Economisti che sbagliano

Tra il Giappone e New York corrono tredici fusi orari e quando nella serata americana dell’8 novembre scorso fu chiaro che il 45° presidente degli Stati Uniti sarebbe stato Donald Trump, la Borsa di Tokyo aveva appena aperto. Subito iniziò a crollare. Durante la notte della East Coast americana, stava viaggiando in negativo più o meno del 5% all’ora in cui Paul Krugman si mise al computer per buttare giù un commento a caldo per il New York Times.
Il premio Nobel per l’Economia era sotto choc per il risultato elettorale. «Se la domanda è quando si riprenderanno i mercati – scrisse – la mia risposta di prim’acchito è: mai». L’articolo uscì prima che le Borse riaprissero in Europa e negli Stati Uniti. Quel giorno il Dow Jones chiuse positivo dell’1,4% e dopo tre mesi era salito del 17%, ai massimi di sempre. Krugman si sarebbe potuto ricordare di un suo stesso articolo scritto per Red Herring vent’anni prima e intitolato «Perché gran parte delle previsioni degli economisti sono sbagliate», nel quale lui stesso non aveva resistito dalla tentazione di offrirne una: «Entro il 2005 diventerà chiaro che l’impatto di Internet sull’economia non sarà stato superiore a quello dei fax».
Svarioni pandemici
Ma sarebbe crudele prendere di mira Krugman, perché l’intero mondo dell’economia, dai suoi studiosi ai suoi adepti, sembra colpito da una pandemia di errori in questi anni. Il grafico in pagina ne illustra solo alcuni. Già nel settembre del 2004 per l’Fbi aveva denunciato un’ondata di frodi nel settore dei subprime che rischiava «di portare alla prossima crisi bancaria». Ma Alan Greenspan, allora presidente della Federal Reserve, troncò ogni discussione spiegando che molti di quei mutui permettono alle famiglie di «risparmiare decine di migliaia di dollari». Quindi nel novembre del 2006 Ben Bernanke, il successore di Greenspan alla Fed che aveva già escluso una recessione innescata da un crash dei prezzi delle case, rassicurò: «Il rallentamento dell’economia legato al settore immobiliare gradualmente diminuirà. Il settore auto sembra già mostrare segni di rafforzamento».
Seguirono il crollo di Lehman, la richiesta di Chrysler di protezione dai creditori e il salvataggio pubblico di General Motors. La lista ovviamente potrebbe continuare, benché ci si possa attendere che la qualità o almeno la prudenza delle previsioni sia aumentata dopo la prova del fuoco del 2008. È successo il contrario.
Un recente studio di David Reifschneider della Fed e Peter Tulip della Reserve Bank of Australia documenta come gli errori dei principali centri di previsione economica del mondo sono semmai diventati più frequenti dopo la grande recessione. In media una volta su due una stima è diametralmente sbagliata.
Freccette e scimpanzé
Come scrivono gli autori di Freakonomics Steven Levitt e Stephen Dubner, degli scimpanzé che tirano freccette fanno centro altrettanto spesso. Del resto, è sotto gli occhi di tutti. A maggio scorso la Banca d’Inghilterra, sotto la guida di Mark Carney, paventò ogni sorta di pericoli se il divorzio dall’Unione europea avesse prevalso nel referendum sulla Brexit: «Ci sono crescenti segni che l’incertezza pesi sull’attività economica» e i rischi di instabilità finanziaria hanno raggiunto «li
velli mai visti dalla crisi dell’euro». Resta probabile, naturalmente, che per il Regno Unito l’uscita dalla Ue si dimostri alla lunga un problema serio. Ma da giugno il Paese è cresciuto ben oltre le attese, mentre la Bank of England ha dovuto rivedere due volte al rialzo le previsioni e ha ritirato i moniti sull’instabilità.
Anche il direttore generale del Fmi Christine Lagarde e l’Ocse di Parigi sono scivolati su infortuni molto simili, nell’annunciare le conseguenze della Brexit. L’elenco di passi falsi è così lungo da far sospettare che dietro ci sia qualcosa di più di un semplice eccesso di sicurezza. Forse c’è un cavallo a dondolo, ha ipotizzato di recente il capoeconomista della Banca d’Inghilterra Andy Haldane.

Cavallo a dondolo è una metafora coniata nel 1918 dallo svedese Knut Wicksell per spiegare come funziona il ciclo economico. È un tentativo di imitazione degli economisti di ciò che per i fisici è il pendolo di Newton: le economie, come i corpi, tenderebbero naturalmente all’equilibrio. Quando si colpisce il cavallo con un bastone, quello dondola fino a tornare immobile dopo un po’. È una visione ancora oggi molto invalsa. «Ed frutto dell’invidia degli economisti per la fisica», ha tagliato corto Haldane in un discorso di qualche mesi fa, riconoscendo gli errori di una visione tanto meccanica. È anche chiusura mentale o «monocultura», come accusa lo stesso capoeconomista della Bank of England.
Interdisciplinarietà
Haldane ricorda che in un recente sondaggio su Nature solo gli studiosi di economia, fra quelli di sei aree di scienze sociali, respingono l’idea che avere una «conoscenza interdisciplinare» sia meglio. Troppi economisti si disinteressano a ciò che gli psicologi, i sociologi, gli storici, i politologi o persino gli studiosi di finanza hanno da dire. Costruiscono così i propri stessi paraocchi e la crisi della loro disciplina.
Lo sottolinea in un recente articolo anche il capoeconomista della Banca mondiale Paul Romer. Romer attribuisce il dogmatismo di molti suoi colleghi ai tipici difetti di una casta chiusa: «Tremenda fiducia in se stessi, una comunità monolitica, un senso di identificazione simile a quello verso una fede religiosa, indifferenza e disinteresse per le idee di chi non è parte del gruppo, una tendenza a ignorare la possibilità che le proprie teorie potrebbero essere sbagliate, mancanza di comprensione per il rischio di errore insito in qualunque ricerca». Romer riconosce di sentirsi libero di formulare oggi queste critiche, perché ormai fuori dalla carriera accademica. Non rischia penalizzazioni. Forse è solo che la grande crisi dell’economia è superata, quella degli economisti no.

FEDERICO FUBINI

CorrierEconomia, 13 marzo 2017

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