Come cambia il processo penale

 1.014 giorni dalla sua presentazione, la riforma del Guardasigilli Andrea Orlando (codice e processo penale, ordinamento penitenziario) è legge dello Stato. Alla Camera, «Articolo 1» e i centristi di Ap hanno votato la fiducia insieme al Pd (poi i «bersaniani» si sono astenuti sul voto finale) mentre il ministro per la Famiglia, Enrico Costa (Ap), ha disertato la fiducia e ha votato no al testo. Il premier Paolo Gentiloni: «Ora più equilibrio e più garanzie nelle procedure, pene severe per i reati più odiosi».

Stretta sulla condizionale. E chi commette reati lievi sarà libero se risarcisce
Gli interventi sul codice penale puntano a rendere più difficile la concessione della sospensione condizionale della pena. Per questo sono state aumentate le pene minime per il furto in abitazione (ora la forbice è da 3 a 6 anni), la rapina semplice (4-10 anni), la rapina aggravata (5-20 anni), l’estorsione aggravata (7-20 anni). Previsto poi anche l’aumento della pena anche per il voto di scambio politico mafioso (416 ter): si passa infatti da 4-10 anni a 6-12 anni. La riforma – illustrata in Aula dalla relatrice Donatella Ferranti (Pd) – prevede anche forme di depenalizzazione per i reati procedibili a querela e per quelli minori contro la persona o il patrimonio salvo che la vittima sia un soggetto debole: il giudice, sentite le parti e la persona offesa, dichiara estinto il reato quando l’imputato ripara interamente il danno mediante restituzione o risarcimento e ne elimina le conseguenze.

Più notizie alle vittime Il pm garantirà il segreto degli ascolti irrilevanti
Più trasparenza nelle indagini, meno gossip nei brogliacci delle intercettazioni. A 6 mesi dalla presentazione di una denuncia o querela, la persona offesa ha il diritto di ottenere informazioni dal pm sullo stato del procedimento. La persona offesa avrà più tempo per opporsi alla richiesta di archiviazione che gli dovrà essere notificata anche se ha subito uno scippo o un furto in casa. Entro 3 mesi, il governo predisporrà norme per evitare la pubblicazione di intercettazioni non rilevanti o riguardanti persone estranee. Il pm sarà il «garante» della segretezza delle intercettazioni inutilizzabili o irrilevanti e anche dopo la «discovery» delle prove gli atti non allegati dovranno essere custoditi in cassaforte, con possibilità di ascolto (ma non di copia) per la difesa, fino all’udienza stralcio. Nessuna limitazione per la lista di reati intercettabili.

Tempi contingentati per chiedere il giudizio o archiviare un’inchiesta
C’è una novità che mette un paletto a tutela degli indagati e che solleva critiche nelle procure della Repubblica. Una volta chiuse le indagini, il pm avrà tassativamente tre mesi di tempo (prorogabili di altri tre nei casi complessi) per chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione. La nuova regola – che non vale per le notizie di reato iscritte prima dell’entrata in vigore della legge, consentendo così alle procure di adeguare l’organizzazione del lavoro – concede 15 mesi ai pm che indagano su mafia e terrorismo. Se il termine dei tre mesi (o dei 15) non viene rispettato, il procuratore generale presso la Corte d’Appello avoca d’ufficio il fascicolo. Tra i giudici questa norma è stata accolta favorevolmente perché i ritardi delle procure, che a volte dimenticano i fascicoli nei cassetti, erodono in maniera sostanziale i tempi della prescrizione dei reati.


Corruzione nel mirino. Si allarga la finestra per arrivare a sentenza
Si allungano, con una modulazione per fase processuale, i tempi di prescrizione dei reati commessi dopo l’entrata in vigore della riforma. La prescrizione resta sospesa per 18 mesi dopo la condanna di primo grado e per altri 18 mesi dopo la condanna in appello. La sospensione, dunque, non vale in caso di assoluzione. La prescrizione, poi, viene sospesa oltre che nelle ipotesi già previste anche quando si procede (per un massimo di 6 mesi) a rogatorie internazionali. Inoltre, per i reati di violenza contro i minori (violenza sessuale, stalking, prostituzione, pornografia, maltrattamenti in famiglia) la prescrizione decorre dal momento in cui la parte offesa compie 18 anni. Infine – come chiesto dall’Ocse che aveva sollecitato l’Italia ad approvare la riforma Orlando – aumenta la prescrizione (pena edittale più la metà, anziché un quarto) per i reati di corruzione.
a cura di Dino Martirano

Mille giorni sprecati per un compromesso al ribasso
Allegria: con 18 mesi in più dopo la sentenza di tribunale e altri 18 dopo quella d’appello, prima di prescriversi un processo per corruzione potrà durare quasi vent’anni. C’è da stappare lo champagne?
Magari sì, per chi intende le «riforme» come medagliette da appuntarsi su vestiti rattoppati alla vigilia (domani) della periodica tirata d’orecchie europea dell’Ocse; o come segnaletica stradale da spendere ai semafori del mercato elettorale (come negli aumenti di pena per furti e rapine). Magari no, invece, per le vittime di reato più interessate a sentenze in tempi accettabili, e per gli imputati immeritevoli di restare appesi a vita a un processo. Il 70% di 1 milione e 550 mila prescrizioni in 10 anni è maturato in indagini, e 4 distretti di Corte d’Appello (22% Napoli, 12% Roma, e 7,5% l’uno Torino e Venezia) producono da soli quasi metà di tutte le prescrizioni d’Italia, mentre 70 tribunali su 135 stanno sotto il 3%. Eppure non si è avuto il coraggio di puntare su una prescrizione del reato non troppo lunga, ma combinata dopo la sentenza di primo grado a uno stop definitivo della clessidra, temperato poi da rimedi compensativi (sconto sulla pena in caso di condanna, indennizzo in caso di assoluzione) per evitare che gli imputati restino in indefinita attesa di un verdetto per colpa non loro ma di patologiche lentezze giudiziarie.
Il ritornello di ogni compromesso al ribasso recita che il testo votato sarebbe il più avanzato equilibrio raggiungibile negli attuali rapporti di forza parlamentari. Ma la verità è che riforme davvero ottime – come l’ordinamento penitenziario frutto del lavoro sul carcere della commissione Giostra, o la semplificazione delle impugnazioni mutuata dalla commissione Canzio – sono state usate come norme «ostaggio» da opporre al fuoco amico nella maggioranza, e come norme «digestivo» per farne invece trangugiare altre discutibili. È il caso della delega sulle intercettazioni: ondivaga quando tra i concetti di «irrilevante» e «non pertinente» perde il «manifestamente» contenuto invece nelle tanto lodate circolari dei capi pm; confusa quando non fa più capire come avverrà il contradittorio con i difensori sullo stralcio delle intercettazioni irrilevanti, ora che il testo non parla più di «udienza»-stralcio; e talmente generica, laddove prevede «prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni», che tutti sarebbero insorti se a scriverla fosse stato Berlusconi.
Ma è il caso anche dell’estensione dei processi a distanza in videoconferenza, che oggettivamente sacrifica parte del margine di manovra del diritto di difesa, specie se si fa la legge prima che siano attrezzati i tribunali dove oggi penzolano moncherini di rari microfoni gracchianti. Ed è il caso persino del problema delle indagini scadute che il pm né mandi a processo né archivi: «malattia» reale, che le toghe sbagliano a vivere come lesa maestà, ma che la legge affronta con la «medicina» (controproducente come tutti i rigidi automatismi) dell’avocazione allo scadere di 3 mesi, destinata a risolversi nel mero spostamento di carte dalle Procure alle Procure Generali: quando, invece, ben si sarebbe potuto pensare a un potere del gip di valutare di volta in volta la fondatezza delle contingenze addotte dal pm per chiedergli un (limitato e variabile) tempo supplementare.
Su questo, come su altri punti, sarebbe bastata una paziente manutenzione. Invece sia al Senato sia ieri alla Camera il governo ha imposto di nuovo la camicia di forza del voto di fiducia sul non-senso di 95 commi stipati (sui più eterogenei temi) in un unico articolo. E pensare che, dal primo annuncio nel Consiglio dei ministri del 30 agosto 2014, sono passati 1.018 giorni: una media di 10 giorni interi per ciascun comma, a volerli discutere nel merito.

Diego Martirano, Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 15 giugno 2017

http://www.corriere.it/politica/cards/come-cambia-processo-penale-via-libera-camera-deputati/approvata-fiducia_principale.shtml

 

Italicum o Porcellum? Quella legge illogica che piace a tutti

È previsione unanime che, salvo miracoli, finiremo col tenerci le due leggi elettorali figlie della Consulta. Voteremo con mezzo «Italicum» e metà «Porcellum». Ma la ragione della rinuncia al modello tedesco dipende solo in parte dai «franchi tiratori» che impazzano alla Camera. Il vero motivo per cui torneremo alle urne con un sistema sbilenco, illogico e destinato a produrre instabilità sta proprio, paradossalmente, in questa sua natura ambigua, incoerente, anche un po’ assurda.
Le contraddizioni denunciate fin qui senza successo dal Presidente della Repubblica hanno la caratteristica di piacere a tutti (tutti tranne, beninteso, che ai cittadini) perché ciascun partito ne ricava una convenienza. Nella patria del Guicciardini, ognuno bada in primis al proprio «particulare».
Per esempio: non muovere foglia va benone a quanti vorrebbero il maggioritario, perché così il «premio» sopravvive alla Camera, dunque chi lì supera il 40 per cento conserva la possibilità (teorica) di conquistare l’intera posta. Renzi, Grillo, Berlusconi e Salvini verranno sicuramente a dirci che sono fiduciosi di potercela fare. Nel nome di questo ipotetico «premio» metteranno in moto tutto l’ambaradan dei candidati premier, dei programmi per governare, delle squadre ministeriali scalpitanti per entrare in azione che avrebbero senso in un sistema maggioritario. Come se, appunto, in Italia ce ne fosse uno.
Ma tenere tutto com’è va bene pure agli altri che stanno preparando l’«inciucio». Calza loro a pennello perché il «premio» è rimasto solo ed esclusivamente alla Camera; per cui avere la maggioranza lì e non anche in Senato sarebbe francamente inutile. Inoltre, superare il 40 per cento sembra più arduo che scalare la parete nord del Cervino. Con l’elettorato diviso in tre, è facile scommettere che nessuno vincerà il «premio», cosicché il sistema sarà tutto quanto proporzionale. Ne conseguirà l’obbligo, all’indomani delle elezioni, di stipulare alleanze con gli avversari che, se venissero dichiarate in anticipo, farebbero perdere un sacco di voti. Ma non ci sarà bisogno di scoprire le carte. L’attuale sistema elettorale è perfetto in quanto permetterà il trionfo dell’ipocrisia: consentirà ai partiti di dire che vogliono vincere da soli e, intanto, di preparare ammucchiate «dopo».
Non finisce qui. Il pessimo sistema in vigore va strabene ai grandi partiti perché a Palazzo Madama vige una soglia talmente alta, l’8 per cento, che mette nell’angolo i «cespugli». Ma centristi e bersaniani si fregano ugualmente le mani soddisfatti perché a Montecitorio la soglia rimane al 3 per cento, dunque «no problem»; e pure al Senato, in fondo, basta coalizzarsi con un partito più grosso per aggirare il problema. La confusione in materia elettorale è manna dal cielo per la Casta: tutti i boss di partito si candideranno come «capilista bloccati» alla Camera, dove questa contestatissima possibilità è sopravvissuta al setaccio della Corte costituzionale. Ma gli anti-Casta a loro volta potranno consolarsi con le preferenze introdotte dalla Corte nell’altro ramo del Parlamento: i candidati gareggeranno dentro circoscrizioni grandi come la Lombardia, il Piemonte, il Lazio o la Sicilia, senza badare a spese per farsi propaganda. E ciò renderà euforiche le Procure della Repubblica che, con le severe normative sul voto di scambio e sul traffico di favori, dopo questo festival di preferenze saranno in condizione di fare autentiche retate. A quel punto sarà felicissimo l’intero popolo italiano, che nella confusione del dopo-voto, potrà confermare tutti i luoghi comuni sulla politica e sui suoi protagonisti. In sintesi: contenti tutti.

Ugo Magri

La Stampa, 15 giugno 2017

http://www.lastampa.it/2017/06/15/cultura/opinioni/editoriali/quella-legge-illogica-che-piace-a-tutti-pt1y2aVsg2tR7QVxFnHnbK/pagina.html