Una questione di libertà

Il cuore del contratto di governo sottoscritto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini batte nelle poche righe in cui si progetta la reintroduzione del vincolo di mandato. Si dice reintroduzione perché l’unica volta in cui il Parlamento ne fu assoggettato risale ai tempi di Benito Mussolini. Non lo si ricorda per rivestire di camicia nera la nostra coppia, ma per dare la dimensione dell’enormità. Anche l’Urss di Stalin s’era dotata di vincolo di mandato, per cui il parlamentare rispondeva al Partito comunista: ognuno si prenda il paragone che preferisce.

Oggi la Costituzione vieta il vincolo di mandato. Chi è eletto, è parlamentare della Repubblica, non di un partito, e non deve rendere conto a nessuno, né al capo, né al gruppo politico, nemmeno alla circoscrizione o al collegio che l’ha votato, perché non ha altro padrone che la coscienza (sempre che ne abbia una) e l’interesse nazionale. Cioè, l’interesse di tutti, non di chi lo ha eletto o di chi lo ha candidato. Così dice la Carta, e siccome Di Maio e Salvini si apprestano a mettere in piedi un governo, è chiaro che intendono modificarla, e nell’entusiasmo dei loro sostenitori. Siccome il vincolo di mandato risiede anche nei programmi di Silvio Berlusconi (passato dalla rivoluzione liberale a cenni di rivoluzione illiberale) e Giorgia Meloni, se si mettessero tutti assieme avrebbe i due terzi dei voti necessari alla riforma costituzionale. Altrimenti potrebbero fare a maggioranza assoluta e poi affidarsi a un referendum. Il margine c’è.

Non sarebbe soltanto lo stravolgimento di un caposaldo della nostra democrazia, ma il modo di mettersi al di fuori delle democrazie occidentali. Non ce n’è una col vincolo di mandato. Tutte si rifanno alla Costituzione della rivoluzione francese, approvata nel 1791, e che abolì il vincolo così centrale nell’Ancien Régime della monarchia. Tutte persuase che la libertà del parlamentare preservi dalle naturali tendenze dittatoriali dei partiti: un modo saggio di limitarsi e tutelarsi a vicenda. Eppure il contratto di governo cita a esempio e un po’ a vanvera la Spagna (che ha solo scritto regolamenti parlamentari più rigidi, mentre in Costituzione c’è il mandato libero) e il Portogallo (che vieta ai parlamentari di iscriversi ad altri partiti, ma non di passare al gruppo misto). Bisognerà ora vedere che cosa hanno in testa Lega e Cinque Stelle. Dalle proposte sentite fin qui, si tratta di mandare a casa chi decide di votare in dissenso dal partito, e sostituirlo con uno più ubbidiente. Una bella bizzarria. Vietato cambiare idea e vietato farsene una in proprio.

A che serve allora eleggere i parlamentari se decide il partito? Basta un parlamentare che voti per tutti. E a che serve avere un Parlamento dove, appunto, si parla per far cambiare opinione agli altri, se agli altri è vietato cambiarla? Ecco, se nessuno si offende, sembrerebbe un passettino verso un regime autoritario, un po’ fascista, un po’ sovietico, vedete voi, nel quale gli eletti non hanno autonomia e pochi, pochissimi decidono quello che è bene e quello che è male. Specialmente in una Repubblica come la nostra in cui il presidente del Consiglio dovrebbe essere scelto dal capo dello Stato, e in cui il governo sarà controllato, sempre secondo contratto gialloverde, da un Comitato di conciliazione, ovviamente costituito dai leader di partito. Perfetto: il governo prigioniero dei partiti, il Parlamento prigioniero dei partiti, e nell’ampia esultanza in antipatia ai voltagabbana. Poi, un giorno, ci accorgeremo che i voltagabbana – anche se sono troppi, come succede da noi – vivono nelle democrazie e muoiono nelle tirannie. 

Mattia Feltri

La Stampa 18 maggio 2018

http://www.lastampa.it/2018/05/18/cultura/una-questione-di-libert-NLWdiXC1CaOR4ohEIr2QmI/pagina.html

Politiche, ecco come si voterà il 4 marzo

l 4 marzo per la prima volta l’Italia andrà a voto con il Rosatellum, sistema di voto misto che prevede un 36 per cento di collegi uninominali e per la restante parte collegi plurinominali. Nonostante la presenza di collegi uninominali e nonostante la possibilità di unirsi in coalizione, si tratta di una legge elettorale prevalentemente proporzionale.

COME SONO ATTRIBUITI I SEGGI

Per la Camera dei deputati sono istituiti 232 collegi uninominali. Nei collegi uninominali le coalizioni e i partiti che corrono da
soli propongono un solo nome. Chi prende più voti, viene eletto. Gli altri 386 seggi vengono assegnati con metodo proporzionale in base ai voti raccolti dalle singole liste nei collegi plurinominali. I collegi plurinominali assegnano un numero di seggi proporzionale al numero di abitanti. Per la ripartizione, conta la percentuale presa dalla lista su scala nazionale. Ogni collegio plurinominale elegge un massimo di deputati in base alla grandezza della popolazione. Completano l’Assemblea di Montecitorio i 12 deputati eletti all’estero.

Per il Senato sono istituiti 116 collegi uninominali in cui le coalizioni e i partiti che corrono da soli si sfidano con un solo candidato.
Chi vince, viene eletto. Gli altri 193 seggi vengono assegnati con metodo proporzionale in base ai voti raccolti dalle singole liste nei collegi plurinominali. I collegi plurinominali assegnano un numero di seggi proporzionale al numero di abitanti. La ripartizione dei seggi, per il Senato, avviene su base regionale. I seggi attribuiti dai collegi plurinominali variano a seconda della grandezza della popolazione. Completano l’Assemblea i 6 senatori eletti all’Estero.

COME SI VOTA

L’elettore avrà due schede, una per la Camera e una per il Senato. Sulla scheda troverà i candidati al proprio collegio uninominale e i partiti che lo sostengono. A fianco al simbolo del partito, c’è il listino di 3-4 nomi dei candidati nel collegio plurinominale. L’indicazione ufficiale è quella di barrare solo il simbolo del partito scelto. In tal modo il voto sosterrà sia il candidato uninominale sia il partito nella parte proporzionale. Se si barra il nome del candidato uninominale, il voto non viene invalidato ma per il proporzionale viene assegnato in quota parte alle liste che compongono la coalizione a sostegno del candidato uninominale. Si può anche apporre una doppia X sul nome del candidato uninominale e su uno dei partiti che lo sostiene. Non è ammesso, e viene invalidato, il voto disgiunto: non si può cioè votare un candidato uninominale e un partito non collegato a quel nome.

COALIZIONI E PLURICANDIDATURE

La legge elettorale consente che più liste si apparentino per sostenere gli stessi candidati uninominali. Sono ammesse le pluricandidature: ogni candidato può essere presentato dal proprio partito in 5 collegi. Anche chi si presenta nel collegio uninominale può avere il “paracadute” della candidatura in uno o più collegi plurinominali.

LE SOGLIE

Il sistema di voto non prevede un premio di maggioranza. C’è invece una soglia di sbarramento del 3 per cento sotto la quale una lista – apparentata o non – non ha diritto di accesso in Parlamento. Se una lista che corre in coalizione non raggiunge il 3 per cento, ma resta sopra l’1, allora i suoi voti vengono spartiti tra gli altri partiti dell’alleanza. I voti dati a una lista coalizzata che resta sotto l’1 vengono dispersi.

 

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/come-si-vota-il-4-marzo

Quante leggi elettorali ha avuto l’Italia?

Il 4 marzo, tra quattro settimane, gli italiani voteranno con una nuova legge elettorale. È la quinta legge elettorale approvata dal Parlamento italiano dalla nascita della Repubblica. Ma in realtà solo tre sistemi elettorali sono stati utilizzati fino ad ora: un sistema proporzionale puro, un sistema maggioritario con quota proporzionale (legge Mattarella), un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza (legge Calderoli).

Il quarto sistema, il cosiddetto Italicum, approvato solo per la Camera dei deputati nel 2015, è stato dichiarato in parte incostituzionale nel 2017 e sostituito dalla nuova legge. Il quinto sarà messo alla prova il mese prossimo. L’Italicum è dunque l’unica riforma elettorale rimasta solo sulla carta. E il Parlamento uscente è l’unico che abbia mai votato due riforme elettorali.

Il sistema proporzionale è stato in vigore dal 1946 fino al 1993: gli italiani hanno votato per oltre quarant’anni e a tutti i livelli con un sistema che attribuiva i seggi ai partiti in proporzione ai voti ottenuti. Questo valeva per i Consigli comunali, per quelli provinciali e regionali (dal 1970), per la Camera dei deputati e per il Senato. Vale ancora oggi per le elezioni europee. Alla Camera l’elettore poteva esprimere quattro preferenze. Al Senato esisteva un sistema di collegi uninominali assegnati solo a chi avesse superato il 65% dei voti e in realtà, siccome nessun candidato raggiungeva mai quella soglia, ripartiti in modo proporzionale su base regionale.

Il sistema proporzionale è stato utilizzato per undici elezioni del Parlamento.

Nel 1953 fu votata l’introduzione di un premio di maggioranza per assegnare il 65% dei seggi allo schieramento che avesse superato il 50% dei voti, definito “legge Truffa” dalle opposizioni e cancellato l’anno dopo.

Il sistema maggioritario è stato in vigore dal 1994 al 2005. Nel 1993 un referendum scelse a grande maggioranza (82,7% dei voti sul 77% di votanti, vale a dire il 63% degli elettori) di modificare il sistema di voto per il Senato in senso maggioritario.

Lo stesso anno il Parlamento votò una nuova legge elettorale che introdusse un sistema maggioritario con correzione proporzionale sia per la Camera che per il Senato. Con questa nuova legge il 75% dei seggi veniva assegnato sulla base di collegi uninominali nei quali risultava eletto il candidato più votato, qualunque percentuale dei voti avesse ottenuto. Il restante 25% veniva assegnato ai partiti in modo proporzionale a tutti i voti ottenuti.

Il relatore della legge era Sergio Mattarella, oggi presidente della Repubblica, e per questo il sistema è stato anche chiamato Mattarellum. È stato utilizzato per tre elezioni, dal 1994 al 2001.

Nel 2005 la maggioranza di centrodestra al governo votò una riforma elettorale basata su un sistema proporzionale ma con premio di maggioranza per la coalizione più votata. Relatore della legge era il leghista Roberto Calderoli, ma la legge è nota come legge Porcellum. Il voto avveniva sulla base di liste bloccate, senza possibilità di esprimere preferenze per i candidati. L’assenza di una soglia per far scattare il premio di maggioranza e l’assenza di voto di preferenza sono stati giudicati incostituzionali nel 2013, dopo le ultime elezioni politiche.

Paolo Magliocco

La Stampa, 5 febbraio 2018

http://www.lastampa.it/2018/02/05/italia/politica/quante-leggi-elettorali-ha-avuto-litalia-Gvh52X2Lhy6Ozk7WUQzsuO/pagina.html

Perché le promesse elettorali ci piacciono così tanto

Cosa accadrebbe se applicassimo gli studi che poche settimane fa hanno valso il premio Nobel per l’Economia a Richard Thaler alla campagna elettorale italiana? Il tema non è peregrino: Thaler, così come prima di lui altri esperti di economia comportamentale insigniti del prestigioso riconoscimento – George Akerlof, Robert Fogel, Daniel Kahneman, Elinor Ostrom, Herbert Simon, e Robert Schiller – ha concentrato la sua attenzione sui processi decisionali in materia economica e di risparmio personale, andando ad analizzare i motivi per cui facciamo scelte sbagliate quando si tratta di decidere cosa fare del nostro denaro e di quello pubblico: razionalmente comprendiamo bene che è opportuno prendere e gestire dei rischi per ottenere alti rendimenti nel medio e lungo termine ma poi siamo portati a fuggire il rischio e a preferire di rinunciare a quei benefici (se non addirittura a perderci in termini reali, come spiegato in questo articolo) preferendo strumenti garantiti, protetti, con rendimenti bassi o nulli, se non addirittura lasciarli sul conto corrente o sotto il materasso.

Cosa c’entra tutto ciò con l’abolizione della legge Monti-Fornero sulle pensioni, o sulle tasse universitarie o ancora con il canone Rai? È davvero possibile mettere a confronto una decisione in materia di risparmio o di finanza con il voto a un partito o l’adesione a un soggetto politico?

Richard Thaler e i suoi predecessori risponderebbero che il nesso c’è eccome e si gioca sulle asimmetrie si cui lavora la nostra mente e che, detto in parole semplici, sono lo specchio dei suoi limiti quando si attiva per prendere decisioni. È utile conoscere quali sono i fattori che ci condizionano:
1) siamo portati a prendere in esame e a isolare solo una parte di tutto ciò che sarebbe necessario sapere e non è detto che ciò che abbiamo isolato sia la parte più corretta (effetto di isolamento);
2) è fondamentale il modo con cui ci viene presentata la questione (effetto framing);
3) guadagnare denaro ci da una soddisfazione di gran lunga inferiore al dolore provato a perdere la stessa identica cifra (avversione alle perdite) il che porta a evitare scelte azzardate e innovative. Inizia a essere più chiara l’analogia con la politica?

Aggiungiamo un elemento più specifico ossia il cosiddetto “reflection effect”: Kahneman e Tversky hanno scoperto che quando non è chiaro il premio che si ottiene come conseguenza di una scelta, siamo portati a stravolgere l’ordine delle preferenze e la visibilità del rapporto tra costi e benefici: le lotterie non a caso vedono la partecipazione di numerose persone desiderose di incassare il cospicuo monte premi, anche se le chances di vittoria sono bassissime(senza considerare la perdita ossia costo del tagliando che invece è certo). Per tutto ciò siamo indotti verso una direzione piuttosto che verso un’altra.

Non si tratta qui di stabilire se a posteriori una scelta è migliore di un’altra (anche se quando ci sono in gioco i soldi questi si possono contare) né evidentemente la qualità dell’offerta politica dei diversi partiti, ma di mettere sotto la lente quel che ci condiziona. Detto in altro modo, cosa ci rende potenzialmente “vulnerabili” al potere di convincimento altrui? E per farlo ci può essere utile definire alcune asimmetrie tra le scelte che ci troviamo di fronte che ci indirizzano in modo preciso: promesse immediate contro benefici nel lungo termine, in primo luogo, ma anche concretezza del vantaggio contro impalpabilità del guadagno di lungo termine, ridotta dimensione del costo della promessa contro il gigantismo astratto dell’impatto futuro.

Prendiamo un caso di scuola, ossia l’indebitamento delle famiglie statunitensi a causa della carte di credito e di debito prima della crisi del 2008: tanti piccoli esborsi con uno strumento percepito poco “concreto” rispetto invece alle monete o alle banconote, non ha fatto scattare nessun meccanismo di allarme nei consumatori. «Peanuts», noccioline cioè, sono i piccoli ammontari di denaro che spendiamo senza pensarci, ma che tutti insieme possono produrre grandi problemi. Quando arriva il rendiconto dettagliato di quelle spese, gravate peraltro di pesanti interessi. La politica non fa lo stesso? Quando la Finanziaria del 1974 introdusse la possibilità per i dipendenti pubblici di andare in pensione con 14 sei mesi e un giorno di lavoro, furono in pochi a sottolineare i rischi che nel tempo scelte di questi tipo producono sui conti dello Stato. Ma questa e numerose altre misure analoghe sono state le maggiori responsabili dell’esplosione del debito pubblico italiano: elemento di vulnerabilità del sistema Italia e vera spina nel fianco della sovranità del Belpaese di oggi.

Quarantaquattro anni dopo il mondo è cambiato moltissimo, ma la nostra capacità di decidere si è evoluta pochissimo. Sparite le ideologie e la politica industriale, ridotti ai minimi termini i programmi, il marketing politico – come quello finanziario – utilizza il target elettorale in modo analogo a come l’industria finanziaria considera la platea di risparmiatori e investitori. Che sia la legge Fornero o gli sgravi fiscali per i possessori di animali, il canone Rai o le dentiere gratis, gli spin doctor dei politici studiano i modi con cui suscitare interesse e attenzione e accreditare i candidati come soggetti attenti ai bisogni degli elettori. Sta al consumatore del prodotto elettorale, così come di quello finanziario, saper discernere e decidere, con la sua capacità di informarsi e definire un’opinione il più possibile fondata e non “di pancia”.

Post scriptum Nudge 
Possibile che non siano possibili contromisure a questi comportamenti inefficienti? E che non si possa effettuare un salto evolutivo? Comprendere e spiegare “razionalmente” la relazione temporale tra benefici e costi non è impossibile, ma nemmeno semplicissimo. Si fa presto a dire che è necessario educare le persone a riconoscere “gli specchietti per le allodole”: ci sarà sempre una fetta importante di popolazione che sarà vittima di questi specchietti anche perché la loro vulnerabilità corrisponde al presunto proprio beneficio, economico o politico. Aiuterebbe un patto tra tutti coloro che non vogliono ricorrere a mezzi considerati deteriori per ottenere consenso o guadagnare soldi a spese degli altri; ciò presuppone però un tasso etico non comune e non uniforme all’interno della popolazione. A meno che questa comprensione non si annidi in profondità nella cultura “emotiva” di un popolo: la super inflazione dei tempi della Repubblica di Weimar continua a condizionare le scelte di politica economica della Germania.

E il Nudge? La “spintarella gentile” grazie alla quale Richard Thaler è diventato famoso per un celebre libro scritto con Cass Sunstein, è vista da molti come una soluzione. Ma è efficace? «Il Nudge la fa un’authority di vigilanza – spiega lo psicologo Paolo Legrenzi –, che deve intervenire in caso di inadempienze. E in materia di risparmio e finanza qualche falla l’abbiamo vista. Per quanto riguarda la politica il Nudge è spuntato a causa della competizione elettorale tra candidati, che spinge per far saltare quel possibile “patto tra gentiluomini” per evitare comportamenti deteriori. Quando in gioco ci sono in gioco le decisioni e i rischi connessi, la cosa difficile, se non disperata – spiega Legrenzi –, è far comprendere un concetto a chi non lo sa comprendere: è il paradosso della conoscenza. Eppure non è così difficile. Basti pensare al passaggio generazionale dei patrimoni delle famiglie italiane: tutti pensano a pagare meno tasse e a proteggere ciò che si ha, dimenticando che investire per i figli e per i nipoti allunga l’orizzonte temporale degli investimenti, ottenendo rendimenti superiori».

Marco lo Conte

Il Sole 24 ore, 14 gennaio 2018

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-01-09/perche-promesse-elettorali-ci-piacciono-cosi-tanto-170905.shtml?uuid=AEuqBVeD&cmpid=nl_7+oggi_sole24ore_com

Governare o comandare? È più utile la prima opzione

Nell’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale si sono nel tempo moltiplicate le schermaglie politiche sul mito, sempre molto attrattivo, del «comando». E sull’argomento si confrontano sia coloro che nutrono nostalgia di quando il comando l’hanno esercitato (da D’Alema a Renzi) sia altri che si presentano come espliciti candidati ad esercitarlo in futuro (da Di Maio a Grasso e Salvini).

Sono schermaglie certo legittime, almeno sul piano delle ambizioni personali, ma ruotano su un errore culturale e politico di fondo: oggi il Paese esprime il bisogno di qualcuno che «governi» e non di qualcuno che voglia più semplicemente «comandare». Insistere su questa seconda opzione induce sospetti di protagonismo individuale e finisce per nascondere il vero problema dell’attuale nostra classe dirigente: questa non ha cultura di governo, e vi supplisce enfatizzando la funzione di comando, che è certamente essenziale nei singoli campi dell’azione pubblica, ma che mal si addice quando si tratta di pensare e di governare più vaste strategie di sistema.

Nell’imminenza delle elezioni politiche una tale zoppia della classe dirigente si traduce nell’ansia evidente con cui si cerca di trovare personalità cui affidare le sorti delle formazioni in gara. I leader di partito si offrono come potenziali comandanti, con accanto la loro truppa di peones parlamentari e partitici, nella comune speranza che gli elettori li certifichino classe di governo. In «cotanta miseria» si cerca un po’ di «patrizia prole» che dia decoro alle liste ed appetibilità per gli elettori minimamente scolarizzati. Ma la patrizia prole, cioè la tanto citata società civile, non ha alcuna possibilità di coprire le esigenze di governo sistemico: nel suo orgoglio non vuole far truppa, ma da parte sua non ha coltivato quella arte della strategia (socioeconomica oltre che politica) che è l’anima e la sfida di chi vuole guidare la società nel suo complesso.

Fa specie cogliere in questo segmento di nuova offerta elettorale figure che appartengono inderogabilmente più alla categoria dell’intendenza, magari anche nobile, che alla categoria degli strateghi e dei condottieri. Ci ritroviamo magistrati di vario livello, alti burocrati, operatori della comunicazione, militari di storia e prestigio, qualche professore di diverse discipline; qualcuno di loro forse ha comandato nel proprio campo, ma a nessuno sfugge il fatto che sono per natura (e forse per vocazione) uomini di «intendenza»; e viene naturale ricordare che Napoleone, avanzando per merito dei suoi Marescialli, diceva con realismo che «la intendenza seguirà». Sono infatti i primi con cui si vincono battaglie e guerre; con l’intendenza si gestiscono nel migliore dei casi le parate del giorno dopo, e nel peggiore le faticose ritirate.

Ci avviamo allora ad un’offerta elettorale fatta da nessuno stratega, qualche esponente di media o grande intendenza, tanti potenziali peones, con naturalmente la immancabile quota di cacicchi locali con le loro tribù portatrici di voti. Un’offerta strutturalmente povera, affidata quindi alle schermaglie di vertice ed alla impressività mediatica dei leader. Continua così a sopravvivere, ma si slabbra ulteriormente, il tessuto di rappresentanza e di partecipazione messo in crisi dalle vicende degli ultimi trenta anni. C’è allora da sperare che questo continuismo non regga ancora per molto tempo, visto che c’è nella società un bisogno di andare oltre l’attuale malcontento rancoroso e di mettere in moto un nuovo ciclo di vitalità sociale. Ma un nuovo ciclo non si costruisce con la promozione di carriera dell’intendenza combinata con una classe politica attratta prevalentemente dal mito del comando.

Giuseppe De Rita

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/opinioni/18_gennaio_05/governare-o-comandare-piu-utile-prima-opzione-2a844df8-f16c-11e7-b33d-56f05ccceb4d.shtml

 

Il faticoso viaggio della Costituzione

La Costituzione sta per festeggiare settant’anni.

La stessa età di musicisti celebri come Elton John, Brian May, Carlos Santana. Fu d’altronde un suono, anzi un doppio suono, ad accompagnarne i natali, quel pomeriggio del 22 dicembre 1947. Là fuori — dove s’assiepava una piccola folla di romani intabarrati fino al collo, per proteggersi dalla tramontana — quando il campanone di Montecitorio suonò a distesa nella piazza. E all’interno del palazzo, rischiarato dai fotografi con le loro macchine al lampo di magnesio. Meuccio Ruini aveva appena consegnato nelle mani di Umberto Terracini il testo. E in quell’istante un gruppo di garibaldini — vecchi reduci dal fronte delle Argonne, con le loro chiome incanutite e le camicie rosse — dalle tribune intonò l’inno di Mameli. Sulle prime Terracini parve esitante, imbarazzato; ma il canto venne immediatamente condiviso dall’intera assemblea. Che da lì a poco concluse la sua opera con l’ultima votazione: 453 a favore, 62 contrari. Così nacque la Costituzione, la carta d’identità degli italiani.

Ma ci riconosciamo ancora in quella foto in bianco e nero?

Abbiamo sempre voglia di guardarla? E c’è una musica, una nota che continua a propagarsi da quello spartito d’articoli e di commi? Giacché la Costituzione non è che un pezzo di carta, diceva Calamandrei: la lascio cadere e non si muove. Per animarla serve un popolo, serve una passione. E non basta il cuore dei nostri progenitori, per mantenerla viva. I diritti (e i doveri) costituzionali appassiscono, se non vengono irrorati. Sicché ogni generazione deve impadronirsene di nuovo, deve farli propri. Altrimenti ne rimarrà soltanto una riga d’inchiostro, senza linfa, senza rapporto con il nostro vissuto quotidiano. Da qui il programma con cui questo giornale intende celebrare il settantesimo anniversario della Carta. Attraverso un viaggio fra le sue promesse di libertà, d’eguaglianza, di solidarietà sociale. E commisurando quel paradiso dei diritti all’inferno che sperimentiamo tutti i giorni. Senza accenti enfatici, però, né sulle virtù della Costituzione né sui nostri peccati. Dopotutto, la perfezione non è di questo mondo. Nessuna società umana sarà mai davvero giusta, davvero libera ed eguale. È impossibile, perché la vita stessa propone ogni minuto nuove costrizioni, nuove disuguaglianze cui occorre rimediare. Perciò la nostra condizione riecheggia la fatica di Sisifo, ciascuno con un masso sulle spalle, che rotola giù quando l’hai portato in cima. E allora devi cominciare daccapo la salita.

Conta lo sforzo, insomma, non il risultato. Conta la tensione verso i valori indicati dalla Carta costituzionale. E a sua volta quest’ultima è come l’orizzonte che ci sovrasta: nessuno può toccarlo con le dita, però nessuno può fare a meno di guardarlo. A meno che non si proceda con gli occhi bassi sul selciato, sugli egoismi individuali e collettivi, sulle piccole miserie esistenziali. È esattamente questo il tradimento costituzionale di cui siamo responsabili — di più o di meno, tuttavia non c’è uomo né partito che sia del tutto innocente. Giacché la colpa principale consiste nell’oblio, nel velo d’ignoranza o di dimenticanza da cui in Italia è circondato il nostro testo fondativo. Che a sua volta suona un po’ come un memento: delle storture da correggere, delle priorità su cui convogliare le energie. (…)

Michele Ainis

La Repubblica , 18 dicembre 2017

Il faticoso viaggio della Costituzione

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/18/il-faticoso-viaggio-della-costituzione04.html?ref=search

 

Ecco dove trovare gli altri articoli

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Lavoro

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/19/lavoro04.html

Uomini che sono più uguali delle donne

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/19/uomini-che-sono-piu-uguali-delle-donne04.html

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Cosi consumiamo la nostra bellezza

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/20/cosi-consumiamo-la-nostra-bellezza08.html

Conoscenza e territorio i veri pilastri della nazione

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/20/conoscenza-e-territorio-i-veri-pilastri-della-nazione08.html

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Salute

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/21/salute08.html

Un sistema buono ma non per tutti

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/21/un-sistema-buono-ma-non-per-tutti08.html

Se il corpo è la persona, soffrire è politico

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Scuola

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Aperta a tutti, amica di pochi

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Una carta d’accesso per essere cittadini

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Quella trasparenza che resta un miraggio

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Sindacati &Partiti

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Pari opportunità

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/24/pari-opportunita04.html

Quote rosa cercasi nei posti di comando

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/24/quote-rosa-cercansi-nei-posti-di-comando04.html

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Fisco

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Poche parole contro i venditori di fumo

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Corruzione

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/28/corruzione04.html

 

Ma i cittadini assuefatti non sanno più indignarsi

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La giungla dei concorsi

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Dobbiamo correre il rischio di valutare

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/29/dobbiamo-correre-il-rischio-di-valutare08.html

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Antifascismo

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/30/antifascismo04.html

 

Quel patto nato dalla lotta partigiana

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/12/30/quel-patto-nato-dalla-lotta-partigiana04.html

Si vota il 4 marzo

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto per lo scioglimento delle Camere, che formalmente mette fine alla XVII legislatura. Il presidente ha sciolto il Parlamento dopo essersi consultato al palazzo del Quirinale con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e successivamente con la presidente della Camera, Laura Boldrini, e il presidente del Senato, Pietro Grasso. Nella successiva seduta del Consiglio dei ministri organizzata a Palazzo Chigi, il governo ha deciso la data delle elezioni per il nuovo Parlamento: il prossimo 4 marzo 2018. I passaggi formali di oggi sanciscono l’avvio della campagna elettorale, mentre il governo rimarrà comunque in carica per il cosiddetto “disbrigo degli affari correnti”.

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Lo scioglimento delle Camere
L’articolo 60 della Costituzione prevede che, in condizioni normali, le Camere restino in carica per 5 anni, periodo comunemente detto “legislatura”:

La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni. La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra.

L’articolo 61 dice inoltre che “le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro 70 giorni dalla fine delle precedenti”.

L’articolo 87 stabilisce, tra le altre cose, che il presidente della Repubblica “indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione”. Quello seguente che il presidente ha anche la facoltà di “sciogliere le Camere o anche una sola di esse”, sentiti i loro rispettivi presidenti.

Quindi, ricapitolando, una legislatura in condizioni normali dura 5 anni, al termine dei quali il presidente della Repubblica deve sciogliere le Camere, in modo che entro 70 giorni siano eletti i nuovi deputati e senatori per la legislatura successiva. Nel periodo di transizione tra una legislatura e l’altra, il Parlamento uscente mantiene comunque i propri poteri.

Cosa succede adesso
La legislatura appena finita è stata la XVII della Repubblica: era iniziata a metà marzo del 2013, ed è quindi durata quasi 5 anni, per fare i precisi 1.749 giorni. Nel corso della legislatura ci sono stati tre governi: Letta 2013 – 2014, Renzi 2014 – 2016, e Gentiloni iniziato circa un anno fa e ancora in carica.

Come abbiamo visto, dal momento in cui vengono sciolte le Camere, le elezioni politiche devono tenersi al massimo entro 70 giorni. Per questo motivo, e considerato che la giornata elettorale si tiene sempre di domenica (prolungandosi talvolta il lunedì), è stato scelto il prossimo 4 marzo.

Il Post , 28 dicembre 2017

http://www.ilpost.it/2017/12/28/mattarella-sciolto-camere-data-elezioni-marzo/

Come si fa il testamento biologico

Giovedì 14 dicembre in Italia è stata approvata in via definitiva la cosiddetta legge sul testamento biologico, che si intitola “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari” e che è composta da 8 articoli: introdurrà entro alcuni limiti il diritto all’interruzione delle terapie, che finora doveva passare dai tribunali e il diritto a decidere per sé nel caso in cui a un certo punto si sia impossibilitati a farlo.

Quale diritto introduce la legge?
All’articolo 1 si dice che la legge «tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona». Stabilisce che nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito senza il consenso «libero e informato» della persona interessata.

In previsione di una futura incapacità a decidere o a comunicare, la legge permette anche di stabilire in anticipo attraverso le Disposizioni anticipate di trattamento (DAT) a quali esami, scelte terapeutiche o singoli trattamenti sanitari dare o non dare il proprio consenso. La legge considera trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale.

La legge ribadisce infine che «nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati».

Che cos’è il consenso libero e informato?
Il consenso informato prevede che ogni persona abbia il diritto «di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informato in modo completo, aggiornato e comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefìci ed ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi». Ogni persona ha dunque il diritto di conoscere e comprendere la propria situazione e di sapere anche quali possono essere le conseguenze di un possibile rifiuto alle cure. Se la persona coinvolta non vuole ricevere informazioni sulla propria situazione può indicare i familiari o una persona di fiducia incaricandola di ricevere tutte quelle informazioni o solo una parte di esse al posto suo e di esprimere di conseguenza al suo posto anche il consenso o il rifiuto.

Ogni persona ha il diritto di revocare «in qualsiasi momento» il consenso prestato, anche quando la revoca comporta l’interruzione del trattamento. Si può cioè aver dato inizialmente il proprio consenso, ma poi cambiare idea.

A che cosa si può dare o non dare il proprio consenso?
La legge parla di «qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso», compresa nutrizione e idratazione artificiali. Repubblica spiega che si può entrare nel dettaglio: «Non voglio essere rianimato, intubato, voglio antidolorifici, oppiacei, rianimazione meccanica. Voglio o non voglio che siano iniziati trattamenti anche se il loro risultato fosse uno stato di demenza, uno stato di incoscienza senza possibilità di recupero. Oppure restare sul vago: non voglio essere rianimato».

Cosa sono le DAT?
Le Disposizioni anticipate di trattamento danno la possibilità di scegliere in anticipo l’assistenza sanitaria a cui acconsentire o no se ci si dovesse trovare nell’incapacità a un certo punto di poter decidere o comunicare ciò che si vuole. La legge prevede che ogni persona maggiorenne capace di intendere e di volere possa dare queste indicazioni. Prevede anche che si possa nominare un fiduciario che prenda al posto proprio le decisioni e che parli con il medico.

Che cosa può fare o non fare il fiduciario?
Deve rappresentare le decisioni prese dalla persona che l’ha indicato quando quella stessa persona non sarà in grado di esprimersi. Si tratta di un’indicazione che può essere revocata in qualsiasi momento e il fiduciario stesso può rinunciare alla nomina attraverso un atto scritto.

E se il fiduciario non c’è o muore?
La legge prevede questi casi e dice che «nel caso in cui le DAT non contengano l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace, le DAT mantengono efficacia in merito alle volontà del disponente».

E se nel frattempo vengono scoperte nuove cure?
Se le indicazione delle DAT sono «palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente» e se vengono scoperte «terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita», le DAT possono essere disattese dal medico e il fiduciario potrà fare nuove valutazioni sulla persona che l’ha nominato.

Tutti possono fare i fiduciari?
Sì, purché siano maggiorenni.

Come si fanno le DAT?
Le DAT possono essere scritte a mano, al computer o video-registrate e in quegli stessi modi possono essere rinnovate, modificate e revocate in ogni momento. In caso di emergenza o di urgenza «la revoca può avvenire anche oralmente davanti ad almeno due testimoni».

Le DAT vanno firmate davanti a un pubblico ufficiale, davanti a un notaio o in presenza di un medico del Servizio Sanitario Nazionale. Questi documenti sono esenti dall’obbligo di registrazione, dall’imposta di bollo e da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto e tassa.

Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge si potranno inserire all’interno del fascicolo medico elettronico presente in numerose regioni o in un registro nazionale che sarà istituito. Le DAT andrebbero anche consegnate al fiduciario che ci si è scelto.

Il medico è obbligato a obbedire al malato?
In presenza o in assenza di DAT la volontà del malato va rispettata. Al medico è garantita l’obiezione di coscienza, può dunque rifiutarsi di fare ciò che il paziente ha chiesto, ma la struttura ospedaliera deve in quel caso trovare qualcuno che garantisca il rispetto delle volontà del malato.

Come si è già visto è poi permessa la libertà del medico di rifiutarsi di seguire le indicazioni del paziente o quelle contenute nelle DAT, perché sono state scoperte nuove terapie che potrebbero permettere un miglioramento del paziente di cui lui stesso non era a conoscenza al momento della redazione delle DAT.

E la terapia del dolore?
La legge dice che il medico, con mezzi appropriati allo stato del paziente, deve alleviarne le sofferenze «anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico». La terapia del dolore è dunque sempre garantita. Il medico, per i malati in fase terminale o per quelli su cui non hanno effetti altre terapie antidolorifiche, può far ricorso alla sedazione palliativa profonda.

Cosa è previsto per i minorenni?
I minorenni sono esclusi da tutto questo, e il consenso informato è espresso da chi ha la responsabilità genitoriale o dal tutore. Va però tenuto conto della volontà della persona minore, «in relazione alla sua età e al suo grado di maturità, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del medesimo, nel pieno rispetto della sua dignità».

Il Post, 15 dicembre 2017

http://www.ilpost.it/2017/12/15/biotestamento-testamento-biologico/

 

Il 70% del debito pubblico arriva dagli squilibri della previdenza

Viviamo gli anni in cui per la prima volta ai pensionandi italiani viene chiesto di pagare il conto degli storici squilibri del sistema previdenziale. Per decenni le persone vicine alla pensione erano riuscite a schivare il conto, ogni volta i governi rimandavano buona parte del pagamento scaricandolo su chi sarebbe arrivato dopo di loro. Un capolavoro, in questo senso, è stata la riforma Dini nel 1995, che ha stabilito il passaggio dal generoso sistema retributivo al più sostenibile calcolo contributivo, dandogli però una gradualità così morbida che ancora oggi, e sono passati più di vent’anni, solo il 5% delle pensioni è basato interamente sul contributivo.

È toccato ad Elsa Fornero, nel contesto di emergenza del governo Monti, ammettere che l’Italia non poteva più permettersi tanta calma nella sua transizione previdenziale. La brusca accelerazione dell’adeguamento dell’età di pensionamento delle donne, anticipata dal 2026 al 2018 dall’ex ministro del Lavoro, è stato il primo vero segnale d’allarme per i pensionandi: sarebbe toccato a loro, la generazione dei nati negli anni ’50, fare i primi sacrifici veri per rimettere in equilibrio il sistema.

Il rischio demografico

Equilibrio che per altro resta precario, nonostante quel correttivo, a causa del fattore demografico, il combinato disposto di invecchiamento della popolazione e crollo delle nascite, che porterà il sistema, nel complesso, a un rapporto di uno a uno fra lavoratori e pensionati. Secondo le stime dell’Istat la prima tappa critica arriverà nel 2032, quando andranno in pensione un milione e 55mila baby boomers, un record assoluto. Sono i nati nel 1964 che entreranno nel novero dei pensionati proprio quando il livello di nascite nel Paese si attesterà a un minimo di 450mila. Nel 2044, poi, tra 27 anni, un terzo degli italiani avrà più di 65 anni e la spesa previdenziale salirà al 18% del Pil. Non basta: ventuno anni dopo nel 2065, il numero dei decessi doppierà quello delle nascite.

La diseguaglianza intergenerazionale

Un’indagine focalizzata sull’Italia contenuta nel recente studio dell’Ocse sulle diseguaglianze ha svelato con chiarezza quanto sia peggiorata la prospettiva per chi ha compiuto a cinquant’anni nel decennio della crisi. Incrociando i dati su regole previdenziali e aspettative di vita, l’Ocse calcola che in media un italiano nato negli anni Quaranta quando arrivava a 50 anni doveva lavorare ancora poco meno di 6 anni per poi starsene in pensione per 18 anni, mentre l’italiano nato negli anni Sessanta a 50 anni deve lavorare ancora 11 anni e mezzo per poi stare in pensione 14 anni scarsi. Per le donne il passaggio è stato pesante: le cinquantenni nate negli anni Quaranta avevano davanti 3 anni e mezzo di lavoro e 17 anni e mezzo di pensione. Quelle degli anni Sessanta devono lavorare il triplo e stare in pensione due anni e mezzo in meno.

Meglio non allargare l’indagine a quelli nati dopo gli anni Sessanta: l’Ocse nella sua indagine fa presente che sarà difficile pagare loro pensioni decenti. Si poteva immaginare che sarebbe finita così. Cioè che a un certo punto l’Italia avrebbe dovuto pagare il conto della sua ostinata generosità previdenziale. Una prodigalità suicida per il Paese, se la si guarda con un orizzonte di tempo che va oltre l’interesse di un paio di generazioni, ma salvifica per i governi che l’hanno realizzata, non vedendo mai oltre la prossima scadenza elettorale.

Il rapporto tra pensioni e debito pubblico

Il quarto rapporto sul “Bilancio del Sistema previdenziale italiano” elaborato dal centro di ricerca Itinerari Previdenziali mette insieme cifre impressionanti sui costi di quella generosità. Nel 2014 per pagare i 444 miliardi di costi del welfare – di cui 216 miliardi sono le pensioni, altri 111 miliardi la sanità, il resto sono assistenza e prestazioni temporanee – lo Stato ha dovuto impiegare ovviamente tutto l’incasso dei contributi, ma ci ha dovuto aggiungere quello delle imposte sui redditi delle persone (l’Irpef) e delle società (l’Ires) più l’imposta regionale sulle aziende (l’Irap) e un terzo dell’Isos (l’imposta sostitutiva). Il welfare si prende “il grosso” delle tasse, per tutte le altre spese avanzano le imposte indirette, come l’Iva e le accise.

 

Se non ce n’è abbastanza bisogna indebitarsi. Dedicare questa enorme fetta della spesa pubblica a pensioni e welfare non solo ha privato l’Italia delle risorse per fare investimenti o ridurre le tasse per creare crescita futura. Ha anche fatto decollare il debito. Itinerari Previdenziali somma il costo annuo degli squilibri tra contributi versati e prestazioni pagate dai vari enti pensionistici e assistenziali pubblici negli ultimi 36 anni. La somma di quei disavanzi è un passivo che, ai valori di oggi, ammonta a 1.491 miliardi di euro. La spesa per coprire i buchi di un sistema previdenziale e assistenziale troppo generoso ha generato quasi il 70% dell’attuale debito pubblico.

Le pensioni del futuro

Oggi in Italia chi arriva a sessant’anni scopre, con comprensibile rabbia, di essere chiamato, nel suo piccolo, a rimediare al guaio creato nei decenni passati: gli viene chiesta più pazienza per arrivare alla pensione o un sacrificio per ritirarsi prima. Chi invece arriva a trent’anni alla pensione è meglio che non ci pensi. «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale» ammise nel 2010 l’allora presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua.

Più attuale del fosco futuro previdenziale è però il presente lavorativo e più in generale economico a scoraggiare il trentenne italiano di oggi. Il lavoro non abbonda, i salari sono bassi, la tassazione molto alta e certi costi, come quelli degli immobili, proibitivi. La Fondazione Bruno Visentini ha costruito un Indice di divario generazionale, un indicatore che attraverso parametri come il reddito, la ricchezza, i prezzi delle case, le infrastrutture fisiche e digitali e l’educazione misura gli ostacoli economici e sociali che impediscono a un giovane di raggiungere una sua indipendenza e quindi diventare adulto. Fatto 100 il divario intergenerazionale del 2004, nel 2016 è già salito oltre quota 150 e nel 2030 senza correzioni drastiche raggiungerà i 300 punti.

Analizzando il “caso Italia” ieri il Financial Times notava che nonostante la ripresa economica nel nostro Paese l’emigrazione dei giovani continua ad aumentare. Altrove, ad esempio in Spagna o Portogallo, si è fermata. La prospettiva di restare in un Paese il cui principale sforzo economico è trovare i soldi per pagare le pensioni ai suoi anziani non è, evidentemente, il sogno di un millennial.

Pietro Saccò

Avvenire, 14 novembre 2017

 

https://www.avvenire.it/economia/pagine/il-70-del-debito-pubblico-arriva-dagli-squilibri-della-previdenza

Il vestito buono della politica

Nei primi anni della democrazia, le giornate elettorali erano giorni di festa. Chi ha una certa età e un minimo di memoria, ricorda che ai seggi c’era chi si recava con il “vestito buono” e non solo perché era domenica. Si festeggiava la riconquistata libertà. Un’abissale distanza dai rassegnati rituali dei giorni nostri, quando due elettori su tre hanno disertato, non trovando valide ragioni nemmeno per quel piccolo atto di impegno politico che è la scheda depositata nell’urna. Ora finalmente, l’astensione di massa è entrata nella discussione politica. Ma di che cosa si discute? Soprattutto di come attirare o recuperare alla propria parte i voti perduti; di come pescare qualcosa in quel grande bacino di astenentisi che è diventato il più grande partito italiano, più grande di tutti gli altri messi insieme. Insomma, i partiti pensano ai propri interessi facendo promesse sempre meno credute, per sedurre gli elettori e intercettarne i voti. In prossimità delle elezioni, cioè, fanno esattamente ciò che è la causa della frustrazione della democrazia. In Italia c’è il suffragio universale: vero e falso. Vero, perché il diritto di voto è riconosciuto a tutti; falso, perché solo una minoranza lo esercita. È la differenza tra ciò che è in potenza (il diritto) e ciò che è in atto (l’esercizio del diritto). Il voto è diritto di tutti e molti non lo usano. Così la democrazia, che dovrebbe essere il sistema politico della larga partecipazione, diventa “olicrazia”, il regime in cui il governo è nelle mani di minoranze. Senza che si cambino le leggi, cambia la forma di governo.

C’è, innanzitutto, una questione quantitativa. Un tempo, “l’astenuto” era l’eccezione. Nelle prime elezioni repubblicane, nel 1948, i cittadini che andarono al voto furono il 92,23 per cento: cioè, tolti coloro che erano impediti dagli acciacchi, dalla malattia o dall’assenza dall’Italia, tutti. A partire dagli anni ’80, si scese sotto l’80 per cento e si incominciò a riflettere. Oggi possiamo dire che non è l’astenuto l’eccezione, ma è il votante, soprattutto in certe fasce d’età e in certe categorie sociali. Una volta ci si chiedeva quali fossero le ragioni del non- voto; oggi, quali le ragioni del voto: un vero e proprio ribaltamento. Il diritto c’è, ma la maggioranza non ne fa uso. Se è vero che l’esercizio dei diritti è ciò che forma l’ossatura morale d’una società (una volta si diceva che bisogna tenere sempre strette le mani sui propri diritti), allora dobbiamo concludere che siamo diventati un popolo straordinariamente malleabile, arrendevole.
I politologi si consolano troppo facilmente osservando che l’astensionismo è diffuso dappertutto, talora in misura anche maggiore che in Italia. Parlando solo dell’Europa, le statistiche provano che siamo comunque nella media dei maggiori Paesi dei quali non si potrebbe contestare il carattere democratico (Regno Unito, Francia, Germania, Svizzera, ecc.). Si dice anzi che sarebbe il sintomo di “democrazie mature”, consolidate: ci si fida a tal punto gli uni degli altri che non si considera necessario agire in proprio. In un certo senso, gli astenuti si fanno rappresentare dai votanti.
Il sintomo, tuttavia, è ambiguo. Non dappertutto e sempre esso significa la stessa cosa. Occorrerebbe andare a fondo nelle motivazioni: molta fiducia e molta sfiducia possono produrre lo stesso effetto. La fiducia è il pilastro della democrazia, ma la sfiducia ne è il tarlo. Non c’è bisogno di sondaggi, statistiche, analisi per capire che in Italia siamo di fronte al rinascente fenomeno di massa del rifiuto della politica, e per sapere di quale mescolanza di delusione, frustrazione, rassegnazione, rabbia e disprezzo esso si alimenta. Basta un po’ di ordinarie, quotidiane frequentazioni e conversazioni.
C’è, poi anche, una questione qualitativa.
Si dice che il nostro tempo è quello del populismo e dell’antipolitica, e il dilagante astensionismo è spesso indicato come un effetto dell’uno e dell’altra. Chissà perché? I populismi, comunque li si concepisca, sono sempre regimi della mobilitazione di massa (mobilitazione, non partecipazione), mentre l’astensione è una smobilitazione. L’anti- politica, poi, è un sentimento attivo che si rivolge “ contro”: contro le istituzioni, i politici, lo Stato, e può sfociare in ribellismo e in anarchismo. L’astensionismo, forse, più precisamente potrebbe definirsi non- politica, “ impolitica”: cioè l’atteggiamento rassegnato di chi dice “ lasciatemi in pace” oppure, drammaticamente, “ ho perso ogni speranza” perché non so chi votare, a chi votarmi.
C’è poi, invece, il popolo dei votanti, il popolo composto da coloro che sanno chi votare— perché mantengono viva una fedeltà, una speranza e una fiducia — e da coloro che sanno a chi votarsi — perché hanno ricevuto promesse di favori o minacce di ritorsioni. Il voto dei primi è libero; quello dei secondi, è forzato. Coloro che appartengono al mondo di chi sa a chi votarsi di certo non si astengono. Così, tanto maggiore è il loro numero, tanto maggiore è l’incidenza del voto corrotto su quello libero. Se — supponiamo — votano in cento e i voti corrotti sono venti, i venti rappresentano un quinto del totale; se votano in sessanta e i voti corrotti sono sempre venti, i venti rappresentano un terzo del totale. Ciò significa, in breve, che l’astensionismo attribuisce un plusvalore al voto di scambio e, in genere, all’influenza delle varie forme di criminalità organizzata che operano nel nostro Paese. La crescita dell’astensione le favorisce. Si ha un bel dire che, astenendosi, i cittadini reagiscono in quel modo al degrado della politica “lanciando segnali”: nel frattempo, però, non fanno altro che dare maggiore potere a coloro contro i quali vorrebbero dirigere la loro protesta.
C’è, infine, la questione politica. Tra gli astenuti, moltissimi sono coloro che dicono: voterei certamente, se solo sapessi per chi. E molti lo dicono con amarezza, perché sanno quanto è costata in lacrime e sangue la conquista del diritto di voto, per ogni spirito democratico il più sacro di tutti. Ma, per non fare vuota retorica (“ occorre”, “ serve”, “ bisogna”), non basta ( più) invocare il “ dovere civico” di cui parla la Costituzione. Deve riattivarsi il circuito della domanda (degli elettori) e dell’offerta (di chi si candida a essere eletto). C’è stato un tempo in cui si chiedeva: tu che ti astieni, che motivo hai per non votare. Oggi, spesso, si vuole sapere da chi non si astiene che motivo ha per votare. Qui c’è la questione politica. Il voto è un mercato. La parola può sembrare odiosa e lo è se il “bene” offerto è il favoritismo, il patronage d’interessi particolari a danno di quelli comuni, il clientelismo, la promessa d’illegalità, la corruzione, la partecipazione in opache strutture d’interessi. Non siamo (ancora) a questo punto ma, se i “ giri del potere” si stringeranno ancora e l’astensione di coloro che ne sono estranei crescerà, verrà il momento in cui l’elettore che fa uso del diritto di voto sarà sospettato di collusione.
La merce offerta sul mercato elettorale può, tuttavia, essere altra: onestà, esperienza, competenza, idee e ideali concreti di vita comune. Questa è la merce che manca al popolo di chi si astiene. Se qualcuno volesse farsene un’idea approfondita, potrebbe leggere il famoso saggio di Max Weber La politica come professione. I partiti che si candidano alle elezioni, così come sono, sono all’altezza del bisogno? Oppure il tempo per correre ai ripari è passato irrimediabilmente? È difficile l’innamoramento di ritorno, ma è ancor più difficile il ritorno alla politica di chi ne è stato prima illuso e poi disgustato.
Di fronte a questo compito, tanto vasto e urgente quanto essenziale per la democrazia, gli slogan, le promesse, le alchimie, le furbizie elettorali, le incoerenze, le menzogne e le recriminazioni reciproche sono contorcimenti nel vuoto che, se possibile, danno ragioni crescenti al popolo degli astenuti che osserva. C’è nell’aria un desiderio di ricominciamento; c’è un sentimento ambiguo di “piazza pulita”. Può essere il preludio a una catastrofe o a una rigenerazione. Se sarà la prima, gli storici daranno tutta la colpa alle inadeguatezze dei partiti e dei loro dirigenti, all’arroccamento nei posti e sulle posizioni acquisite e all’incapacità di cogliere il momento, comprendendo quando i vecchi tempi sono al tramonto e occorre promuoverne di nuovi.

 GUSTAVO ZAGREBELSKY
 la Repubblica , 23 novembre 2017