Non prendiamocela con la globalizzazione

È piuttosto inutile dare la responsabilità del disordine mondiale alla globalizzazione: come se fosse qualcosa ispirato e diretto da qualcuno. Piuttosto, sono probabilmente l’incomprensione e la non accettazione dei fenomeni in atto, profondi e non arrestabili, a confondere. Ci sono alcuni numeri di una potenza che lascia poco spazio ai dubbi: è la demografia a dare la direzione della grande svolta. E racconta che il passaggio storico che sta attraversando il mondo è difficile ma non necessariamente drammatico. Sulla base dei dati del Population Reference Bureau, la popolazione del pianeta a metà 2016 era di 7,418 miliardi. A metà degli Anni 30 supererà gli 8,5 miliardi e salirà a quasi 9,9 miliardi negli Anni 50. Di queste persone, più di 7 miliardi tra vent’anni e più di 8,5 miliardi tra quaranta vivranno in quelli che oggi sono Paesi meno sviluppati, cioè poveri: non l’Europa, non l’America, non il Giappone o la Corea del Sud. Nel 2050, l’India avrà una popolazione di 1,7 miliardi, la Cina di 1,34, la Nigeria di 398 milioni, l’Indonesia di 360. Si confronteranno con 398 milioni di abitanti negli Usa e con 515 milioni nella Ue.
Questa tendenza a un peso demografico sempre maggiore di coloro che fino a pochi anni fa erano esclusi dai benefici delle economie di mercato non è accompagnata dal peggioramento delle loro condizioni di vita, come potrebbe fare pensare il boom delle nascite. Anzi. Il Population Reference Bureau sottolinea che tra il 1990 e oggi la popolazione che ha un accesso decente (vicino a casa) all’acqua corrente è cresciuta dal 76 al 91%. Passi avanti notevoli anche nell’avere servizi igienici sono stati fatti: ne usufruisce l’ 82% di chi abita nelle città, bidonville comprese; il problema è ancora notevole nelle campagne, dove la quota è di solo il 51%. La riduzione della povertà, della fame, delle morti di neonati e l’aumento delle scolarità, soprattutto tra le ragazze, sono numeri noti. Tutto, nonostante la demografia, nonostante il pianeta sia sempre più abitato. È possibile pensare che questa tendenza combinata (più persone e sempre meno condannate alla miseria assoluta) sia frenabile? Cioè che la globalizzazione dell’economia e del relativo benessere sia un fenomeno che può essere fermato? Naturalmente non lo sarà. Quando pensa al futuro, l’Occidente ha poche alternative al partire da questo dato di fatto.

DANILO TAINO

Corriere della Sera, 22 aprile 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_aprile_23/non-prendiamocela-c6a7ab04-2786-11e7-b1fd-6ac3feee71e3.shtml

Sprechi: ogni anno buttiamo cibo per 12,6 miliardi

swfLa nuova parola d’ordine è raccolta in uno slogan: più prevenzione, meno rifiuti. Lo spreco alimentare in Italia resta un grande scandalo, anche morale («È come rubare il cibo ai poveri» ha detto Papa Francesco), ma per combatterlo davvero non bastano più le denunce, diventate perfino autoreferenziali, ma servono nuove iniziative, molto concrete. In tre direzioni.
In primo luogo, bisogna riconoscere che lo spreco di cibo, specie nelle case, sta diminuendo. I dati più attendibili sul piano scientifico, messi in fila dal Politecnico di Milano, in occasione della giornata, ieri, contro lo spreco alimentare, parlano di un valore annuale pari a 12,6 miliardi di euro, dei quali più della metà riguardano consumi e stili di vita domestici. Dalla spesa eccessiva che finisce nell’immondizia agli avanzi nel frigorifero che non riusciamo a riutilizzare e infiliamo nel secchio della spazzatura. Nell’ordine, secondo l’Osservatorio Waste Watcher, si tratta di frutta, insalata, verdura e pane. Ma anche carne, formaggi e salumi.
IL SONDAGGIO 
Allo stesso tempo la Coldiretti, attraverso un sondaggio capillare in tutto il Paese, ci informa che già sei famiglie su dieci, nell’ultimo anno, hanno ridotto gli sprechi alimentari, anche per effetto della Grande Crisi che sta modificando in modo radicale i nostri stili di vita. Il passo successivo, per moltiplicare il taglio degli sprechi alimentari, riguarda la diminuzione dei rifiuti. Meno imballaggi, meno contenitori, meno carte (pensate in quanti fogli e buste viene incartato un etto di mortadella). Soltanto a Roma, per fare un esempio, si producono 689 chilogrammi di rifiuti all’anno pro-capite, quasi due chili al giorno. A Berlino, per restare al club delle capitali europee, sono 442, a Madrid 377, e tornando in Italia, senza confrontare l’immondizia dei romani con quella dei virtuosi altoatesini, già a Bari la spazzatura pro-capite non supera i 584 chili all’anno. Differenze così marcate aiutano a capire quanti margini ci sono per ridurre i rifiuti, a partire da quelli di provenienza alimentare, e quindi lo spreco. Con il doppio effetto positivo sia sull’economia in generale sia sulla catena dello smaltimento che, proprio a Roma, fa acqua da tutte le parti.
Il secondo ambito di interventi, collegato al primo, riguarda la possibilità di premiare i cittadini, non chiamiamoli virtuosi ma semplicemente forniti di un buon senso civico. Una campagna all’insegna del titolo Basta rifiuti e sprechi, che dovrebbe partire nelle scuole per poi allargarsi nei quartieri, non può non prevedere un principio di buona amministrazione: chi sporca meno, paga meno. Sul sito Non sprecare.it stiamo raccogliendo l’elenco dei comuni dove già esistono riduzioni di imposte sui rifiuti, bonus per la spesa e per la benzina, e perfino sconti sulle bollette energetiche, per le famiglie che producono meno immondizia e la smaltiscono correttamente. Purtroppo, sono delibere di amministrazioni concentrate nelle regioni del Nord, dall’Alto Adige al Veneto, e del Centro, dall’Emilia alla Toscana. Questa, invece, deve diventare una prassi nazionale che trasformerebbe la lotta allo spreco anche in un’opportunità di risparmi.
LA RETE 
Infine, e siamo al terzo tassello, va ampliata e sostenuta, dal basso, la rete del volontariato, anche questa già solida, che lavora per recuperare il cibo altrimenti sprecato e donarlo alle associazioni caritatevoli. Per dare un’idea delle potenzialità di questa rete, citiamo il caso dell’associazione più efficace e più attiva nel settore, il Banco Alimentare che coinvolge, nel recupero e poi nella donazione del cibo, quasi mille aziende, 820 punti vendita e 366 mense (208 scolastiche). In Italia ci sono diverse realtà più piccole, ma altrettanto utili, rispetto al Banco Alimentare: si tratta, anche qui, di moltiplicarle, partendo dal territorio e dai singoli quartieri. Tra l’altro, ci siamo anche dotati, finalmente, di una legge che favorisce le donazioni come deterrente allo spreco alimentare, anche se non abbiamo avuto il coraggio di fare come in Francia. Qui, ricordiamolo, i punti vendita della grande distribuzione, con superfici superiori ai 400 metri quadrati, hanno l’obbligo, non la facoltà, di non sprecare i prodotti invenduti e di metterli a disposizione della rete delle associazioni. Se non lo fanno, rischiano multe salatissime.
Anche in Danimarca, il paese europeo che ha ottenuto i migliori risultati nella lotta allo spreco alimentare grazie alla campagna capillare Stop Wasting Food, il recupero del cibo parte dall’educazione nelle scuole, passa per i punti vendita della grande distribuzione, e sbarca nelle case dei cittadini. Dove vanno di moda le ricette dei grandi chef danesi che, a differenza di quelli italiani abilissimi a truccarsi da guru e filosofi televisivi del nulla, hanno firmato, con senso pratico e con un briciolo di salutare responsabilità, le loro ricette d’autore, ispirate alla cucina degli avanzi.

Antonio Galdo
Il Messaggero 6 febbraio 2017
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Trump contro la globalizzazione

esspGli anti-global hanno vinto, i protezionisti sono al governo. E ora? Con Donald Trump alla Casa Bianca dal 20 gennaio, Theresa May già a Downing Street, magari a maggio François Fillon all’Eliseo, alcune fra le maggiori potenze occidentali sono in mano a leader che hanno promesso una vigorosa marcia indietro rispetto alla globalizzazione, una ri-nazionalizzazione delle politiche economiche. Con quali conseguenze? Nel programma dei primi 100 giorni di Trump ci sono già alcune risposte. Stop al Tpp, quel trattato con 11 nazioni dell’Asia-Pacifico che era arrivato a un passo dalla ratifica. Peraltro quell’accordo era moribondo: Barack Obama aveva rinunciato a chiederne l’approvazione al Congresso, perfino Hillary Clinton prese le distanze. Trump non parla dell’altro accordo di libero scambio, il Ttip con l’Europa. È realistico pensare che sia finito su un binario morto. Già in Europa c’erano resistenze, se Trump volesse rinegoziarlo sarebbe per spuntare condizioni più favorevoli alle multinazionali americane, rendendolo ancor più inaccettabile per i partner Ue. Sull’altro fronte protezionista, quello dell’immigrazione, per adesso la montagna Trump ha partorito un topolino: dell’espulsione di milioni di stranieri non c’è traccia nel programma dei 100 giorni, vi appare solo un’offensiva contro “le frodi sui visti d’ingresso”, per adesso una misura minimalista.

Sul piano dell’immagine però Trump incassa già un successo. La Ford annuncia che manterrà la produzione di un modello Suv a Louisville (Kentucky), rinunciando a delocalizzarlo in Messico. Sembra un’operazione di relazioni pubbliche, perché in realtà la produzione di quel Suv nei piani del colosso automobilistico doveva essere sostituita con altri modelli, sempre a Louisville. Ma il comunicato della Ford è una vistosa apertura di credito al presidente-eletto: “Siamo fiduciosi che il presidente e il Congresso aumenteranno la competitività americana”. Che cosa si attende esattamente una multinazionale come la Ford? Per appagarla basta che Trump mantenga due promesse elettorali: l’abbattimento della tassa sugli utili societari dal 35% al 15%. E l’abbandono delle regole ambientali di Obama, che costringevano le case automobilistiche a produrre modelli meno inquinanti.

È replicabile su vasta scala l’esempio Ford? Il protezionismo alla Trump può davvero invertire una tendenza trentennale e indurre le multinazionali a rimpatriare fabbriche, ri-localizzare sul territorio nazionale posti di lavoro che erano finiti in Cina o in Messico? Per altri settori industriali la sfida è più complessa. La regina dell’hi-tech, Apple, ha una catena produttiva e logistica basata su calcoli di costo e anche di qualità. Assembla in Cina, ma integra componenti sofisticati prodotti in Giappone, Taiwan, Germania. Riportare quella galassia di filiali e fornitori in un paese solo, gli Stati Uniti, sarebbe un’operazione lunga e costosa. Forse Trump si accontenterebbe che Apple, invogliata da un maxi-condono fiscale (aliquota secca promessa al 10%), riportasse in America una parte dei capitali parcheggiati in Irlanda, oltre 200 miliardi. Se Wall Street continua a macinare record storici è perché si concentra su questi benefici: regali fiscali alle aziende, deregulation ambientale in favore di Big Oil, più forse il maxi-piano da 1.000 miliardi di investimenti in infrastrutture.

Ma Trump non è solo al mondo, ci saranno contro-reazioni. Il vertice dei paesi Asia-Pacifico (Apec) che riuniscono il 60% del Pil mondiale, ha già dato un assaggio delle possibili risposte. Dalla Nuova Zelanda al Cile, è un coro: andremo avanti lo stesso con accordi commerciali, anche senza gli Usa. La Cina ha lanciato le grandi manovre per attirare i delusi da Trump: recluta alleati nel suo trattato alternativo, la Regional Comprehensive Economic Partnership. Anche se la Russia è un nano economico rispetto alla Cina, a sua volta Vladimir Putin può rilanciare il suo progetto di una grande area economica Eurasiatica, un’idea che fu accantonata dopo la crisi dell’Ucraina. Se Trump cancella le sanzioni, sarà più facile per la Russia tornare anche a giocare sullo scacchiere geoeconomico oltre che su quello militare. C’è infine il modello Theresa May: per evitare l’isolamento Londra sta già negoziando accordi bilaterali separati, per esempio con la Corea del Sud (in flagrante violazione delle regole europee: non potrebbe finché non ha “consumato” Brexit).

Ben presto Trump dovrà bilanciare il dosaggio fra i due protezionismi: commerciale e migratorio. Negli anni di Obama gli arrivi di immigrati dal Messico erano calati, perché l’economia messicana generava più posti di lavoro. Se si chiudono le frontiere alle merci, lo shock economico può ravvivare i flussi migratori.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 23 novembre 2016

http://www.repubblica.it/esteri/2016/11/23/news/il_neo-presidente_cancella_il_trattato_con_il_pacifico-152591406/

Clima, 175 Paesi firmano gli accordi di Parigi

bkmCentosettancinque Paesi rappresentati all’Onu hanno dato l’ok all’accordo sul clima raggiunto a dicembre scorso a Parigi. La cerimonia, a cui in rappresentanza dell’Italia partecipa il premier Matteo Renzi, giunge nell’Earth day, la Giornata della Terra, che si celebra ogni anno il 22 aprile dal 1970 per sensibilizzare sull’ambiente e sulla necessità di affrontare il problema del cambiamento climatico.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, prendendo la parola ha esortato tutti i Paesi a «muoversi rapidamente per unirsi all’accordo a livello nazionale in modo che possa diventare operativo il più presto possibile».

Perché l’intesa entri in vigore è necessario infatti che almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali ratifichino o si uniscano formalmente all’accordo. L’accordo prevede di mantenere l’innalzamento delle temperature globali “ben al di sotto” di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali e di sforzarsi anzi per mantenerlo entro gli 1,5 gradi. ….

http://www.lastampa.it/2016/04/22/esteri/clima-oltre-paesi-allonu-per-la-firma-degli-accordi-di-parigi-ban-kimoon-agire-presto-ojY5U23PTRq6sodFMKX2oN/pagina.html

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/onu-firma-accordo-clima-new-york.aspx

http://ilmanifesto.info/clima-accordo-firmato-a-new-york-da-167-paesi/

 

Quorum non raggiunto

Il referendum sulle trivelle

Su un totale di 50.675.406 aventi diritto al voto si sono recati alle urne 15.806.788 elettori, di questi, 13.334.764 (ossia l’85,64%) ha votato sì e 2.198.805 (oò 14,16%) ha votato no. Le schede bianche sono state 104.420, quelle nulle 168.136 e quelle contestato e non assegnate 663.
L’affluenza in Italia è stata del 32,15%, quella degli italiani all’estero del 19,73%, l’affluenza totale è stata dunque del 31,19% e il referendum, dunque, non raggiungendo il quorum non è valido.

 

http://elezioni.lastampa.it/2016/referendum

http://www.ilpost.it/2016/04/17/risultati-referendum-quorum/

http://www.corriere.it/infografiche/infografiche.shtml?pagina=/infografiche/2016/04/referendum-trivelle/index.shtml&larg=100%25&alt=1150

L’Occidente inquina di più. Ora paghi per i suoi consumi

climchDopo gli attacchi terroristici, ci sono purtroppo seri rischi che i dirigenti francesi e occidentali abbiano la testa altrove e non facciano gli sforzi necessari perché la Conferenza sul clima di Parigi vada a buon fine. Sarebbe un esito drammatico per il pianeta. Innanzitutto perché è arrivato il momento che i paesi ricchi si facciano carico delle loro responsabilità storiche di fronte al riscaldamento climatico e ai danni che già adesso arreca ai paesi poveri. In secondo luogo perché le tensioni future su clima ed eneria sono gravide di minacce per la pace mondiale.

A che punto è la discussione? Se ci atteniamo agli obbiettivi di riduzione delle emissioni presentati dagli Stati, i conti non tornano. Siamo avviati lungo una traiettoria che porta verso un riscaldamento superiore ai tre gradi e forse più, con conseguenze potenzialmente cataclismatiche, in particolare per l’Africa, l’Asia meridionale e il Sudest asiatico. Anche nell’ipotesi di un accordo ambizioso sulle misure di mitigazione delle emissioni, è già sicuro che l’innalzamento dei mari e l’aumento delle temperature provocherà danni considerevoli in molti di questi Paesi. Si calcola che sarebbe necessario mettere in campo un fondo mondiale da 150 miliardi di euro l’anno per finanziare gli investimenti minimi necessari per l’adattamento ai cambiamenti climatici (dighe, ridislocazione di abitazioni e attività ecc.). Se i Paesi ricchi non riescono nemmeno a mettere insieme una somma del genere (appena lo 0,2 per cento del Pil mondiale), allora è illusorio pretendere di convincere i Paesi poveri ed emergenti a fare sforzi supplementari per ridurre le loro emissioni future. Al momento le somme promesse per l’adattamento sono inferiori a 10 miliardi.

Si sente spesso dire, in Europa e negli Stati Uniti, che la Cina ora è il primo inquinatore a livello mondiale e che adesso tocca a Pechino e agli altri Paesi emergenti fare degli sforzi. Dicendo questo, però, ci si dimentica di parecchie cose. Innanzitutto che il volume delle emissioni dev’essere rapportato alla popolazione di ogni Paese: la Cina ha quasi 1,4 miliardi di abitanti, poco meno del triplo dell’Europa (500 milioni) e oltre quattro volte di più del Nordamerica (350 milioni). In secondo luogo, il basso livello di emissioni dell’Europa si spiega in parte con il fatto che noi subappaltiamo massicciamente all’estero, in particolare in Cina, la produzione dei beni industriali ed elettronici inquinanti che amiamo consumare.

Se si tiene conto del contenuto in CO2 dei flussi di importazioni ed esportazioni tra le diverse regioni del mondo, le emissioni europee schizzano in su del 40 per cento (e quelle del Nordamerica del 13 per cento), mentre le emissioni cinesi scendono del 25 per cento. Ed è molto più sensato esaminare la ripartizione delle emissioni in funzione del paese di consumo finale che in funzione del paese di produzione. Constatiamo in questo modo che i cinesi emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica l’anno e per persona (più o meno in linea con la media mondiale), contro 13 tonnellate per gli europei e oltre 22 tonnellate per i nordamericani. In altre parole, il problema non è solamente che noi inquiniamo da molto più tempo del resto del mondo: il fatto è che continuiamo ad arrogarci un diritto individuale a inquinare due volte più alto della media mondiale.

Per andare oltre le contrapposizioni fra Paesi e tentare di far emergere delle soluzioni comuni, è essenziale sottolineare anche che all’interno di ciascun Paese esistono disuguaglianze immense nei consumi energetici, diretti e indiretti (attraverso i beni e i servizi consumati). A seconda delle dimensioni del serbatoio dell’auto, della grandezza della casa, della profondità del portafogli, a seconda della quantità di beni acquistati, del numero di viaggi aerei effettuati ecc., si osserva una grande diversità di situazioni.

Mettendo insieme dati sistematici riguardanti le emissioni dirette e indirette per Paese e la ripartizione dei consumi e dei redditi all’interno di ciascun Paese, ho analizzato, insieme a Lucas Chancel, l’evoluzione della ripartizione delle emissioni mondiali a livello individuale nel corso degli ultimi quindici anni. Le conclusioni a cui siamo arrivati sono chiare. Con l’ascesa dei paesi emergenti, ora ci sono grossi inquinatori su tutti i continenti ed è quindi legittimo che tutti i paesi contribuiscano a finanziare il fondo mondiale per l’adattamento. Ma i paesi ricchi continuano a rappresentare la stragrande maggioranza dei maggiori inquinatori e non possono chiedere alla Cina e agli altri paesi emergenti di farsi carico di una responsabilità superiore a quella che gli spetta.

Per andare sul concreto, i circa 7 miliardi di abitanti del pianeta emettono attualmente l’equivalente di 6 tonnellate di anidride carbonica per anno e per persona. La metà che inquina meno, 3,5 miliardi di persone, dislocate principalmente in Africa, Asia meridionale e Sudest asiatico (le zone più colpite dal riscaldamento climatico) emettono meno di 2 tonnellate per persona e sono responsabili di appena il 15 per cento delle emissioni complessive. All’altra estremità della scala, l’1 per cento che inquina di più, 70 milioni di individui, evidenzia emissioni medie nell’ordine di 100 tonnellate di CO2 pro capite: da soli, questi 70 milioni sono responsabili di circa il 15 per cento delle emissioni complessive, quanto i 3,5 miliardi di persone di cui sopra.

E dove vive questo 1 per cento di grandi inquinatori? Il 57 per cento di loro risiede in Nordamerica, il 16 per cento in Europa e solo poco più del 5 per cento in Cina (meno che in Russia e in Medio Oriente, con circa il 6 per cento a testa). Ci sembra che questi dati possano fornire un criterio sufficiente per ripartire gli oneri finanziari del fondo mondiale di adattamento da 150 miliardi di dollari l’anno. L’America settentrionale dovrebbe versare 85 miliardi (lo 0,5 per cento del suo Pil) e l’Europa 24 miliardi (lo 0,2 per cento del suo Pil). Queste conclusioni probabilmente saranno sgradite a Donald Trump e ad altri. Quel che è certo è che è arrivato il momento di riflettere su criteri di ripartizione basati sul concetto di un’imposta progressiva sulle emissioni: non si possono chiedere gli stessi sforzi a chi emette 2 tonnellate di anidride carbonica l’anno e a chi ne emette 100.

Qualcuno obbietterà che criteri di ripartizione del genere non saranno mai accettati dai Paesi ricchi, in particolare dagli Stati Uniti. E infatti le soluzioni che saranno adottate a Parigi e negli anni a venire probabilmente saranno molto meno ambiziose e trasparenti. Ma bisognerà trovare delle soluzioni: non si riuscirà a fare nulla se i Paesi ricchi non metteranno mano al portafogli.

Thomas Piketty

da Repubblica, 1 dicembre 2015

http://temi.repubblica.it/micromega-online/l%E2%80%99occidente-inquina-di-piu-ora-paghi-per-i-suoi-consumi/

Comincia la Conferenza di Parigi sul clima. Molto ottimismo

 
parisclimatSaranno le dimensioni imponenti della macchina che è stata messa in piedi per questi Stati Generali sulla salute della Terra: 25 mila delegati di 190 Paesi, 147 capi di Stato e di governo per una maratona negoziale di due settimane.
Sarà che, mentre rinuncia a fare il «gendarme del mondo» nei Paesi in guerra, sull’ambiente Barack Obama ci mette la faccia, negoziando personalmente accordi coi grandi inquinatori mondiali, dalla Cina all’India, e sfidando il suo stesso Congresso.
 Sarà, infine, che, dopo gli attentati che hanno scosso il mondo, da Parigi al Mali, per i leader politici è divenuto ancor più imperativo trovare un accordo sul tema più nobile che hanno davanti: il salvataggio del Pianeta. Fatto sta che la Conferenza di Parigi sul Clima che verrà inaugurata domattina (ma i lavori cominciano oggi) nel centro congressi messo su a Le Bourget, nell’area del vecchio aeroporto cittadino, inizia in un clima di fiducia e ottimismo come non si vedeva da anni nel mondo dell’ecologia.
Un’opportunità (ma grandi ostacoli)
Ottimismo di facciata o è la volta buona? Nessuno lo sa oggi e sarà difficile avere certezze anche ad accordi fatti, alla fine della conferenza, vista la molteplicità e la grande complessità dei problemi: l’Occidente, ad esempio, vorrebbe superare i combustibili fossili ma «Big oil» non ne vuole sapere, mentre l’India intende continuare a usare il carbone senza limiti e la Russia trova addirittura vantaggioso il global warming che potrebbe rendere coltivabili le lande gelate della Siberia. Il Terzo mondo, poi, ci sta solo se i Paesi ricchi finanziano la sua riconversione energetica. E il fondo di 100 miliardi di dollari l’anno per gli emergenti a suo tempo creato in ambito Onu, non solo è poca cosa, ma è stato fin qui finanziato per due terzi soltanto. E quello che verrà raggiunto sarà comunque un accordo a «maglie larghe» con ogni probabilità non giuridicamente vincolante (molti Paesi non accettano limiti alla loro sovranità), come ha ribadito ieri il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, e quindi non avrà la forma di un trattato (che negli Usa non supererebbe il veto di un Congresso ostile ad Obama).
Nonostante tutti questi ostacoli, l’ottimismo è comunque giustificato: è la prima volta che i grandi inquinatori – dalla Cina all’India agli stessi Stati Uniti – vanno a un vertice internazionale pronti ad assumere impegni per ridurre le emissioni che alterano il clima. Sono 175 i Paesi che hanno presentato piani per abbassare la produzione di gas-serra: dopo decenni di dibattiti si è arrivati a una consapevolezza diffusa, quasi universale. Ma, oltre a essere sostanzialmente volontari, questi impegni (almeno per ora) sono largamente insufficienti: l’obiettivo fissato da scienziati e politici è limitare entro i 2 gradi centigradi l’innalzamento della temperatura terrestre rispetto all’era pre-industriale, mentre, anche se venissero centrati tutti gli obiettivi, gli impegni fin qui presi da 175 Paesi non consentirebbero di scendere sotto un incremento delle temperature di 2,7 gradi. Certo, meglio dei +4,3° verso i quali si andrebbe in assenza di interventi, ma non basta per impedire eventi catastrofici come la scomparsa di interi arcipelaghi per lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei mari.
Da Stoccolma a Cop21 via Kyoto
Cop21, la ventunesima conferenza sul clima da quando, nel ‘95, alcuni Paesi presero impegni vincolanti, viene vista da molti come il punto d’arrivo di una lunga marcia – quella della graduale acquisizione della consapevolezza della gravità dei problemi climatici – iniziata ben prima del Cop1 di Berlino: la prima conferenza dell’Onu sullinquinamento si tenne a Stoccolma nel ‘72, ma allora non erano chiare le dimensioni dei problemi, né le soluzioni istituzionali e tecnologiche possibili. La prima vera iniziativa contro l’effetto-serra (CO2, metano e gli altri gas che fanno salire la temperatura del Pianeta) arriverà solo con Cop3 che a Kyoto porta alla firma dell’omonimo Protocollo: siglato nel ‘97 ma attuato a partire dal 2005. Doveva essere un cambio di rotta per tutto il mondo, ma Kyoto escludeva i Paesi emergenti (a partire dalla nuova potenza cinese) non disposti a frenare il loro sviluppo e convinti che l’onere della lotta al global warming dovesse gravare sui Paesi ricchi, cresciuti grazie allo sfruttamento dei combustibili fossili. Alla fine il Protocollo non fu ratificato nemmeno dagli Usa, contrari a fare sacrifici in assenza di un coinvolgimento di tutti i grandi inquinatori. Un fallimento per i più, ma Kyoto ha consentito una prima presa di coscienza ed è divenuto la traccia per i negoziati successivi, la palestra per sperimentare meccanismi come la fissazione di un prezzo per le emissioni che alterano il clima.
Caldo record a ripetizione
Negli ultimi anni, così, le temperature di terre e mari hanno continuato a crescere (record nel 2014, già battuto nei primi dieci mesi del 2015, come si vede dai grafici a fianco) nonostante gli sforzi di sviluppare fonti non inquinanti alternative ai combustibili fossili (soprattutto sole e vento) fatti dall’Europa ma anche da Stati Uniti e Cina che, benché non vincolati dal Protocollo, si sono buttati sul business del solare. Ma, mentre i Paesi industrializzati, tra massicci investimenti nelle rinnovabili e rallentamenti delle economia dopo la Grande Recessione, hanno contenuto lo sviluppo delle emissioni, nelle nuove potenze emergenti la produzione di CO2 è esplosa anche per il boom industriale alimentato da un ricorso massiccio alla risorsa energetica più a buon mercato: il carbone. Così la Cina, che nel ‘95, l’anno di Cop1, produceva 2,8 tonnellate di CO2 pro capite, all’inizio del decennio attuale è arrivata a quota 6,7. Solo un terzo dell’anidride carbonica prodotta dall’americano medio, certo, ma, moltiplicando questo numero per il miliardo e 300 milioni di abitanti del gigante asiatico, si scopre che la Cina è il primo inquinatore mondiale.
Obama-Xi, il patto di Pechino
La svolta è arrivata un anno fa quando, davanti a questa realtà e all’inquinamento che soffoca Pechino e altre città cinesi, il presidente Xi Jinping si è fatto convincere da Obama a siglare un accordo bilaterale di reciproci impegni a combattere il global warming fissando obiettivi di lungo periodo. Ancora scottato dall’insuccesso della conferenza ambientale di Copenaghen del 2009 e deciso a concludere il suo mandato alla Casa Bianca da regista di un grande accordo mondiale sul clima, il presidente Usa nell’ultimo anno ha cercato di convincere molti altri Paesi, dall’India all’Indonesia, a seguire l’esempio di Pechino. Così, rispetto a sei anni fa, stavolta si arriva a Parigi con una rete di impegni reciproci già definiti. Da qui l’ottimismo dei leader. Sanno che potranno vendere alle loro opinioni pubbliche un accordo «nobile»: la politica che per una volta guarda lontano e prende impegni a vantaggio delle generazioni future. Ma saranno anche intese di sostanza? È quasi impossibile che si arrivi fin d’ora a centrare l’obiettivo dei 2 gradi. La speranza è che a Parigi venga fissato un calendario di verifiche periodiche, sia per controllare il rispetto degli impegni, sia per assumerne di nuovi, fino a raggiungere i sospirati 2 gradi. Ma per fare questo tutti i Paesi dovranno impegnarsi a riaprire il dossier clima ogni 4-5 anni. E magari finiranno per ricorrere anche alle nuove, rischiose tecniche della geoingegneria per raffreddare artificialmente l’atmosfera (ad esempio spruzzando cristalli di sale tra le nubi) se le misure dirette si riveleranno insufficienti
Massimo Gaggi
Corriere della Sera, domenica 29 novembre 2015