2007-2017. L’era della crisi

Della grande crisi economica non sappiamo ancora se siamo fuori del tutto, oggi che si compiono 10 anni dal suo inizio. Non vale solo per l’Italia, che soffre il disastro principale della sua storia in tempo di pace. Tutti i Paesi avanzati temono di aver perso la ricetta di un benessere crescente per la grande 2maggioranza dei loro cittadini.
Si teme che la rabbia degli esclusi inneschi reazioni regressive, capaci di danneggiare ancor più i meccanismi che dal 1980 hanno ridotto dal 42% al 10% la quota di popolazione mondiale in estrema povertà. L’attuale fase di ripresa tiene gli esperti in sospeso: si consoliderà restituendo la speranza, resterà mediocre come adesso, si interromperà?
Negli ultimi due anni il «primo mondo» è ritornato a trainare l’economia planetaria. Tuttavia segna un passaggio d’epoca che il presidente degli Usa sia contrario alla globalizzazione, mentre i Paesi emergenti restano interessantissimi a farla proseguire (chi l’avrebbe immaginato, nei cortei di Seattle 1999 o Genova 2001?). La cronaca del decennio fa partire gli eventi da una telefonata ricevuta alle 7.30, il 9 agosto 2007, dall’allora presidente della Bce Jean-Claude Trichet in vacanza a Saint-Malo. Francesco Papadia, capo delle operazioni di mercato, lo buttava giù dal letto per dirgli che qualcosa di grave stava accadendo nelle banche.
Poco più di un mese dopo se ne ebbe la prima evidenza pubblica con le code di risparmiatori davanti agli sportelli della Northern Rock, in Gran Bretagna. In Italia il rialzo dei tassi interbancari cominciava a mettere in difficoltà le famiglie con mutuo casa a interesse variabile. Gli Usa reagirono con lentezza, ritenendo si trattasse di una crisi solo finanziaria circoscritta all’edilizia. L’Europa, dopo i massicci interventi della Bce, allentò la guardia; benché le difficoltà di due banche tedesche, Ikb e Sachsen Lb, facessero sospettare qualcosa di più. Incuranti di tutto, gli allora dirigenti dei Monte dei Paschi, in novembre, acquistarono la Banca Antonveneta per un prezzo spropositato.
Intanto il governo Prodi 2 mandava avanti a fatica una manovra 2008 tra le più sgangherate che si ricordino (seppure, con il senno del poi, fortunatamente non restrittiva). La Casa Bianca di George Bush non vide per tempo che alcuni giganti della finanza erano sull’orlo del baratro, mentre le famiglie, incapaci di pagare i mutui, rallentavano tutta l’economia. Dopo il crack Lehman, l’Europa affrontò in ordine sparso la crisi delle sue banche, scaricando l’instabilità sull’unione monetaria (l’«errore di sequenza» riconosciuto da Mario Draghi).
Chiusa la fase più difficile, dal 2014 in poi si dibatte su come rafforzare la ripresa: tra chi sostiene che i Paesi avanzati devono adattarsi a un ritmo di sviluppo più lento, continuando a ridurre i debiti, e chi indica il rischio di una «stagnazione secolare» senza nuovi interventi di sostegno. Nel frattempo, solo le banche centrali hanno agito. Hanno creato moneta a più non posso («quantitative easing») promettendo di ritirarla poi. I conservatori hanno gridato al rischio di inflazione, la realtà li ha smentiti. L’estrema sinistra ha obiettato che quei soldi, spesi in acquisti di titoli, andavano ai già ricchi.
La maggior quantità di denaro in giro qualcosa lo ha smosso. Ma tuttora i Paesi avanzati investono poco; i salari non crescono nemmeno dove la disoccupazione è tornata bassa. Ovvero, chi vorrebbe spendere non può; chi potrebbe vede scarse prospettive di crescita degli affari. Sempre più ci si domanda se ciò che irrita gli elettori e alimenta la protesta populista, ovvero le crescenti disuguaglianze, sia anche un freno alla crescita. Il Fondo monetario propone una risposta articolata: non è il divario di reddito in sé a far danni, è piuttosto la mancanza di mobilità sociale.
La speranza di arricchirsi grazie al mercato aveva reso popolari le politiche Reagan-Thatcher 30 e più anni fa. Ora l’opinione pubblica diventa instabile proprio nei Paesi dove i poveri meno possono confidare nell’ascesa dei propri figli: secondo i dati Fmi, in cima alla lista ci sono Usa, Gran Bretagna, Italia.

STEFANO LEPRI

La Stampa,9 agosto 2017

http://www.lastampa.it/2017/08/09/economia/lera-della-crisi-FPMIgGx4mwUZKB1LdJo7CO/pagina.html

Più elettriche e cinesi ora il mondo compra cento milioni di auto

Saranno presto 100 milioni quelle nuove. Sono un miliardo quelle circolanti già oggi nel mondo. L’auto continua a macinare record di vendite. Grazie al fatto che nei Paesi emergenti non c’è crisi. Gli analisti citati dalla ricerca diffusa ieri da Anfia prevedono che nel 2020 le auto nuove saranno 112 milioni. Ma già allora il parco circolante potrà essere molto diverso da quello di oggi. Le norme imporranno di aumentare le auto ad alimentazione “alternativa”. Termine generico che oggi indica tutto ciò che non usa come carburante la benzina o il gasolio: dalle auto totalmente elettriche alle ibride a quelle che hanno carburanti limitati a specifiche aree geografiche, come l’acool in Basile o il gas in Italia. Con 500 mila pezzi venduti nel 2016, anche in questo settore la Cina è il primo mercato, a pari merito con l’Europa, se si considerano le auto ibride o elettriche. L’Europa è invece al primo posto se si aggiungono le 173 mila auto a gas e metano vendute quasi tutte in Italia, dove esiste l’unica rete capillare per questo genere di veicoli.
Sono numeri ancora bassi: sui 28 milioni di auto vendute in Cina le 500 mila a propulsione alternativa sono meno del 2 per cento. Ma sono destinate a cresce come nel resto del mondo. Le norme sempre più rigide sulle emissioni, unite agli scandali recenti, sembrano segnare irrimediabilmente la sorte del diesel, nonostante l’ostinazione dei costruttori tedeschi a continuare su quella strada. La scelta di investire sull’elettrico da parte degli stessi campioni di Germania, dimostra comunque che quello sarà il futuro. In Usa i veicoli a propulsione alternativa venduti nel 2016 sono stati 490.000, lo 0,8 per cento del mercato, in linea con l’anno precedente. Ma a fronte di un calo del 14 per cento delle auto ecofriendly c’è un aumento del 271 per cento dei camion e del 31 per cento dei furgoni. Si tratterà ora di vedere quali affetti avranno nei prossimi anni le politiche filo-fossili del presidente Trump.
Ma le scelte decisive per orientare il mercato dell’auto e decidere come saranno fatti i 100 milioni di vetture nuove che arriveranno sul mercato nei prossimi anni, le compirà la Cina. Secondo la regola per cui il mercato più grande determina le scelte di quelli minori. E se anche, come pare di capire, nel 2017 l’Europa venderà più auto degli Usa, è a Pechino che bisogna far riferimento. Perché in Cina si producono 28 milioni di auto, quasi un terzo di tutte quelle fabbricate nel mondo: sono più del doppio di quelle che si costruiscono in Usa e quasi cinque volte quelle prodotte in Germania. Improponibile il paragone con l’Italia che con il suo milione di pezzi ne costruisce un terzo della Spagna e metà della Francia. Nel campo dei combustibili alternativi l’Italia è al primo posto in Europa con il 26 per cento dell’immatricolato ma solo perché gas e metano la fanno da padrone. Se si prendono in considerazione elettriche e ibride l’Italia è molto indietro.
Nel mese di luglio il mercato italiano è salito del 5,9%. Fca è salita del 3,5 grazie soprattutto ad Alfa, Jeep e Maserati. In Usa invece Fca perde a luglio il 10 per cento. Il gruppo del Lingotto precede i francesi di Psa, che grazie all’acquisizione di Opel scalzano Volkswagen dal tradizionale secondo posto in Italia.

Paolo Griseri

La Repubblica, 2 agosto 2017

 

 

I paletti dell’Europa. Così è cambiata l’economia dopo Maastricht

Croce o delizia? Austerità miope o grande spinta al risanamento? L’insieme delle regole europee che dal 1992 governano i nostri conti pubblici, e che ora l’ex premier Renzi propone di cambiare, sono state viste dal nostro Paese alternativamente come anticamera del baratro o come via di salvezza. Da quel freddo 7 febbraio di venticinque anni fa, quando i dodici paesi dell’allora Comunità europea gettarono le basi della futura Unione monetaria e dell’euro in una elegante cittadina olandese chiamata Maastricht, lo Stato italiano ha cominciato a dover rispondere all’Europa di come spendeva e tassava, di quanti deficit creava, di quanto debito accumulava. Cinque anni dopo, quelle prime regole sulla finanza pubblica – deficit non oltre il 3% del Pil, debito non oltre il 60% sia pure con qualche deroga – furono ribadite dal Patto di stabilità e di crescita, seguito dall’elenco dei Paesi che, rispettando quei vincoli e altri ancora, sarebbero entrati nell’euro. In una turbolenta notte tra il 24 e il 25 marzo del ’98, Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro del governo Prodi, respinse l’ultimo colpo di coda tedesco e olandese contro il nostro ingresso nella moneta unica, e qualche giorno dopo Chirac lo rese pubblico in conferenza stampa: «Il n’y a pas d’Europe sans l’Italie». Oggi possiamo misurare gli effetti positivi che quella prima stagione di unione monetaria ha prodotto sui nostri conti pubblici.
La strada solitaria compiuta dall’Italia fino ai primi anni ’90 l’aveva portata ad accumulare un debito già allora pari a quasi tutto il Pil. Era il risultato di un galoppo delle spese non compensato da un uguale balzo delle entrate, che restavano nettamente al di sotto di quelle degli altri Paesi europei. E il bubbone scoppiò inevitabile nel ’92, con l’Italia a un passo dalla bancarotta e la maxi manovra di Amato. Il governatore Ciampi, approdato un anno dopo a Palazzo Chigi, completò il salvataggio nazionale. Allora nessuno però avrebbe scommesso una lira sul fatto che nel giro di qualche anno avremmo preso al volo il treno dell’euro, al pari delle nazioni più forti, rientrando nel 3% di deficit e cominciando ad abbassare il debito. Ma se eravamo già incamminati lungo un percorso virtuoso prima di aderire al Patto di stabilità e all’euro, quale è stato allora il contributo dell’Europa? In realtà, quelle prime regole dell’unione monetaria ci hanno obbligato a non sbandare, a restare sul sentiero intrapreso. E ci hanno anche consentito, grazie al ribasso dei tassi, di abbattere gli interessi da pagare (più che dimezzati in dieci anni), e quindi di ridurre il debito stesso, sceso di una decina di punti dal ’97 al 2007.

Tutto è cambiato però con la crisi mondiale del 2008, che in Europa ha visto il Pil scendere ovunque e il debito pubblico gonfiarsi per assorbire i salvataggi bancari e per compensare la recessione. Fu allora che le autorità europee, spaventate dal rischio di perdere il controllo dei conti pubblici, decisero di dare un giro di vite alle stesse regole di Maastricht. Il segnale della svolta fu dato nel febbraio del 2010 dai Sette Grandi, riuniti nell’isola canadese di Baffin. Lo stimolo all’economia andava interrotto. Bruxelles si preparò a irrigidire i suoi vincoli: non più margini al disavanzo fino al 3%, ma con il nuovo trattato del Fiscal Compact obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, ossia azzeramento del deficit, sia pure depurato dagli effetti della congiuntura.

L’Italia del governo Monti, di fatto commissariata da Bruxelles e da Francoforte, obbedì e inserì nel 2012 quell’obbligo in Costituzione. Era ovvio che il nostro paese non avrebbe potuto cancellare il suo disavanzo nel mezzo di una crisi che nel frattempo proseguiva. Ma venne obbligata a un faticoso percorso di avvicinamento al pareggio. Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack: con un accordo dietro l’altro, ai vincoli sul deficit si aggiunsero quelli sulle spese e sul debito. Insomma, in piena crisi ci si chiedeva di fare sacrifici, in virtù di una curiosa teoria, quella dell’ “austerità espansiva”: tagliare la spesa pubblica avrebbe convinto i mercati che il nostro Paese sarebbe stato in grado di ripagare il suo debito, i tassi sarebbero scesi, le famiglie sarebbero tornate a consumare e le imprese a investire. Tutto grazie al gioco delle aspettative.

I dieci punti di Pil persi dall’Italia sono lì a smentire clamorosamente quella teoria. Ma la beffa finale è stata che l’austerità non solo non ha migliorato i conti pubblici ma al contrario ha fatto schizzare in alto il rapporto debito-Pil. Tra il 2007 e oggi è salito dal 103 al 133%. Di questi 30 punti in più, una metà va attribuita alla crisi perché si è accumulata durante la recessione. Ma l’altra metà è legata alle politiche di austerità realizzate dopo il 2010. Che l’Italia è riuscita parzialmente a schivare negli ultimi anni grazie a deroghe di emergenza (vedi terremoto e immigrati). Ecco perché adesso si chiede di cambiare quelle politiche e di tornare a Maastricht.

MARCO RUFFOLO

La Repubblica, 12 luglio 2017

l mistero dei salari perduti

  C’è una cosa che accomuna Janet Yellen, Mario Draghi e gli altri colleghi delle banche centrali e non è quella che pensate: non è né l’ombra di una bolla finanziaria, né il trend delle valute. È la stessa preoccupazione che fa il giro degli uffici studi di grandi istituzioni come il Fmi, l’Ocse e la Bce e non è la prospettiva del commercio internazionale. Ci pensano sempre più spesso gli economisti di grido, a Harvard o al Mit, ma non è l’ombra della stagnazione secolare. La sorpresa è che quella preoccupazione è anche il cruccio quotidiano di Jeremy Corbyn e Susanna Camusso.

Il misterio del salario scomparso è il thriller dell’estate ed è ancora in attesa di una soluzione. Mai, nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari. Interi modelli econometrici sono costruiti sul presupposto che, quando l’economia riparte, le imprese assumono, i lavoratori diventano scarsi e, in base alla legge della domanda e dell’offerta, i salari salgono. Ma, questa volta, no: l’economia appare in buona salute di qua e di là dell’Atlantico, la disoccupazione continua a scendere, ma i salari stanno appena a livello dell’inflazione. E non va bene affatto.

Senza la spinta dei salari, l’inflazione non riesce a risalire sopra il 2 per cento e la deflazione resta in agguato. Peggio: il 70 per cento dell’economia moderna è fatto di consumi e se la gente non ha i soldi per comprare, il sistema resta, come Wile Coyote, sospeso nel vuoto. O, come ripete più solennemente Draghi, la ripresa non è in grado di sostenersi da sola. Da un anno, dunque, il dibattito economico mondiale è centrato, neanche fosse un congresso della IV Internazionale, su questo scollamento fra ripresa e salari. L’ultimo Outlook del Fmi dedica un intero capitolo alla questione, per sottolineare che ai capitalisti va sempre più grassa: la quota del lavoro sulla ricchezza nazionale è scesa dal 54 al 50 per cento negli ultimi decenni, un mutamento epocale nel rapporto di forza. I sindacati, lamentano quelli che, una volta, venivano definiti “i cani da guardia del neoliberismo” non sono stati in grado di contrastare due tendenze di fondo. Quelle che vengono subito alla mente: tecnologia e globalizzazione. Insieme sono responsabili dei tre quarti del declino del lavoro sul Pil in paesi come l’Italia e la Germania. La prima pesa, probabilmente, più della seconda: quest’anno le aziende della robotica tedesca aumenteranno il fatturato del 7 per cento e un economista, David Autor, calcola che ogni robot che entra in fabbrica cancella sei posti di lavoro (3 dentro e 3 nell’indotto).
L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi sviluppati, ha provato ad analizzare come queste due tendenze agiscono concretamente nel mercato del lavoro. Il congelamento dei salari, ormai privi di collegamento con la produttività, è per un terzo il risultato del fatto che i posti di lavoro persi nell’industria manifatturiera vengono rimpiazzati da posti nei servizi, pagati peggio. Per altri due terzi, dalla decimazione che software e tecnologia hanno portato, in generale, in quelli che una volta erano “i buoni posti delle classi medie”: quelle occupazioni a media qualifica (dal contabile alla hostess) che stanno scomparendo sempre più in fretta. Negli ultimi vent’anni questi posti di lavoro sono diminuiti del 10 per cento, mentre sono aumentati quelle a bassa qualifica (pagati peggio) e quelli ad alta qualifica (che però sono pochi).
In Italia, basse e alte qualifiche sono aumentate del 5 per cento. L’effetto, sul mercato del lavoro, è la formazione di un “esercito industriale di riserva”, assai più ampio di quanto dicano le statistiche. Lo nota la Bce di Draghi: il tasso di disoccupazione ufficiale, nell’eurozona, è al 9,5 per cento, ma, se aggiungiamo gli scoraggiati, cioè quelli che non pensano di poter trovare un lavoro adeguato, e quelli che hanno accettato un posto part time, ma lavorerebbero volentieri di più, si arriva ad un impressionante 18 per cento. In Italia, ancora peggio, al 25. A Francoforte, sono tornati a giugno sull’argomento con un nuovo studio che illustra come funziona l’esercito industriale di riserva. In buona sostanza, spiegano le imprese, siamo in grado di “aggiustare” i salari, non tanto di chi è già dipendente, ma dei nuovi assunti.
Insomma, raccontano i ben torniti rapporti di istituzioni al di sopra di ogni sospetto di radicalismo, il monte salari non si muove perché le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso. Il futuro non sembra più confortante. Secondo due noti economisti, David Autor e Lawrence Katz, quel futuro, infatti, è delle aziende Superstar. Sono le imprese di successo, capaci di grande produttività, pochi lavoratori molto qualificati, grandi profitti. Man mano, negli Usa e in Europa, fanno fuori le altre, che hanno più lavoratori, ma sono meno produttive. I loro addetti sono ben pagati, ma sono pochi. La massa complessiva dei salari, quindi, diminuisce. Anche se per Draghi e Yellen è un problema.

MAURIZIO RICCI

 

Smartphone cannibale: ha reso obsoleti oggetti di uso comune

Orologi, navigatori, fotocamere, telecamere, registratori, torce, apparecchi musicali, sveglie, radio. I giornali. Persino i chewing-gum, travolti dalla mancanza di noia che prima colpiva l’avventore alla cassa del supermercato, ora sostituita dalla curiosità morbosa (e magnetica) con la quale interagiamo con uno schermo di pochi pollici.

L’esordio: 29/6/2007

Potremmo definirlo il potere distruttivo dello smartphone, di cui l’iPhone incarna l’essenza (anche per l’attesa messianica con cui accogliamo ogni nuovo modello). Un simbolo che ha raggiunto i dieci anni di età – il 29 giugno 2007 faceva il suo esordio negli Stati Uniti – portandoci il mondo in tasca. Connettendoci ovunque e con chiunque, mutando a tal punto le nostre esigenze da fagocitare prodotti prima iper-ricercati (vedi le macchine fotografiche digitali, ora contenute al suo interno) e mettendo fuori mercato intere filiere industriali.
Il capo economista di Google, Hal Varian, ieri in un’intervista rilasciata a questo giornale si è spinto addirittura oltre: «Si può concludere – ha detto – che l’introduzione dello smartphone abbia ridotto il prodotto interno lordo del mondo».

I neoluddisti

Visto l’autorevole punto di osservazione – Varian proviene dall’azienda pioniera del progresso tecnologico, il cui potere taumaturgico è basato su un algoritmo – segnala un’inattesa prova a favore per il partito dei (neo) luddisti tecnologici. Quelli che non credono alla tesi schumpeteriana della «distruzione creatrice». Quel drastico processo selettivo che ogni nuova dirompente innovazione porta con sé, contribuendo al fallimento di alcune aziende incapaci di intercettare il cambiamento ma al tempo stesso favorendo la nascita di altre. La prima impressione leggendo i dati del Consumer Electronics Association, l’associazione delle aziende del largo consumo negli Stati Uniti, è che Varian abbia ragione.

Le vittime


Se in questi dieci anni gli smartphone sono cresciuti del 536% (superando quota 1,6 miliardi nel 2016) i lettori MP3 sono sostanzialmente spariti (-87% rispetto al 2007). Neanche i navigatori se la passano troppo bene (-80%) travolti dalle applicazioni di geo-localizzazione (ma qui le mappe di Google sono leader di mercato e per questo rischiano di essere oggetto delle contestazioni della Commissione europea). Le fotocamere digitali, che nei primi anni Duemila inducevano i produttori a sfidarsi a colpi di investimenti per migliorare la risoluzione in termini di pixel, sono crollate del 66%.

L’effetto distorsivo


Uno studio appena redatto dalla società di consulenza Accenture va ancora oltre. Perché segnala l’effetto dirompente degli smartphone anche sulle vendite di altri prodotti informatici, teoricamente non in aperta sovrapposizione. È il caso delle console di gioco (in crescita sì del 18%, ma meno delle attese degli analisti per il 2017), dei laptop, dei tablet, persino della tv a ultra-definizione che non avrebbe ancora scontato l’effetto di un’altra innovazione potenzialmente distruttiva, il cosiddetto Oled (Organic Light Emitting Diode), diodo organico a emissione di luce che permette di migliorare la qualità di fruizione dei video al livello dell’ultra-hd di Sony e Lg ed è stato integrato da Samsung sui suoi dispositivi.
Anche le altre società di consulenza, da McKinsey a Boston Consulting, da Deloitte a EY arrivano più o meno alle stesse conclusioni.

Il paradosso candela

Lo smartphone sta fagocitando tutto ciò che gli si avvicina. Ma tutti concordano su un punto che Roberto Verganti, della scuola di direzione aziendale del Politecnico di Milano, chiama il «paradosso della candela». «Lo smartphone ha messo fuori gioco le candele per illuminare in caso di oscurità. Ma negli ultimi quattro anni i consumi sono aumentati in Europa del 28,5%, perché ora la candela serve a profumare gli ambienti». Si salva chi cambia pelle e si adatta. Senza contare l’indotto della digital economy, che Andrea Falleni, ad di Capgemini Italia, collega alla smartphone economy : «Senza non ci sarebbero Uber, Airbnb e tutte le applicazioni di car sharing». Ha ancora ragione Schumpeter?

FABIO SAVELLI

Corriere della Sera, 28 giugno 2017

 

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_29/smartphone-cannibale-af62c532-5c2e-11e7-9050-dbcde4ab4109.shtml

La guerra dei cinque giganti Usa per dominare i nostri consumi

Cinque giganti americani stanno rivoluzionando le nostre abitudini di consumo. L’Europa vuole evitare che questo si traduca in un oligopolio incontrollato, soffocante, distruttivo per i diritti dei consumatori, per il libero mercato, la competizione, l’innovazione. Oggi tocca a Google, domani potranno essere Amazon e Facebook, Apple o Ebay. La posta in gioco è immensa: i consumatori abbandonano velocemente comportamenti consolidati, lo shopping online cresce con prepotenza, in America è già in atto il tramonto dei centri commerciali e tutta la grande distribuzione soffre una crisi profonda. Il rischio del nuovo scenario è che la libertà di scelta del consumatore sia più immaginaria che reale; i nuovi metodi di manipolazione delle nostre scelte sono più subdoli che mai. La decisione europea tenta di costringere uno dei giganti digitali a cambiare strada. Ci riuscirà? A vantaggio di chi?
Google Shopping è uno dei protagonisti più formidabili nel nuovo mondo del consumo. Figlio del motore di ricerca Google, è diventato lo spazio virtuale dove i nostri desideri e i nostri soldi cercano di tradursi in acquisti. Catalogo virtuale di tutto ciò che è in vendita, guida intelligente, promette un accesso rapido, semplificato, in pochi clic e frazioni di secondo percorriamo più “scaffali e vetrine” che in settimane di passeggiate tra grandi magazzini, boutique o ipermercati. È tutto più facile, e siamo grati a chi ha disegnato un mondo così fluido e confortevole. Ma l’inganno c’è. In realtà siamo meno sovrani che mai. Il consumatore è docile preda di un algoritmo che lo guida verso il risultato deciso da altri.
Google Shopping non fa mistero della sua regola principe: ordina i risultati delle nostre ricerche dando priorità agli annunci a pagamento. È una grande macchina di raccolta pubblicitaria e di manipolazione delle scelte di spesa. Applica alla Rete l’antica pratica dei supermercati che si fanno pagare dalle grandi marche per piazzare i loro prodotti negli scaffali più visibili e più accessibili. Ma su Google Shopping quel trucco antico raggiunge una potenza immensamente superiore, è molto più raffinato. L’algoritmo fa scomparire dall’universo online altri servizi specializzati nella spesa comparativa, che offrono cataloghi intelligenti, recensioni, paragoni su qualità- prezzo.
I rivali potenziali, tutto ciò che introduce concorrenza a vantaggio del consumatore, viene relegato “molte pagine” più in là, ben lontano dai nostri sguardi frettolosi. Peggio ancora se usiamo lo smartphone, dove lo spazio è più ridotto e quindi finiamo per accontentarci delle opzioni iniziali.
La magia dell’algoritmo spiega la storia fantastica di Google, che alla sua prima quotazione in Borsa nel 2004 collocò l’azione a un prezzo di 85 dollari e oggi ne vale quasi mille. Con un tesoro di guerra di 172 miliardi di asset, può ben permettersi di pagare la multa europea senza che questo sconquassi il suo bilancio. Più problematico invece sarà mettere le mani nell’algoritmo per aprirlo alla concorrenza. Anche perché nel frattempo i maggiori rivali sviluppano strategie alternative per occupare lo spazio online. Amazon – che da sempre si distingue perché assomiglia più a un grande magazzino virtuale, mentre Google è più “catalogo di annunci” – ha fatto notizia di recente rafforzandosi nella distribuzione di prodotti alimentari freschi con la scalata alla catena salutista Whole Foods. Apple dal canto suo sta investendo sul ruolo di banca o carta di credito con lo smartphone come sistema di pagamento.
I primi a trarre beneficio della sanzione europea su Google dovrebbero essere i siti alternativi specializzati nel “giudizio comparativo”, nel raffronto qualità-prezzo tra prodotti concorrenti. Sono piccoli ma agguerriti, tra questi alcune società inglesi come Foundem e Kelkoo che furono le prime a promuovere azioni legali contro Google Shopping. «Per più di un decennio – ha detto il chief executive di Foundem – il motore di ricerca di Google ha deciso cosa leggiamo, usiamo e compriamo online. Se nessuno interviene a controllarlo, questo guardiano dell’accesso alla Rete non conosce limiti al suo potere». Gli esperti di Bruxelles hanno dimostrato che quando Google Shopping iniziò a manipolare il suo algoritmo per “retrocedere” i concorrenti sempre più lontano dagli occhi dei consumatori, i siti rivali videro sparire dall’80% al 90% dei propri utenti.
L’Europa è ormai la vera protagonista mondiale delle politiche antitrust, dopo che l’America si è arresa allo strapotere oligopolistico dei suoi big. Ora si apre una sfida nuova, in cui le autorità di Bruxelles dovranno vigilare sulle modifiche che Google introdurrà nel suo servizio. Senza trascurare gli altri Padroni della Rete, che con strategie diverse perseguono la stessa occupazione sistematica della nostra attenzione e del nostro potere d’acquisto.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 28 giugno 2017

 

 

Dumping cinese, l’Ue alza le difese In arrivo dazi più duri

L’Europarlamento ha chiesto il rafforzamento delle difese dei prodotti e dei posti di lavoro europei davanti all’avanzata dell’export extracomunitario (soprattutto cinese) quando pratica prezzi bassi da concorrenza sleale. Gli eurodeputati della commissione Commercio internazionale hanno votato una specifica risoluzione antidumping a larghissima maggioranza (33 a favore, 3 contrari e 2 astensioni) per far potenziare la più blanda proposta iniziale della Commissione europea. In questo modo l’Ue cerca anche di frenare gli effetti del riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato, che sono stati alla base dei contrasti nell’ultimo summit a Bruxelles tra i vertici delle istituzioni comunitarie e il premier di Pechino Li Keqiang.

Le nuove regole dovrebbero portare alla definizione di dazi per l’esportazione in Europa davvero in grado di evitare la concorrenza sleale dei Paesi dove lo Stato interviene a sostegno delle industrie. Le indagini antidumping dovrebbero tenere conto se il Paese esportatore ha rispettato gli standard internazionali nelle regole su lavoro, tassazione e ambiente. Incideranno eventuali misure potenzialmente discriminatorie per gli investimenti stranieri, nel diritto societario e nella tutela di marchi e brevetti. Alla Commissione europea verrebbe assegnata l’elaborazione di rapporti sulla situazione di alcuni Paesi o settori con valore giuridico per il calcolo delle tariffe da applicare. Il «valore normale» del prodotto esportato verrebbe definito in base ai prezzi e ai costi internazionali.

Le imprese europee sarebbero sgravate dall’onere della prova, che viene trasferito sull’esportatore extracomunitario. «L’Europarlamento fa sentire la sua voce a tutela delle imprese per dotare l’Unione di strumenti destinati a combattere tutte le forme di dumping praticate da Paesi extra Ue», ha commentato il presidente dell’Assemblea Ue Antonio Tajani. «Creando regole antidumping più chiare e dure, possiamo proteggere i nostri cittadini dagli effetti negativi della globalizzazione», ha detto l’eurodeputato del Ppe Salvatore Cicu, relatore della risoluzione della commissione Commercio. Vari organismi imprenditoriali europei hanno espresso apprezzamento per l’intervento dell’Europarlamento, che potrebbe essere approvato in Aula nella sessione di luglio a Strasburgo. Inizierà poi la trattativa con i 28 governi Ue per definire il testo finale. Nel summit Ue di giovedì e venerdì prossimi Germania, Italia e Francia dovrebbero sostenere la linea più restrittiva anti-Cina, rispetto ad altri Paesi più importatori commerciali che produttori industriali.

Gli accordi per l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio hanno comunque reso superato l’attuale sistema di calcolo dei dazi in base all’appartenenza a una “lista nera” dei Paesi dove lo Stato sostiene l’economia. La Cina intende però continuare la sua avanzata internazionale: dall’acciaio fino alla finanza. A Wall Street, dopo la chiusura (nella notte in Italia), potrebbe già essere arrivato l’annuncio che alcune azioni primarie cinesi verranno ammesse per la prima volta nell’indice Msci dei mercati emergenti (Emi). La recente impennata degli investimenti stranieri sui titoli cinesi, tramite Hong Kong e gli altri mercati della Cina, è stata collegata da vari operatori finanziari di New York proprio all’imminenza di questa simbolica apertura.

Ivo Caizzi

Corriere della Sera, 21 giugno 2017

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_20/dumping-cinese-l-ue-alza-difese-arrivo-dazi-piu-duri-4c4d9f0a-55fb-11e7-84f0-6ec2e28c1893.shtml

I vizi che piacciono al fisco

L’Italia è un Repubblica – fiscalmente parlando – fondata sui vizi. Aggrappata a Bacco, tabacco e Venere (sotto forma di Dea bendata) per far quadrare i conti dello Stato. Le tasse su sigarette, alcol, slot machine e gratta e vinci vari hanno garantito nel 2016 un gettito di quasi 25 miliardi, più o meno quanto rendono le accise sui carburanti. Nei primi tre mesi del 2017 – grazie al balzo (+15.9%) delle entrate da “apparecchi e congegni di gioco”, alias le slot machine – è arrivato il sorpasso: benzina e diesel hanno portato 5 miliardi nelle casse del Tesoro, i dazi sui vizi ne hanno raccolti 6, quasi il 7% delle imposte totali pagate nel periodo (95) miliardi. Il trend, oltretutto, è destinato ad accentuarsi: la manovra allo studio del Parlamento in questi giorni prevede un altro giro di vite fiscale -125 milioni l’anno a regime – sulle sigarette e un riordino delle aliquote sull’azzardo che porterà sì (ed era ora) a una prima riduzione delle slot ma garantirà comunque, grazie a uno strategico ritocco alle aliquote su vincite e giochi, un aumento degli incassi dello Stato. Non solo. Nel mirino dell’erario, ad abundantiam, è entrato ora un altro peccatuccio nazionale: le bevande gassate. La prima bozza della manovra prevedeva – nel supremo interesse dei girovita italiani – un giro di vite sulle bibite zuccherate. Incasso previsto: 200 milioni. Un aiutino (per ora accantonato) decisivo per centrare gli obiettivi di finanza pubblica imposti a Roma da Bruxelles.
Al Bancomat dei vizi tricolori, lo sportello più redditizio è quello del gioco. Nel 1985, l’era in cui il sogno nazionale era il 13 al Totocalcio, il fisco incassava 790 milioni. Ora i tempi sono cambiati, la schedina è archeologia del settore e dettano legge slot e poker online. Il gettito però è decollato, arrivando attorno a quota 12 miliardi l’anno (32 milioni ogni 24 ore) grazie a una moltiplicazione geometrica di offerte e a una giungla di aliquote in cui l’unico che fa sempre Jackpot è lo Stato. Il Tesoro incassa 53,6 centesimi ogni euro speso al superenalotto, sta alzando in queste settimane dal 17% al 19,5% – il quarto ritocco all’insù in pochi anni – il prelievo unico sulle slot, si mette in tasca più di un euro ogni 5 euro di Gratta & Vinci venduti. E la pressione fiscale in continua crescita – più che scoraggiare l’azzardo – sembra invece incentivarlo.
Il vizio più costoso per il consumatore invece (anche a voler parlare solo di portafoglio e non di salute) è quello del tabacco. Il costo industriale di un pacchetto di sigarette, dicono fonti di settore, è attorno ai 15 centesimi. Al dettaglio però costano circa 5 euro. Dove va la differenza di 4,85 euro? Ben 2,73 euro sono accise, 90 centesimi è l’Iva. Il 10% va al venditore, il 13% – circa 80 centesimi – al produttore. Come dire che lo Stato si mette in tasca il 77% del prezzo finale, pari in un anno a circa 11 miliardi. Un carico fiscale superiore persino a quello astronomico che grava sui carburanti, dove le accise destinate ancora a finanziare il terremoto del Belice (1968) e la Guerra d’Etiopia (1935) pesano oggi 1 euro sugli 1,52 del prezzo della verde alla pompa. Calcolatore alla mano, per ogni euro che mettiamo nel serbatoio 66 centesimi vanno direttamente all’erario. Se si calcola anche l’Iva sui pacchetti di sigarette, il tabagismo nazionale porta nelle casse dell’erario oltre 13 miliardi l’anno.
L’alcol è invece, in campo fiscale, la cenerentola (e in apparenza il meno costoso) dei vizi. La lobby del vino con un sapiente lavoro di moral suasion parlamentare ha sempre tenuto sotto controllo le accise, pur aumentate almeno quattro volte negli ultimi sette anni. E le tasse sugli spiriti portano al Tesoro poco più di 600 milioni l’anno. Briciole. Che sommate però alla montagna d’oro spremuta a sigarette e giochi hanno consentito all’Italia e al suo bilancio di ammortizzare – finora senza contraccolpi – l’addio all’Imu. Il Tesoro ha incassato nel 2015 grazie all’ultima stangata sulla prima casa 15 miliardi, 10 in meno di quanto ne garantiscono oggi bacco, tabacco e dea bendata. Un tris d’assi che rende otto volte di più dei balzelli sulle bollette di luce e gas ed è pari ormai al 20% del gettito dell’Irpef nazionale. I peccati, una volta, si pagavano nell’aldilà. Ora un anticipo tocca versarlo pure allo Stato.

ETTORE LIVINI

La Repubblica, 5 giugno 2017

Ripresa più solida, ma pressioni sui prezzi ancora insufficienti

 La ripresa “si sta irrobustendo”. E siccome è anche sospinta dalla domanda interna, Mario Draghi ritiene sia “meno vulnerabile” rispetto ad eventuali “shock esterni”, ossia agli scossoni geopolitici che stanno agitando il mondo da mesi. Ma a fronte delle pressioni crescenti, sopratutto dei Paesi nordeuropei, Germania in testa, perché la Bce esca dal lungo periodo di emergenza, Draghi ha messo le mani avanti. 

Il presidente della Bce ha ricordato qual è l’obiettivo principale dei guardiani della moneta – l’inflazione al 2% – e ha sottolineato che le pressioni sui prezzi sono ancora insufficienti per abbassare la guardia: “Abbiamo ancora bisogno di politiche monetarie molto accomodanti”. I salari “crescono ancora troppo lentamente”, per dirne una. Alcuni analisti hanno cominciato a scommettere su una diminuzione degli acquisti dei bond da 60 miliardi già a settembre – il presidente della Bce li ha invitati a mantenere il sangue freddo.

A una settimana da una riunione della Bce che rivedrà le stime sul Pil e sull’inflazione dell’eurozona e che molti analisti attendono con ansia per avere indicazioni sull’avvio dell’uscita dal Quantitative easing – l’acquisto di bond pubblici e privati da 60 miliardi di euro al mese – e persino l’orizzonte in cui Francoforte potrebbe ricominciare ad alzare i tassi, Draghi ha raffreddato le aspettative. 

Il presidente della Bce, solitamente restìo a fare commenti politici (a una domanda sulle elezioni in Italia ha risposto infatti di non essere la persona adatta per un commento sul tema), ha ribadito che l'”euro è irreversibile”, ma soprattutto che “non bisogna avere paura di cambiare i Trattati”, con evidente riferimento all’attuale ripartenza del motore franco-tedesco e ai piani annunciati da Angela Merkel ed Emmanuel Macron di voler rafforzare l’eurozona anche rivedendo i Trattati. “Dobbiamo assicurare l futuro dell’eurozona attraverso una costruzione più stabile e resistente”, ha detto.

Draghi, europeista di ferro, ha puntualizzato che “la vulnerabilità dell’eurozona” può anche essere ricondotta “una mancanza di autonomia fiscale – e la questione ora è capire come arrivarci”: Ma i due pilastri per raggiungerla sono “la fiducia e la convergenza”, secondo il presidente della Bce. D’altra parte, per il banchiere centrale italiano è chiaro che l’eterogeneità dei tassi di crescita tra le varie economie dell’area dell’euro rappresentino una fragilità e che siano riconducibili ai ritardi nelle riforme strutturali. Dunque, “servirebbe una discussione sulle riforme strutturali come quella che si fa sul bilancio”. 

Tonia Mastrobuoni

La Repubblica 29 maggio 2017

http://www.repubblica.it/economia/2017/05/29/news/mario_draghi_parlamento_europeo-166723528/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

 

Operai e borghesi escono di scena: ecco come cambiano le classi sociali

’Istat vuole produrre sociologia. Aveva iniziato nel Rapporto dello scorso anno con lo studio dell’avvicendarsi delle generazioni, nel 2017 però l’istituto si è posto un obiettivo più ambizioso: riscrivere e aggiornare la mappa dei principali gruppi nei quali si suddivide la società italiana. Il confronto è con l’elaborazione di Paolo Sylos Labini e con il saggio sulle classi sociali della metà degli anni 70 che classificava i gruppi a partire dai rapporti di produzione, negli anni 90 si sono imposti invece i lavori del sociologo Antonio Schizzerotto imperniati soprattutto sulla professione degli occupati. Ora l’Istat adotta per la classificazione una pluralità di caratteristiche che prendono in considerazione il reddito, l’istruzione, la partecipazione sociale, la posizione nel mercato del lavoro, l’ampiezza della famiglia, la cittadinanza e il luogo di residenza.

Il ruolo della famiglia

Per tutti questi motivi l’esperimento farà discutere animatamente sociologi ed economisti. I gruppi individuati sono nove e vale la pena elencarli per le tante novità che emergono: la classe dirigente, le pensioni d’argento, le famiglie di impiegati, le famiglie degli operai in pensione, le famiglie tradizionali della provincia, i giovani blue-collar, le donne anziane sole e i giovani disoccupati, le famiglie a basso reddito di soli italiani e le famiglie a basso reddito con stranieri.
Gli operai dunque si suddividono in due gruppi per di più «a reddito medio», la piccola borghesia sparisce così come i ceti medi di Sylos Labini, i pensionati da soli (!) danno vita ad altri due gruppi e il peso quantitativo degli impiegati è ragguardevole. Come è facile constatare poi il sostantivo ricorrente è «famiglia», non per una sorta di omaggio alla tradizione culturale italiana ma perché viene individuato come il soggetto che pur nella piena modernità continua a gestire e redistribuire gran parte delle risorse. Assorbendo peraltro al suo interno il conflitto intergenerazionale.
Cominciamo dalla classe operaia che perde la tradizionale identità collettiva che tanto ha contato nella politica del ‘900 e si divide in più gruppi situati però dentro il perimetro delle «famiglie a reddito medio». Le giovani tute blu sono un gruppo formato da poco più di 3 milioni di famiglie e 6,2 milioni di individui, hanno un contratto a tempo indeterminato e lavorano nell’industria, sono spesso coppie senza figli o persone sole, un grado elevato di instabilità coniugale, risiedono prevalentemente nelle regioni settentrionali. Il gruppo delle famiglie degli operai in pensione è molto più corposo (5,8 milioni di nuclei e 10,5 milioni di individui), è presente per lo più nei piccoli centri, ha quasi sempre la casa di proprietà, non ha più i figli conviventi e però dal punto di vista sanitario presenta criticità per eccesso di peso, sedentarietà e consumo di alcol.

A basso reddito

Quali sono invece i gruppi considerati a basso reddito? L’Istat ne individua ben quattro: a) famiglie con stranieri; b) famiglie povere di soli italiani; c) famiglie della provincia; d) anziane sole e giovani disoccupati. In totale fanno più di 8 milioni di nuclei e 22 milioni di individui. È interessante in questo caso sottolineare come la distanza rispetto agli altri gruppi emerga in maniera omogenea non solo se si prendono in considerazione i redditi ma anche la cittadinanza, la residenza territoriale e il (basso) profilo culturale.

Arriviamo alle famiglie che l’Istat definisce «benestanti» e sono formate da tre gruppi: gli impiegati, i pensionati d’argento e la classe dirigente. Il gruppo degli impiegati è consistente (4,6 milioni di famiglie e 12,2 di individui), è localizzato in prevalenza nel Centro-nord, possiede la casa dove abita e si caratterizza per una partecipazione attiva alla vita politica del Paese. Le pensioni d’argento (non privilegiate ma protette dalle favorevoli norme del passato) rimandano a 2,4 milioni di famiglie e per lo più a ex imprenditori ed ex dirigenti non laureati che hanno buoni consumi culturali e un forte impegno sociale.

Le vecchie élite

Infine la classe dirigente (l’Istat ha prudentemente evitato di usare il termine «élite»): ha un reddito del 70% superiore alla media e detiene il 12,2% del reddito totale. Parliamo di 1,8 milioni di famiglie capeggiate per lo più da imprenditori, dirigenti e quadri con titolo universitario che si caratterizzano per una maggiore partecipazione politica/sociale e per un «comportamento culturale pervasivo».
Con l’insieme di questa classificazione l’Istat ha operato una sorta di «seconda lavorazione» dell’enorme quantità di dati che possiede arricchendo sicuramente il dibattito sociologico corrente, anche perché fornisce materiale per una mappatura delle disuguaglianze non monopolizzata dalle sole differenze di reddito e dall’indice di Gini. Ed è sicuramente un passo avanti.

DARIO DI VICO

Corriere della Sera 17 maggio 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_maggio_18/operai-borghesi-escono-scena-istat-millennials-bamboccioni-cd9771b6-3b3a-11e7-935a-b58ef33c02e7.shtml


Rapporto ISTAT

http://www.istat.it/it/archivio/199318


 

Istat: scompaiono la classe operaia e la piccola borghesia, aumentano le disuguaglianze

Non esiste più la classe operaia, si fa fatica a rintracciare il ceto medio, e sempre di più nelle famiglie italiane la “persona di riferimento” è un anziano, magari pensionato. Nel Rapporto Annuale 2017 l’Istat prova a ricostruire la società italiana e a tracciare i connotati delle nuove classi sociali: molto è cambiato ma molto si è cristallizzato. La disuguaglianza aumenta e non è legata a ragioni antiche, al censo, ai beni ereditati, ma in gran parte ai redditi, e in buona parte anche alle pensioni. Da opportunità nascono opportunità: i figli della classe dirigente diventano classe dirigente, i figli dei laureati diventano laureati, gli altri lasciano la scuola giovani. La classe impiegatizia si arricchisce con le attività culturali, le famiglie a basso reddito guardano la tv. Il lavoro si polarizza: scompaiono le professioni intermedie, aumenta l’occupazione nelle professioni non qualificate, si riducono operai e artigiani. E nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

Le nuove classi sociali. “La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”, osserva l’Istat. L’istituto però non si limita a prendere atto della disgregazione dei gruppi tradizionali della società italiana, ma ne propone una ricostruzione originale, che suddivide la popolazione (stranieri compresi) in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita quella che un tempo era la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d’argento e la classe dirigente. In questa classificazione incidono vari fattori, il più importante è il reddito. Il gruppo sociale più povero, quello delle famiglie con stranieri, si ferma a una spesa media di 1.697 euro; si arriva poi agli oltre 3.000 delle famiglie di impiegati e delle pensioni d’argento fino alla classe dirigente che supera di poco i 3.800 euro mensili.

Disuguaglianze sempre più cristallizzate. Una divisione nuova della società italiana farebbe pensare a cambiamenti rivoluzionari. In realtà di rivoluzionario in Italia al momento non c’è niente: è una società che cristallizza le differenze, e che da tempo ha bloccato qualunque tipo di ascensore sociale. In effetti funziona quello verso il basso, ma i piani alti sono sempre meno accessibili. Tra le famiglie con minori disponibilità economiche pesano di più le spese destinate al soddisfacimento dei bisogni primari (alimentari e abitazione), mentre in quelle più abbienti, che sono poi anche quelle con un maggiore livello d’istruzione, sale l’incidenza di spese importanti per l’inclusione e la partecipazione sociale, destinate a servizi ricreativi, spettacoli e cultura e a servizi ricettivi e di ristorazione. L’Istat ordina le famiglie per “quinti” di spesa, e il risultato è che gli ultimi due quinti spendono il 62,2% del totale contro poco più del 20% dei primi due.

E’ soprattutto il reddito a determinare la condizione sociale. Le disuguaglianze in Italia si spiegano soprattutto con il reddito, ed evidentemente con la mancanza di meccanismi di redistribuzione adeguati, a differenza di altri Paesi europei. I redditi da lavoro, spiega l’Istat, spiegano il 64% delle disuguaglianze, però una parte è determinata dai redditi da capitale, non sono solo redditi da lavoro. Le pensioni contribuiscono al 20% della disuguaglianza, e si tratta di un dato in forte crescita dal 2008, anche per via dell’invecchiamento della popolazione (nel 2008 la percentuale si fermava al 12%).

Cresce la deprivazione materiale. Risale l’indicatore di grave deprivazione materiale, che passa all’11,9% dall’11,5% del 2015. In difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri, con disoccupati, oppure occupazione part-time, specialmente con figli minori. La povertà assoluta riguarda invece 1,6 milioni di persone, il 6,1% delle famiglie che vivono in Italia. Però se si considerano le famiglie, e non gli individui, poiché quelle povere in genere sono famiglie numerose, l’incidenza della povertà assoluta individuale è più alta, arriva al 7,6% della popolazione.

Il 28,7% a rischio di povertà o esclusione. Sono molte di più le famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale: il 28,7% della popolazione. La quota quasi raddoppia nelle famiglie con almeno un  cittadino straniero.

Occupazione di bassa qualità. L’Istat conferma l’aumento dell’occupazione, anche se sui 22,8 milioni di occupati del 2016 mancano ancora all’appello 333.000 unità nel confronto con il 2008. Inoltre, e questo spiega l’impoverimento di una parte consistente della popolazione, si tratta soprattutto di occupazione nelle professioni non qualificate (l’aumento su base annua è del 2,1%). Diminuiscono operai e artigiani (meno 0,5%). Cresce moltissimo il lavoro part-time, e quello in somministrazione aumenta del 6,4% su base annua. Il lavoro determina l’appartenenza alle “nuove” classi sociali: nella classe dirigente nove occupati su dieci svolgono una professione qualificata.

Crescita concentrata nei servizi. Nel 2016 oltre il 95% della crescita è concentrata nei servizi, settore in cui i livelli occupazionali superano di oltre mezzo milioni quelli del 2008. Prevalgono trasporti e magazzinaggio, alberghi e ristorazione e i servizi alle imprese: l’industria è ancora in arretrato di 387.000 unità rispetto al 2008.

Sono scomparsi i giovani. Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso 1,1 milioni di 18-34 anni. Mentre al 1° gennaio 2017 la quota di individui con oltre 65 anni raggiunge il 22%, facendo dell’Italia il Paese più vecchio d’Europa. Nel 2016 si è registrato un nuovo minimo delle nascite, nonostante gli stranieri ,che sono arrivati a poco più di cinque milioni, prevalentemente insediati nel Centro-Nord.

E il 70% vive ancora con i genitori. I giovani sono diminuiti, e nonostante ciò hanno forti difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro. Ecco perchè il 68,1% degli under 35 vive a casa con i genitori, si tratta di 8,6 milioni di individui.

Il 6,5% rinuncia a visite mediche. Il reddito insufficiente influisce anche sulla salute: negli ultimi 12 mesi ha rinunciato a una visita specialistica il 6,5% della popolazione, nel 2008 la quota si fermava al 4%.

Rosaria Amato

La Repubblica, 17 maggio 2017
http://www.repubblica.it/economia/2017/05/17/news/rapporto_istat-165634199/