L’età del dubbio

Se il diciottesimo secolo è stato l’Età della Ragione, sembra assolutamente possibile che il nostro periodo, quello in cui stiamo vivendo oggi, verrà ricordato come l’Età del Dubbio.
Persone terribili hanno un potere enorme su di noi. Com’è successo?
I nostri telefoni ci stanno ascoltando, proprio mentre noi li ascoltiamo?
Ci sarà un futuro? Quando dico che la nostra epoca verrà ricordata come l’Età del Dubbio, lo dico presupponendo che ci sarà un futuro.
Pare che tutto quello che sappiamo con certezza è che abbiamo ragione di dubitare di quasi ogni cosa.
E allora, non dovremmo pensare a qualunque antidoto contro il dubbio che riusciamo a escogitare? Perché, in fondo, dobbiamo pur vivere le nostre vite, persino in un’epoca in cui sembra fin troppo ragionevole rimanere dentro casa, con le persiane abbassate.
Ho un mio, personale elenco di antidoti contro il dubbio. Spero che anche voi ne abbiate qualcuno.
Uno. Ogni giorno mi concentro su qualunque cosa su cui non nutro alcun dubbio.
La bellezza e la vitalità di mio figlio, di ventun anni. La luna quasi piena in una notte d’estate, mentre mi siedo su un tetto di New York City in compagnia di alcuni amici e di una bottiglia di vino. Il pino giapponese di cui mi sto prendendo cura nel balcone del mio appartamento. Le pere che stanno diventando mature sul davanzale della finestra.
Ho paura per il futuro di mio figlio, il futuro dei miei amici e del pino. Ma non dubito della loro bellezza e del loro valore, nel presente.
Due. Ho fiducia nel fatto che una specie in grado di realizzare Il Gattopardo, la Venere di Urbino e La Traviata – per non parlare del romanzo di George Saunders Lincoln nel Bardo, e l’arte di Mimmo Paladino – non permetterà che il mondo finisca prematuramente, per quanto alcune persone possano adoperarsi per fare esattamente questo.
L’arte serve a darci fede, e più fede equivale a meno dubbio.
Tre. Ogni giorno cerco di aiutare qualcuno, che sia uno sconosciuto bisognoso di soldi o un turista che ha l’aria di essersi perso. Si tratta di semplici azioni, di cui non ho alcun dubbio.
Se le persone hanno bisogno di soldi e voi ne avete di più del necessario, gliene potete dare un po’. Non dovete domandarvi per cosa li spenderanno. Se chiedono dei soldi, allora ne hanno bisogno.
Se alcune persone si sono perse, potete aiutarle a ritrovare la loro strada. Sebbene probabilmente riuscirebbero cavarsela anche da sole, è sempre possibile che si possano perdere al punto di vagare per il mondo, cacciati di casa, cercando continuamente di raggiungere le loro destinazioni proprio mentre si allontanano sempre di più da esse. Non dovete dubitare dell’onestà del vostro gesto di averle mandate nella direzione in cui dovevano andare.
Quattro. Ogni giorno leggo un blog o guardo un notiziario in televisione, con le cui politiche sono fortemente in disaccordo. Credo di sentirmi meglio – o in ogni caso meno nervoso – se vedo il mostro rintanato sotto il letto, invece di sapere solamente che c’è qualcosa sotto il letto. Se si vede il mostro, si ha una consapevolezza maggiore di come combatterlo.
È a questo punto che le cose si complicano. Nel guardare il mostro, è possibile che cominciamo a comprendere il suo dolore, la sua paura, i suoi bisogni.
Ma in verità è meglio ignorare quell’impulso empatico, almeno finché il mondo non sarà tornato in sé e avrà smesso di cercare così assiduamente di distruggere se stesso.
Cinque. Amore. Ho tenuto l’antidoto migliore per ultimo.
Amare gli altri, anche se amiamo una o due persone (benché mi auguri che tutti noi ne amiamo un po’ di più) è più efficace nello scacciare i dubbi di qualsiasi altra misura che conosca. C’è qualcuno nella stanza accanto, c’è qualcuno al telefono, c’è qualcuno che non solo ti conosce, ma sa dove sei e come stai, proprio come tu sai dov’è e come sta l’altra persona.
Quando amiamo, quando diamo e riceviamo amore, non possiamo veramente farci del male, non possiamo venire colpiti al cuore, qualunque cosa possa succedere ai nostri corpi, alle nostre città. Alla nostra terra.
Detto questo…
Non possiamo abbandonare i nostri dubbi. Il mondo in pericolo ha bisogno di persone che dubitano. In fondo, ci sono poche persone più pericolose di quelle che non dubitano; che credono incontestabilmente in un sistema politico, in un’ideologia, una fede.
E, allo stesso, tempo, dobbiamo vivere e, come specie, non riusciamo a crescere e a progredire veramente con una dieta a base di paura e incertezza.
Brindiamo alle nostre vite, allora. Ai dubbi che animano il nostro mondo e a qualunque certezza che ci aiuta a vivere in esso. Brindiamo alla forza che tutti noi possediamo, alla forza che nasce dalla nostra umanità condivisa, alla nostra pura e semplice volontà di continuare a vivere, e affinché i nostri figli continuino a vivere, che per secoli è stata la nostra arma migliore.
L’ultima cosa che so con assoluta certezza… eccoci qui. Sono abbastanza sicuro delle nostre vite per scrivere questo, e voi siete abbastanza sicuri delle nostre vite per ascoltarlo.
Eccoci qui, allora. Tutti noi. Eccoci qui, vivi, adesso. Non abbiamo nessuna ragione per dubitarne. Abbiamo tutte le ragioni per esserne lieti.
Traduzione di Licia Vighi

MICHAEL CUNNINGHAM

Il vestito buono della politica

Nei primi anni della democrazia, le giornate elettorali erano giorni di festa. Chi ha una certa età e un minimo di memoria, ricorda che ai seggi c’era chi si recava con il “vestito buono” e non solo perché era domenica. Si festeggiava la riconquistata libertà. Un’abissale distanza dai rassegnati rituali dei giorni nostri, quando due elettori su tre hanno disertato, non trovando valide ragioni nemmeno per quel piccolo atto di impegno politico che è la scheda depositata nell’urna. Ora finalmente, l’astensione di massa è entrata nella discussione politica. Ma di che cosa si discute? Soprattutto di come attirare o recuperare alla propria parte i voti perduti; di come pescare qualcosa in quel grande bacino di astenentisi che è diventato il più grande partito italiano, più grande di tutti gli altri messi insieme. Insomma, i partiti pensano ai propri interessi facendo promesse sempre meno credute, per sedurre gli elettori e intercettarne i voti. In prossimità delle elezioni, cioè, fanno esattamente ciò che è la causa della frustrazione della democrazia. In Italia c’è il suffragio universale: vero e falso. Vero, perché il diritto di voto è riconosciuto a tutti; falso, perché solo una minoranza lo esercita. È la differenza tra ciò che è in potenza (il diritto) e ciò che è in atto (l’esercizio del diritto). Il voto è diritto di tutti e molti non lo usano. Così la democrazia, che dovrebbe essere il sistema politico della larga partecipazione, diventa “olicrazia”, il regime in cui il governo è nelle mani di minoranze. Senza che si cambino le leggi, cambia la forma di governo.

C’è, innanzitutto, una questione quantitativa. Un tempo, “l’astenuto” era l’eccezione. Nelle prime elezioni repubblicane, nel 1948, i cittadini che andarono al voto furono il 92,23 per cento: cioè, tolti coloro che erano impediti dagli acciacchi, dalla malattia o dall’assenza dall’Italia, tutti. A partire dagli anni ’80, si scese sotto l’80 per cento e si incominciò a riflettere. Oggi possiamo dire che non è l’astenuto l’eccezione, ma è il votante, soprattutto in certe fasce d’età e in certe categorie sociali. Una volta ci si chiedeva quali fossero le ragioni del non- voto; oggi, quali le ragioni del voto: un vero e proprio ribaltamento. Il diritto c’è, ma la maggioranza non ne fa uso. Se è vero che l’esercizio dei diritti è ciò che forma l’ossatura morale d’una società (una volta si diceva che bisogna tenere sempre strette le mani sui propri diritti), allora dobbiamo concludere che siamo diventati un popolo straordinariamente malleabile, arrendevole.
I politologi si consolano troppo facilmente osservando che l’astensionismo è diffuso dappertutto, talora in misura anche maggiore che in Italia. Parlando solo dell’Europa, le statistiche provano che siamo comunque nella media dei maggiori Paesi dei quali non si potrebbe contestare il carattere democratico (Regno Unito, Francia, Germania, Svizzera, ecc.). Si dice anzi che sarebbe il sintomo di “democrazie mature”, consolidate: ci si fida a tal punto gli uni degli altri che non si considera necessario agire in proprio. In un certo senso, gli astenuti si fanno rappresentare dai votanti.
Il sintomo, tuttavia, è ambiguo. Non dappertutto e sempre esso significa la stessa cosa. Occorrerebbe andare a fondo nelle motivazioni: molta fiducia e molta sfiducia possono produrre lo stesso effetto. La fiducia è il pilastro della democrazia, ma la sfiducia ne è il tarlo. Non c’è bisogno di sondaggi, statistiche, analisi per capire che in Italia siamo di fronte al rinascente fenomeno di massa del rifiuto della politica, e per sapere di quale mescolanza di delusione, frustrazione, rassegnazione, rabbia e disprezzo esso si alimenta. Basta un po’ di ordinarie, quotidiane frequentazioni e conversazioni.
C’è, poi anche, una questione qualitativa.
Si dice che il nostro tempo è quello del populismo e dell’antipolitica, e il dilagante astensionismo è spesso indicato come un effetto dell’uno e dell’altra. Chissà perché? I populismi, comunque li si concepisca, sono sempre regimi della mobilitazione di massa (mobilitazione, non partecipazione), mentre l’astensione è una smobilitazione. L’anti- politica, poi, è un sentimento attivo che si rivolge “ contro”: contro le istituzioni, i politici, lo Stato, e può sfociare in ribellismo e in anarchismo. L’astensionismo, forse, più precisamente potrebbe definirsi non- politica, “ impolitica”: cioè l’atteggiamento rassegnato di chi dice “ lasciatemi in pace” oppure, drammaticamente, “ ho perso ogni speranza” perché non so chi votare, a chi votarmi.
C’è poi, invece, il popolo dei votanti, il popolo composto da coloro che sanno chi votare— perché mantengono viva una fedeltà, una speranza e una fiducia — e da coloro che sanno a chi votarsi — perché hanno ricevuto promesse di favori o minacce di ritorsioni. Il voto dei primi è libero; quello dei secondi, è forzato. Coloro che appartengono al mondo di chi sa a chi votarsi di certo non si astengono. Così, tanto maggiore è il loro numero, tanto maggiore è l’incidenza del voto corrotto su quello libero. Se — supponiamo — votano in cento e i voti corrotti sono venti, i venti rappresentano un quinto del totale; se votano in sessanta e i voti corrotti sono sempre venti, i venti rappresentano un terzo del totale. Ciò significa, in breve, che l’astensionismo attribuisce un plusvalore al voto di scambio e, in genere, all’influenza delle varie forme di criminalità organizzata che operano nel nostro Paese. La crescita dell’astensione le favorisce. Si ha un bel dire che, astenendosi, i cittadini reagiscono in quel modo al degrado della politica “lanciando segnali”: nel frattempo, però, non fanno altro che dare maggiore potere a coloro contro i quali vorrebbero dirigere la loro protesta.
C’è, infine, la questione politica. Tra gli astenuti, moltissimi sono coloro che dicono: voterei certamente, se solo sapessi per chi. E molti lo dicono con amarezza, perché sanno quanto è costata in lacrime e sangue la conquista del diritto di voto, per ogni spirito democratico il più sacro di tutti. Ma, per non fare vuota retorica (“ occorre”, “ serve”, “ bisogna”), non basta ( più) invocare il “ dovere civico” di cui parla la Costituzione. Deve riattivarsi il circuito della domanda (degli elettori) e dell’offerta (di chi si candida a essere eletto). C’è stato un tempo in cui si chiedeva: tu che ti astieni, che motivo hai per non votare. Oggi, spesso, si vuole sapere da chi non si astiene che motivo ha per votare. Qui c’è la questione politica. Il voto è un mercato. La parola può sembrare odiosa e lo è se il “bene” offerto è il favoritismo, il patronage d’interessi particolari a danno di quelli comuni, il clientelismo, la promessa d’illegalità, la corruzione, la partecipazione in opache strutture d’interessi. Non siamo (ancora) a questo punto ma, se i “ giri del potere” si stringeranno ancora e l’astensione di coloro che ne sono estranei crescerà, verrà il momento in cui l’elettore che fa uso del diritto di voto sarà sospettato di collusione.
La merce offerta sul mercato elettorale può, tuttavia, essere altra: onestà, esperienza, competenza, idee e ideali concreti di vita comune. Questa è la merce che manca al popolo di chi si astiene. Se qualcuno volesse farsene un’idea approfondita, potrebbe leggere il famoso saggio di Max Weber La politica come professione. I partiti che si candidano alle elezioni, così come sono, sono all’altezza del bisogno? Oppure il tempo per correre ai ripari è passato irrimediabilmente? È difficile l’innamoramento di ritorno, ma è ancor più difficile il ritorno alla politica di chi ne è stato prima illuso e poi disgustato.
Di fronte a questo compito, tanto vasto e urgente quanto essenziale per la democrazia, gli slogan, le promesse, le alchimie, le furbizie elettorali, le incoerenze, le menzogne e le recriminazioni reciproche sono contorcimenti nel vuoto che, se possibile, danno ragioni crescenti al popolo degli astenuti che osserva. C’è nell’aria un desiderio di ricominciamento; c’è un sentimento ambiguo di “piazza pulita”. Può essere il preludio a una catastrofe o a una rigenerazione. Se sarà la prima, gli storici daranno tutta la colpa alle inadeguatezze dei partiti e dei loro dirigenti, all’arroccamento nei posti e sulle posizioni acquisite e all’incapacità di cogliere il momento, comprendendo quando i vecchi tempi sono al tramonto e occorre promuoverne di nuovi.

 GUSTAVO ZAGREBELSKY
 la Repubblica , 23 novembre 2017

Se ne vanno giovani e laureati

Li chiamano cervelli in fuga, talenti, ma spesso sono soltanto dei giovani laureati o studenti che preferiscono tentare la loro fortuna e la loro carriera nel mercato globale, fuori dai confini italiani. Nel solo 2015, ultimo dato disponibile certificato dall’Istat, sono stati 23 mila su un’emigrazione di oltre 100 mila persone, con un aumento del 15 per cento rispetto all’anno prima e raddoppiato rispetto al 2010. E sono dati per difetto. Con una sola certezza: rispetto a tutte le emigrazioni precedenti dalla fine dell’Ottocento in poi, questa è la prima di giovani che partono con il diploma in tasca. E lasciano qui un’Italia con i figli lontani.
Se si considerano i cittadini italiani emigrati con più di 25 anni, il 31 per cento ha la laurea: tantissimi, la media di laureati in Italia è del 14,8 per cento. E questa diaspora è un fenomeno che aumenta proprio mentre gli spostamenti all’interno del nostro Paese sono in diminuzione costante. «Nelle precedenti emigrazioni chi partiva erano gli scarsamente acculturati e preparati che non trovavano più lavoro in Italia, ora parte la meglio gioventù, un capitale umano molto elevato – spiega Antonio Schizzerotto, professore di sociologia a Trento, coautore per il Mulino del saggio Generazioni disuguali —. Si tratta di un impoverimento del nostro Paese che esporta medici e ingegneri e importa badanti. Purtroppo il motivo principale è che non esiste una domanda di capitale umano perché si è storicamente puntato sulle politiche del lavoro invece che su quelle della produzione».
Partono i giovani, la metà ha tra i 15 e i 39 anni. Ma vanno soprattutto in Europa, Regno Unito e Germania, almeno fino alla Brexit sono state le due mete preferite degli emigrati, seguite da Svizzera e Francia. Partono in tanti dalla Sicilia ma tantissimi anche da Lombardia, Veneto e Trentino. «Intanto dobbiamo dire che i movimenti all’interno dell’Europa non possono considerarsi come delle vere e proprie emigrazioni, ma sono ormai spostamenti anche fisiologici: dovremmo invece chiederci perché i tedeschi o i francesi non vengono da noi», spiega Francesco Billari, professore di demografia alla Bocconi. Ma è vero che visto dalla parte di chi resta, «è la prima volta che partono i figli unici. In passato le famiglie non si disgregavano o perché partivano tutti o perché c’erano sempre uno o due figli o figlie che restavano. Questo nuovo fenomeno porrà delle sfide al welfare: la popolazione sarà più vecchia di quel che ci si aspettava e sarà più sola per quel fenomeno che si definisce già il “care drain”». Tecnologie e trasporti rendono più semplice la lontananza ma ci sono momenti in cui la vicinanza anche fisica è insostituibile: «Non solo, oggi 100 mila italiani che se ne vanno possono sembrare pochi, ma proiettiamo la cifra in dieci anni: fa un milione».
Nel 2015 sono partiti in 102 mila italiani e ne sono tornati 30 mila, stando ai dati dell’Istat che misura le iscrizioni all’anagrafe degli italiani all’estero, l’Aire. Cinque anni prima, nel 2011, se ne erano andate 82 mila persone, poco più della metà. Una stima del centro studi Idos fa salire il numero degli espatriati a 285 mila nel 2016. Se si dovesse confermare significa che l’emigrazione è simile a quella del Dopoguerra. Ma se anche si confermassero le tendenze rilevate dall’Istat è come se ogni anno l’Italia cancellasse dalla sua cartina Rimini, come se tutti gi abitanti della città romagnola partissero.

GIANNA FREGONARA

Corriere della Sera, 26 settembre 2017

http://www.corriere.it/scuola/studiare-e-lavorare-all-estero/notizie/se-ne-vanno-giovani-laureati-nostra-vita-genitori-nell-italia-figli-lontani-3ab07376-9c5f-11e7-9e5e-7cf41a352984.shtml

Adulti sempre più tardi

Fermate il mondo, non voglio crescere”. Gli adolescenti di oggi, rispetto a quelli degli scorsi decenni, ritardano sempre di più le esperienze dal sapore più adulto, come avere un partner, lavorare, provare l’alcol, guidare l’auto dei genitori. Lo dice uno studio che, analizzando lungo il corso degli ultimi 40 anni la propensione di 8,4 milioni di adolescenti americani (età 13-19) alle attività più “da grandi”, ha trovato che le eleganti etichette “millennial” (con cui si indicano i nati tra 1980 e 1994) e “iGeneration” (1995-2012) sono sovrapponibili al più nostrano “bamboccione”.

“I diciottenni di oggi sono come i quindicenni di ieri. E i venticinquenni di oggi sono come i diciottenni di un tempo” spiega l’autrice dello studio Jean Twenge, docente di psicologia alla San Diego State University, che sul tema ha scritto anche un saggio appena uscito: iGen: why today’s super- connected kids are growing up less rebellious, more tolerant, less happy – and completely unprepared for adulthood (Atria Books).

“A partire dal 2000 si assiste un crollo continuo nel numero di adolescenti che fanno cose considerate un allenamento a entrare nella vita adulta. Intorno al 2010 i 17-18enni uscivano per appuntamenti romantici meno di quanto facessero i 15-16enni negli anni 90. E mentre intorno al 1991 il 54% dei diciassettenni aveva già avuto esperienze sessuali, nel 2015 questa percentuale è scesa al 41%”. Una tendenza simile, nota lo studio, per il primo contatto con l’alcol: dal 1993 al 2016 la percentuale di 13-14enni che hanno fatto quest’esperienza è scesa del 59%.

Una riluttanza che, nello studio pubblicato su Child Development, risulta essere trasversale a tutti i sessi e le etnie statunitensi. “Abbiamo considerato alcune ipotesi come l’effetto di Internet: se oggi si passano online più ore di un tempo, è chiaro che restano meno ore per uscire o fare lavoretti” risponde Twenge. “Ma il web non può essere la sola spiegazione, perché vediamo questo trend iniziare anche da prima del boom dell’Internet di massa “. L’interpretazione più convincente, per gli autori dello studio, è la teoria life- history, secondo cui chi vive in un ambiente agiato ha meno fretta di crescere rispetto a chi passa l’adolescenza tra rinunce e ristrettezze. Quando il futuro è incerto e le risorse sono scarse, gli esseri umani avrebbero infatti un forte incentivo a bruciare le tappe verso la maturità sessuale, così da aumentare le proprie chance di riprodursi nonostante le avversità. Chi è protetto da un contesto familiare più confortevole, invece, può indugiare più a lungo nel parco giochi dell’adolescenza.

“Dal 2000 in poi i figli hanno avuto più agi. Rispetto agli anni 70 è aumentato il reddito delle famiglie e si è ridotta la loro dimensione” osserva Twenge. “Così i bambini hanno iniziato a sentire come meno pressanti le urgenze dettate da un orologio biologico formatosi in tempi più primitivi “. Che ora è messo a tacere anche dallo smartphone: “Negli ultimi anni vediamo un’accelerazione del fenomeno: comunicando di più tramite quel mezzo, i teenager sentono meno bisogno di uscire e ritrovarsi fisicamente”.

Giuliano Aluffi, Repubblica 21 settembre 2017

 

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/21/news/adulti_sempre_piu_tardi_i_diciottenni_di_oggi_inesperti_come_i_quindicenni_del_76_-176076306/

Il nodo delle lauree sottoutilizzate

Un Paese “sottoistruito” che soffre di mismatch delle competenze e di overeducation. Non è un paradosso, ma la situazione dell’Italia con la lente d’ingrandimento puntata sui giovani laureati.

Da un lato, appena il 25,6% dei ragazzi tra 25 e 34 anni ha un titolo accademico in tasca (penultimi in Europa a un soffio dalla Romania). Dall’altro, però, molte aziende faticano a coprire i posti per laureati: su circa 120mila posizioni aperte da luglio a settembre dove la laurea è considerata un requisito indispensabile, le difficoltà di reperimento – secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere – sono segnalate in oltre un caso su tre, innanzitutto per mancanza di candidati (18%), ma anche per inadeguatezza degli stessi (15%).

I laureati italiani, insomma, sono pochi e spesso con un curriculum poco spendibile, tanto che il tasso di occupazione è del 67%, 17 punti sotto la media europea, e la disoccupazione sfiora il 14%, più del doppio rispetto alla Ue. Tra quelli che lavorano, poi, in molti svolgono un’attività non in linea con il proprio percorso di studi o per la quale è sufficiente il diploma, con un contratto di primo impiego atipico in oltre un caso su tre (35,4%, come ha ricordato il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in una recente audizione alla Camera).

«A pesare sui ragazzi è lo scarso orientamento formativo – commenta Alessandro Rosina, direttore del dipartimento di Scienze statistiche della Cattolica di Milano e curatore del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo – e un basso sviluppo di competenze tecniche e trasversali. Alto, infatti, è il numero di quelli che, potendo tornare indietro, sceglierebbero un corso diverso».

Le statistiche ci dicono che sono quasi 250mila i laureati occupati, circa il 25% di quelli nella fascia 25-34 anni, che svolgono un lavoro “disallineato” rispetto al percorso di studi fatto (per esempio, l’archeologo che si occupa di vendite). Secondo le elaborazioni del centro studi Datagiovani per Il Sole 24 Ore, la situazione è peggiorata nel giro di dieci anni, con un incremento di 6 punti percentuali rispetto al 2007 di coloro che svolgono un’attività non attinente al curriculum.

Il record negativo si riscontra tra i graduati in materie umanistiche (nel 53% dei casi non c’è abbinamento tra studi e lavoro), tra i dottori in scienze naturali il mismatch scatta in un caso su tre, mentre all’opposto per farmacisti, medici e infermieri il mix è quasi perfetto (appena il 10% risente di mismatch).

Il club degli overeducated, invece, conta addirittura 300mila iscritti, il 26% dei laureati. Si tratta di giovani che occupano una posizione lavorativa per la quale basta un titolo inferiore a quello che hanno conseguito. Un ruolo che potrebbe anche essere in linea con gli studi fatti – per esempio, un laureato in economia assunto come impiegato commerciale –, ma per il quale la laurea è un “surplus”. Pure in questo caso il trend è in peggioramento rispetto al periodo pre-crisi, quando la quota di sovraistruiti era più bassa di cinque punti percentuali (al 21%).

Il fenomeno è più ampio tra le donne (29%) rispetto agli uomini (21%), forse anche per il fatto che è più frequente che le ragazze si siano iscritte a percorsi di studio che hanno meno sbocchi sul mercato del lavoro. Si registra infatti – come sottolineano i ricercatori di Datagiovani – una notevole eterogeneità a seconda dell’indirizzo: tra il massimo del 36% di overeducated tra i laureati in scienze sociali e il minimo dei medici (10%), si passa per il 32% di chi ha conseguito un titolo in discipline umanistiche e il 22% dei dottori in scienze naturali.

«L’overeducation – conclude Rosina – combinata con il prevalere di bassi titoli di studio tra i giovani è il frutto di una spirale negativa che sta vincolando al ribasso le possibilità di crescita del Paese e la messa a valore del capitale umano delle nuove generazioni, anche a causa degli scarsi investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione».

Francesca Barbieri

Il Sole 24 ore,  11 Settembre 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-09-11/il-nodo-lauree-sottoutilizzate-063601.shtml?uuid=AEhoprQC

La «post-verità» da Platone fino a Trump

Gli Oxford Dictionaries hanno eletto «post verità» parola internazionale dell’anno 2016, a seguito del controverso referendum sulla «Brexit» e dell’elezione presidenziale americana ugualmente contestata, che hanno contribuito a diffondere questo termine tanto nei mass media che nel gergo politico. Il dizionario definisce «post-verità» come «in rapporto o contestuale a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica rispetto alla leva esercitata sulle emozioni e sulle credenze personali». Il prefisso «post», in questo caso, non significa «successivo», ma anzi denota un’atmosfera in cui la verità è irrilevante e prevalgono le credenze radicate nelle emozioni.

Ci si chiede se una politica che fonda la sua agenda sul principio della verità, scartando il regno emotivo di sentimenti e credenze, sia mai esistita nell’intera tradizione politica dell’Occidente.
A dire il vero è esistita, ma solo nel registro astratto della teoria: nella fervida immaginazione politica di Platone.
Nella Repubblica, Platone esamina l’antagonismo tra una politica costruita sulla verità, che corrisponde alla sua concezione della polis ideale, e una politica costruita invece sulle emozioni, ovvero sul pathos, la patologia di quella entità politica collettiva che egli chiama «i molti» – hoi polloi– e che descrive in modo allegorico come «un grosso animale».
Il contesto in cui questa celebre e ignobile immagine emerge è un discorso di Socrate sulla natura del vero filosofo, che si distingue dalla natura di altri esperti di logos nell’Atene contemporanea, i sofisti. Nello sviluppare una speciale tecnica di linguaggio che riesce ad emozionare «i molti» i sofisti si prestano a pagamento a istruire i futuri leader politici su un discorso che miri a manipolare il pubblico e, tecnicamente, a conquistarsi i voti degli elettori. Platone paragona il sofista a qualcuno che «avesse compreso gli impulsi e i desideri di un animale da lui allevato grande e forte e sapesse come bisogna avvicinarsi a lui e quando e per quali motivi diventa più irascibile o più mite, quali suoni è solito emettere a seconda delle circostanze, e quali, se proferiti da altri, lo ammansiscono e lo irritano; e tutte queste conoscenze, apprese grazie a una lunga dimestichezza, le chiamasse sapienza e si volgesse a insegnarle quasi avesse istituito un’arte;… tutto in base alle opinioni di quel grosso animale».
È risaputo che le teorie antidemocratiche di Platone sono state storicamente cooptate dalla tradizione reazionaria e dall’estrema destra, persino dalle ideologie naziste. Eppure vale la pena riflettere sulla sua critica della democrazia. Platone sostiene che la democrazia si trasforma inevitabilmente in demagogia, un regime politico che provoca la corruzione del popolo tramite la manipolazione dell’opinione pubblica e crea governanti che accrescono la loro popolarità sfruttando il pregiudizio e l’ignoranza di molti, rinfocolando le loro emozioni e contrastando le decisioni ragionate. Questi leader si specializzano nel coltivare, incrementare, riprodurre e riformulare gli impulsi del grosso animale, allo scopo di stabilire e affermare un sistema di potere fondato sul pathos, una forma di «politica patologica». In questo senso, la polis ideale di Platone è all’opposto: come governanti, i filosofi sono in realtà guidati dalla verità del logos, ovvero dalla capacità della ragione di controllare e reprimere gli impulsi delle parti più basse e viscerali. I filosofi, sostiene Platone, devono essere educati ad amare la verità e provare vergogna nel mentire.

Al contrario, dato che i politici educati dai sofisti guardano al logos non come una struttura che racchiude l’ordine della verità, ma piuttosto come uno strumento di azione per manipolare le emozioni della gente, essi mentono. La verità è irrilevante in questo contesto patologico. Talmente irrilevante che qualunque cosa il grosso animale creda o sia persuaso a credere, ciò corrisponde al vero. Il concetto della post-verità applicata alla politica, come suggerisce il dizionario di Oxford e come Platone sembra presagire, non liquida la verità, bensì la rende irrilevante.
La posta in gioco non è la verità, bensì il potere: sia il potere generalmente definito come dominio sugli altri tramite mezzi di persuasione oppure, più nello specifico, come caratteristica distintiva di operazioni linguistiche capaci di dimostrare l’irrilevanza e, in ultima analisi, la superfluità del vero.
Platone, antidemocratico ed elitista, è il primo a detestare i tecnici della manipolazione del popolo che trasformano l’esercizio della menzogna in un’arte politica efficace, accettabile e gradevole, l’arte del discorso acrobatico, una specie di funambolismo verbale assai divertente. Per questo motivo Platone non esita a definire ciarlatani i sofisti e i loro emuli in politica, aggiungendo che la loro esibizione corrisponde ai gusti popolari degli spettatori del circo.
Potrei aggregarmi alla schiera degli scettici, ma non è questo il mio scopo. In questo momento, mi appassiono alla descrizione della fenomenologia della politica patologica, nel suo annoverare anacronistico e altamente polemico di una serie di caratteristiche e preoccupazioni riguardanti un certo pathos politico, i cui profili sembrano convergere nell’attuale definizione di post-verità.
Se Platone insistendo sulle emozioni dei «molti» dava consistenza e giustificazione alla bugia, Hannah Arendt ci aiuta a comprendere lo specifico della menzogna politica moderna come «bugia fabbricata» e fittizia. La presa sulle emozioni è in questo caso aggravata da una comunicazione che, lungi dall’essere manipolazione acrobatica del discorso, mira ad accattivarsi il pubblico attraverso frasi tanto efficaci quanto sconnesse: in pratica sembrano vere in quanto prodotte non dalla ragione ma da impulsi. Improvvisato e privo di coerenza teorica il discorso politico dell’attuale potere spegne in noi il senso del reale, sostituendo la nostra presa sulla realtà con fatti «alternativi», fake theory, bugie rese «reali» dai social media. Nell’era della post verità il potere si esprime con stile improvvisato. Quello che twitter trasforma in realtà. Il rapporto tra verità e politica è definitivamente collassato?  

ADRIANA CAVARERO

Corriere della Sera 19 giugno 2017

http://www.corriere.it/esteri/17_giugno_19/post-verita-platone-trump-cb7efb2c-5464-11e7-b88a-9127ea412c57.shtml

La post-verità

http://www.corriere.it/scuola/universita/16_novembre_16/post-verita-parola-dell-anno-secondo-oxford-dictionaries-29ba02b2-abe7-11e6-b10d-5f5dceb63e51.shtml

 

Mai così tante matricole da 15 anni. Il nuovo exploit degli atenei italiani

I ragazzi d’Italia tornano all’università. Le immatricolazioni del 2016-2017, anno accademico che volge al termine, segnalano una crescita impetuosa: 283.414 diplomati sono passati dal liceo al dipartimento. Sono 12.295 in più sulla stagione precedente, il 4,3 per cento di crescita: il miglior exploit degli ultimi quattordici anni (nel 2002 crebbero di oltre 15mila). Per l’accademia italiana il 2015-2016 era stato l’anno dell’inversione di tendenza: 5mila nuove matricole in più, una crescita dell’1,9 per cento dopo una discesa iniziata nel 2004 che aveva inaridito le aule. Quest’anno, a seguire, il boom.

Il ministero dell’Istruzione ha fotografato i dati a gennaio scorso, ma una verifica di “Repubblica” su 26 atenei certifica che già a marzo i numeri erano in crescita ulteriore e con buona probabilità — a conti fermi — cifre assolute e percentuali saranno superiori. Su 90 atenei (statali, privati e telematici) che hanno riversato i dati al Miur, 58 hanno matricole in crescita e 32 dimagriscono. In particolare, tra le statali (il dato più importante sul piano numerico e politico), a gennaio 2017 quaranta vedono aumentare le matricole rispetto all’anno precedente e ventidue sono in arretramento. Dati più avanzati, tuttavia, spostano la Statale di Milano e il Politecnico di Milano, l’Università di Genova, quelle di Urbino, Macerata e della Calabria (Cosenza) in area positiva. E riducono le perdite — legate a nuovi corsi diventati a numero chiuso — del Politecnico di Torino e della Ca’ Foscari di Venezia.

(….)

Riassumendo, dopo la grande corsa alle iscrizioni universitarie a inizio Novanta (massimo storico nel 1993) e un ritorno forte con l’invenzione del “3+2”, a partire dal 2003 è iniziato un calo dell’attrazione dell’accademia diventato crollo delle iscrizioni con l’arrivo della crisi del 2008. Nelle ultime stagioni gli atenei italiani hanno rimesso sotto controllo i conti, iniziato a fare orientamento nelle scuole superiori e ora l’università è tornata a crescere. Ingegneria ed Economia restano in cima alle preferenze dei diplomati.

La ministra Valeria Fedeli sulla ripresa delle immatricolazioni dice: “E’ un segnale che va colto e sostenuto. Per raggiungere questo obiettivo hanno un ruolo fondamentale le politiche dell’orientamento pre-universitario su cui abbiamo investito 5 milioni di euro in più. Daremo l’avvio a una massiccia campagna informativa destinata agli studenti sui servizi a loro dedicati: gli alloggi universitari sono ancora troppo pochi. Servono, poi, la copertura al 100 per cento delle borse per gli idonei, quindi stimoli e incentivi per il merito. Quest’anno ci sarà l’estensione obbligatoria della no-tax area per le famiglie con un reddito al di sotto dei 13mila euro e l’incremento complessivo del fondo statale per il diritto allo studio a 217 milioni. Nel 2018 consegneremo 400 borse agli studenti meritevoli in condizioni economiche svantaggiate. È in questo settore, sicuramente, che intendiamo promuovere rapidamente gli interventi più incisivi e innovativi”.

 

Corrado Zunino

La Repubblica, 13 giugno 2017

http://www.repubblica.it/scuola/2017/06/13/news/mai_cosi_tante_matricole_da_15_anni_il_nuovo_exploit_degli_atenei_italiani-167964438/

30 anni dell’Erasmus: così è nata la generazione Europa

«L’Erasmus ha creato la prima generazione di giovani europei. Io la chiamo una rivoluzione sessuale, un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga, si innamorano, si sposano, diventano europei come i loro figli»: la definizione è di Umberto Eco.

E oggi che quella definizione è cronaca, a Strasburgo il Parlamento europeo celebra i trent’anni del programma che ha messo le ali al senso di Europa. In tre decenni l’Erasmus (acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students) ha portato 4,4 milioni di ragazzi a studiare oltreconfine.
Se si considerano anche gli scambi fra giovani, gli studenti dei professionali, i docenti, i volontari e il personale Erasmus Mundus, la cifra arriva a 9,1 milioni. Ai quali, secondo le stime, aggiungere 1 milione di bambini nati dagli «Erasmiani».
Tutto iniziò il 14 maggio 1987, quando, nonostante l’opposizione degli inglesi, a Bruxelles in Consiglio dei ministri fu votata la delibera che varava la nascita di un programma di studio all’estero. Il 15 giugno 1987 la ratifica e oggi, a Strasburgo, le cerimonie per un programma di grandissimo successo. Alla presenza del presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, e del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, si festeggia la cultura universitaria che ha fatto l’Europa e ci sarà spazio per 33 storie esemplari, una per ognuno dei Paesi Erasmus (per l’Italia, sarà premiato Gianni Cristian Iannelli, fondatore e ad di Ticinum Aerospace).
Oggi, in Europa, vive un’intera generazione di «Erasmiani»: «Non osavo sperare in un successo così, ma lo sognavo con tutte le mie forze», confessa Sofia Corradi, «mamma Erasmus», già docente di Educazione permanente all’Università Roma Tre e oggi avvolgente ed entusiasta cittadina del mondo, come era già nel 1957. «Quell’anno – ricorda -, grazie a una borsa di studio Fulbright, finanziata con la vendita all’asta dei residuati bellici della II Guerra mondiale, arrivai a New York in nave e trascorsi dodici mesi alla Columbia University dove conseguii un master in Diritto comparato». Di ritorno da quell’anno oltre Oceano Sofia Corradi trova alla segreteria dell’Università di Roma solo indifferenza e umiliazioni: non se ne parla neppure di riconoscere quel master della Columbia. E così inizia la battaglia di Sofia, combattuta a tenacia, insistenza e ciclostili: «Cercavo il dialogo con i rettori italiani e poi con i ministri dell’Istruzione in tutta Europa per far passare l’idea che gli esami sostenuti all’estero fossero riconosciuti anche nel Paese natale. Quell’anno negli Usa mi aveva convinto di due elementi: era necessaria una democratizzazione degli studi perché negli anni 60-70 gli scambi fra universitari esistevano ma se li potevano permettere solo i più abbienti; si poteva ottenere la promozione della pace mediante la conoscenza diretta fra i popoli». Sogno, utopia o forse «una storia donchisciottesca a lieto fine», come l’ha definita il Re di Spagna, Filippo IV, conferendo a Sofia Corradi il prestigioso premio Carlo V, che, in passato era stato assegnato a Mikhail Gorbaciov, Helmut Kohl e Jacques Delors.
Da Erasmus a Erasmus Plus
L’Erasmus, che ha ricevuto il nome da Domenico Lenarduzzi, figlio di friulani emigrati in Belgio e considerato «papà Erasmus», è stato potenziato a partire dal 2014 come Erasmus Plus, coinvolge oggi 69mila organizzazioni, fra università e istituzioni di istruzione superiore in 33 Paesi e copre ambiti quali istruzione scolastica, educazione degli adulti e istruzione superiore/universitaria. Dal 2014 al 2020 sono previsti fondi pari a 14,7 miliardi di euro, per due terzi destinati a sostenere le opportunità di studio all’estero e per un terzo utilizzati per partnership e riforme a livello educativo.
In Italia, fin dal suo debutto nel 1987, lo studiare all’estero, con tanto di borsa e con la certezza di vedersi riconosciuti gli esami, ha riscosso successo: secondo Indire, l’Istituto nazionale documentazione e innovazione ricerca educativa, dall’Italia nel 1987-’88 partirono 220 ragazzi (il 6,8% del totale), lo scorso anno accademico sono stati quasi 34mila (l’11,7%). Per la Commissione, i Paesi dai quali arriva la maggior parte degli studenti sono Francia (39.985), Germania, Spagna, Italia e Polonia e le mete preferite sono Spagna (42.537), Germania, Regno Unito, Francia e Italia. Per il 61% sono ragazze, hanno un’età media di 24 anni e mezzo e stanno all’estero 5,3 mesi, ricevendo un assegno mensile di 281 euro. Ben lontano dalle 250mila lire che arrivarono da Bruxelles a Lucio Picci nel dicembre 1987 per coprire il suo trimestre all’Università del Sussex. «Ero assetato di mondo e, dopo la quarta superiore all’estero, cercavo tutte le occasioni per viaggiare e studiare, così partii senza indugio», ricorda Picci, da studente globetrotter degli anni 80 a ordinario di Politica economica all’Università di Bologna. «Quel trimestre rientrava nell’ambito degli scambi con altri atenei ma fu il primo Erasmus per il rimborso che mi venne riconosciuto e perché, il 17 dicembre 1987, due giorni dopo il mio rientro in Italia, sul mio libretto erano riportati i due esami sostenuti oltre Manica: Economia internazionale ed Econometria».
L’Erasmus è il Grand Tour dei nostri anni, ha cambiato le persone e ha costruito l’Europa a tal punto che la presidente della Camera Laura Boldrini, il giorno in cui sono iniziati i colloqui per l’avvio della Brexit, ha scritto su Twitter: «L’Erasmus dovrebbe essere obbligatorio per tutti i giovani perché crea un senso molto forte di cittadinanza europea». Quello che ha bisogno di essere alimentato giorno per giorno perché sono la cultura e le tradizioni di ognuno a fare la nostra identità europea e costruire una pace concreta.

MARIA LUISA COLLEDANI

Il Sole 24 ore , 13 giugno 2017

ERASMUS+

http://www.erasmusplus.it/

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-06-12/i-30-anni-dell-erasmus-cosi-e-nata-generazione-europa-202910.shtml?uuid=AEbUe7cB

Cyberbullismo, legge approvata all’unanimità.

Un minore di almeno 14 anni d’ora in poi potrà chiedere, senza l’intervento di un adulto, di oscurare, rimuovere o bloccare i contenuti diffusi in rete al gestore del sito web o ai social network. E se non sarà cancellato entro 48 ore, potrà ricorrere al garante della privacy. E’ questa una delle principali novità introdotte dalla legge sul Cyberbullismo, approvata all’unanimità in via definitiva alla Camera a due anni dal primo via libera. In tribuna a seguire il voto c’era anche Paolo Picchio, papà di Carolina, la ragazza di Novara considerata la prima vittima di cyberbullismo in Italia, suicidatasi a 14 anni nel gennaio 2013. Aveva subito una violenza sessuale da parte del “branco” che poi postò il video sui social. La ragazza divenne oggetto di insulti e scherno sul web. E decise di farla finita. La prima firmataria della legge era la senatrice Pd Elena Ferrara, ex maestra di musica di Carolina. “Questa legge”, ha detto Picchio, “dà vita a quello lei ha lasciato scritto, ai motivi che l’hanno spinta a fare quello che ha fatto. E cioè che le parole fan più male delle botte. Va bene così”.

l provvedimento definisce per la prima volta in Italia il fenomeno, regola la rimozione dei contenuti offensivi dal web, stabilisce l’intervento del garante della privacy e, soprattutto, introduce una misura di ammonimento nel caso di reati commessi da minorenni, ma con età superiore ai 14 anni. La nuova legge definisce come bullismo telematico ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, manipolazione, acquisizione o trattamento illecito di dati personali realizzata sul web contro minori. Definito come cyberbullismo è anche diffondere contenuti online per isolare il minore tramite un attacco o un abuso.

Il presidente dell’authority Antonello Soro sul tema ha evidenziato il carattere “preventivo e riparatorio” del testo. La norma introduce anche una misura di ammonimento nel caso di reati commessi da minorenni ma con età superiore ai 14 anni: il questore convoca il ragazzo insieme ai genitori e lo ammonisce per la sua condotta. Nuovi compiti anche per le scuole: in ogni istituto sarà individuato un referente tra i professori per le iniziative contro il cyberbullismo, ed il preside dovrà informare subito le famiglie dei minori coinvolti in atti di bullismo informatico. Messaggi di soddisfazione sono arrivati anche da Raffaella Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the children: “Il nostro Paese si è dotato di una legge che prevede delle misure concrete per prevenire e affrontare un fenomeno che coinvolge un numero sempre maggiore di ragazzi in Italia. Ora è importante che questo provvedimento venga subito messo in pratica coinvolgendo tutti gli attori interessati, per contrastare immediatamente un fenomeno che si fa ogni giorno più preoccupante”.

“È una bella giornata per il Parlamento. Abbiamo mantenuto una promessa, dando uno strumento utile a chi deve aiutare i nostri fogli a proteggersi”, ha sostenuto la presidente della Camera Laura Boldrini, mentre il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha assicurato l’impegno del suo dicastero per l’attuazione della legge che, ha sottolineato, fa prevenzione “a partire dalla scuola, luogo principale di formazione, di inclusione e accoglienza. Finalmente abbiamo imboccato la strada giusta”.

Il fatto quotidiano

18 maggio 2017

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/18/cyberbullismo-legge-approvata-allunanimita-vittima-di-almeno-14-anni-puo-chiedere-di-bloccare-contenuti-rete/3593621/

 

Se l’amore è un fattore geopolitico

geopolllIl mondo non risponde più ai comandi. Mai come oggi il potere è disperso in un pianeta senza centro, sovraffollato e turbolento. Certo, l’America resta il Numero Uno per la strapotenza militare,”l’esorbitante privilegio” del dollaro, l’innovazione tecnologica. Ma più che a un sovrano universale, somiglia a un primo della classe annoiato e irritato, preoccupato che meno dotati compagni gli copino il compito e gli rubino il voto. Dopo due decenni di retorica americana della globalizzazione, Donald Trump è più preoccupato di costruire muri e tagliare ponti per difendersi dal mondo che di consolidarvi ed estendervi l’impero americano. Perché «non sono stato eletto dal resto del mondo, non esiste una bandiera mondiale né un inno mondiale». Con ciò il presidente esprime un sentimento diffuso nell’America profonda. Quanto all’altro, originario ceppo dell’Occidente: l’Europa rischia la disgregazione, avviata dal voto britannico sul Brexit. Eppure solo un secolo fa era il centro del potere planetario. Nove decimi delle terre abitate erano rette da europei o loro discendenti. E l’umanità era segmentata in gerarchie razziali, con i bianchi europei in vetta e i neri (allora negri) in fondo all’abisso. Sulla competizione per il potere in questo mondo da sette miliardi e mezzo di anime si concentra a Genova, da domani a domenica, il quarto Festival di Limes. Titolo: “Chi comanda il mondo”. In altre parole: quale potenza dominerà questo secolo – ancora l’America? O toccherà alla Cina? O semplicemente a nessuno?
Vent’anni fa ci veniva spiegato che la storia è finita. Tipica espressione della vichiana «boria dei dotti». Oggi scopriamo che non solo non è finita, ma corre al galoppo. Proprio perché il mondo attuale è fuori sesto, ingovernabile da un solo centro di potere, vale la pena concentrarsi anche sulle passioni che lo agitano. A muovere attori e decisori non è solo né sempre il calcolo dell’utile. Le teorie della scelta razionale, per cui a motivarci è la valutazione dei costi e dei benefici che ci attendiamo dalle nostre azioni, non sono sufficienti a dar conto delle dinamiche geopolitiche che mettono in crisi paradigmi consolidati. Il segnale che ci viene dal Brexit e da Trump, dalle mischie etniche e dalle guerre a sfondo religioso, è che posta geopolitica decisiva è oggi l’identità. E non c’è identità senza amore di sé e della propria comunità: la patria. Altrimenti perché dovremmo distinguerci dagli altri?
Popoli e nazioni, o aspiranti tali, si battono per il diritto a preservare o affermare le rispettive idee di sé. Entriamo nel campo del sentimento. È l’amore per il proprio insieme – e/o l’odio per l’altrui – a motivare gruppi, comunità e nazioni nelle loro battaglie geopolitiche. Quando Trump proclama «Io amo l’America» o Putin si lascia andare alla commossa rievocazione delle glorie russe, in nome delle quali qualsiasi sacrificio è dovere, non è solo propaganda. Senza la sincera adesione a un sentimento patriottico è impossibile mobilitare il consenso necessario a qualsiasi potere, persino – o tanto più – se autoritario.
Ne sappiamo qualcosa noi italiani, usi a relegare l’amor di patria fra le retoriche del passato, con il risultato di renderci istintivamente disponibili alla guida altrui. Espressione di quella «porca rogna italiana del denigramento di noi stessi» contro cui si scagliava Carlo Emilio Gadda nel suo Giornale di guerra e di prigionia. Non si intende la teoria e la prassi italiana del “vincolo esterno” – ovvero lasciamo che siano i virtuosi europei a imporci le giuste regole da cui spontaneamente scarteremmo – senza considerare questa anti- passione nostrana. Non stupisce che un paese indisponibile a rispettarsi sia poco rispettato. Proprio perché le passioni contano, pesano più che mai nelle opinioni pubbliche e orientano le scelte dei decisori più di quanto essi siano disposti ad ammettere, ne consegue che il mondo attuale è sempre meno prevedibile. Imbracarlo nelle teorie preconfezionate, nei modelli universali significa perderne di vista alcune tendenze di lungo periodo, espresse ad esempio nella letteratura. Si può intendere l’impero russo senza leggere Puškin, quello britannico scartando Conrad o quello americano trascurando il Fitzgerald del Grande Gatsby?
Nella geopolitica delle nazioni contemporanee la potenza dell’amore si rivela, fra l’altro, nel culto del proprio passato. Passione collettiva, non solo individuale. Per cui si riscoprono o si inventano antichissime, epiche genealogie, che confermerebbero il diritto di una comunità a questo o quello spazio. Sono simili passioni a muovere “il desiderio di territorio”, titolo dell’opera pionieristica di uno studioso francese delle identità, François Thual. Quindi anche la volontà di impero, che secondo lo storico americano William Langer – in polemica con le interpretazioni economiciste dell’espansionismo Usa – dimostra «la sopravvivenza nella società moderna di un’esausta mentalità feudal-militaristica, votata alla conquista per la conquista, senza specifico obiettivo o limite».
Questi sentimenti atavici contribuiscono a spiegare lo scarso fascino del cosmopolitismo e delle grandi utopie universali. Difficile amare tutti. Quando il patriottismo va fuori controllo, come capita nelle età di crisi, ne scaturisce il perfetto opposto: il nazionalismo esclusivo, xenofobo, talvolta razzista, che trasforma l’amore di sé in odio dell’altro. Le tracce di questa perversione sono oggi fin troppo visibili. Al potere dell’amore il Festival dedica la serata di sabato. A trattarne, la storica dell’antichità Eva Cantarella, la scrittrice Michela Murgia, il filosofo Umberto Galimberti, l’artista e cartografa di Limes Laura Canali, che insieme a un’antologia di carte geopolitiche espone la sua opera Le ali della farfalla. Per mostrare come «nel minestrone di questo nostro mondo, dove la geografia è il nastro trasportatore, esiste qualcosa di immutato»: i sentimenti che restano, come scriveva Marina Cvetaeva, «sempre uguali a se stessi», perché «ci sono stati ficcati dentro il petto come fiamme di una torcia».

LUCIO CARACCIOLO

la Repubblica 2 MARZO 2017

http://www.limesonline.com/rubrica/se-lamore-e-un-fattore-geopolitico?refresh_ce

LIMESFESTIVAL

http://www.limesonline.com/tag/limesfestival