La nuova legge elettorale spiegata nel modo più semplice possibile

Inizierà oggi alla Camera la discussione sulla nuova legge elettorale che, secondo i giornali, dovrebbe essere approvata definitivamente entro la prima settimana di luglio: è la legge basata sul cosiddetto “sistema tedesco”, anche se di tedesco le è rimasto oramai ben poco; una legge proporzionale ma con un macchinoso meccanismo maggioritario di selezione dei candidati.

Chi vince le elezioni?
Il meccanismo della nuova legge elettorale è essenzialmente proporzionale: significa che ogni partito che riesce a superare la soglia di sbarramento – fissata al 5 per cento tranne che per i rappresentanti delle minoranza linguistiche – riceve un numero di seggi proporzionale ai voti che ottiene. Se un partito conquista il 30 per cento dei voti, avrà quindi il 30 per cento dei seggi: o forse qualcosa in più, visto che i voti di chi non raggiunge la soglia di sbarramento vengono redistribuiti tra gli altri partiti. Per i nerd di sistemi elettorali: il sistema di calcolo utilizzato è il cosiddetto “metodo dei quozienti interi e dei più alti resti“.

Come si scelgono i parlamentari?
Per la Camera, l’Italia sarà divisa in 28 circoscrizioni, a loro volta suddivise in 225 collegi. Il Senato sarà diviso in circoscrizioni che corrispondono alle regioni, a loro volta divise in 115 collegi (a entrambi i sistemi si aggiungono la circoscrizione esteri e Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige, che hanno regole speciali).

In ogni collegio ciascun partito candiderà un solo deputato o senatore, il cui nome sarà chiaramente indicato sulla scheda (per questo si chiamano “collegi uninominali”). Una volta contati tutti i voti e stabilito quanti parlamentari spettino a un partito in termini nazionali, i primi a essere eletti saranno i candidati che hanno vinto nei diversi collegi. Per vincere in un collegio basta ottenere un voto in più dei propri avversari. In tutto, quindi, circa 225 deputati su 630 e 115 senatori su 315 saranno scelti tra i candidati nei collegi uninominali (a cui vanno aggiunti quelli dei collegi esteri e di Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta).

Se in base all’iniziale calcolo proporzionale un partito deve ricevere più seggi di quelli che ha già conquistato nei collegi uninominali, si passa a nominare gli eletti nelle circoscrizioni. Per ogni circoscrizione ciascun partito presenta una lista formata da due a sei nomi, che saranno indicati nella scheda separatamente dal candidato al collegio uninominale. In base al numero dei voti ottenuti da un certo partito in una determinata circoscrizione si calcola quanti parlamentari spettano a quel partito. Non sono previste preferenze, quindi se in una certe circoscrizione a un partito spettano tre parlamentari, saranno eletti i primi tre nomi del listino (per questo i listini sono detti “bloccati”).

Se dopo l’assegnazione dei seggi che spettano a un partito in base ai listini avanzano ancora posti, si passa a ripescare i “migliori perdenti” nei collegi uninominali.

È possibile il caso opposto, cioè che un partito vinca più collegi uninominali di quanti seggi gli spettino in base al calcolo proporzionale. In questo caso alcuni dei vincitori dei collegi uninominali, quelli che hanno ottenuto meno voti, non saranno eletti. Visto il numero piuttosto basso di collegi sul totale dei seggi, questo caso viene ritenuto al momento improbabile.

Voto disgiunto e pluricandidature
Ogni elettore ha disposizione un solo voto per la scheda della Camera e uno per il Senato. Votando per un partito, quindi, si vota contemporaneamente per il candidato al collegio uninominale e per il listino bloccato a lui/lei collegato. Non è quindi possibile il voto disgiunto, cioè votare per un candidato diverso da un listino, oppure votare uno solo dei due.

Riassumendo
Il giorno delle elezioni ogni elettore avrà a disposizione due schede: una per la Camera e una per il Senato (se ha più di 25 anni). Su ogni scheda ci saranno un certo numero di rettangoli. In ogni rettangolo ci sarà il nome del candidato del collegio uninominale, il simbolo del partito che lo appoggia e da due a sei nomi del listino bloccato. L’elettore avrà a disposizione un solo voto per ciascuna scheda, con il quale dovrà barrare uno dei rettangoli: si votano tutti insieme partito, candidato e listino. Non è possibile il voto disgiunto.

A seconda di quanti voti un partito raccoglie su base nazionale, si determina a quanti seggi ha diritto. Per determinare quali parlamentari vengono eletti per occupare quei seggi si guarda prima ai vincitori nei collegi uninominali, dove risulta eletto chi prende un voto più dei suoi avversari. Il resto degli eventuali seggi che spettano a un partito viene pescato dai listini bloccati. Non ci sono preferenze, quindi i candidati nei listini vengono eletti nell’ordine in cui compaiono sulla lista.

Il Post, 6 giugno 2017

http://www.ilpost.it/2017/06/06/legge-elettorale-guida-sistema-tedesco/

I vizi che piacciono al fisco

L’Italia è un Repubblica – fiscalmente parlando – fondata sui vizi. Aggrappata a Bacco, tabacco e Venere (sotto forma di Dea bendata) per far quadrare i conti dello Stato. Le tasse su sigarette, alcol, slot machine e gratta e vinci vari hanno garantito nel 2016 un gettito di quasi 25 miliardi, più o meno quanto rendono le accise sui carburanti. Nei primi tre mesi del 2017 – grazie al balzo (+15.9%) delle entrate da “apparecchi e congegni di gioco”, alias le slot machine – è arrivato il sorpasso: benzina e diesel hanno portato 5 miliardi nelle casse del Tesoro, i dazi sui vizi ne hanno raccolti 6, quasi il 7% delle imposte totali pagate nel periodo (95) miliardi. Il trend, oltretutto, è destinato ad accentuarsi: la manovra allo studio del Parlamento in questi giorni prevede un altro giro di vite fiscale -125 milioni l’anno a regime – sulle sigarette e un riordino delle aliquote sull’azzardo che porterà sì (ed era ora) a una prima riduzione delle slot ma garantirà comunque, grazie a uno strategico ritocco alle aliquote su vincite e giochi, un aumento degli incassi dello Stato. Non solo. Nel mirino dell’erario, ad abundantiam, è entrato ora un altro peccatuccio nazionale: le bevande gassate. La prima bozza della manovra prevedeva – nel supremo interesse dei girovita italiani – un giro di vite sulle bibite zuccherate. Incasso previsto: 200 milioni. Un aiutino (per ora accantonato) decisivo per centrare gli obiettivi di finanza pubblica imposti a Roma da Bruxelles.
Al Bancomat dei vizi tricolori, lo sportello più redditizio è quello del gioco. Nel 1985, l’era in cui il sogno nazionale era il 13 al Totocalcio, il fisco incassava 790 milioni. Ora i tempi sono cambiati, la schedina è archeologia del settore e dettano legge slot e poker online. Il gettito però è decollato, arrivando attorno a quota 12 miliardi l’anno (32 milioni ogni 24 ore) grazie a una moltiplicazione geometrica di offerte e a una giungla di aliquote in cui l’unico che fa sempre Jackpot è lo Stato. Il Tesoro incassa 53,6 centesimi ogni euro speso al superenalotto, sta alzando in queste settimane dal 17% al 19,5% – il quarto ritocco all’insù in pochi anni – il prelievo unico sulle slot, si mette in tasca più di un euro ogni 5 euro di Gratta & Vinci venduti. E la pressione fiscale in continua crescita – più che scoraggiare l’azzardo – sembra invece incentivarlo.
Il vizio più costoso per il consumatore invece (anche a voler parlare solo di portafoglio e non di salute) è quello del tabacco. Il costo industriale di un pacchetto di sigarette, dicono fonti di settore, è attorno ai 15 centesimi. Al dettaglio però costano circa 5 euro. Dove va la differenza di 4,85 euro? Ben 2,73 euro sono accise, 90 centesimi è l’Iva. Il 10% va al venditore, il 13% – circa 80 centesimi – al produttore. Come dire che lo Stato si mette in tasca il 77% del prezzo finale, pari in un anno a circa 11 miliardi. Un carico fiscale superiore persino a quello astronomico che grava sui carburanti, dove le accise destinate ancora a finanziare il terremoto del Belice (1968) e la Guerra d’Etiopia (1935) pesano oggi 1 euro sugli 1,52 del prezzo della verde alla pompa. Calcolatore alla mano, per ogni euro che mettiamo nel serbatoio 66 centesimi vanno direttamente all’erario. Se si calcola anche l’Iva sui pacchetti di sigarette, il tabagismo nazionale porta nelle casse dell’erario oltre 13 miliardi l’anno.
L’alcol è invece, in campo fiscale, la cenerentola (e in apparenza il meno costoso) dei vizi. La lobby del vino con un sapiente lavoro di moral suasion parlamentare ha sempre tenuto sotto controllo le accise, pur aumentate almeno quattro volte negli ultimi sette anni. E le tasse sugli spiriti portano al Tesoro poco più di 600 milioni l’anno. Briciole. Che sommate però alla montagna d’oro spremuta a sigarette e giochi hanno consentito all’Italia e al suo bilancio di ammortizzare – finora senza contraccolpi – l’addio all’Imu. Il Tesoro ha incassato nel 2015 grazie all’ultima stangata sulla prima casa 15 miliardi, 10 in meno di quanto ne garantiscono oggi bacco, tabacco e dea bendata. Un tris d’assi che rende otto volte di più dei balzelli sulle bollette di luce e gas ed è pari ormai al 20% del gettito dell’Irpef nazionale. I peccati, una volta, si pagavano nell’aldilà. Ora un anticipo tocca versarlo pure allo Stato.

ETTORE LIVINI

La Repubblica, 5 giugno 2017