Dalla Bibbia alla post-verità vale più il credere del sapere

Sembra che stiamo vivendo in una terrificante epoca della post-verità, quando non solo alcuni eventi militari, ma intere storie e nazioni potrebbero essere falsificate.

Ma se questa è l’era della post-verità, quando, esattamente, si sarebbe verificata l’alcionica età della verità? Negli anni ottanta del secolo scorso? Negli anni cinquanta? Negli anni trenta? E che cosa ha provocato la nostra transizione all’epoca della post-verità: Internet? I social media? L’ascesa di Putin e Trump?

Una rapida occhiata al corso della storia rivela che la propaganda e la disinformazione non rappresentano affatto novità assolute, e perfino l’abitudine di negare intere nazioni e creare stati fantoccio vanta una lunga tradizione. Nel 1931 l’esercito giapponese inscenò un finto attacco contro se stesso per giustificare la sua invasione della Cina, e quindi creare lo stato fantoccio del Manciukuò per legittimare le sue conquiste. La Cina stessa ha negato a lungo che il Tibet sia mai esistito come paese indipendente. La colonizzazione britannica in Australia fu giustificata appellandosi alla dottrina giuridica della terra nullius (in latino, «terra di nessuno»), che in effetti cancellò 50.000 anni di storia degli aborigeni. (…)

In effetti, come specie, abbiamo sempre vissuto nell’era della post-verità. Homo sapiens è una specie post-verità, il cui potere dipende dal creare narrazioni e dal credervi. Fin dall’Età della pietra, i miti avevano lo scopo di unire collettività umane e dunque svolgevano una funzione che potremmo chiamare di «autoconforto» reciproco. Infatti, Homo sapiens conquistò questo pianeta soprattutto grazie all’abilità peculiare degli esseri umani di creare e diffondere narrazioni. Noi siamo gli unici mammiferi che possono cooperare con numerosi stranieri perché solo noi possiamo inventare storie, diffonderle, e convincere milioni di altri a credervi. Finché crediamo tutti alle stesse storie, obbediamo alle stesse leggi e possiamo cooperare in modo efficace.

Quindi se criticate Facebook, Trump o Putin per aver inaugurato una nuova terribile era di post-verità, ricordatevi che secoli fa milioni di cristiani si sono infilati da soli in una bolla mitologica autovalidata, senza mai azzardarsi a mettere in dubbio la veridicità fattuale della Bibbia, mentre milioni di musulmani giuravano fede assoluta al Corano. Per millenni, gran parte di ciò che è stato tramandato come «informazioni» e «fatti» nelle nostre società erano storie su miracoli, angeli, demoni e streghe, grazie a coraggiosi inviati che hanno dato ampia copertura direttamente dagli anfratti più profondi del mondo sotterraneo. Non abbiamo alcuna evidenza scientifica che Eva sia stata tentata dal Serpente, che le anime di tutti gli infedeli brucino all’inferno dopo la morte, o che al creatore dell’universo non sia di gradimento il matrimonio tra un bramino e un intoccabile – eppure miliardi di individui hanno creduto in queste storie per migliaia di anni. Alcune notizie false durano per sempre.

Sono consapevole che molti potrebbero essere sconcertati dal fatto che metto sullo stesso piano la religione e le notizie false, ma è proprio questo il punto. Quando un migliaio di individui crede a una qualche storia inventata per un mese – questa è una notizia falsa. Quando un miliardo di individui vi crede per un migliaio di anni – questa è una religione, e siamo ammoniti di non chiamarla «notizia falsa» per non ferire la sensibilità dei credenti (o incorrere nella loro ira). Vi prego di notare, comunque, che non sto negando l’efficacia o la potenziale benevolenza della religione. È esattamente l’opposto. Nel bene e nel male, il narrare storie rappresenta uno dei più efficaci strumenti della cassetta degli attrezzi dell’umanità. Riuscendo a far convivere gli uomini, i credi religiosi rendono possibile la loro cooperazione su larga scala. Ispirano gli individui a costruire ospedali, scuole e ponti, oltre che a organizzare eserciti e ad edificare prigioni. Adamo ed Eva non sono mai esistiti, ma la cattedrale di Chartres è tuttora stupenda. Gran parte della Bibbia è costituita da storie inventate, ma può ancora donare gioia a miliardi di persone e può ancora stimolare gli individui a essere compassionevoli, coraggiosi e creativi – proprio come altre grandi opere di finzione, come il Don Chisciotte, Guerra e pace, Harry Potter. (…)

La verità è che la verità non è mai stata prioritaria nel programma di Homo sapiens. Molti ritengono che se una particolare religione o ideologia rappresenta in modo errato la realtà, i suoi seguaci presto o tardi lo scopriranno, perché non potranno competere con rivali con una visione più chiara delle cose. Anche questo è solo un altro confortante mito. In pratica, il potere della cooperazione umana dipende da un delicato equilibrio tra verità e finzione.

Yuval Noah Harari

Il Giornale, , 30/08/2018

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/bibbia-post-verit-vale-pi-credere-sapere-1569492.html

 

Dal libro: “21 lezioni per il XXI secolo”

L’età del dubbio

Se il diciottesimo secolo è stato l’Età della Ragione, sembra assolutamente possibile che il nostro periodo, quello in cui stiamo vivendo oggi, verrà ricordato come l’Età del Dubbio.
Persone terribili hanno un potere enorme su di noi. Com’è successo?
I nostri telefoni ci stanno ascoltando, proprio mentre noi li ascoltiamo?
Ci sarà un futuro? Quando dico che la nostra epoca verrà ricordata come l’Età del Dubbio, lo dico presupponendo che ci sarà un futuro.
Pare che tutto quello che sappiamo con certezza è che abbiamo ragione di dubitare di quasi ogni cosa.
E allora, non dovremmo pensare a qualunque antidoto contro il dubbio che riusciamo a escogitare? Perché, in fondo, dobbiamo pur vivere le nostre vite, persino in un’epoca in cui sembra fin troppo ragionevole rimanere dentro casa, con le persiane abbassate.
Ho un mio, personale elenco di antidoti contro il dubbio. Spero che anche voi ne abbiate qualcuno.
Uno. Ogni giorno mi concentro su qualunque cosa su cui non nutro alcun dubbio.
La bellezza e la vitalità di mio figlio, di ventun anni. La luna quasi piena in una notte d’estate, mentre mi siedo su un tetto di New York City in compagnia di alcuni amici e di una bottiglia di vino. Il pino giapponese di cui mi sto prendendo cura nel balcone del mio appartamento. Le pere che stanno diventando mature sul davanzale della finestra.
Ho paura per il futuro di mio figlio, il futuro dei miei amici e del pino. Ma non dubito della loro bellezza e del loro valore, nel presente.
Due. Ho fiducia nel fatto che una specie in grado di realizzare Il Gattopardo, la Venere di Urbino e La Traviata – per non parlare del romanzo di George Saunders Lincoln nel Bardo, e l’arte di Mimmo Paladino – non permetterà che il mondo finisca prematuramente, per quanto alcune persone possano adoperarsi per fare esattamente questo.
L’arte serve a darci fede, e più fede equivale a meno dubbio.
Tre. Ogni giorno cerco di aiutare qualcuno, che sia uno sconosciuto bisognoso di soldi o un turista che ha l’aria di essersi perso. Si tratta di semplici azioni, di cui non ho alcun dubbio.
Se le persone hanno bisogno di soldi e voi ne avete di più del necessario, gliene potete dare un po’. Non dovete domandarvi per cosa li spenderanno. Se chiedono dei soldi, allora ne hanno bisogno.
Se alcune persone si sono perse, potete aiutarle a ritrovare la loro strada. Sebbene probabilmente riuscirebbero cavarsela anche da sole, è sempre possibile che si possano perdere al punto di vagare per il mondo, cacciati di casa, cercando continuamente di raggiungere le loro destinazioni proprio mentre si allontanano sempre di più da esse. Non dovete dubitare dell’onestà del vostro gesto di averle mandate nella direzione in cui dovevano andare.
Quattro. Ogni giorno leggo un blog o guardo un notiziario in televisione, con le cui politiche sono fortemente in disaccordo. Credo di sentirmi meglio – o in ogni caso meno nervoso – se vedo il mostro rintanato sotto il letto, invece di sapere solamente che c’è qualcosa sotto il letto. Se si vede il mostro, si ha una consapevolezza maggiore di come combatterlo.
È a questo punto che le cose si complicano. Nel guardare il mostro, è possibile che cominciamo a comprendere il suo dolore, la sua paura, i suoi bisogni.
Ma in verità è meglio ignorare quell’impulso empatico, almeno finché il mondo non sarà tornato in sé e avrà smesso di cercare così assiduamente di distruggere se stesso.
Cinque. Amore. Ho tenuto l’antidoto migliore per ultimo.
Amare gli altri, anche se amiamo una o due persone (benché mi auguri che tutti noi ne amiamo un po’ di più) è più efficace nello scacciare i dubbi di qualsiasi altra misura che conosca. C’è qualcuno nella stanza accanto, c’è qualcuno al telefono, c’è qualcuno che non solo ti conosce, ma sa dove sei e come stai, proprio come tu sai dov’è e come sta l’altra persona.
Quando amiamo, quando diamo e riceviamo amore, non possiamo veramente farci del male, non possiamo venire colpiti al cuore, qualunque cosa possa succedere ai nostri corpi, alle nostre città. Alla nostra terra.
Detto questo…
Non possiamo abbandonare i nostri dubbi. Il mondo in pericolo ha bisogno di persone che dubitano. In fondo, ci sono poche persone più pericolose di quelle che non dubitano; che credono incontestabilmente in un sistema politico, in un’ideologia, una fede.
E, allo stesso, tempo, dobbiamo vivere e, come specie, non riusciamo a crescere e a progredire veramente con una dieta a base di paura e incertezza.
Brindiamo alle nostre vite, allora. Ai dubbi che animano il nostro mondo e a qualunque certezza che ci aiuta a vivere in esso. Brindiamo alla forza che tutti noi possediamo, alla forza che nasce dalla nostra umanità condivisa, alla nostra pura e semplice volontà di continuare a vivere, e affinché i nostri figli continuino a vivere, che per secoli è stata la nostra arma migliore.
L’ultima cosa che so con assoluta certezza… eccoci qui. Sono abbastanza sicuro delle nostre vite per scrivere questo, e voi siete abbastanza sicuri delle nostre vite per ascoltarlo.
Eccoci qui, allora. Tutti noi. Eccoci qui, vivi, adesso. Non abbiamo nessuna ragione per dubitarne. Abbiamo tutte le ragioni per esserne lieti.
Traduzione di Licia Vighi

MICHAEL CUNNINGHAM

Dalle ore di scuola a Moravia e Pascal. Il segreto della noia

«Ora di lezione: Drin drin drin/ Disciplina!/ Concentrazione!/ L’insegnante!/ Ancora 35 minuti/ Ancora 34 minuti/ Ancora 32 minuti (…) / Numeri, date, concetti!/ Incomprensibile/ Ancora 20 minuti/ Ancora 19 minuti/ (…) Il tempo diventa come una gomma da masticare/ Ancora 3 minuti/ Ancora 2 minuti. Ancora 1 minuto/ Aahh!/ La prossima ora ti attende!». La poesia di un liceale tedesco, riportata da un sociologo, rende bene il tempo scolastico: non passa mai.
Nonostante l’impegno degli insegnanti, a scuola ci siamo annoiati tutti. Per fortuna adesso c’è il cellulare con cui affrontare quella che Heidegger chiama la “noia occasionale”, che colpisce quando il tempo degli orologi e il tempo vissuto non coincidono, ovvero spessissimo. La ministra dell’Istruzione, che viene da una vita di estenuanti riunioni sindacali, deve conoscere bene il potere distruttore della noia, altrimenti non avrebbe proposto di usare gli smartphone in classe per vivacizzare le lezioni. Dopo questa riforma probabilmente non ci saranno più poesie come quella dello studente. Tutti chini sullo schermo a inseguire il mondo là fuori: amici, genitori, siti, canzoni, youtube, tutto sarà a portata di dito, se non lo è già, dato che nelle classi il cellulare c’è.
La noia s’aggiorna? Heidegger, che di questa tonalità affettiva se ne intendeva, tanto da farne uno dei fondamenti della sua filosofia alla pari dell’angoscia, aveva in serbo due altre nozioni: la noia non-occasionale e la noia profonda. La prima è quella che ci colpisce quando, dopo una cena con amici, ci sentiamo di aver perso tempo: una sensazione di non-so-cosa sgorga dal nostro intimo. La seconda, più radicale, «va e viene nelle profondità dell’esserci, come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi in una strana indifferenza».
Questa è la noia che ci rivelerebbe a noi stessi e ci porrebbe, a detta di Heidegger, la domanda fondamentale: perché c’è qualcosa e non il nulla? Provare la noia radicale ci trasforma in filosofi? Non è lontano dal vero, se Wittgenstein nel Tractatus ha detto che un problema filosofico ha questa forma: «Non riesco ad orientarmi». Da cui si capisce che la noia, come nel caso della poesiola del liceale, apre al pensiero, alla riflessione, ovvero alla filosofia. Però questo non accade sempre. In effetti non è facile muoversi dentro quella “nebbia silenziosa”, come sa bene Dino, il protagonista della Noia (1960) di Alberto Moravia, che all’inizio del romanzo parla anche lui della noia come di una nebbia, e pure Unamuno, che ha intitolato un suo libro narrativo Nebbia (1914), dove racconta il “male di vivere”. Cos’è esattamente la noia? Insoddisfazione, senso di vuoto, indifferenza, disinteresse, tedio, pigrizia, sono alcuni degli stati d’animo prodotti dalla noia. Il tempo non passa mai, e si prova un senso d’insensatezza, un dispiacere incomprensibile. A lungo non si è distinta la noia dalla malinconia e dalla depressione; gli psichiatri hanno identificato la noia con molto ritardo rispetto ad angoscia e ansia, mentre era già chiaro ai Padri della Chiesa che la noia era uno stato patologico, per loro provocato da un demone: il Demone meridiano. Il monaco che nella sua cella invece di leggere le sacre scritture, pregare o meditare, si distrae e infine mette il libro sotto il capo e s’addormenta, è preda dell’accidia, che è l’antenato della noia. “Accidia” sta per “senza cura”: indolenza, ignavia, pigrizia, prosciugamento di ogni forza spirituale. “Noia” viene, come il francese ennui, dal provenzale enoja e prima dal latino inodiare, cioè in odio habere. La noia è «ciò che tiene in sospeso e tuttavia lascia vuoti».
Come gli studenti sanno bene è il tempo quello che non scorre mai della noia. Non è colpa degli insegnanti; ci mancherebbe altro! Il vero problema è il tempo. Il tempo che passa, insieme con il senso stesso del nostro esistere, domande imprescindibili: chi siamo? cosa ci facciamo qui? Pascal è stato il primo che ha capito come stavano le cose, collegando l’accidia dei monaci alla noia dell’uomo moderno. La noia è un sentimento ontologico, riguarda cioè la natura stessa dell’uomo, il suo “essere”, o invece è un sentimento legato alla storia sociale? Entrambe le cose, si direbbe. Goethe ha detto una volta che ciò che distingue gli uomini dalle scimmie è proprio la noia. Ma è anche vero che la noia è diventata un problema sociale con la nascita dello Stato assolutistico francese, quando la nobiltà fu privata dei suoi compiti politici e giuridici per diventare una classe che s’annoiava. La noia sorge là dove c’è una condizione economica favorevole, legata al privilegio economico, dicono i sociologi. Le classi povere, i proletari, non s’annoiano; si disperano piuttosto. La noia come patologia del benessere? Probabile.
C’è poi un altro fattore che è legato allo sviluppo delle nostre società postmoderne: la fine del lavoro manuale tradizionale, la crescita del tempo libero, l’imporsi della “società delle emozioni” con la ricerca di sensazioni sempre più forti. La noia tallona da vicino l’uomo contemporaneo insieme all’ansia, alla depressione e all’angoscia, sue sorelle. «Sono annoiato/ Sono annoiato/ Sono il presidente degli annoiati/ Sono stufo di tutti i miei divertimenti/ Sono stufo di tutte le bevute/ Sono stufo di tutti i cadaveri», canta Iggy Pop in I’m bored. L’emblema contemporaneo della noia è Andy Warhol. Nei suoi diari, uno dei libri più noiosi del mondo, compare sovente la parola boring. «Mi piacciono le cose noiose», ha detto una volta Warhol. E tuttavia proprio con la noia è riuscito a fare arte, un’arte adeguata ai nostri tempi: estetica, ripetitiva, banale e insieme sorprendente.
Perché c’è un’altra noia ancora, la noia creativa. Se non ci si annoia da ragazzi, non si diventa artisti o scrittori? Probabile. Questa è un’altra storia ancora. Leopardi ha scritto: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani».

MARCO BELPOLITI

La Repubblica, 26 settembre 2017

La «post-verità» da Platone fino a Trump

Gli Oxford Dictionaries hanno eletto «post verità» parola internazionale dell’anno 2016, a seguito del controverso referendum sulla «Brexit» e dell’elezione presidenziale americana ugualmente contestata, che hanno contribuito a diffondere questo termine tanto nei mass media che nel gergo politico. Il dizionario definisce «post-verità» come «in rapporto o contestuale a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica rispetto alla leva esercitata sulle emozioni e sulle credenze personali». Il prefisso «post», in questo caso, non significa «successivo», ma anzi denota un’atmosfera in cui la verità è irrilevante e prevalgono le credenze radicate nelle emozioni.

Ci si chiede se una politica che fonda la sua agenda sul principio della verità, scartando il regno emotivo di sentimenti e credenze, sia mai esistita nell’intera tradizione politica dell’Occidente.
A dire il vero è esistita, ma solo nel registro astratto della teoria: nella fervida immaginazione politica di Platone.
Nella Repubblica, Platone esamina l’antagonismo tra una politica costruita sulla verità, che corrisponde alla sua concezione della polis ideale, e una politica costruita invece sulle emozioni, ovvero sul pathos, la patologia di quella entità politica collettiva che egli chiama «i molti» – hoi polloi– e che descrive in modo allegorico come «un grosso animale».
Il contesto in cui questa celebre e ignobile immagine emerge è un discorso di Socrate sulla natura del vero filosofo, che si distingue dalla natura di altri esperti di logos nell’Atene contemporanea, i sofisti. Nello sviluppare una speciale tecnica di linguaggio che riesce ad emozionare «i molti» i sofisti si prestano a pagamento a istruire i futuri leader politici su un discorso che miri a manipolare il pubblico e, tecnicamente, a conquistarsi i voti degli elettori. Platone paragona il sofista a qualcuno che «avesse compreso gli impulsi e i desideri di un animale da lui allevato grande e forte e sapesse come bisogna avvicinarsi a lui e quando e per quali motivi diventa più irascibile o più mite, quali suoni è solito emettere a seconda delle circostanze, e quali, se proferiti da altri, lo ammansiscono e lo irritano; e tutte queste conoscenze, apprese grazie a una lunga dimestichezza, le chiamasse sapienza e si volgesse a insegnarle quasi avesse istituito un’arte;… tutto in base alle opinioni di quel grosso animale».
È risaputo che le teorie antidemocratiche di Platone sono state storicamente cooptate dalla tradizione reazionaria e dall’estrema destra, persino dalle ideologie naziste. Eppure vale la pena riflettere sulla sua critica della democrazia. Platone sostiene che la democrazia si trasforma inevitabilmente in demagogia, un regime politico che provoca la corruzione del popolo tramite la manipolazione dell’opinione pubblica e crea governanti che accrescono la loro popolarità sfruttando il pregiudizio e l’ignoranza di molti, rinfocolando le loro emozioni e contrastando le decisioni ragionate. Questi leader si specializzano nel coltivare, incrementare, riprodurre e riformulare gli impulsi del grosso animale, allo scopo di stabilire e affermare un sistema di potere fondato sul pathos, una forma di «politica patologica». In questo senso, la polis ideale di Platone è all’opposto: come governanti, i filosofi sono in realtà guidati dalla verità del logos, ovvero dalla capacità della ragione di controllare e reprimere gli impulsi delle parti più basse e viscerali. I filosofi, sostiene Platone, devono essere educati ad amare la verità e provare vergogna nel mentire.

Al contrario, dato che i politici educati dai sofisti guardano al logos non come una struttura che racchiude l’ordine della verità, ma piuttosto come uno strumento di azione per manipolare le emozioni della gente, essi mentono. La verità è irrilevante in questo contesto patologico. Talmente irrilevante che qualunque cosa il grosso animale creda o sia persuaso a credere, ciò corrisponde al vero. Il concetto della post-verità applicata alla politica, come suggerisce il dizionario di Oxford e come Platone sembra presagire, non liquida la verità, bensì la rende irrilevante.
La posta in gioco non è la verità, bensì il potere: sia il potere generalmente definito come dominio sugli altri tramite mezzi di persuasione oppure, più nello specifico, come caratteristica distintiva di operazioni linguistiche capaci di dimostrare l’irrilevanza e, in ultima analisi, la superfluità del vero.
Platone, antidemocratico ed elitista, è il primo a detestare i tecnici della manipolazione del popolo che trasformano l’esercizio della menzogna in un’arte politica efficace, accettabile e gradevole, l’arte del discorso acrobatico, una specie di funambolismo verbale assai divertente. Per questo motivo Platone non esita a definire ciarlatani i sofisti e i loro emuli in politica, aggiungendo che la loro esibizione corrisponde ai gusti popolari degli spettatori del circo.
Potrei aggregarmi alla schiera degli scettici, ma non è questo il mio scopo. In questo momento, mi appassiono alla descrizione della fenomenologia della politica patologica, nel suo annoverare anacronistico e altamente polemico di una serie di caratteristiche e preoccupazioni riguardanti un certo pathos politico, i cui profili sembrano convergere nell’attuale definizione di post-verità.
Se Platone insistendo sulle emozioni dei «molti» dava consistenza e giustificazione alla bugia, Hannah Arendt ci aiuta a comprendere lo specifico della menzogna politica moderna come «bugia fabbricata» e fittizia. La presa sulle emozioni è in questo caso aggravata da una comunicazione che, lungi dall’essere manipolazione acrobatica del discorso, mira ad accattivarsi il pubblico attraverso frasi tanto efficaci quanto sconnesse: in pratica sembrano vere in quanto prodotte non dalla ragione ma da impulsi. Improvvisato e privo di coerenza teorica il discorso politico dell’attuale potere spegne in noi il senso del reale, sostituendo la nostra presa sulla realtà con fatti «alternativi», fake theory, bugie rese «reali» dai social media. Nell’era della post verità il potere si esprime con stile improvvisato. Quello che twitter trasforma in realtà. Il rapporto tra verità e politica è definitivamente collassato?  

ADRIANA CAVARERO

Corriere della Sera 19 giugno 2017

http://www.corriere.it/esteri/17_giugno_19/post-verita-platone-trump-cb7efb2c-5464-11e7-b88a-9127ea412c57.shtml

La post-verità

http://www.corriere.it/scuola/universita/16_novembre_16/post-verita-parola-dell-anno-secondo-oxford-dictionaries-29ba02b2-abe7-11e6-b10d-5f5dceb63e51.shtml

 

Se l’amore è un fattore geopolitico

geopolllIl mondo non risponde più ai comandi. Mai come oggi il potere è disperso in un pianeta senza centro, sovraffollato e turbolento. Certo, l’America resta il Numero Uno per la strapotenza militare,”l’esorbitante privilegio” del dollaro, l’innovazione tecnologica. Ma più che a un sovrano universale, somiglia a un primo della classe annoiato e irritato, preoccupato che meno dotati compagni gli copino il compito e gli rubino il voto. Dopo due decenni di retorica americana della globalizzazione, Donald Trump è più preoccupato di costruire muri e tagliare ponti per difendersi dal mondo che di consolidarvi ed estendervi l’impero americano. Perché «non sono stato eletto dal resto del mondo, non esiste una bandiera mondiale né un inno mondiale». Con ciò il presidente esprime un sentimento diffuso nell’America profonda. Quanto all’altro, originario ceppo dell’Occidente: l’Europa rischia la disgregazione, avviata dal voto britannico sul Brexit. Eppure solo un secolo fa era il centro del potere planetario. Nove decimi delle terre abitate erano rette da europei o loro discendenti. E l’umanità era segmentata in gerarchie razziali, con i bianchi europei in vetta e i neri (allora negri) in fondo all’abisso. Sulla competizione per il potere in questo mondo da sette miliardi e mezzo di anime si concentra a Genova, da domani a domenica, il quarto Festival di Limes. Titolo: “Chi comanda il mondo”. In altre parole: quale potenza dominerà questo secolo – ancora l’America? O toccherà alla Cina? O semplicemente a nessuno?
Vent’anni fa ci veniva spiegato che la storia è finita. Tipica espressione della vichiana «boria dei dotti». Oggi scopriamo che non solo non è finita, ma corre al galoppo. Proprio perché il mondo attuale è fuori sesto, ingovernabile da un solo centro di potere, vale la pena concentrarsi anche sulle passioni che lo agitano. A muovere attori e decisori non è solo né sempre il calcolo dell’utile. Le teorie della scelta razionale, per cui a motivarci è la valutazione dei costi e dei benefici che ci attendiamo dalle nostre azioni, non sono sufficienti a dar conto delle dinamiche geopolitiche che mettono in crisi paradigmi consolidati. Il segnale che ci viene dal Brexit e da Trump, dalle mischie etniche e dalle guerre a sfondo religioso, è che posta geopolitica decisiva è oggi l’identità. E non c’è identità senza amore di sé e della propria comunità: la patria. Altrimenti perché dovremmo distinguerci dagli altri?
Popoli e nazioni, o aspiranti tali, si battono per il diritto a preservare o affermare le rispettive idee di sé. Entriamo nel campo del sentimento. È l’amore per il proprio insieme – e/o l’odio per l’altrui – a motivare gruppi, comunità e nazioni nelle loro battaglie geopolitiche. Quando Trump proclama «Io amo l’America» o Putin si lascia andare alla commossa rievocazione delle glorie russe, in nome delle quali qualsiasi sacrificio è dovere, non è solo propaganda. Senza la sincera adesione a un sentimento patriottico è impossibile mobilitare il consenso necessario a qualsiasi potere, persino – o tanto più – se autoritario.
Ne sappiamo qualcosa noi italiani, usi a relegare l’amor di patria fra le retoriche del passato, con il risultato di renderci istintivamente disponibili alla guida altrui. Espressione di quella «porca rogna italiana del denigramento di noi stessi» contro cui si scagliava Carlo Emilio Gadda nel suo Giornale di guerra e di prigionia. Non si intende la teoria e la prassi italiana del “vincolo esterno” – ovvero lasciamo che siano i virtuosi europei a imporci le giuste regole da cui spontaneamente scarteremmo – senza considerare questa anti- passione nostrana. Non stupisce che un paese indisponibile a rispettarsi sia poco rispettato. Proprio perché le passioni contano, pesano più che mai nelle opinioni pubbliche e orientano le scelte dei decisori più di quanto essi siano disposti ad ammettere, ne consegue che il mondo attuale è sempre meno prevedibile. Imbracarlo nelle teorie preconfezionate, nei modelli universali significa perderne di vista alcune tendenze di lungo periodo, espresse ad esempio nella letteratura. Si può intendere l’impero russo senza leggere Puškin, quello britannico scartando Conrad o quello americano trascurando il Fitzgerald del Grande Gatsby?
Nella geopolitica delle nazioni contemporanee la potenza dell’amore si rivela, fra l’altro, nel culto del proprio passato. Passione collettiva, non solo individuale. Per cui si riscoprono o si inventano antichissime, epiche genealogie, che confermerebbero il diritto di una comunità a questo o quello spazio. Sono simili passioni a muovere “il desiderio di territorio”, titolo dell’opera pionieristica di uno studioso francese delle identità, François Thual. Quindi anche la volontà di impero, che secondo lo storico americano William Langer – in polemica con le interpretazioni economiciste dell’espansionismo Usa – dimostra «la sopravvivenza nella società moderna di un’esausta mentalità feudal-militaristica, votata alla conquista per la conquista, senza specifico obiettivo o limite».
Questi sentimenti atavici contribuiscono a spiegare lo scarso fascino del cosmopolitismo e delle grandi utopie universali. Difficile amare tutti. Quando il patriottismo va fuori controllo, come capita nelle età di crisi, ne scaturisce il perfetto opposto: il nazionalismo esclusivo, xenofobo, talvolta razzista, che trasforma l’amore di sé in odio dell’altro. Le tracce di questa perversione sono oggi fin troppo visibili. Al potere dell’amore il Festival dedica la serata di sabato. A trattarne, la storica dell’antichità Eva Cantarella, la scrittrice Michela Murgia, il filosofo Umberto Galimberti, l’artista e cartografa di Limes Laura Canali, che insieme a un’antologia di carte geopolitiche espone la sua opera Le ali della farfalla. Per mostrare come «nel minestrone di questo nostro mondo, dove la geografia è il nastro trasportatore, esiste qualcosa di immutato»: i sentimenti che restano, come scriveva Marina Cvetaeva, «sempre uguali a se stessi», perché «ci sono stati ficcati dentro il petto come fiamme di una torcia».

LUCIO CARACCIOLO

la Repubblica 2 MARZO 2017

http://www.limesonline.com/rubrica/se-lamore-e-un-fattore-geopolitico?refresh_ce

LIMESFESTIVAL

http://www.limesonline.com/tag/limesfestival

Quella diffusa voglia di uomini forti in politica

aaaaooRiflettori puntati sull’affermazione di leader forti. Sostenuta senza mezzi termini da Grillo, è incarnata nell’attualità dal decisionista Trump e da Marine Le Pen, candidata-presidente a donna forte francese che sfida Europa e Nato.
Secondo “La Politica” di Aristotele, che si può considerare un testo evangelico per le democrazie moderne, la debolezza delle classi medie è la causa dell’ascesa di capi demagoghi- tiranni al tempo, “uomini forti” oggi. Accade quando in un Paese i ricchi diventano sempre più ricchi e potenti e, al contempo, aumenta il disagio sociale tra la maggioranza della popolazione. Una società diseguale, secondo Aristotele, radicalizza la democrazia e incoraggia estremismi tirannici. La preminenza della medietà sociale, al contrario, dà stabilità alla politica, equilibrio alla democrazia. Questa è la spiegazione sociologica all’insorgenza di Trump negli Usa, dove le classi medie hanno preso un’indiscutibile batosta dalla terza rivoluzione tecnologica (Ict) – risparmiatrice di lavoro ripetitivo – e poi dalla crisi economico-finanziaria. La debolezza delle classi medie spiega anche l’ascesa di Putin, uomo forte in una Russia in cui le disuguaglianze economiche sono le più elevate al mondo: l’1% più ricco degli adulti possiede il 75% della ricchezza nazionale(Global Wealth Report 2016); e ancora, la vittoria schiacciante di Modi – uomo forte in India – nel 2014, contro il partito del Congresso, che aveva dominato per decenni senza una lotta efficace alla povertà.
Si tratta di capi che sanno andare direttamente al popolo per via plebiscitaria, cercando di dis-intermediare il rapporto tra istituzioni politiche e popolo “sovrano”. Sfruttano (ma anche compensano) il discredito delle nomenclature di partito e la sfiducia diffusa verso le élite democratiche ormai implose, accusate dal popolo di autoreferenzialità e soprattutto di non averlo protetto con efficacia dalle conseguenze della crisi economico-finanziaria. È da questo mood popolare che nasce il risentimento anti-establishment anche di Brexit.
Se c’è un trend verso l’uomo “forte”, vanno tuttavia tenute in conto le diversità di contesto. Trump si può spiegare anche con lo spiccato “nuovismo” degli statunitensi o con un pregiudizio di genere nei confronti della sua rivale. Putin con una propensione storica dei russi allo zar, si chiami Pietro Romanov, Stalin o Putin. Modi, orgoglio hindu, anche con appartenenze religiose. Differente è anche il caso della Merkel, che spicca in un’Europa a forte trazione tecnocratica, ma affetta da gravi squilibri tra Stati (“le due velocità”) e da nanismo politico su scala globale. Il mondo che l’Europa ha dominato per oltre quattro secoli, uscito dal letargo, con la sua crescita giovane e dinamica l’ha infiltrata e irrevocabilmente ridimensionata.
Le differenze permangono anche tra leader occidentali atlantici. Trump vince sfruttando il proverbiale nuovismo americano, puntando sul risentimento delle classi medie e sul disagio sociale diffuso. Merkel, al contrario, si è affermata per l’orientamento conservatore degli europei e per una miglior tenuta della classe media rispetto a quella degli Stati Uniti.
A dispetto di tutte queste differenze, è innegabile che ci sia una tendenza, anche in Occidente, verso capi forti, che riducono i partiti a organizzazioni personali e le élite a stuoli di fedeli nominati. Anche i media – odierno scenario della politica – non hanno bisogno di partiti né di élite, ma di pochi leader dei quali poter esaltare ambizioni, fascino, carisma e, soprattutto, il potenziale anti-casta. La personalità del leader può persino trascendere il contenuto del messaggio politico, il che ovviamente crea incertezza, come nel caso di Trump o in quello della Le Pen.
Modi, primo leader tra quelli delle democrazie rappresentative a essersi affermato tre anni fa in quanto “uomo forte” e “messia dei poveri”, con provvedimenti come la recente demonetizzazione o l’introduzione di una tassa unica sui beni (sostituendo i mille balzelli dei singoli stati), può essere preso a esempio di coerenza con i suoi intenti programmatici. Sta forgiando un nuovo blocco sociale di potere e alimenta il suo carisma populista con la demonetizzazione, che ha lo scopo di colpire la ricchezza indebita da evasione fiscale, illegalità e corruzione: obiettivi che piacciono a un’India che conta il 42% dei poveri del pianeta e in cui l’1% della popolazione adulta più ricca ha ben il 59% della ricchezza nazionale. Modi rilancia il potere centrale nazionale di cui è a capo.
Questo nazionalismo sovranista è un driver comune per tutti i potenti leader populisti: con mille sfumature diverse rende gli slogan di Modi analoghi a “Prima l’America” di Trump o all’esumazione della grandeur nazionale della Le Pen). Assume, tuttavia, connotati e significati diversi: forse un passo avanti per la policentrica India, ancora con i piedi d’argilla sul piano della modernizzazione; un passo indietro per la nazione guida dell’Occidente, che non può permettersi chiusure nazionaliste alla Trump. Sarebbe, infine, un anacronismo gollista nella Francia europea del XXI secolo.
Nel mondo globale, le politiche protezioniste e dei “muri”, come le bugie, hanno le gambe corte.

Carlo Carboni

Il Sole 24 ore 13 febbraio 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-02-13/quella-diffusa-voglia-uomini-forti-politica-075420_PRV.shtml

 

Legge elettorale, il nodo da sciogliere

elessOltre 19 milioni di italiani (quasi il 60 per cento dei votanti, ma solo il 37 per cento degli aventi diritto al voto) hanno accolto l’appello proposto da 103 senatori e 166 deputati rimasti soccombenti (ma — singolarità delle scelte renziane — anche da 151 senatori e 237 deputati della maggioranza) contro la proposta di riforma costituzionale votata dal 57 per cento dei parlamentari. Queste poche cifre fanno emergere il disallineamento tra Paese e Parlamento, tra maggioranza parlamentare e maggioranza referendaria, sul quale si è immediatamente inserito Grillo, il maggiore azionista della composita compagine vincente, chiedendo di andare al voto subito.

Ma questo è impossibile per due motivi. Il primo è che le leggi elettorali esistenti per le due camere sono tra di loro molto diverse (proporzionale a doppio turno, con premio di maggioranza, soglia di sbarramento e 100 collegi plurinominali, e proporzionale con premio di maggioranza, soglia più alta e liste bloccate, corretto dalla Corte costituzionale che ha abolito il premio di maggioranza e introdotto le preferenze): se si votasse con esse il blocco del nostro sistema politico sarebbe sicuro, perché una camera sarebbe all’opposizione dell’altra. Il secondo è che su ambedue le leggi gravano gravi ipoteche. Sulla prima, quella di Calderoli, il giudizio della Corte costituzionale. Sulla seconda il giudizio di molte forze politiche spaventate dai risultati che il ballottaggio può produrre.

 E allora riemerge l’antica anima della democrazia italiana, attaccata sia al bicameralismo sia alla formula elettorale proporzionale, cioè alle scelte originarie della nostra Costituzione. È l’orientamento di chi preferisce decidere insieme, piuttosto che contrapporsi, indebolire il governo, piuttosto che contare sull’alternanza, rendere mite il potere anche a costo di renderlo inefficace. È il punto di vista della democrazia kelseniana, secondo cui «è di estrema importanza che tutti i gruppi politici siano rappresentati in Parlamento in proporzione della loro forza» e «maggioranza e minoranza devono potersi intendere vicendevolmente», al quale si contrappone la democrazia schumpeteriana per cui «il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso la competizione che ha per oggetto il voto popolare».

Se un popolo è anche la sua storia, nel passato di quello italiano è iscritta una lunga serie di compromessi, di rinvii, di adattamenti (per intenderci, quelli che sono all’origine del persistente alto debito pubblico del nostro Paese), alla quale si aggiunge oggi il desiderio di quasi tutte le forze politiche di contarsi e di controllarsi reciprocamente in modo che nessuno vinca, ma anche senza che qualcuno perda.

Se andassimo lungo questa strada, ci ritroveremmo al punto di partenza, al 1946, Parlamento bicamerale e sistema elettorale proporzionale e metteremmo la parola fine al lungo ciclo che si aprì alla metà degli anni 70, quando si cominciò a pensare che occorresse stabilizzare i governi e introdurre contropoteri in luogo del consociativismo, abbandonando il complesso del tiranno. Più che una Repubblica da riformare vi sarebbe una Repubblica da ritrovare nella sua forma originaria.

Se andassimo su questa strada, occorrerebbe almeno seguire il modello tedesco, che corregge la formula proporzionale con una soglia di sbarramento e con la sfiducia costruttiva, in modo da incentivare aggregazioni delle forze politiche e da evitare la precarietà dei governi. Ma molte altre formule sono state proposte e discusse, alcune anche sperimentate, in Italia, in quel grande cantiere che sono i governi locali, regionali e comunali, che costituivano una volta il campo nel quale collaudare formule e istituti da introdurre poi al centro.

Non sarà facile giungere a una soluzione. Se avesse vinto il Sì, ci sarebbe stato un vincitore. Il No ha troppi padri, tanto diversi, per cui una legge elettorale che vada bene a uno non andrà bene all’altro. Questo è uno dei paradossi della votazione appena svolta: c’è una vittoria, ma non c’è un vincitore. L’altro è che la Costituzione, che ha settant’anni, non si deve cambiare, mentre si deve cambiare la legge elettorale che ha solo un anno, e non è stata neppure ancora applicata.

Sabino Cassese

Corriere della Sera , 5 dicembre 2016