hanno in media 44,9 anni, due decimi in più rispetto al 2016 (ossia circa due mesi e mezzo) e due anni esatti in più rispetto al 2007. Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale (erano 11,7 milioni nel 2007, pari al 20,1%).

Nella piramide dell’età, i valori più bassi si rilevano nella classe 0-4 anni. Per rilevare una `coorte´ di nascite di consistenza numerica inferiore ai nati nel 2016 occorre risalire alla generazione dei nati nel 1936, ossia agli ottantenni di oggi. I valori più alti e più bassi delle classi di età nella piramide del 2007 sono ancora ben visibili in quella del 2017 con uno scivolamento in su di dieci anni. Nel 2007 le prime 15 `coorti´ di nati per consistenza numerica erano quelle superstiti tra i nati del 1961-1975. Dieci anni più tardi le medesime `coorti´, che nel frattempo transitano da un’età compiuta di 31-45 anni a una di 41-55, sono ancora le più consistenti. «Se oggi tali `coorti´ presidiano la popolazione in tarda età attiva – afferma l’Istat – in una prospettiva non remota esse sono progressivamente destinate a far parte della popolazione in età anziana». Al primo° gennaio 2017 la popolazione residente in Italia risulta in lieve calo attestandosi a 60.579.000, ossia 86.000 unità in meno del 2015 (-1,4 per mille). Il saldo naturale (nascite-decessi) e negativo per 134 mila unità, e quello migratorio con l’estero positivo per 135 mila unità

 

La Stampa

6 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/06/italia/cronache/nascite-ai-minimi-mila-italiani-in-meno-3c6UOurBXEHzlOlsvzJpGK/pagina.html