Paperon de’ Paperoni e il suo ‘antenato’ vissuto nel Medioevo

Che nesso c’è fra Paperon de’ Paperoni, il noto personaggio Disney, e quel meno famoso (almeno ai più) Paparone de Paperonibus nobile ecclesiastico del Duecento durante i pontificati di Papa Clemente IV e Papa Onorio IV, nominato prima vescovo di Foligno e poi eletto vescovo di Spoleto? Il quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano, ‘gioca’ con i nomi e sottolinea le somiglianze ‘anagrafiche’ (e non solo) tra il fanta-miliardario ideato dal fumettista americano Carl Barks nel 1947 e l’uomo di Chiesa vissuto nel Medioevo, con due interventi dell’arcivescovo di Benevento Felice Accrocca e dello scrittore Dario Fertilio.

La genealogia tratta non dal celebre fumetto “Storia e gloria della dinastia dei paperi”, ma dal ben più autorevole ‘Hierarchia Catholica’ di Konrad Eubel, riporta di un vescovo Paparone nella diocesi umbra, appartenente alla ricca famiglia romana dei Papareschi vissuta nel rione di Trastevere a partire dalla prima metà del XII secolo e ancora presente negli stradari capitolini. Il religioso venne iscritto poi nell’ordine dei domenicani come proveniente dalla famiglia de Paparonibus o de Paperonibus e successivamente indicato nel palazzo arcivescovile di Spoleto con il nome di Paparonus de Paparonis.

“Lo si ritrova effigiato nei ritratti settecenteschi dei vescovi cittadini nel palazzo arcivescovile di Spoleto – spiega monsignor Accrocca – dov’è indicato con il nome di Paparone de Paparoni e lo si dice traslato, nel 1285, da Onorio IV, da Foligno a Spoleto, e poi morto nel 1290: F. Paparonus de Paparonis Romanus, Ordinis Praedicatorum, anno MCCLXXXV ab Honorio IV e Fulginatensi ad hanc translatus, obyt a. MCCXC”.

Al nome del vescovo, si ipotizza, potrebbe essersi ispirato nel 1952 Guido Martina, traduttore per la Mondadori delle storie dei personaggi Disney i cui nomi americani venivano poi ‘reinventati’ in italiano: come Mickey Mouse divenne Topolino e Donald Duck fu Paperino, così il cittadino più influente di Paperopoli Uncle Scrooge, a sua volta ispirato all’avaro del ‘Canto di Natale’ di Charles Dickens, sarebbe diventato, grazie all’erudizione medievale del suo traduttore italiano, Zio Paperone ovvero Paperon de’ Paperoni.

“Chi l’avrebbe mai detto – conclude l’arcivescovo di Benevento – a un frate e vescovo del XIII secolo, che il suo nome potrebbe essere servito un giorno a risolvere ben altri problemi rispetto a quelli ai quali era aduso e che il suo ricordo sarebbe stato alimentato dai fumetti della Disney”.

Una questione di libertà

Il cuore del contratto di governo sottoscritto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini batte nelle poche righe in cui si progetta la reintroduzione del vincolo di mandato. Si dice reintroduzione perché l’unica volta in cui il Parlamento ne fu assoggettato risale ai tempi di Benito Mussolini. Non lo si ricorda per rivestire di camicia nera la nostra coppia, ma per dare la dimensione dell’enormità. Anche l’Urss di Stalin s’era dotata di vincolo di mandato, per cui il parlamentare rispondeva al Partito comunista: ognuno si prenda il paragone che preferisce.

Oggi la Costituzione vieta il vincolo di mandato. Chi è eletto, è parlamentare della Repubblica, non di un partito, e non deve rendere conto a nessuno, né al capo, né al gruppo politico, nemmeno alla circoscrizione o al collegio che l’ha votato, perché non ha altro padrone che la coscienza (sempre che ne abbia una) e l’interesse nazionale. Cioè, l’interesse di tutti, non di chi lo ha eletto o di chi lo ha candidato. Così dice la Carta, e siccome Di Maio e Salvini si apprestano a mettere in piedi un governo, è chiaro che intendono modificarla, e nell’entusiasmo dei loro sostenitori. Siccome il vincolo di mandato risiede anche nei programmi di Silvio Berlusconi (passato dalla rivoluzione liberale a cenni di rivoluzione illiberale) e Giorgia Meloni, se si mettessero tutti assieme avrebbe i due terzi dei voti necessari alla riforma costituzionale. Altrimenti potrebbero fare a maggioranza assoluta e poi affidarsi a un referendum. Il margine c’è.

Non sarebbe soltanto lo stravolgimento di un caposaldo della nostra democrazia, ma il modo di mettersi al di fuori delle democrazie occidentali. Non ce n’è una col vincolo di mandato. Tutte si rifanno alla Costituzione della rivoluzione francese, approvata nel 1791, e che abolì il vincolo così centrale nell’Ancien Régime della monarchia. Tutte persuase che la libertà del parlamentare preservi dalle naturali tendenze dittatoriali dei partiti: un modo saggio di limitarsi e tutelarsi a vicenda. Eppure il contratto di governo cita a esempio e un po’ a vanvera la Spagna (che ha solo scritto regolamenti parlamentari più rigidi, mentre in Costituzione c’è il mandato libero) e il Portogallo (che vieta ai parlamentari di iscriversi ad altri partiti, ma non di passare al gruppo misto). Bisognerà ora vedere che cosa hanno in testa Lega e Cinque Stelle. Dalle proposte sentite fin qui, si tratta di mandare a casa chi decide di votare in dissenso dal partito, e sostituirlo con uno più ubbidiente. Una bella bizzarria. Vietato cambiare idea e vietato farsene una in proprio.

A che serve allora eleggere i parlamentari se decide il partito? Basta un parlamentare che voti per tutti. E a che serve avere un Parlamento dove, appunto, si parla per far cambiare opinione agli altri, se agli altri è vietato cambiarla? Ecco, se nessuno si offende, sembrerebbe un passettino verso un regime autoritario, un po’ fascista, un po’ sovietico, vedete voi, nel quale gli eletti non hanno autonomia e pochi, pochissimi decidono quello che è bene e quello che è male. Specialmente in una Repubblica come la nostra in cui il presidente del Consiglio dovrebbe essere scelto dal capo dello Stato, e in cui il governo sarà controllato, sempre secondo contratto gialloverde, da un Comitato di conciliazione, ovviamente costituito dai leader di partito. Perfetto: il governo prigioniero dei partiti, il Parlamento prigioniero dei partiti, e nell’ampia esultanza in antipatia ai voltagabbana. Poi, un giorno, ci accorgeremo che i voltagabbana – anche se sono troppi, come succede da noi – vivono nelle democrazie e muoiono nelle tirannie. 

Mattia Feltri

La Stampa 18 maggio 2018

http://www.lastampa.it/2018/05/18/cultura/una-questione-di-libert-NLWdiXC1CaOR4ohEIr2QmI/pagina.html

Il faticoso viaggio della Costituzione

La Costituzione sta per festeggiare settant’anni.

La stessa età di musicisti celebri come Elton John, Brian May, Carlos Santana. Fu d’altronde un suono, anzi un doppio suono, ad accompagnarne i natali, quel pomeriggio del 22 dicembre 1947. Là fuori — dove s’assiepava una piccola folla di romani intabarrati fino al collo, per proteggersi dalla tramontana — quando il campanone di Montecitorio suonò a distesa nella piazza. E all’interno del palazzo, rischiarato dai fotografi con le loro macchine al lampo di magnesio. Meuccio Ruini aveva appena consegnato nelle mani di Umberto Terracini il testo. E in quell’istante un gruppo di garibaldini — vecchi reduci dal fronte delle Argonne, con le loro chiome incanutite e le camicie rosse — dalle tribune intonò l’inno di Mameli. Sulle prime Terracini parve esitante, imbarazzato; ma il canto venne immediatamente condiviso dall’intera assemblea. Che da lì a poco concluse la sua opera con l’ultima votazione: 453 a favore, 62 contrari. Così nacque la Costituzione, la carta d’identità degli italiani.

Ma ci riconosciamo ancora in quella foto in bianco e nero?

Abbiamo sempre voglia di guardarla? E c’è una musica, una nota che continua a propagarsi da quello spartito d’articoli e di commi? Giacché la Costituzione non è che un pezzo di carta, diceva Calamandrei: la lascio cadere e non si muove. Per animarla serve un popolo, serve una passione. E non basta il cuore dei nostri progenitori, per mantenerla viva. I diritti (e i doveri) costituzionali appassiscono, se non vengono irrorati. Sicché ogni generazione deve impadronirsene di nuovo, deve farli propri. Altrimenti ne rimarrà soltanto una riga d’inchiostro, senza linfa, senza rapporto con il nostro vissuto quotidiano. Da qui il programma con cui questo giornale intende celebrare il settantesimo anniversario della Carta. Attraverso un viaggio fra le sue promesse di libertà, d’eguaglianza, di solidarietà sociale. E commisurando quel paradiso dei diritti all’inferno che sperimentiamo tutti i giorni. Senza accenti enfatici, però, né sulle virtù della Costituzione né sui nostri peccati. Dopotutto, la perfezione non è di questo mondo. Nessuna società umana sarà mai davvero giusta, davvero libera ed eguale. È impossibile, perché la vita stessa propone ogni minuto nuove costrizioni, nuove disuguaglianze cui occorre rimediare. Perciò la nostra condizione riecheggia la fatica di Sisifo, ciascuno con un masso sulle spalle, che rotola giù quando l’hai portato in cima. E allora devi cominciare daccapo la salita.

Conta lo sforzo, insomma, non il risultato. Conta la tensione verso i valori indicati dalla Carta costituzionale. E a sua volta quest’ultima è come l’orizzonte che ci sovrasta: nessuno può toccarlo con le dita, però nessuno può fare a meno di guardarlo. A meno che non si proceda con gli occhi bassi sul selciato, sugli egoismi individuali e collettivi, sulle piccole miserie esistenziali. È esattamente questo il tradimento costituzionale di cui siamo responsabili — di più o di meno, tuttavia non c’è uomo né partito che sia del tutto innocente. Giacché la colpa principale consiste nell’oblio, nel velo d’ignoranza o di dimenticanza da cui in Italia è circondato il nostro testo fondativo. Che a sua volta suona un po’ come un memento: delle storture da correggere, delle priorità su cui convogliare le energie. (…)

Michele Ainis

La Repubblica , 18 dicembre 2017

Il faticoso viaggio della Costituzione

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Ecco dove trovare gli altri articoli

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Lavoro

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Uomini che sono più uguali delle donne

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Cosi consumiamo la nostra bellezza

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Conoscenza e territorio i veri pilastri della nazione

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Salute

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Un sistema buono ma non per tutti

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Se il corpo è la persona, soffrire è politico

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Scuola

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Aperta a tutti, amica di pochi

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Una carta d’accesso per essere cittadini

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Quella trasparenza che resta un miraggio

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Sindacati &Partiti

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Pari opportunità

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Quote rosa cercasi nei posti di comando

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Fisco

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Poche parole contro i venditori di fumo

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Corruzione

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Ma i cittadini assuefatti non sanno più indignarsi

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La giungla dei concorsi

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Dobbiamo correre il rischio di valutare

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Antifascismo

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Quel patto nato dalla lotta partigiana

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Si vota il 4 marzo

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto per lo scioglimento delle Camere, che formalmente mette fine alla XVII legislatura. Il presidente ha sciolto il Parlamento dopo essersi consultato al palazzo del Quirinale con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e successivamente con la presidente della Camera, Laura Boldrini, e il presidente del Senato, Pietro Grasso. Nella successiva seduta del Consiglio dei ministri organizzata a Palazzo Chigi, il governo ha deciso la data delle elezioni per il nuovo Parlamento: il prossimo 4 marzo 2018. I passaggi formali di oggi sanciscono l’avvio della campagna elettorale, mentre il governo rimarrà comunque in carica per il cosiddetto “disbrigo degli affari correnti”.

……

Lo scioglimento delle Camere
L’articolo 60 della Costituzione prevede che, in condizioni normali, le Camere restino in carica per 5 anni, periodo comunemente detto “legislatura”:

La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni. La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra.

L’articolo 61 dice inoltre che “le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro 70 giorni dalla fine delle precedenti”.

L’articolo 87 stabilisce, tra le altre cose, che il presidente della Repubblica “indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione”. Quello seguente che il presidente ha anche la facoltà di “sciogliere le Camere o anche una sola di esse”, sentiti i loro rispettivi presidenti.

Quindi, ricapitolando, una legislatura in condizioni normali dura 5 anni, al termine dei quali il presidente della Repubblica deve sciogliere le Camere, in modo che entro 70 giorni siano eletti i nuovi deputati e senatori per la legislatura successiva. Nel periodo di transizione tra una legislatura e l’altra, il Parlamento uscente mantiene comunque i propri poteri.

Cosa succede adesso
La legislatura appena finita è stata la XVII della Repubblica: era iniziata a metà marzo del 2013, ed è quindi durata quasi 5 anni, per fare i precisi 1.749 giorni. Nel corso della legislatura ci sono stati tre governi: Letta 2013 – 2014, Renzi 2014 – 2016, e Gentiloni iniziato circa un anno fa e ancora in carica.

Come abbiamo visto, dal momento in cui vengono sciolte le Camere, le elezioni politiche devono tenersi al massimo entro 70 giorni. Per questo motivo, e considerato che la giornata elettorale si tiene sempre di domenica (prolungandosi talvolta il lunedì), è stato scelto il prossimo 4 marzo.

Il Post , 28 dicembre 2017

http://www.ilpost.it/2017/12/28/mattarella-sciolto-camere-data-elezioni-marzo/

Come si fa il testamento biologico

Giovedì 14 dicembre in Italia è stata approvata in via definitiva la cosiddetta legge sul testamento biologico, che si intitola “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari” e che è composta da 8 articoli: introdurrà entro alcuni limiti il diritto all’interruzione delle terapie, che finora doveva passare dai tribunali e il diritto a decidere per sé nel caso in cui a un certo punto si sia impossibilitati a farlo.

Quale diritto introduce la legge?
All’articolo 1 si dice che la legge «tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona». Stabilisce che nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito senza il consenso «libero e informato» della persona interessata.

In previsione di una futura incapacità a decidere o a comunicare, la legge permette anche di stabilire in anticipo attraverso le Disposizioni anticipate di trattamento (DAT) a quali esami, scelte terapeutiche o singoli trattamenti sanitari dare o non dare il proprio consenso. La legge considera trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale.

La legge ribadisce infine che «nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati».

Che cos’è il consenso libero e informato?
Il consenso informato prevede che ogni persona abbia il diritto «di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informato in modo completo, aggiornato e comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefìci ed ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi». Ogni persona ha dunque il diritto di conoscere e comprendere la propria situazione e di sapere anche quali possono essere le conseguenze di un possibile rifiuto alle cure. Se la persona coinvolta non vuole ricevere informazioni sulla propria situazione può indicare i familiari o una persona di fiducia incaricandola di ricevere tutte quelle informazioni o solo una parte di esse al posto suo e di esprimere di conseguenza al suo posto anche il consenso o il rifiuto.

Ogni persona ha il diritto di revocare «in qualsiasi momento» il consenso prestato, anche quando la revoca comporta l’interruzione del trattamento. Si può cioè aver dato inizialmente il proprio consenso, ma poi cambiare idea.

A che cosa si può dare o non dare il proprio consenso?
La legge parla di «qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso», compresa nutrizione e idratazione artificiali. Repubblica spiega che si può entrare nel dettaglio: «Non voglio essere rianimato, intubato, voglio antidolorifici, oppiacei, rianimazione meccanica. Voglio o non voglio che siano iniziati trattamenti anche se il loro risultato fosse uno stato di demenza, uno stato di incoscienza senza possibilità di recupero. Oppure restare sul vago: non voglio essere rianimato».

Cosa sono le DAT?
Le Disposizioni anticipate di trattamento danno la possibilità di scegliere in anticipo l’assistenza sanitaria a cui acconsentire o no se ci si dovesse trovare nell’incapacità a un certo punto di poter decidere o comunicare ciò che si vuole. La legge prevede che ogni persona maggiorenne capace di intendere e di volere possa dare queste indicazioni. Prevede anche che si possa nominare un fiduciario che prenda al posto proprio le decisioni e che parli con il medico.

Che cosa può fare o non fare il fiduciario?
Deve rappresentare le decisioni prese dalla persona che l’ha indicato quando quella stessa persona non sarà in grado di esprimersi. Si tratta di un’indicazione che può essere revocata in qualsiasi momento e il fiduciario stesso può rinunciare alla nomina attraverso un atto scritto.

E se il fiduciario non c’è o muore?
La legge prevede questi casi e dice che «nel caso in cui le DAT non contengano l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace, le DAT mantengono efficacia in merito alle volontà del disponente».

E se nel frattempo vengono scoperte nuove cure?
Se le indicazione delle DAT sono «palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente» e se vengono scoperte «terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita», le DAT possono essere disattese dal medico e il fiduciario potrà fare nuove valutazioni sulla persona che l’ha nominato.

Tutti possono fare i fiduciari?
Sì, purché siano maggiorenni.

Come si fanno le DAT?
Le DAT possono essere scritte a mano, al computer o video-registrate e in quegli stessi modi possono essere rinnovate, modificate e revocate in ogni momento. In caso di emergenza o di urgenza «la revoca può avvenire anche oralmente davanti ad almeno due testimoni».

Le DAT vanno firmate davanti a un pubblico ufficiale, davanti a un notaio o in presenza di un medico del Servizio Sanitario Nazionale. Questi documenti sono esenti dall’obbligo di registrazione, dall’imposta di bollo e da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto e tassa.

Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge si potranno inserire all’interno del fascicolo medico elettronico presente in numerose regioni o in un registro nazionale che sarà istituito. Le DAT andrebbero anche consegnate al fiduciario che ci si è scelto.

Il medico è obbligato a obbedire al malato?
In presenza o in assenza di DAT la volontà del malato va rispettata. Al medico è garantita l’obiezione di coscienza, può dunque rifiutarsi di fare ciò che il paziente ha chiesto, ma la struttura ospedaliera deve in quel caso trovare qualcuno che garantisca il rispetto delle volontà del malato.

Come si è già visto è poi permessa la libertà del medico di rifiutarsi di seguire le indicazioni del paziente o quelle contenute nelle DAT, perché sono state scoperte nuove terapie che potrebbero permettere un miglioramento del paziente di cui lui stesso non era a conoscenza al momento della redazione delle DAT.

E la terapia del dolore?
La legge dice che il medico, con mezzi appropriati allo stato del paziente, deve alleviarne le sofferenze «anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico». La terapia del dolore è dunque sempre garantita. Il medico, per i malati in fase terminale o per quelli su cui non hanno effetti altre terapie antidolorifiche, può far ricorso alla sedazione palliativa profonda.

Cosa è previsto per i minorenni?
I minorenni sono esclusi da tutto questo, e il consenso informato è espresso da chi ha la responsabilità genitoriale o dal tutore. Va però tenuto conto della volontà della persona minore, «in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del medesimo, nel pieno rispetto della sua dignità».

Il Post, 15 dicembre 2017

http://www.ilpost.it/2017/12/15/biotestamento-testamento-biologico/

 

I voti che non decidono e le democrazie malate

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.

Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.

La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.

Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.

Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?

La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.

Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.

Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.

Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.

Antonio Polito

Corriere della Sera, 23 novembre 2017

 

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_23/i-voti-che-non-decidono-democrazie-malate-f575064a-cfc7-11e7-a1da-9278adb4d756.shtml

350mila euro e una casa di lusso in eredità all’amica: “Ma devi accudire la mia gatta”

BOLOGNA – Lunga vita al gatto, anzi alla gatta. E’ proprio il caso di dirlo vista la “fortuna” che una gatta ha rappresentato per un’anziana signora cha ha beneficiato di un’eredità niente male – 350 mila euro -, più un appartamento in pieno centro a Bologna in comodato d’uso gratuito, proprio con il compito di accudire la gatta della proprietaria dell’immobile.

L’IMMOBILE DI LUSSO
La storia è ricostruita nella sentenza del tribunale civile del capoluogo emiliano cha ha dovuto dirimere una controversia tra gli eredi naturali della donna deceduta e la beneficiaria del testamento. In via Farini, pieno centro storico di Bologna e a pochi passi da piazza Maggiore, c’è un immobile di lusso nel quale fino al giugno del 2013 vivevano la proprietaria dell’appartamento, una sua amica e la gatta della prima. Due signore di una certe età, entrambe vedove, che si facevano compagnia e con le quali conviveva anche una bella gatta. Nel 2013 la padrona di casa viene meno lasciando una sorpresa agli eredi.

LA SORPRESA NEL TESTAMENTO
All’apertura del testamento il notaio legge ai congiunti gli ultimi desideri della defunta: “Desidero, inoltre, che la Signora M. rimanga di diritto, per tutta la vita, nell’abitazione di via Farini, Bologna, I e II piano, che già condivide con me a titolo di comodato gratuito. Per le spese condominiali, di manutenzione, le utenze e il mantenimento della mia gatta (se mi sopravvive) desidero sia fissato un deposito di 350.000 (trecentocinquantamila) euro, a questo scopo, presso la Banca Popolare di Milano, a disposizione della Signora M. Alla quale chiedo di predisporre una persona che, in caso di sua morte, le succeda nei diritti e doveri di comodato fino alla morte della suddetta gatta”.

I PARENTI FANNO CAUSA
In altri termini all’amica viente garantito l’uso dell’appartamento vita natural durate, i soldi per ogni necessità e persino l’incarico di individuare un’altra persona che si prenda cura della gatta qualora il felino dovesse sopravviverle. Inutile dire la grande sorpresa e, forse, anche la delusione, degli eredi che, magari sperano di poter godere della proprietà dell’immobile e del patrimonio economico della signora. Non a caso, pochi mesi dopo arriva il ricorso al tribunale civile di una cugina dell’anziana che chiede al giudice del tribunale di Bologna (che ironia della sorte è di fronte all’appartamento) di mettere mano a quella che le appare come un’ingiustizia.

MA IL GIUDICE DA’ RAGIONE ALL’AMICA
Vada per l’appartamento nel quale l’amica della defunta può rimanere fin che vuole, ma che almeno sia lei a metterci i soldi per le spese e per il mantenimento della gatta. Così l’erede, con tanto di certificato di famiglia, che ne attesta il grado di parentela, chiede alla giustizia il sequestro delle 350 mila euro e la consegna del denaro che ritiene le spetti. Di altra opinione la giudice Matilde Betti che, codice alla mano, ha ritenuto non sufficienti le ragioni dalla cugina condannandola persino alle  pese di lite, circa 6 mila euro. Dunque lunga vita alla gatta.

GIUSEPPE BALDESSARRO

La Repubblica, 5 novembre 2017

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/11/05/news/lascia_in_eredita_350mila_euro_all_amica_con_quei_soldi_devi_accudire_la_mia_gatta_-180312619/