Dalla Bibbia alla post-verità vale più il credere del sapere

Sembra che stiamo vivendo in una terrificante epoca della post-verità, quando non solo alcuni eventi militari, ma intere storie e nazioni potrebbero essere falsificate.

Ma se questa è l’era della post-verità, quando, esattamente, si sarebbe verificata l’alcionica età della verità? Negli anni ottanta del secolo scorso? Negli anni cinquanta? Negli anni trenta? E che cosa ha provocato la nostra transizione all’epoca della post-verità: Internet? I social media? L’ascesa di Putin e Trump?

Una rapida occhiata al corso della storia rivela che la propaganda e la disinformazione non rappresentano affatto novità assolute, e perfino l’abitudine di negare intere nazioni e creare stati fantoccio vanta una lunga tradizione. Nel 1931 l’esercito giapponese inscenò un finto attacco contro se stesso per giustificare la sua invasione della Cina, e quindi creare lo stato fantoccio del Manciukuò per legittimare le sue conquiste. La Cina stessa ha negato a lungo che il Tibet sia mai esistito come paese indipendente. La colonizzazione britannica in Australia fu giustificata appellandosi alla dottrina giuridica della terra nullius (in latino, «terra di nessuno»), che in effetti cancellò 50.000 anni di storia degli aborigeni. (…)

In effetti, come specie, abbiamo sempre vissuto nell’era della post-verità. Homo sapiens è una specie post-verità, il cui potere dipende dal creare narrazioni e dal credervi. Fin dall’Età della pietra, i miti avevano lo scopo di unire collettività umane e dunque svolgevano una funzione che potremmo chiamare di «autoconforto» reciproco. Infatti, Homo sapiens conquistò questo pianeta soprattutto grazie all’abilità peculiare degli esseri umani di creare e diffondere narrazioni. Noi siamo gli unici mammiferi che possono cooperare con numerosi stranieri perché solo noi possiamo inventare storie, diffonderle, e convincere milioni di altri a credervi. Finché crediamo tutti alle stesse storie, obbediamo alle stesse leggi e possiamo cooperare in modo efficace.

Quindi se criticate Facebook, Trump o Putin per aver inaugurato una nuova terribile era di post-verità, ricordatevi che secoli fa milioni di cristiani si sono infilati da soli in una bolla mitologica autovalidata, senza mai azzardarsi a mettere in dubbio la veridicità fattuale della Bibbia, mentre milioni di musulmani giuravano fede assoluta al Corano. Per millenni, gran parte di ciò che è stato tramandato come «informazioni» e «fatti» nelle nostre società erano storie su miracoli, angeli, demoni e streghe, grazie a coraggiosi inviati che hanno dato ampia copertura direttamente dagli anfratti più profondi del mondo sotterraneo. Non abbiamo alcuna evidenza scientifica che Eva sia stata tentata dal Serpente, che le anime di tutti gli infedeli brucino all’inferno dopo la morte, o che al creatore dell’universo non sia di gradimento il matrimonio tra un bramino e un intoccabile – eppure miliardi di individui hanno creduto in queste storie per migliaia di anni. Alcune notizie false durano per sempre.

Sono consapevole che molti potrebbero essere sconcertati dal fatto che metto sullo stesso piano la religione e le notizie false, ma è proprio questo il punto. Quando un migliaio di individui crede a una qualche storia inventata per un mese – questa è una notizia falsa. Quando un miliardo di individui vi crede per un migliaio di anni – questa è una religione, e siamo ammoniti di non chiamarla «notizia falsa» per non ferire la sensibilità dei credenti (o incorrere nella loro ira). Vi prego di notare, comunque, che non sto negando l’efficacia o la potenziale benevolenza della religione. È esattamente l’opposto. Nel bene e nel male, il narrare storie rappresenta uno dei più efficaci strumenti della cassetta degli attrezzi dell’umanità. Riuscendo a far convivere gli uomini, i credi religiosi rendono possibile la loro cooperazione su larga scala. Ispirano gli individui a costruire ospedali, scuole e ponti, oltre che a organizzare eserciti e ad edificare prigioni. Adamo ed Eva non sono mai esistiti, ma la cattedrale di Chartres è tuttora stupenda. Gran parte della Bibbia è costituita da storie inventate, ma può ancora donare gioia a miliardi di persone e può ancora stimolare gli individui a essere compassionevoli, coraggiosi e creativi – proprio come altre grandi opere di finzione, come il Don Chisciotte, Guerra e pace, Harry Potter. (…)

La verità è che la verità non è mai stata prioritaria nel programma di Homo sapiens. Molti ritengono che se una particolare religione o ideologia rappresenta in modo errato la realtà, i suoi seguaci presto o tardi lo scopriranno, perché non potranno competere con rivali con una visione più chiara delle cose. Anche questo è solo un altro confortante mito. In pratica, il potere della cooperazione umana dipende da un delicato equilibrio tra verità e finzione.

Yuval Noah Harari

Il Giornale, , 30/08/2018

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/bibbia-post-verit-vale-pi-credere-sapere-1569492.html

 

Dal libro: “21 lezioni per il XXI secolo”

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Da Einstein a Oscar Wilde: le teorie della felicità

Persino Albert Einstein, che alla relatività fisica si dedicò per una vita elaborando celebri postulati e teorie, doveva sapere che non c’è niente di più opinabile della felicità, soggetta a un altro tipo di relatività, quella dei sentimenti, delle emozioni umane, delle esperienze individuali. Dunque, ben consapevole che la felicità non è riassumibile in una formula matematica, provò a ricorrere alle parole. E così un giorno del novembre 1922, raggiunto nella sua camera dell’Hotel Imperial di Tokyo da un cameriere o da un fattorino, lo scienziato decise di ricompensarlo non con una volgarissima mancia in denaro ma consegnandogli due note manoscritte, in tedesco, firmate con nome e cognome.
La prima, su carta intestata dell’albergo, non supera le tre righe: «Una vita tranquilla e modesta dà più felicità che la ricerca del successo, legata a costante inquietudine». La seconda, redatta su un foglio bianco, è una frase meno originale: «Dove c’è la volontà, c’è la strada». Una sorta di: volere è potere… Ora l’erede del destinatario di quei due biglietti ha pensato di ricavarne una sua molto personale forma di felicità, monetaria, mettendoli all’asta: e l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto se, partendo dalla modica stima di 5-8.000 dollari, i documenti sono stati battuti a Gerusalemme per ben 1,56 milioni di dollari.
Prezzo a parte, è davvero singolare che il genio tedesco, da poco insignito del premio Nobel, consegnasse a uno sconosciuto non delle generiche perle di saggezza ma delle considerazioni sulla beatitudine, tanto più che sullo stesso argomento si era già espresso con una riflessione già nota e alquanto diversa: «Se vuoi una vita felice devi dedicarla a un obiettivo, non a delle persone o a delle cose», come dire che il benessere va cercato in se stessi.
Dunque, anche Einstein doveva sapere che la ricetta della felicità è più complessa della descrizione di un qualsiasi fenomeno naturale: un’alchimia impossibile, un inganno che si fa beffe anche delle menti più eccelse, al punto da suggerire soprattutto ai poeti l’immagine della fragilità, dell’equilibrio instabile se non del puro effetto ottico. Basti pensare a un altro Nobel, Eugenio Montale, che un paio d’anni dopo, nel 1924, avrebbe scritto versi memorabili: «Felicità raggiunta, si cammina/ per te sul fil di lama./ Agli occhi sei barlume che vacilla,/ al piede, teso ghi-accio che s’incrina;/ e dunque non ti tocchi chi più t’ama».
Insomma, meglio non sfiorarla neanche, quella improvvisa epifania, comunque destinata a svanire in un attimo. Se i poeti (Leopardi in primis) non ci credono, altri cervelloni, meno disposti al pessimismo cosmico, non esitano a proporre la loro formula magica, via via paradossale, ironica, ambigua, sarcastica, ovvia, colorita, brutale, in definitiva sempre effimera: per Aristotele la vera felicità è esercitare il proprio libero ingegno, per Seneca la felicità è non aver bisogno della felicità, per Tolstoj è vivere per gli altri, per Victor Hugo è essere amati per ciò che si è, per Oscar Wilde non è avere ciò che si desidera ma desiderare ciò che si ha, per Winston Churchill non è nell’avere ma nel condividere, per il filosofo Gilles Deleuze per essere davvero felici bisogna accontentarsi.
Che somiglia, tutto sommato, a ciò che scrisse Einstein al fattorino di Tokyo. Accontentarsi: modestia, umiltà… Fatto sta che la sola efficace ricetta della felicità è la teoria della relatività dell’essere beati. A suo modo, aveva ragione Charles M. Schulz, il padre dei Peanuts: «La felicità è un cucciolo caldo…». Oppure, come vuole una celebre canzone: «Felicità è tenersi per mano, andare lontano… è il tuo sguardo innocente in mezzo alla gente… è restare vicini come bambini… è la pioggia che scende dietro le tende…». Tutto e niente. Più niente che tutto. Sono Albano e Romina i veri eredi di Einstein.

PAOLO DI STEFANO

Corriere della Sera, 26 ottobre 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_ottobre_26/da-einstein-oscar-wilde-teorie-felicita-486b9efe-ba0b-11e7-b70e-7d75d3b9777f.shtml

Dalle ore di scuola a Moravia e Pascal. Il segreto della noia

«Ora di lezione: Drin drin drin/ Disciplina!/ Concentrazione!/ L’insegnante!/ Ancora 35 minuti/ Ancora 34 minuti/ Ancora 32 minuti (…) / Numeri, date, concetti!/ Incomprensibile/ Ancora 20 minuti/ Ancora 19 minuti/ (…) Il tempo diventa come una gomma da masticare/ Ancora 3 minuti/ Ancora 2 minuti. Ancora 1 minuto/ Aahh!/ La prossima ora ti attende!». La poesia di un liceale tedesco, riportata da un sociologo, rende bene il tempo scolastico: non passa mai.
Nonostante l’impegno degli insegnanti, a scuola ci siamo annoiati tutti. Per fortuna adesso c’è il cellulare con cui affrontare quella che Heidegger chiama la “noia occasionale”, che colpisce quando il tempo degli orologi e il tempo vissuto non coincidono, ovvero spessissimo. La ministra dell’Istruzione, che viene da una vita di estenuanti riunioni sindacali, deve conoscere bene il potere distruttore della noia, altrimenti non avrebbe proposto di usare gli smartphone in classe per vivacizzare le lezioni. Dopo questa riforma probabilmente non ci saranno più poesie come quella dello studente. Tutti chini sullo schermo a inseguire il mondo là fuori: amici, genitori, siti, canzoni, youtube, tutto sarà a portata di dito, se non lo è già, dato che nelle classi il cellulare c’è.
La noia s’aggiorna? Heidegger, che di questa tonalità affettiva se ne intendeva, tanto da farne uno dei fondamenti della sua filosofia alla pari dell’angoscia, aveva in serbo due altre nozioni: la noia non-occasionale e la noia profonda. La prima è quella che ci colpisce quando, dopo una cena con amici, ci sentiamo di aver perso tempo: una sensazione di non-so-cosa sgorga dal nostro intimo. La seconda, più radicale, «va e viene nelle profondità dell’esserci, come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi in una strana indifferenza».
Questa è la noia che ci rivelerebbe a noi stessi e ci porrebbe, a detta di Heidegger, la domanda fondamentale: perché c’è qualcosa e non il nulla? Provare la noia radicale ci trasforma in filosofi? Non è lontano dal vero, se Wittgenstein nel Tractatus ha detto che un problema filosofico ha questa forma: «Non riesco ad orientarmi». Da cui si capisce che la noia, come nel caso della poesiola del liceale, apre al pensiero, alla riflessione, ovvero alla filosofia. Però questo non accade sempre. In effetti non è facile muoversi dentro quella “nebbia silenziosa”, come sa bene Dino, il protagonista della Noia (1960) di Alberto Moravia, che all’inizio del romanzo parla anche lui della noia come di una nebbia, e pure Unamuno, che ha intitolato un suo libro narrativo Nebbia (1914), dove racconta il “male di vivere”. Cos’è esattamente la noia? Insoddisfazione, senso di vuoto, indifferenza, disinteresse, tedio, pigrizia, sono alcuni degli stati d’animo prodotti dalla noia. Il tempo non passa mai, e si prova un senso d’insensatezza, un dispiacere incomprensibile. A lungo non si è distinta la noia dalla malinconia e dalla depressione; gli psichiatri hanno identificato la noia con molto ritardo rispetto ad angoscia e ansia, mentre era già chiaro ai Padri della Chiesa che la noia era uno stato patologico, per loro provocato da un demone: il Demone meridiano. Il monaco che nella sua cella invece di leggere le sacre scritture, pregare o meditare, si distrae e infine mette il libro sotto il capo e s’addormenta, è preda dell’accidia, che è l’antenato della noia. “Accidia” sta per “senza cura”: indolenza, ignavia, pigrizia, prosciugamento di ogni forza spirituale. “Noia” viene, come il francese ennui, dal provenzale enoja e prima dal latino inodiare, cioè in odio habere. La noia è «ciò che tiene in sospeso e tuttavia lascia vuoti».
Come gli studenti sanno bene è il tempo quello che non scorre mai della noia. Non è colpa degli insegnanti; ci mancherebbe altro! Il vero problema è il tempo. Il tempo che passa, insieme con il senso stesso del nostro esistere, domande imprescindibili: chi siamo? cosa ci facciamo qui? Pascal è stato il primo che ha capito come stavano le cose, collegando l’accidia dei monaci alla noia dell’uomo moderno. La noia è un sentimento ontologico, riguarda cioè la natura stessa dell’uomo, il suo “essere”, o invece è un sentimento legato alla storia sociale? Entrambe le cose, si direbbe. Goethe ha detto una volta che ciò che distingue gli uomini dalle scimmie è proprio la noia. Ma è anche vero che la noia è diventata un problema sociale con la nascita dello Stato assolutistico francese, quando la nobiltà fu privata dei suoi compiti politici e giuridici per diventare una classe che s’annoiava. La noia sorge là dove c’è una condizione economica favorevole, legata al privilegio economico, dicono i sociologi. Le classi povere, i proletari, non s’annoiano; si disperano piuttosto. La noia come patologia del benessere? Probabile.
C’è poi un altro fattore che è legato allo sviluppo delle nostre società postmoderne: la fine del lavoro manuale tradizionale, la crescita del tempo libero, l’imporsi della “società delle emozioni” con la ricerca di sensazioni sempre più forti. La noia tallona da vicino l’uomo contemporaneo insieme all’ansia, alla depressione e all’angoscia, sue sorelle. «Sono annoiato/ Sono annoiato/ Sono il presidente degli annoiati/ Sono stufo di tutti i miei divertimenti/ Sono stufo di tutte le bevute/ Sono stufo di tutti i cadaveri», canta Iggy Pop in I’m bored. L’emblema contemporaneo della noia è Andy Warhol. Nei suoi diari, uno dei libri più noiosi del mondo, compare sovente la parola boring. «Mi piacciono le cose noiose», ha detto una volta Warhol. E tuttavia proprio con la noia è riuscito a fare arte, un’arte adeguata ai nostri tempi: estetica, ripetitiva, banale e insieme sorprendente.
Perché c’è un’altra noia ancora, la noia creativa. Se non ci si annoia da ragazzi, non si diventa artisti o scrittori? Probabile. Questa è un’altra storia ancora. Leopardi ha scritto: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani».

MARCO BELPOLITI

La Repubblica, 26 settembre 2017

L’America guarda a Orwell

848448Vince Trump, e le vendite di 1984 di Orwell schizzano alle stelle. Il New York Times vi ha dedicato pensosi editoriali, ma le ragioni sono più semplici. Tra tutti i numerosi romanzi distopici, dedicati cioè a descrivere l’utopia negativa di un mondo di dominio, quello di Orwell è uno dei più efficaci ma anche uno dei più facili (e non il lavoro migliore del grande inglese) È una lettura classica per l’adolescente medio – anche per noi che scriviamo, benché ai tempi ci fossero Reagan e in Italia Craxi. Inoltre 1984 fin dalla sua pubblicazione, il 1949, pochi mesi prima della morte del suo autore, fu un best seller mondiale. Perché la realtà dipinta era quella del comunismo, tanto che i lettori d’oltre cortina, che potevano averlo clandestinamente e a loro rischio, rimasero meravigliati di come Orwell conoscesse così bene quel mondo, pur non avendolo mai vissuto.
LA FORTUNA
Negli anni 1984 è diventato un prodotto pop: non si contano le serie televisive e i film (Brazil di Gilliam su tutti) ispirati al romanzo, così come le citazioni nelle canzoni rock (da Bowie agli Eurythmics ai Van Halen) o nelle serie come i Simpson. E del resto il padre di tutti i reality, il Grande Fratello appunto, al romanzo di Orwell si ispira.
Gli oppositori anti Trump probabilmente condividono con il loro nemico le stesse coordinate, pop e televisive: non a caso il presidente si è scelto come avversario politico Madonna.
CONFORMISMO
Per il resto, non c’è nulla in comune tra il mondo descritto in 1984 e l’America che Trump sembra promettere. A cominciare dal fatto che il Grande Fratello controlla tutti i media, mentre Trump li ha tutti contro, persino la Fox. Il clima di conformismo e da «puzza di cavoli» dell’inizio del romanzo era senz’altro maggiore ai tempi di Obama e di Bush.
Quanto a Orwell, che fu anche a suo modo un pensatore politico, l’arruolamento nella sinistra mondiale, come ha scritto di recente P.G. Battista, è del tutto «incrongruo». E non solo perché a suo tempo Togliatti lo definì spia del servizi segreti inglesi, «scemo», «abietto» e «meschino».
Orwell fu tutta la vita un seguace del Partito laburista inglese. Ma dopo aver visto in azione gli agenti di Stalin durante la guerra di Spagna, divenne uno tra i più feroci (e celebri, con Silone e Koestler) anticomunista, fino a passare al governo laburista inglese liste di proscrizione. 
SAGGEZZA POPOLARE
Nei suoi ultimi anni, quelli della stesura di 1984, sposò, come scrive Christopher Hitchens nel suo bellissimo Why Orwell Matters un socialismo conservatore, patriottico, attratto dalla «saggezza popolare», ostile agli intellettuali, ai gay e all’aborto e invece favorevole persino alla vendita libera delle armi. Non a caso diversi conservatori, come ad esempio Norman Podhoretz, hanno arruolato l’ultimo Orwell. E l’intellettuale di punta del «sovranismo» francese, a cui di recente «Le Monde» ha dedicato paginate, Jean Claude Michéa, già nel 1995 pubblicò sull’autore di 1984 un libro intitolato Orwell conservateur tory.
BIOGRAFIA
Certo i romanzi hanno una storia indipendente dalla biografia del loro autore. Orwell poi non era un pensatore sistematico e men che meno un militante politico, per cui le sue parole possono essere recepite tanto a destra quanto a sinistra – la New Left degli anni sessanta legittimò anche l’ultima sua fase. E naturalmente non ha alcun senso chiedersi se egli, oggi, sarebbe più vicino a Trump o a Hillary Clinton.
Anche se noi un’idea l’abbiamo. E forse come «idolo», gli anti-Trump dovrebbero eleggersene un altro.

MARCO GERVASONI
Il Messaggero 24 febbraio 2017

Shakespeare in law

shylock1La città antica, la “polis” fisicamente definita da un muro che escludeva i barbari, si identificava con quelle leggi che tutelavano i cittadini da quel vento impetuoso. E il cittadino aveva il diritto di entrare in dialogo con quelle leggi per modificarle e migliorarle. In genere, lo faceva per mezzo di un avvocato, parola (ricordiamolo ora) che deriva dall’espressione latina «ad auxilium vocatus», «colui che è chiamato ad aiutare». La salute di una società si può quindi giudicare dalla facilità con cui si realizza questo dialogo tra i diritti del cittadino e i suoi obblighi,

dialogo che le dittature cercano di reprimere, le plutocrazie di ignorare, mentre le demagogie cercano di appropriarsene o di pervertirlo. E in tutti questi casi (e non solo) si suppone che gli avvocati fungano da ponte tra i diritti individuali e i loro doveri civici, entrambi stabiliti dalla legge. Purtroppo, il compito di un avvocato si confonde a volte con quello di un doganiere che pretende prima di attraversare il ponte una tassa per il suo servizio. Ed è questa la visione del personaggio che sembra prevalere nella letteratura.

Ma esaminiamo più attentamente questa affermazione, con la quale ho iniziato il mio discorso. La letteratura — la buona letteratura — non è mai unilaterale. Insiste sull’ambiguità, esige altre testimonianze, si impegna a non affermare ma a costruire con delle domande una strada per il lettore accanito. Perché nella letteratura non ci sono definizioni categoriche, i lettori possono continuare a leggere le grandi opere senza esaurirle mai, senza mai raggiungere l’ultimo l’orizzonte di un’opera. Dopo l’ultima lettura dell’Iliade o di Finzioni ce ne sarà sempre un’altra, diversa, che rivelerà un aspetto dell’opera che era lì, ma non avevamo visto.

Faccio un esempio. Il Mercante di Venezia è stato rappresentato e letto innumerevoli volte da quando esordì in scena nel 1605, curato dallo stesso Shakespeare. Ricordiamo che Shylock, l’usuraio ebreo, ha prestato del denaro a Bassanio, che gli ha dato come garante il suo amico Antonio. Shylock, che odia Antonio perché è antisemita, accorda il prestito, ma esige, in caso di mancato pagamento, una libbra di carne di Antonio. Le navi di Antonio sono disperse in mare e Shylock porta Antonio di fronte alla corte del Doge per far valere i suoi diritti. Bassanio offre il doppio del denaro dovuto, ma Shylock rifiuta la sua offerta. Entra a quel punto in scena un giovane avvocato, che in realtà è Porzia, la moglie di Bassanio, travestita da uomo. Aperto il processo, Porzia cerca di convincere Shylock, per clemenza, a desistere dalla sua pretesa. Shylock rifiuta. Porzia lo invita quindi a tagliare la libbra di carne dal petto di Antonio, ma se nel tagliarla versasse anche una sola goccia del suo sangue sarà condannato a morte e gli saranno confiscate terre ed averi. Sconfitto, Shylock è disposto ad accettare l’offerta in denaro fattagli da Bassanio, ma Porzia si oppone: Shylock l’ha già respinta in tribunale e, pertanto, non può accettarla ora. Porzia cita una legge veneziana che punisce lo straniero colpevole di tentato omicidio nei confronti di un veneziano (in quanto ebreo, Shylock sarebbe considerato uno “straniero” a Venezia), costringendolo a cedere i suoi beni per metà allo Stato e per metà ad Antonio, e a mettere la sua vita a disposizione del Doge. Il Doge lo grazia, a patto che Shylock si converta al cristianesimo.

Nel corso dei secoli, i critici non sono riusciti a mettersi d’accordo nel giudicare se l’opera di Shakespeare sia antisemita o no. Alcuni hanno sostenuto che Shakespeare esprime i suoi pregiudizi razzisti attraverso le argomentazioni giuridiche di Porzia e che la conversione finale imposta a Shylock è presentata come una risoluzione benefica e giusta. Wolf Mankowitz, il romanziere inglese, ha definito Porzia «una figlia di puttana, gelida e snob» e Harold Bloom, eminente critico americano, ha detto che con quest’opera teatrale Shakespeare «ha fatto molto male agli ebrei». Durante il Terzo Reich, l’opera fu messa in scena più di cinquanta volte. Altri, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, hanno sostenuto che Porzia, come avvocato, ha solo trovato dei motivi legali per invalidare le pretese di Shylock, e che era motivata non da un pregiudizio razziale, ma dall’amore per la giustizia e per i diritti del cittadino. Le domande che pone Shylock nel difendersi come essere umano si possono applicare a tutti, e quando Shylock dice a un cristiano: «La perfidia che voi mi insegnate saprò metterla in pratica», non fa altro che esprimere una verità sociale innegabile: che la corruzione dello Stato autorizza gli individui ad essere corrotti. Per il drammaturgo Aaron Posner, Porzia rappresenta l’archetipo dell’avvocato, la cui funzione non è quella di presentare dei punti di vista più giusti o più tolleranti, ma di evidenziare che cosa dicono le leggi sul caso presentato alla corte. Porzia cerca di convincere Shylock ad abbandonare le sue pretese crudeli e prova a trattare con lui usando degli argomenti morali. Quando il suo tentativo fallisce, però, Porzia tesse gli argomenti giuridici che demoliscono le pretese illegali di Shylock e costruiscono un ponte giuridicamente valido tra il querelante e la corte, così come vuole la sua professione. Per questi motivi, la School of Law del New England è stata ribattezzata Portia School of Law.

Ebbene. Nel gennaio del 2016, in occasione del quinto centenario del ghetto di Venezia e del quarto della morte di Shakespeare, l’Università Ca‘ Foscari ha messo in scena il Mercante di Venezia nello stesso luogo in cui l’azione si svolge. L’opera di Shake- speare non era mai stata rappresentata nel ghetto.

Ma l’avventura non finiva lì. Gli organizzatori dell’evento hanno avuto la brillante idea di invitare a Venezia un giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, l’avvocato Ruth Bader Ginsburg, a presiedere un nuovo processo del caso di Shylock con altri tre giudici. Bader Ginsburg ha accettato e, dopo circa due ore e mezza di camera di consiglio, i giudici hanno raggiunto un accordo unanime. Annullare la clausola della libbra di carne, che nessun tribunale accetterebbe, rendere a Shylock i suoi beni, pagargli i 3000 ducati prestati ad Antonio, e annullare la richiesta di conversione. «Questa conversione», ha sentenziato Bader Ginsburg, «è stata richiesta da Antonio e il ricorrente non può trasformarsi in giudice». E poi ha aggiunto: «Dopo quattro secoli, il lasso di tempo durante il quale Shylock potrebbe pretendere degli interessi è scaduto». La corte non è stata unanime per ciò che riguarda Porzia. Tuttavia, hanno stabilito che, essendo un’impostora e un’imbrogliona, Porzia sia condannata a studiare Giurisprudenza all’Università di Padova, dove insegna uno dei giudici a latere di Bader Ginsburg, e anche all’Università di Wake Forest, dove un altro giudice è preside.

Alla caricatura dell’avvocato che un’opera di Shakespeare immortala nel grido di un macellaio rivoluzionario, un’altra commedia di Shakespeare oppone un personaggio più ambiguo, più complesso, meno facilmente definito: quello di Porzia, donna travestita da uomo, apparente difenditrice dei diritti di Shylock ma al tempo stesso esigente difenditrice della lettera della legge veneziana, una che espone di fronte alla corte una richiesta disumana ma apparentemente legale, per poi dimostrare l’illegalità di tale richiesta, una fedele servitrice della giustizia statale, ma anche dei diritti individuali.

Forse queste considerazioni indicano un nuovo senso del ruolo dell’avvocato, almeno in campo letterario. Tanto gli avvocati di professione come i dilettanti — l’avvocato Paul Biegler di Anatomia di un omicidio o Maitre Derville de Il colonnello Chabert, ma anche Tiresia in Edipo Re e diversi animali come la scimmia e la volpe nelle Favole di Esopo, per esempio — cercano di leggere nelle leggi i significati nascosti, quel che si cela tra le righe, il respiro umano nella fredda lettera dei codici.

E questo Shakespeare, ovviamente, lo sapeva. In Misura per misura, fa dire a uno dei suoi personaggi: «Non dobbiamo fare della legge uno spauracchio, / posto lì a spaventare gli uccelli predatori, / e lasciarla poi là, immutabile, finché l’abitudine / da spauracchio la riduce a posatoio».

Alberto Manguel

La Repubblica 31 dicembre 2016

 

L’inno bistrattato di Mameli «provvisorio» da 70 anni

 
innoOmbretta Colli e il complesso jè-jè «Gli Ambulanti», una sera stramba di tanto tempo fa in una discoteca di Como, ne fecero una canzonetta e invitarono tutti a ballarla. L’orchestra chiamata a suonare gli inni a Wembley per Inghilterra-Italia sbagliò tutto e intonò la Marcia Reale dei Savoia in esilio. Michael Schumacher ci giocò come fosse una marcetta mandando in bestia Francesco Cossiga. E in un sondaggio tivù del 1986 gli italiani riconobbero di amarlo «pur apprezzando» anche «Fin che la barca va» e «Il materasso».
Il povero Goffredo Mameli, però, tornasse in vita masticherebbe amaro per qualcosa di più offensivo verso il suo inno: da settant’anni esatti il «Canto degli italiani», noto come «Fratelli d’Italia», è provvisorio. Irrimediabilmente provvisorio. Giusto simbolo, se mai ce ne fosse bisogno, di un Paese che, oltre a San Francesco, riconosce come patrono San Precario. Da quel 12 ottobre 1946 in cui il Consiglio dei ministri decise che alla celebrazione del 4 novembre si adottasse «provvisoriamente» quell’inno che già era «provvisorio» dall’8 settembre 1943, il «Canto» musicato da Michele Novaro e scritto da Goffredo Mameli (anche se c’è chi, alzando un polverone, ne ha attribuito la «brutta copia» al padre scolopio Atanasio Canata) non è ancora riuscito a ottenere il marchio di definitivo.
Quattro legislature e 16 proposte di legge, infatti, come spiegava mesi fa Ferdinando Regis, non sono bastate ancora a portare al traguardo l’idea rilanciata quando stava al Quirinale da Carlo Azeglio Ciampi, il più deciso a impugnare il vessillo della canzone risorgimentale, soprattutto dopo le figuracce della Nazionale di calcio che in varie occasioni aveva fatto scena muta. Per non dire degli insulti leghisti e di strampalate iniziative come quella di don Gianni Baget Bozzo, il cappellano di Berlusconi, autore di un estasiato remake: «Fratelli d’Italia, l’Italia s’è destra / Segni e Pannella han perso la testa / Dov’è la sinistra, ci porga la chioma / che schiava di Silvio Iddio la creò».
Esaltato da Giosue Carducci più per patriottismo che per ammirazione letteraria (parlava delle poesie del giovane irredentista come di «rigatteria romantica» ma spiegò che quel canto «gli era balzato fuori dal cuore ardente, nella primavera della sua vita e della nostra rivoluzione») l’inno di Mameli non ha mai goduto, in effetti, nella sua storia, di una considerazione artistica pari all’amore dei patrioti. E ha sofferto più volte l’umiliazione di chi suggeriva di sostituirlo via via con «Addio, mia bella addio», «La canzone del Piave», «La canzone del Grappa», «La campana di San Giusto», il «Va, pensiero» dal Nabucco o altro ancora. Senza dar peso alla popolarità conquistata subito dall’inno.
È gonfio di retorica e trabocca di parole obsolete? Sì, quelli erano i tempi. «Datemi ancor l’eburnea mano, vo’ fare ammenda / Vi credea (perdonate se il mio pensiero è fello) / quella vil cortigiana che è la sposa d’Otello», dice il libretto di Arrigo Boito. Eppure nessuno ride dell’Otello e di Giuseppe Verdi. Ma a Goffredo Mameli poco è stato perdonato. Spiegò anni fa a Jacopo Jacoboni Goffredo Fofi, che pure portava il nome dell’autore: «Noi dei gruppi extraparlamentari ci sentivamo una retorica patriottarda, era usato nei film militareschi e parafascisti del dopoguerra… Cantavamo altro». E Marco Revelli: «Se ce l’avessero chiesto a scuola, Mameli non l’avremmo cantato. In piazza lo contestavamo in nome dell’internazionalismo. Non sapevamo neanche che era stato un eroe, e pure radicale, della Repubblica romana…».
Ha scritto Luigi Pintor nel libro«La Signora Kirchgessner»: «Goffredo Mameli ha scritto un inno che dura da centocinquant’anni e non è poco. Aveva un viso triste e una grande barba, per sua fortuna non ha avuto biografi». Eppure il ritratto che ne fanno gli storici, per quanto lontani dall’agiografia, ricostruiscono la vita di un ragazzo che non merita certe ironie feroci o peggio certi titoli come quello del quotidiano leghista («Mameli, primo ladro della storia d’Italia») di qualche anno fa. Figlio di un tenente di vascello della marina sarda e di una signora genovese coltissima con un paio di dogi in famiglia, ammiratore di Giovanni Prati che rideva degli austriaci giocando sull’anagramma di Italia («Oh, Atilia! Noi ti torrem la veste dolorosa. / Sarà il tuo crin de’ più bei fiori adorno / e tu risplenderai novella sposa»), irredentista e mazziniano, il giovane Goffredo cominciò a scagliare i versi del suo entusiasmo patriottico prima ancora d’avere vent’anni e scrisse il «Canto degli italiani» due mesi dopo averli compiuti. Forse, se la sorte gli avesse concesso più tempo, anche la sua arte si sarebbe affinata.
Alla prima guerra d’indipendenza, nel 1848, lui c’era. Con una colonna di mezzo migliaio di ragazzi genovesi. L’anno dopo era a Roma, a difendere la Repubblica romana al fianco di Giuseppe Garibaldi. Ferito a una gamba nella difesa della Villa del Vascello sul Gianicolo, forse da una pallottola «amica», venne in pochi giorni assalito da violentissime febbri. L’amputazione della gamba, per contenere la cancrena, non servì a niente. Durò oltre un mese, il calvario di quel ragazzo. Se ne andò il 6 luglio 1849. Non aveva ancora ventidue anni. E forse perfino chi non crede nei suoi ideali di allora o irride a quelle parole gonfie di passione guerresca (che solo Roberto Benigni tentò qualche anno fa di spiegare con parole d’oggi in una straordinaria serata a Sanremo) dovrebbe avere un po’ di rispetto.

Gian Antonio Stella
Corriere della Sera 12 ottobre 2016

Se il lavoro non si ritrova più “Sono undici milioni in Europa”

labbIn Europa più di 22 milioni di persone verrebbero lavorare, ma non gliene viene data la possibilità. Molti di loro, quasi la metà, ci sta provando da oltre un anno, ma senza alcun successo. Si chiama disoccupazione di lungo periodo e, a chi ci capita dentro, fa molto male. Quella di questi anni, coinvolge soprattutto gli uomini, lavoratori “maturi” e figure senza elevati titoli di studio. Ma ora tiene trattenuti nelle morsa anche le figure intermedie, quelli con un’elevata specializzazione e i giovani.

A rilanciare la preoccupazione per la disoccupazione di lungo periodo è il rapporto della Fondazione Bertelsmann Long-term Unemployment in the EU: Trends and Policies. Lo scenario di quel che accade nel Vecchio Continente non è uniforme e vi si sovrappongono aree dove il mercato del lavoro è più dinamico a altre zone dove invece prevale lo stallo determinato dalla Grande Recessione. Nella classifica europea dei paesi più colpiti c’è anche l’Italia, dopo nazioni come Grecia, Spagna e Portogallo.

I segmenti più colpiti. Per lo più, a essere trattenuti nella trappola della disoccupazione di lungo periodo, sono sia i lavoratori con un basso livello di specializzazione (il 41 per cento), sia quelli con un livello di formazione intermedia (41 per cento). Ma nessuno si può ritenere esente da questo rischio e da questa esperienza da cui è sempre più difficile uscire fuori. Tra coloro che non riescono a ritrovare un impiego da oltre dodici mesi, ci sono anche quelli che hanno un elevato livello di specializzazione (il 18 per cento).

La disoccupazione di lungo periodo sta colpendo soprattutto quei lavoratori maturi e quelle persone coinvolte dai processi di ristrutturazione che hanno attraversato un elevato numero di aziende. Fenomeni che hanno coinvolto i settori in declino e le figure la cui presenza tende a scendere sempre più all’interno degli organici aziendali.

I giovani in trappola. Ma non solo lavoratori maturi. Tra coloro che fanno molta fatica a trovare un impiego ci sono anche i giovani. Da soli, gli under 24, rappresentano un sesto dei disoccupati di lungo periodo. Gli autori del rapporto sottolineano come sia allarmante che in paesi severamente colpiti dalla crisi, la disoccupazione di lungo periodo sia divenuto un problema permanente per molti giovani.

Tra le nazioni con i più elevati tassi di disoccupazione di lungo termine tra i giovani, ci sono l’Italia, la Grecia, la Croazia e la Slovacchia. La situazione giovanile è migliore invece in Finlandia, Danimarca e Svezia, dove in ciascuno di questi paesi la quota della disoccupazione degli under 24 non supera il 10 per cento del totale dei senza lavoro.

Poca carriera e poca fiducia. Rimanere senza impiego per molto tempo può avere effetti negativi molto seri sulle prospettive professionali dei giovani e incrementare i rischi di esclusione sociale. Gli autori del rapporto della Fondazione Bertelsmann sottolineano come trascorrere un prolungato periodo senza alcun impiego non solo influisce negativamente in maniera molto decisa sulla qualità della vita e sul benessere psicologico di un giovane, ma anche minaccia in maniera significativa le possibilità di intraprendere percorsi professionali di qualità e salire lungo la scala gerarchica aziendale. Senza contare, per altro, la riduzione di fiducia nelle istituzioni che rischia di colpire intere classi generazionali.

La Repubblica 20 giugno 2016

http://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2016/06/20/news/disoccupazione_lungo_periodo_giovani_europa-142421273/?ref=HRLV-6

Fondazione Bertelsmann

https://www.bertelsmann-stiftung.de/en/publications/publication/did/long-term-unemployment-in-the-eu/