L’addio alla Ue costa 400 sterline a famiglia

Era la medaglia d’argento del G7, il club delle sette potenze economiche mondiali, con una crescita che superava il 2%, a giri più veloci della locomotiva tedesca e seconda sola agli Usa. Quei numeri, con il fermo immagine al 2015, sono però oggi solo un lontano ricordo. La frattura provocata dal referendum del 23 giugno 2016 si è consumata sul piano politico nei rapporti con Bruxelles, ha lasciato un segno indelebile tra i partiti di Westminster e al numero 10 di Downing Street fino a rappresentare una minaccia per l’economia che mese dopo mese sta diventando sempre più reale. Così, improvvisamente, il gigante al di là della Manica che aveva fatto dell’opt out il suo credo, dicendo no all’euro e a Schengen,si è scoperto con i piedi d’argilla. 
La prima piazza finanziaria del Vecchio continente, con oltre un milione di persone che gravitano nel mondo degli affari, polo di attrazione per studenti e imprese, ha iniziato a vivere sulla propria pelle gli effetti della decisione di dire addio all’Unione europea. Uncertainty, incertezza, è oggi il mantra che accompagna tutte le previsioni degli organismi internazionali pubblicate da un anno e mezzo a questa parte. È la prima volta che un Paese della Ue lascia il club e ci si muove in una terra sconosciuta. Così, dopo le revisioni al ribasso da parte di Fmi, Ocse e Commissione europea, nel budget d’autunno presentato mercoledì scorso il Cancelliere dello scacchiere, Philip Hammond, ha dato una sforbiciata di ben mezzo punto alle stime sul Pil per quest’anno: non più crescita del 2%, miraggio dei bei tempi che furono, ma dell’1,5 per cento. Nei prossimi anni andrà ancora peggio, fino ad arrivare all’1,3% nel 2019 (quando si consumerà il divorzio dalla Ue) e nel 2020. Non solo. La produttività langue, ogni indiscrezione sulla tenuta del governo o sullo stallo delle trattative provoca un nuovo deprezzamento della sterlina. I prezzi al consumo galoppano del 3% secondo l’ultimo dato di ottobre, ai massimi da cinque anni, e preoccupano anche la Bank of England, che il 2 novembre ha alzato i tassi di 25 punti base dopo dieci anni a bocce ferme. 
Un quadro a tinte fosche, insomma, degno delle tele di John Constable esposte alla National Gallery. Uno dei pochi spiragli di luce arriva dai dati sulla disoccupazione (4,2%, rispetto alla media Ue del 7,5 secondo Eurostat a settembre). Bassa crescita significa però meno margini di manovra per interventi a favore delle famiglie, già colpite duramente dalla spending review. Secondo uno studio del Centre for economic performance, l’incertezza legata alla Brexit si è già tradotta in un costo medio per le famiglie britanniche di 404 sterline all’anno. Senza contare i costi, diretti e indiretti,, dell’uscita dalla Ue, che avranno un nuovo impatto negativo sull’economia. A cominciare dal conto del divorzio, uno dei tre punti fondamentali su cui dovrà essere trovato un accordo con Bruxelles prima di passare alla «fase 2» della trattativa, con i negoziati sulla relazione futura. La Ue chiede una cifra intorno ai 60 miliardi, Londra punta a ottenere un po’ di sconto, ma l’assegno avrà comunque un impatto considerevole sulle casse britanniche. Per ora Hammond ha ammesso di aver già speso 750 milioni per fronteggiare l’emergenza e ne ha accantonati 3 per la preparazione delle frontiere, del sistema di immigrazione e della nuova relazione commerciale.
Di certo, poi, Londra perderà le due prestigiose agenzie Ema (l’Authority del farmaco) ed Eba (quella bancaria), assegnate la settimana scorsa ad Amsterdam e Parigi con il sorteggio. E con esse anche un indotto di oltre 2 miliardi. Con la Brexit si ridimensionerà anche il peso della City. La stessa Sabine Lauteschlaeger, numero due della vigilanza bancaria della Bce, ha sollecitato le banche ad accelerare i piani di trasferimento in vista del marzo 2019, quando si consumerà il divorzio. Se si pensa che il mondo della finanza rappresenta circa il 12% del Pil britannico, la portata dello scossone potrebbe essere davvero dirompente.

CHIARA BUSSI

Il 70% del debito pubblico arriva dagli squilibri della previdenza

Viviamo gli anni in cui per la prima volta ai pensionandi italiani viene chiesto di pagare il conto degli storici squilibri del sistema previdenziale. Per decenni le persone vicine alla pensione erano riuscite a schivare il conto, ogni volta i governi rimandavano buona parte del pagamento scaricandolo su chi sarebbe arrivato dopo di loro. Un capolavoro, in questo senso, è stata la riforma Dini nel 1995, che ha stabilito il passaggio dal generoso sistema retributivo al più sostenibile calcolo contributivo, dandogli però una gradualità così morbida che ancora oggi, e sono passati più di vent’anni, solo il 5% delle pensioni è basato interamente sul contributivo.

È toccato ad Elsa Fornero, nel contesto di emergenza del governo Monti, ammettere che l’Italia non poteva più permettersi tanta calma nella sua transizione previdenziale. La brusca accelerazione dell’adeguamento dell’età di pensionamento delle donne, anticipata dal 2026 al 2018 dall’ex ministro del Lavoro, è stato il primo vero segnale d’allarme per i pensionandi: sarebbe toccato a loro, la generazione dei nati negli anni ’50, fare i primi sacrifici veri per rimettere in equilibrio il sistema.

Il rischio demografico

Equilibrio che per altro resta precario, nonostante quel correttivo, a causa del fattore demografico, il combinato disposto di invecchiamento della popolazione e crollo delle nascite, che porterà il sistema, nel complesso, a un rapporto di uno a uno fra lavoratori e pensionati. Secondo le stime dell’Istat la prima tappa critica arriverà nel 2032, quando andranno in pensione un milione e 55mila baby boomers, un record assoluto. Sono i nati nel 1964 che entreranno nel novero dei pensionati proprio quando il livello di nascite nel Paese si attesterà a un minimo di 450mila. Nel 2044, poi, tra 27 anni, un terzo degli italiani avrà più di 65 anni e la spesa previdenziale salirà al 18% del Pil. Non basta: ventuno anni dopo nel 2065, il numero dei decessi doppierà quello delle nascite.

La diseguaglianza intergenerazionale

Un’indagine focalizzata sull’Italia contenuta nel recente studio dell’Ocse sulle diseguaglianze ha svelato con chiarezza quanto sia peggiorata la prospettiva per chi ha compiuto a cinquant’anni nel decennio della crisi. Incrociando i dati su regole previdenziali e aspettative di vita, l’Ocse calcola che in media un italiano nato negli anni Quaranta quando arrivava a 50 anni doveva lavorare ancora poco meno di 6 anni per poi starsene in pensione per 18 anni, mentre l’italiano nato negli anni Sessanta a 50 anni deve lavorare ancora 11 anni e mezzo per poi stare in pensione 14 anni scarsi. Per le donne il passaggio è stato pesante: le cinquantenni nate negli anni Quaranta avevano davanti 3 anni e mezzo di lavoro e 17 anni e mezzo di pensione. Quelle degli anni Sessanta devono lavorare il triplo e stare in pensione due anni e mezzo in meno.

Meglio non allargare l’indagine a quelli nati dopo gli anni Sessanta: l’Ocse nella sua indagine fa presente che sarà difficile pagare loro pensioni decenti. Si poteva immaginare che sarebbe finita così. Cioè che a un certo punto l’Italia avrebbe dovuto pagare il conto della sua ostinata generosità previdenziale. Una prodigalità suicida per il Paese, se la si guarda con un orizzonte di tempo che va oltre l’interesse di un paio di generazioni, ma salvifica per i governi che l’hanno realizzata, non vedendo mai oltre la prossima scadenza elettorale.

Il rapporto tra pensioni e debito pubblico

Il quarto rapporto sul “Bilancio del Sistema previdenziale italiano” elaborato dal centro di ricerca Itinerari Previdenziali mette insieme cifre impressionanti sui costi di quella generosità. Nel 2014 per pagare i 444 miliardi di costi del welfare – di cui 216 miliardi sono le pensioni, altri 111 miliardi la sanità, il resto sono assistenza e prestazioni temporanee – lo Stato ha dovuto impiegare ovviamente tutto l’incasso dei contributi, ma ci ha dovuto aggiungere quello delle imposte sui redditi delle persone (l’Irpef) e delle società (l’Ires) più l’imposta regionale sulle aziende (l’Irap) e un terzo dell’Isos (l’imposta sostitutiva). Il welfare si prende “il grosso” delle tasse, per tutte le altre spese avanzano le imposte indirette, come l’Iva e le accise.

 

Se non ce n’è abbastanza bisogna indebitarsi. Dedicare questa enorme fetta della spesa pubblica a pensioni e welfare non solo ha privato l’Italia delle risorse per fare investimenti o ridurre le tasse per creare crescita futura. Ha anche fatto decollare il debito. Itinerari Previdenziali somma il costo annuo degli squilibri tra contributi versati e prestazioni pagate dai vari enti pensionistici e assistenziali pubblici negli ultimi 36 anni. La somma di quei disavanzi è un passivo che, ai valori di oggi, ammonta a 1.491 miliardi di euro. La spesa per coprire i buchi di un sistema previdenziale e assistenziale troppo generoso ha generato quasi il 70% dell’attuale debito pubblico.

Le pensioni del futuro

Oggi in Italia chi arriva a sessant’anni scopre, con comprensibile rabbia, di essere chiamato, nel suo piccolo, a rimediare al guaio creato nei decenni passati: gli viene chiesta più pazienza per arrivare alla pensione o un sacrificio per ritirarsi prima. Chi invece arriva a trent’anni alla pensione è meglio che non ci pensi. «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale» ammise nel 2010 l’allora presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua.

Più attuale del fosco futuro previdenziale è però il presente lavorativo e più in generale economico a scoraggiare il trentenne italiano di oggi. Il lavoro non abbonda, i salari sono bassi, la tassazione molto alta e certi costi, come quelli degli immobili, proibitivi. La Fondazione Bruno Visentini ha costruito un Indice di divario generazionale, un indicatore che attraverso parametri come il reddito, la ricchezza, i prezzi delle case, le infrastrutture fisiche e digitali e l’educazione misura gli ostacoli economici e sociali che impediscono a un giovane di raggiungere una sua indipendenza e quindi diventare adulto. Fatto 100 il divario intergenerazionale del 2004, nel 2016 è già salito oltre quota 150 e nel 2030 senza correzioni drastiche raggiungerà i 300 punti.

Analizzando il “caso Italia” ieri il Financial Times notava che nonostante la ripresa economica nel nostro Paese l’emigrazione dei giovani continua ad aumentare. Altrove, ad esempio in Spagna o Portogallo, si è fermata. La prospettiva di restare in un Paese il cui principale sforzo economico è trovare i soldi per pagare le pensioni ai suoi anziani non è, evidentemente, il sogno di un millennial.

Pietro Saccò

Avvenire, 14 novembre 2017

 

https://www.avvenire.it/economia/pagine/il-70-del-debito-pubblico-arriva-dagli-squilibri-della-previdenza

La Cina taglia i dazi per tenere testa agli Usa

La drastica riduzione dei dazi sulle importazioni di 187 prodotti (numerosi quelli italiani) decisa ieri dalla Cina prova che la linea dura della Casa Bianca con Pechino sul free trade funziona? Donald Trump ne è certamente convinto, ma le cose non stanno così, se non in minima parte. Il mondo è complicato e anche le grandi scelte economiche della potenza asiatica hanno motivazioni complesse. Xi Jinping ha voluto certamente dare un segnale di disponibilità agli Usa e anche alla Ue, impegnata in negoziati infiniti con la Cina sulle barriere commerciali. Ma la sostanza è un’altra: l’abbattimento dei dazi, il secondo in due anni, è soprattutto una mossa rivolta all’interno che ha l’obiettivo di accelerare la trasformazione di un sistema fin qui sostenuto dall’export e da massicci investimenti in infrastrutture in un’economia basata soprattutto sulla crescita dei consumi interni.

Che si tratta di questo è evidente già dall’elenco delle merci su cui i dazi verranno ridotti dal 17 al 7 per cento (e in qualche raro caso addirittura azzerati): niente prodotti tecnologici, macchinari, beni d’investimento. Solo normalissimi beni di consumo — dai pannolini al latte in polvere, passando per le bevande alcoliche e i profumi — che il ceto medio asiatico ormai benestante e affamato di merci occidentali (soprattutto dopo gli scandali che hanno messo in dubbio la qualità e la sicurezza di alcuni prodotti cinesi) va sempre più spesso ad acquistare fuori dai confini nazionali. Meglio, allora, spingere i cittadini a comprare questi prodotti in patria: il margine che spetta alla distribuzione commerciale resterà in Cina e si ridurranno le spese per viaggi all’estero.

Certo, tutto questo ha anche un significato a livello di relazioni internazionali, ma sarebbe miope ridurlo a una sorta di inchino cinese davanti ai pugni battuti sul tavolo da Trump. Dopo il recente viaggio asiatico del presidente molti organi d’informazione e anche i servizi Usa di intelligence hanno sottolineato come, capita la vulnerabilità psicologica di un leader così narcisista, i leader da lui incontrati abbiano tentato di compiacerlo con elogi e concessioni formali. Più che un inchino, quindi, l’apertura sui dazi (come la possibilità di controllare fondi d’investimenti e altre attività finanziarie concessa alle imprese straniere pochi giorni fa, durante il viaggio di Trump) è un altro passo sulla via della trasformazione della Cina in una superpotenza politica, oltre che economica.

Non più la fabbrica del mondo che non raggiunge, però, l’eccellenza tecnologica, un’economia emergente retta da un regime autoritario, ma un Paese che, grazie anche alla crisi d’identità dell’America trumpiana, tende ad acquistare un ruolo centrale in varie aree: l’impegno per la tutela ambientale e lo sviluppo delle energie rinnovabili (Pechino protagonista dopo il sostanziale ritiro di Washington), la sfida agli Stati Uniti per la leadership nell’intelligenza artificiale, la tecnologia del futuro, strategica anche sul piano militare. E poi, ancora, questo stesso, forte sviluppo dei consumi interni destinato a rendere quello cinese un mercato irrinunciabile per le imprese di tutto il mondo e perfino l’impegno per la riduzione delle diseguaglianze economiche tra i cittadini: è lo slogan sbandierato da Xi Jinping al recente congresso del Partito comunista cinese che lo ha visto uscire da trionfatore. Ma non sono solo parole: i dati della Banca mondiale e dell’Ocse mostrano che in Cina le diseguaglianze, divenute estreme in 30 anni di rapido sviluppo economico, ora si stanno riducendo soprattutto grazie a un’industrializzazione che, dopo le città costiere, sta ora investendo le aree interne del Paese, le più povere.

La Cina vera superpotenza in grado di tenere testa agli Stati Uniti resterà ancora a lungo un sogno per la leadership di Pechino che deve occuparsi prima di tutto di evitare il collasso di un’economia surriscaldata dall’eccesso d’investimenti alimentati dai prestiti facili delle banche e gravata da un enorme debito pubblico (il 260 per cento del Pil, il doppio di quello italiano).Ma il taglio dei dazi e il sostegno ai consumi interni servono proprio a tentare di riequilibrare questa situazione e a dare credibilità allo yuan come valuta alternativa a dollaro ed euro. Offrendo al tempo stesso agli altri Paesi emergenti del mondo il modello di una tecnocrazia illiberale ma efficiente (le misure annunciate ieri entreranno in vigore tra pochi giorni) contrapposto a quello di liberaldemocrazie occidentali tutte scosse in misura più o meno rilevante da crisi di governabilità e da perdite di credibilità.

Massimo Gaggi

Corriere della Sera, 24 novembre 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_25/cina-taglia-dazi-tenere-testa-usa-a9f1bb60-d156-11e7-a924-c9d9ad888b7b.shtml

Il vestito buono della politica

Nei primi anni della democrazia, le giornate elettorali erano giorni di festa. Chi ha una certa età e un minimo di memoria, ricorda che ai seggi c’era chi si recava con il “vestito buono” e non solo perché era domenica. Si festeggiava la riconquistata libertà. Un’abissale distanza dai rassegnati rituali dei giorni nostri, quando due elettori su tre hanno disertato, non trovando valide ragioni nemmeno per quel piccolo atto di impegno politico che è la scheda depositata nell’urna. Ora finalmente, l’astensione di massa è entrata nella discussione politica. Ma di che cosa si discute? Soprattutto di come attirare o recuperare alla propria parte i voti perduti; di come pescare qualcosa in quel grande bacino di astenentisi che è diventato il più grande partito italiano, più grande di tutti gli altri messi insieme. Insomma, i partiti pensano ai propri interessi facendo promesse sempre meno credute, per sedurre gli elettori e intercettarne i voti. In prossimità delle elezioni, cioè, fanno esattamente ciò che è la causa della frustrazione della democrazia. In Italia c’è il suffragio universale: vero e falso. Vero, perché il diritto di voto è riconosciuto a tutti; falso, perché solo una minoranza lo esercita. È la differenza tra ciò che è in potenza (il diritto) e ciò che è in atto (l’esercizio del diritto). Il voto è diritto di tutti e molti non lo usano. Così la democrazia, che dovrebbe essere il sistema politico della larga partecipazione, diventa “olicrazia”, il regime in cui il governo è nelle mani di minoranze. Senza che si cambino le leggi, cambia la forma di governo.

C’è, innanzitutto, una questione quantitativa. Un tempo, “l’astenuto” era l’eccezione. Nelle prime elezioni repubblicane, nel 1948, i cittadini che andarono al voto furono il 92,23 per cento: cioè, tolti coloro che erano impediti dagli acciacchi, dalla malattia o dall’assenza dall’Italia, tutti. A partire dagli anni ’80, si scese sotto l’80 per cento e si incominciò a riflettere. Oggi possiamo dire che non è l’astenuto l’eccezione, ma è il votante, soprattutto in certe fasce d’età e in certe categorie sociali. Una volta ci si chiedeva quali fossero le ragioni del non- voto; oggi, quali le ragioni del voto: un vero e proprio ribaltamento. Il diritto c’è, ma la maggioranza non ne fa uso. Se è vero che l’esercizio dei diritti è ciò che forma l’ossatura morale d’una società (una volta si diceva che bisogna tenere sempre strette le mani sui propri diritti), allora dobbiamo concludere che siamo diventati un popolo straordinariamente malleabile, arrendevole.
I politologi si consolano troppo facilmente osservando che l’astensionismo è diffuso dappertutto, talora in misura anche maggiore che in Italia. Parlando solo dell’Europa, le statistiche provano che siamo comunque nella media dei maggiori Paesi dei quali non si potrebbe contestare il carattere democratico (Regno Unito, Francia, Germania, Svizzera, ecc.). Si dice anzi che sarebbe il sintomo di “democrazie mature”, consolidate: ci si fida a tal punto gli uni degli altri che non si considera necessario agire in proprio. In un certo senso, gli astenuti si fanno rappresentare dai votanti.
Il sintomo, tuttavia, è ambiguo. Non dappertutto e sempre esso significa la stessa cosa. Occorrerebbe andare a fondo nelle motivazioni: molta fiducia e molta sfiducia possono produrre lo stesso effetto. La fiducia è il pilastro della democrazia, ma la sfiducia ne è il tarlo. Non c’è bisogno di sondaggi, statistiche, analisi per capire che in Italia siamo di fronte al rinascente fenomeno di massa del rifiuto della politica, e per sapere di quale mescolanza di delusione, frustrazione, rassegnazione, rabbia e disprezzo esso si alimenta. Basta un po’ di ordinarie, quotidiane frequentazioni e conversazioni.
C’è, poi anche, una questione qualitativa.
Si dice che il nostro tempo è quello del populismo e dell’antipolitica, e il dilagante astensionismo è spesso indicato come un effetto dell’uno e dell’altra. Chissà perché? I populismi, comunque li si concepisca, sono sempre regimi della mobilitazione di massa (mobilitazione, non partecipazione), mentre l’astensione è una smobilitazione. L’anti- politica, poi, è un sentimento attivo che si rivolge “ contro”: contro le istituzioni, i politici, lo Stato, e può sfociare in ribellismo e in anarchismo. L’astensionismo, forse, più precisamente potrebbe definirsi non- politica, “ impolitica”: cioè l’atteggiamento rassegnato di chi dice “ lasciatemi in pace” oppure, drammaticamente, “ ho perso ogni speranza” perché non so chi votare, a chi votarmi.
C’è poi, invece, il popolo dei votanti, il popolo composto da coloro che sanno chi votare— perché mantengono viva una fedeltà, una speranza e una fiducia — e da coloro che sanno a chi votarsi — perché hanno ricevuto promesse di favori o minacce di ritorsioni. Il voto dei primi è libero; quello dei secondi, è forzato. Coloro che appartengono al mondo di chi sa a chi votarsi di certo non si astengono. Così, tanto maggiore è il loro numero, tanto maggiore è l’incidenza del voto corrotto su quello libero. Se — supponiamo — votano in cento e i voti corrotti sono venti, i venti rappresentano un quinto del totale; se votano in sessanta e i voti corrotti sono sempre venti, i venti rappresentano un terzo del totale. Ciò significa, in breve, che l’astensionismo attribuisce un plusvalore al voto di scambio e, in genere, all’influenza delle varie forme di criminalità organizzata che operano nel nostro Paese. La crescita dell’astensione le favorisce. Si ha un bel dire che, astenendosi, i cittadini reagiscono in quel modo al degrado della politica “lanciando segnali”: nel frattempo, però, non fanno altro che dare maggiore potere a coloro contro i quali vorrebbero dirigere la loro protesta.
C’è, infine, la questione politica. Tra gli astenuti, moltissimi sono coloro che dicono: voterei certamente, se solo sapessi per chi. E molti lo dicono con amarezza, perché sanno quanto è costata in lacrime e sangue la conquista del diritto di voto, per ogni spirito democratico il più sacro di tutti. Ma, per non fare vuota retorica (“ occorre”, “ serve”, “ bisogna”), non basta ( più) invocare il “ dovere civico” di cui parla la Costituzione. Deve riattivarsi il circuito della domanda (degli elettori) e dell’offerta (di chi si candida a essere eletto). C’è stato un tempo in cui si chiedeva: tu che ti astieni, che motivo hai per non votare. Oggi, spesso, si vuole sapere da chi non si astiene che motivo ha per votare. Qui c’è la questione politica. Il voto è un mercato. La parola può sembrare odiosa e lo è se il “bene” offerto è il favoritismo, il patronage d’interessi particolari a danno di quelli comuni, il clientelismo, la promessa d’illegalità, la corruzione, la partecipazione in opache strutture d’interessi. Non siamo (ancora) a questo punto ma, se i “ giri del potere” si stringeranno ancora e l’astensione di coloro che ne sono estranei crescerà, verrà il momento in cui l’elettore che fa uso del diritto di voto sarà sospettato di collusione.
La merce offerta sul mercato elettorale può, tuttavia, essere altra: onestà, esperienza, competenza, idee e ideali concreti di vita comune. Questa è la merce che manca al popolo di chi si astiene. Se qualcuno volesse farsene un’idea approfondita, potrebbe leggere il famoso saggio di Max Weber La politica come professione. I partiti che si candidano alle elezioni, così come sono, sono all’altezza del bisogno? Oppure il tempo per correre ai ripari è passato irrimediabilmente? È difficile l’innamoramento di ritorno, ma è ancor più difficile il ritorno alla politica di chi ne è stato prima illuso e poi disgustato.
Di fronte a questo compito, tanto vasto e urgente quanto essenziale per la democrazia, gli slogan, le promesse, le alchimie, le furbizie elettorali, le incoerenze, le menzogne e le recriminazioni reciproche sono contorcimenti nel vuoto che, se possibile, danno ragioni crescenti al popolo degli astenuti che osserva. C’è nell’aria un desiderio di ricominciamento; c’è un sentimento ambiguo di “piazza pulita”. Può essere il preludio a una catastrofe o a una rigenerazione. Se sarà la prima, gli storici daranno tutta la colpa alle inadeguatezze dei partiti e dei loro dirigenti, all’arroccamento nei posti e sulle posizioni acquisite e all’incapacità di cogliere il momento, comprendendo quando i vecchi tempi sono al tramonto e occorre promuoverne di nuovi.

 GUSTAVO ZAGREBELSKY
 la Repubblica , 23 novembre 2017

I voti che non decidono e le democrazie malate

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.

Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.

La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.

Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.

Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?

La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.

Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.

Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.

Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.

Antonio Polito

Corriere della Sera, 23 novembre 2017

 

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_23/i-voti-che-non-decidono-democrazie-malate-f575064a-cfc7-11e7-a1da-9278adb4d756.shtml

350mila euro e una casa di lusso in eredità all’amica: “Ma devi accudire la mia gatta”

BOLOGNA – Lunga vita al gatto, anzi alla gatta. E’ proprio il caso di dirlo vista la “fortuna” che una gatta ha rappresentato per un’anziana signora cha ha beneficiato di un’eredità niente male – 350 mila euro -, più un appartamento in pieno centro a Bologna in comodato d’uso gratuito, proprio con il compito di accudire la gatta della proprietaria dell’immobile.

L’IMMOBILE DI LUSSO
La storia è ricostruita nella sentenza del tribunale civile del capoluogo emiliano cha ha dovuto dirimere una controversia tra gli eredi naturali della donna deceduta e la beneficiaria del testamento. In via Farini, pieno centro storico di Bologna e a pochi passi da piazza Maggiore, c’è un immobile di lusso nel quale fino al giugno del 2013 vivevano la proprietaria dell’appartamento, una sua amica e la gatta della prima. Due signore di una certe età, entrambe vedove, che si facevano compagnia e con le quali conviveva anche una bella gatta. Nel 2013 la padrona di casa viene meno lasciando una sorpresa agli eredi.

LA SORPRESA NEL TESTAMENTO
All’apertura del testamento il notaio legge ai congiunti gli ultimi desideri della defunta: “Desidero, inoltre, che la Signora M. rimanga di diritto, per tutta la vita, nell’abitazione di via Farini, Bologna, I e II piano, che già condivide con me a titolo di comodato gratuito. Per le spese condominiali, di manutenzione, le utenze e il mantenimento della mia gatta (se mi sopravvive) desidero sia fissato un deposito di 350.000 (trecentocinquantamila) euro, a questo scopo, presso la Banca Popolare di Milano, a disposizione della Signora M. Alla quale chiedo di predisporre una persona che, in caso di sua morte, le succeda nei diritti e doveri di comodato fino alla morte della suddetta gatta”.

I PARENTI FANNO CAUSA
In altri termini all’amica viente garantito l’uso dell’appartamento vita natural durate, i soldi per ogni necessità e persino l’incarico di individuare un’altra persona che si prenda cura della gatta qualora il felino dovesse sopravviverle. Inutile dire la grande sorpresa e, forse, anche la delusione, degli eredi che, magari sperano di poter godere della proprietà dell’immobile e del patrimonio economico della signora. Non a caso, pochi mesi dopo arriva il ricorso al tribunale civile di una cugina dell’anziana che chiede al giudice del tribunale di Bologna (che ironia della sorte è di fronte all’appartamento) di mettere mano a quella che le appare come un’ingiustizia.

MA IL GIUDICE DA’ RAGIONE ALL’AMICA
Vada per l’appartamento nel quale l’amica della defunta può rimanere fin che vuole, ma che almeno sia lei a metterci i soldi per le spese e per il mantenimento della gatta. Così l’erede, con tanto di certificato di famiglia, che ne attesta il grado di parentela, chiede alla giustizia il sequestro delle 350 mila euro e la consegna del denaro che ritiene le spetti. Di altra opinione la giudice Matilde Betti che, codice alla mano, ha ritenuto non sufficienti le ragioni dalla cugina condannandola persino alle  pese di lite, circa 6 mila euro. Dunque lunga vita alla gatta.

GIUSEPPE BALDESSARRO

La Repubblica, 5 novembre 2017

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/11/05/news/lascia_in_eredita_350mila_euro_all_amica_con_quei_soldi_devi_accudire_la_mia_gatta_-180312619/