Il faticoso viaggio della Costituzione

La Costituzione sta per festeggiare settant’anni.

La stessa età di musicisti celebri come Elton John, Brian May, Carlos Santana. Fu d’altronde un suono, anzi un doppio suono, ad accompagnarne i natali, quel pomeriggio del 22 dicembre 1947. Là fuori — dove s’assiepava una piccola folla di romani intabarrati fino al collo, per proteggersi dalla tramontana — quando il campanone di Montecitorio suonò a distesa nella piazza. E all’interno del palazzo, rischiarato dai fotografi con le loro macchine al lampo di magnesio. Meuccio Ruini aveva appena consegnato nelle mani di Umberto Terracini il testo. E in quell’istante un gruppo di garibaldini — vecchi reduci dal fronte delle Argonne, con le loro chiome incanutite e le camicie rosse — dalle tribune intonò l’inno di Mameli. Sulle prime Terracini parve esitante, imbarazzato; ma il canto venne immediatamente condiviso dall’intera assemblea. Che da lì a poco concluse la sua opera con l’ultima votazione: 453 a favore, 62 contrari. Così nacque la Costituzione, la carta d’identità degli italiani.

Ma ci riconosciamo ancora in quella foto in bianco e nero?

Abbiamo sempre voglia di guardarla? E c’è una musica, una nota che continua a propagarsi da quello spartito d’articoli e di commi? Giacché la Costituzione non è che un pezzo di carta, diceva Calamandrei: la lascio cadere e non si muove. Per animarla serve un popolo, serve una passione. E non basta il cuore dei nostri progenitori, per mantenerla viva. I diritti (e i doveri) costituzionali appassiscono, se non vengono irrorati. Sicché ogni generazione deve impadronirsene di nuovo, deve farli propri. Altrimenti ne rimarrà soltanto una riga d’inchiostro, senza linfa, senza rapporto con il nostro vissuto quotidiano. Da qui il programma con cui questo giornale intende celebrare il settantesimo anniversario della Carta. Attraverso un viaggio fra le sue promesse di libertà, d’eguaglianza, di solidarietà sociale. E commisurando quel paradiso dei diritti all’inferno che sperimentiamo tutti i giorni. Senza accenti enfatici, però, né sulle virtù della Costituzione né sui nostri peccati. Dopotutto, la perfezione non è di questo mondo. Nessuna società umana sarà mai davvero giusta, davvero libera ed eguale. È impossibile, perché la vita stessa propone ogni minuto nuove costrizioni, nuove disuguaglianze cui occorre rimediare. Perciò la nostra condizione riecheggia la fatica di Sisifo, ciascuno con un masso sulle spalle, che rotola giù quando l’hai portato in cima. E allora devi cominciare daccapo la salita.

Conta lo sforzo, insomma, non il risultato. Conta la tensione verso i valori indicati dalla Carta costituzionale. E a sua volta quest’ultima è come l’orizzonte che ci sovrasta: nessuno può toccarlo con le dita, però nessuno può fare a meno di guardarlo. A meno che non si proceda con gli occhi bassi sul selciato, sugli egoismi individuali e collettivi, sulle piccole miserie esistenziali. È esattamente questo il tradimento costituzionale di cui siamo responsabili — di più o di meno, tuttavia non c’è uomo né partito che sia del tutto innocente. Giacché la colpa principale consiste nell’oblio, nel velo d’ignoranza o di dimenticanza da cui in Italia è circondato il nostro testo fondativo. Che a sua volta suona un po’ come un memento: delle storture da correggere, delle priorità su cui convogliare le energie. (…)

Michele Ainis

La Repubblica , 18 dicembre 2017

Il faticoso viaggio della Costituzione

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Lavoro

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Uomini che sono più uguali delle donne

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Cosi consumiamo la nostra bellezza

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Conoscenza e territorio i veri pilastri della nazione

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Salute

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Un sistema buono ma non per tutti

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Se il corpo è la persona, soffrire è politico

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Scuola

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Aperta a tutti, amica di pochi

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Una carta d’accesso per essere cittadini

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Quella trasparenza che resta un miraggio

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Sindacati &Partiti

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Pari opportunità

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Quote rosa cercasi nei posti di comando

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Fisco

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Poche parole contro i venditori di fumo

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Corruzione

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Ma i cittadini assuefatti non sanno più indignarsi

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La giungla dei concorsi

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Dobbiamo correre il rischio di valutare

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Antifascismo

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Quel patto nato dalla lotta partigiana

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Dalle ore di scuola a Moravia e Pascal. Il segreto della noia

«Ora di lezione: Drin drin drin/ Disciplina!/ Concentrazione!/ L’insegnante!/ Ancora 35 minuti/ Ancora 34 minuti/ Ancora 32 minuti (…) / Numeri, date, concetti!/ Incomprensibile/ Ancora 20 minuti/ Ancora 19 minuti/ (…) Il tempo diventa come una gomma da masticare/ Ancora 3 minuti/ Ancora 2 minuti. Ancora 1 minuto/ Aahh!/ La prossima ora ti attende!». La poesia di un liceale tedesco, riportata da un sociologo, rende bene il tempo scolastico: non passa mai.
Nonostante l’impegno degli insegnanti, a scuola ci siamo annoiati tutti. Per fortuna adesso c’è il cellulare con cui affrontare quella che Heidegger chiama la “noia occasionale”, che colpisce quando il tempo degli orologi e il tempo vissuto non coincidono, ovvero spessissimo. La ministra dell’Istruzione, che viene da una vita di estenuanti riunioni sindacali, deve conoscere bene il potere distruttore della noia, altrimenti non avrebbe proposto di usare gli smartphone in classe per vivacizzare le lezioni. Dopo questa riforma probabilmente non ci saranno più poesie come quella dello studente. Tutti chini sullo schermo a inseguire il mondo là fuori: amici, genitori, siti, canzoni, youtube, tutto sarà a portata di dito, se non lo è già, dato che nelle classi il cellulare c’è.
La noia s’aggiorna? Heidegger, che di questa tonalità affettiva se ne intendeva, tanto da farne uno dei fondamenti della sua filosofia alla pari dell’angoscia, aveva in serbo due altre nozioni: la noia non-occasionale e la noia profonda. La prima è quella che ci colpisce quando, dopo una cena con amici, ci sentiamo di aver perso tempo: una sensazione di non-so-cosa sgorga dal nostro intimo. La seconda, più radicale, «va e viene nelle profondità dell’esserci, come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi in una strana indifferenza».
Questa è la noia che ci rivelerebbe a noi stessi e ci porrebbe, a detta di Heidegger, la domanda fondamentale: perché c’è qualcosa e non il nulla? Provare la noia radicale ci trasforma in filosofi? Non è lontano dal vero, se Wittgenstein nel Tractatus ha detto che un problema filosofico ha questa forma: «Non riesco ad orientarmi». Da cui si capisce che la noia, come nel caso della poesiola del liceale, apre al pensiero, alla riflessione, ovvero alla filosofia. Però questo non accade sempre. In effetti non è facile muoversi dentro quella “nebbia silenziosa”, come sa bene Dino, il protagonista della Noia (1960) di Alberto Moravia, che all’inizio del romanzo parla anche lui della noia come di una nebbia, e pure Unamuno, che ha intitolato un suo libro narrativo Nebbia (1914), dove racconta il “male di vivere”. Cos’è esattamente la noia? Insoddisfazione, senso di vuoto, indifferenza, disinteresse, tedio, pigrizia, sono alcuni degli stati d’animo prodotti dalla noia. Il tempo non passa mai, e si prova un senso d’insensatezza, un dispiacere incomprensibile. A lungo non si è distinta la noia dalla malinconia e dalla depressione; gli psichiatri hanno identificato la noia con molto ritardo rispetto ad angoscia e ansia, mentre era già chiaro ai Padri della Chiesa che la noia era uno stato patologico, per loro provocato da un demone: il Demone meridiano. Il monaco che nella sua cella invece di leggere le sacre scritture, pregare o meditare, si distrae e infine mette il libro sotto il capo e s’addormenta, è preda dell’accidia, che è l’antenato della noia. “Accidia” sta per “senza cura”: indolenza, ignavia, pigrizia, prosciugamento di ogni forza spirituale. “Noia” viene, come il francese ennui, dal provenzale enoja e prima dal latino inodiare, cioè in odio habere. La noia è «ciò che tiene in sospeso e tuttavia lascia vuoti».
Come gli studenti sanno bene è il tempo quello che non scorre mai della noia. Non è colpa degli insegnanti; ci mancherebbe altro! Il vero problema è il tempo. Il tempo che passa, insieme con il senso stesso del nostro esistere, domande imprescindibili: chi siamo? cosa ci facciamo qui? Pascal è stato il primo che ha capito come stavano le cose, collegando l’accidia dei monaci alla noia dell’uomo moderno. La noia è un sentimento ontologico, riguarda cioè la natura stessa dell’uomo, il suo “essere”, o invece è un sentimento legato alla storia sociale? Entrambe le cose, si direbbe. Goethe ha detto una volta che ciò che distingue gli uomini dalle scimmie è proprio la noia. Ma è anche vero che la noia è diventata un problema sociale con la nascita dello Stato assolutistico francese, quando la nobiltà fu privata dei suoi compiti politici e giuridici per diventare una classe che s’annoiava. La noia sorge là dove c’è una condizione economica favorevole, legata al privilegio economico, dicono i sociologi. Le classi povere, i proletari, non s’annoiano; si disperano piuttosto. La noia come patologia del benessere? Probabile.
C’è poi un altro fattore che è legato allo sviluppo delle nostre società postmoderne: la fine del lavoro manuale tradizionale, la crescita del tempo libero, l’imporsi della “società delle emozioni” con la ricerca di sensazioni sempre più forti. La noia tallona da vicino l’uomo contemporaneo insieme all’ansia, alla depressione e all’angoscia, sue sorelle. «Sono annoiato/ Sono annoiato/ Sono il presidente degli annoiati/ Sono stufo di tutti i miei divertimenti/ Sono stufo di tutte le bevute/ Sono stufo di tutti i cadaveri», canta Iggy Pop in I’m bored. L’emblema contemporaneo della noia è Andy Warhol. Nei suoi diari, uno dei libri più noiosi del mondo, compare sovente la parola boring. «Mi piacciono le cose noiose», ha detto una volta Warhol. E tuttavia proprio con la noia è riuscito a fare arte, un’arte adeguata ai nostri tempi: estetica, ripetitiva, banale e insieme sorprendente.
Perché c’è un’altra noia ancora, la noia creativa. Se non ci si annoia da ragazzi, non si diventa artisti o scrittori? Probabile. Questa è un’altra storia ancora. Leopardi ha scritto: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani».

MARCO BELPOLITI

La Repubblica, 26 settembre 2017

Mai così tante matricole da 15 anni. Il nuovo exploit degli atenei italiani

I ragazzi d’Italia tornano all’università. Le immatricolazioni del 2016-2017, anno accademico che volge al termine, segnalano una crescita impetuosa: 283.414 diplomati sono passati dal liceo al dipartimento. Sono 12.295 in più sulla stagione precedente, il 4,3 per cento di crescita: il miglior exploit degli ultimi quattordici anni (nel 2002 crebbero di oltre 15mila). Per l’accademia italiana il 2015-2016 era stato l’anno dell’inversione di tendenza: 5mila nuove matricole in più, una crescita dell’1,9 per cento dopo una discesa iniziata nel 2004 che aveva inaridito le aule. Quest’anno, a seguire, il boom.

Il ministero dell’Istruzione ha fotografato i dati a gennaio scorso, ma una verifica di “Repubblica” su 26 atenei certifica che già a marzo i numeri erano in crescita ulteriore e con buona probabilità — a conti fermi — cifre assolute e percentuali saranno superiori. Su 90 atenei (statali, privati e telematici) che hanno riversato i dati al Miur, 58 hanno matricole in crescita e 32 dimagriscono. In particolare, tra le statali (il dato più importante sul piano numerico e politico), a gennaio 2017 quaranta vedono aumentare le matricole rispetto all’anno precedente e ventidue sono in arretramento. Dati più avanzati, tuttavia, spostano la Statale di Milano e il Politecnico di Milano, l’Università di Genova, quelle di Urbino, Macerata e della Calabria (Cosenza) in area positiva. E riducono le perdite — legate a nuovi corsi diventati a numero chiuso — del Politecnico di Torino e della Ca’ Foscari di Venezia.

(….)

Riassumendo, dopo la grande corsa alle iscrizioni universitarie a inizio Novanta (massimo storico nel 1993) e un ritorno forte con l’invenzione del “3+2”, a partire dal 2003 è iniziato un calo dell’attrazione dell’accademia diventato crollo delle iscrizioni con l’arrivo della crisi del 2008. Nelle ultime stagioni gli atenei italiani hanno rimesso sotto controllo i conti, iniziato a fare orientamento nelle scuole superiori e ora l’università è tornata a crescere. Ingegneria ed Economia restano in cima alle preferenze dei diplomati.

La ministra Valeria Fedeli sulla ripresa delle immatricolazioni dice: “E’ un segnale che va colto e sostenuto. Per raggiungere questo obiettivo hanno un ruolo fondamentale le politiche dell’orientamento pre-universitario su cui abbiamo investito 5 milioni di euro in più. Daremo l’avvio a una massiccia campagna informativa destinata agli studenti sui servizi a loro dedicati: gli alloggi universitari sono ancora troppo pochi. Servono, poi, la copertura al 100 per cento delle borse per gli idonei, quindi stimoli e incentivi per il merito. Quest’anno ci sarà l’estensione obbligatoria della no-tax area per le famiglie con un reddito al di sotto dei 13mila euro e l’incremento complessivo del fondo statale per il diritto allo studio a 217 milioni. Nel 2018 consegneremo 400 borse agli studenti meritevoli in condizioni economiche svantaggiate. È in questo settore, sicuramente, che intendiamo promuovere rapidamente gli interventi più incisivi e innovativi”.

 

Corrado Zunino

La Repubblica, 13 giugno 2017

http://www.repubblica.it/scuola/2017/06/13/news/mai_cosi_tante_matricole_da_15_anni_il_nuovo_exploit_degli_atenei_italiani-167964438/

30 anni dell’Erasmus: così è nata la generazione Europa

«L’Erasmus ha creato la prima generazione di giovani europei. Io la chiamo una rivoluzione sessuale, un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga, si innamorano, si sposano, diventano europei come i loro figli»: la definizione è di Umberto Eco.

E oggi che quella definizione è cronaca, a Strasburgo il Parlamento europeo celebra i trent’anni del programma che ha messo le ali al senso di Europa. In tre decenni l’Erasmus (acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students) ha portato 4,4 milioni di ragazzi a studiare oltreconfine.
Se si considerano anche gli scambi fra giovani, gli studenti dei professionali, i docenti, i volontari e il personale Erasmus Mundus, la cifra arriva a 9,1 milioni. Ai quali, secondo le stime, aggiungere 1 milione di bambini nati dagli «Erasmiani».
Tutto iniziò il 14 maggio 1987, quando, nonostante l’opposizione degli inglesi, a Bruxelles in Consiglio dei ministri fu votata la delibera che varava la nascita di un programma di studio all’estero. Il 15 giugno 1987 la ratifica e oggi, a Strasburgo, le cerimonie per un programma di grandissimo successo. Alla presenza del presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, e del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, si festeggia la cultura universitaria che ha fatto l’Europa e ci sarà spazio per 33 storie esemplari, una per ognuno dei Paesi Erasmus (per l’Italia, sarà premiato Gianni Cristian Iannelli, fondatore e ad di Ticinum Aerospace).
Oggi, in Europa, vive un’intera generazione di «Erasmiani»: «Non osavo sperare in un successo così, ma lo sognavo con tutte le mie forze», confessa Sofia Corradi, «mamma Erasmus», già docente di Educazione permanente all’Università Roma Tre e oggi avvolgente ed entusiasta cittadina del mondo, come era già nel 1957. «Quell’anno – ricorda -, grazie a una borsa di studio Fulbright, finanziata con la vendita all’asta dei residuati bellici della II Guerra mondiale, arrivai a New York in nave e trascorsi dodici mesi alla Columbia University dove conseguii un master in Diritto comparato». Di ritorno da quell’anno oltre Oceano Sofia Corradi trova alla segreteria dell’Università di Roma solo indifferenza e umiliazioni: non se ne parla neppure di riconoscere quel master della Columbia. E così inizia la battaglia di Sofia, combattuta a tenacia, insistenza e ciclostili: «Cercavo il dialogo con i rettori italiani e poi con i ministri dell’Istruzione in tutta Europa per far passare l’idea che gli esami sostenuti all’estero fossero riconosciuti anche nel Paese natale. Quell’anno negli Usa mi aveva convinto di due elementi: era necessaria una democratizzazione degli studi perché negli anni 60-70 gli scambi fra universitari esistevano ma se li potevano permettere solo i più abbienti; si poteva ottenere la promozione della pace mediante la conoscenza diretta fra i popoli». Sogno, utopia o forse «una storia donchisciottesca a lieto fine», come l’ha definita il Re di Spagna, Filippo IV, conferendo a Sofia Corradi il prestigioso premio Carlo V, che, in passato era stato assegnato a Mikhail Gorbaciov, Helmut Kohl e Jacques Delors.
Da Erasmus a Erasmus Plus
L’Erasmus, che ha ricevuto il nome da Domenico Lenarduzzi, figlio di friulani emigrati in Belgio e considerato «papà Erasmus», è stato potenziato a partire dal 2014 come Erasmus Plus, coinvolge oggi 69mila organizzazioni, fra università e istituzioni di istruzione superiore in 33 Paesi e copre ambiti quali istruzione scolastica, educazione degli adulti e istruzione superiore/universitaria. Dal 2014 al 2020 sono previsti fondi pari a 14,7 miliardi di euro, per due terzi destinati a sostenere le opportunità di studio all’estero e per un terzo utilizzati per partnership e riforme a livello educativo.
In Italia, fin dal suo debutto nel 1987, lo studiare all’estero, con tanto di borsa e con la certezza di vedersi riconosciuti gli esami, ha riscosso successo: secondo Indire, l’Istituto nazionale documentazione e innovazione ricerca educativa, dall’Italia nel 1987-’88 partirono 220 ragazzi (il 6,8% del totale), lo scorso anno accademico sono stati quasi 34mila (l’11,7%). Per la Commissione, i Paesi dai quali arriva la maggior parte degli studenti sono Francia (39.985), Germania, Spagna, Italia e Polonia e le mete preferite sono Spagna (42.537), Germania, Regno Unito, Francia e Italia. Per il 61% sono ragazze, hanno un’età media di 24 anni e mezzo e stanno all’estero 5,3 mesi, ricevendo un assegno mensile di 281 euro. Ben lontano dalle 250mila lire che arrivarono da Bruxelles a Lucio Picci nel dicembre 1987 per coprire il suo trimestre all’Università del Sussex. «Ero assetato di mondo e, dopo la quarta superiore all’estero, cercavo tutte le occasioni per viaggiare e studiare, così partii senza indugio», ricorda Picci, da studente globetrotter degli anni 80 a ordinario di Politica economica all’Università di Bologna. «Quel trimestre rientrava nell’ambito degli scambi con altri atenei ma fu il primo Erasmus per il rimborso che mi venne riconosciuto e perché, il 17 dicembre 1987, due giorni dopo il mio rientro in Italia, sul mio libretto erano riportati i due esami sostenuti oltre Manica: Economia internazionale ed Econometria».
L’Erasmus è il Grand Tour dei nostri anni, ha cambiato le persone e ha costruito l’Europa a tal punto che la presidente della Camera Laura Boldrini, il giorno in cui sono iniziati i colloqui per l’avvio della Brexit, ha scritto su Twitter: «L’Erasmus dovrebbe essere obbligatorio per tutti i giovani perché crea un senso molto forte di cittadinanza europea». Quello che ha bisogno di essere alimentato giorno per giorno perché sono la cultura e le tradizioni di ognuno a fare la nostra identità europea e costruire una pace concreta.

MARIA LUISA COLLEDANI

Il Sole 24 ore , 13 giugno 2017

ERASMUS+

http://www.erasmusplus.it/

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-06-12/i-30-anni-dell-erasmus-cosi-e-nata-generazione-europa-202910.shtml?uuid=AEbUe7cB

Corsa alla laurea

uninuniIl mondo va all’università, non c’è mai andato così in massa. Duecento milioni di studenti stipano gli atenei del globo, oggi, e sono un terzo dei giovani in età. Tra otto anni cresceranno fino a 260 milioni. È un percorso, quello del sapere complesso, della specializzazione culturale, che la generazione nata nei Novanta considera necessario per il successo, o semplicemente per difendersi dalla concorrenza diffusa. D’altro canto, la maggior parte delle invenzioni contemporanee — se si eccettua il mondo Apple di Steve Jobs, un renitente universitario, e si include il Facebook di Mark Zuckerberg, che lasciò Harvard ma solo dopo aver testato il suo social sui compagni di college — viene dalle migliori università del pianeta.

L’ultimo report scientifico dell’Unesco, “Towards 2030” — 800 pagine, 46 collaboratori in cinque continenti, lavoro chiuso nel dicembre 2016 — , descrive la strada dell’accesso alla conoscenza superiore come un’autostrada a sei corsie che i governi più consapevoli, molti nel Sud Est asiatico, intendono far percorrere alla gioventù. Nel 1996, nel mondo, il 14% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni frequentava un ateneo, oggi gli “universitarians” sono il 32 per cento. Vent’anni fa cinque Paesi avevano almeno metà dei giovani chini nei dipartimenti, oggi gli Stati con questo primato sono 54, un terzo di quelli che aderiscono all’Onu.
In Corea del Sud — nazione insieme alla Finlandia in cima a tutti i ranking scolastici — quasi il 70% dei 30-34enni è laureato. E in quella fetta di mondo orientale, da vent’anni emergente, la convinzione che il riscatto sociale e la battaglia globale si giochino innanzitutto studiando si vede negli investimenti pubblici. La Malesia ha piani- ficato di diventare il sesto approdo assoluto per studenti internazionali a partire dal 2020, e per quell’anno il governo vietnamita punta ad avere 20.000 dottorati universitari in più. In Cina 9,5 milioni di giovani ogni anno devono affrontare il gaokao, l’esame di ammissione necessario per entrare all’università: dura nove ore in un lasso di due giorni. L’università più internazionalizzata al mondo è la China Medical University di Taiwan: il 93,9% dei suoi lavori è pubblicato in collaborazione con altri atenei.
Per valutare un mondo — quello universitario, appunto — che ha un valore commerciale altissimo e non ancora precisamente stimato, dal 2003 sono cresciute diverse classifiche che, con parametri propri (chi valuta le pubblicazioni, chi il numero di Nobel passati da quell’ateneo), indicano le migliori accademie su piazza. Per l’Higher Times Education, ranking più noto, tra le prime dieci università sei sono americane, ma la prima è inglese (Oxford), la quarta è inglese (Cambridge), l’ottava è inglese (Imperial College London) e la nona svizzera (L’Eth Technology di Zurigo). Gli Stati Uniti restano il faro con le otto “Ancient Eight” che costituiscono l’Ivy League, cerniera di atenei privati sviluppatisi lungo il versante orientale, e un buon nucleo di atenei pubblici. Negli Usa, d’altro canto, viene ospitato il maggior numero di studenti di dottorati internazionali (il 40,1%, più del doppio di Regno Unito e Francia sommati insieme) e 19 delle 20 università che producono le ricerche più citate sono nordamericane. Ma il costo dei college ha fatto crescere in modo incontrollabile il debito degli studenti statunitensi, salito alla vertiginosa cifra di 1.200 miliardi di dollari, superiore al debito prodotto dalle carte di credito e a quello per gli acquisti di automobili.
L’Europa, culla delle accademie, del concetto stesso di università, è comunque un continente vivo e produttivo. Lo certifica l’Unesco report. Se nel mondo, oggi, ci sono 7,8 milioni di ricercatori universitari, nel nostro continente resiste la quota più consistente: il 22 %. L’Unione europea guida la classifica delle pubblicazioni universitarie e ha il blocco di atenei con maggiore proiezione internazionale. La Germania è, tra i Paesi ad alto reddito, quello con il più alto tasso di innovazione e il Cern di Ginevra è la prova plastica di un mondo che parla la stessa lingua: diecimila fisici da ssanta Paesi collaborano. Tra il 2008 e il 2014 le pubblicazioni con autori europei sono cresciute del 13,8%. La questione è che quelle con autori africani sono cresciute del 60,1% e quelle con autori arabi del 109,6%.
L’Italia ha eccellenze riconosciute, investimenti pubblici e privati non adeguati, una resistenza titanica a fare sistema. Trieste è la decima università al mondo per internazionalizzazione, ma il Paese attrae pochi stranieri: solo l’11% dei dottorandi viene dall’estero quando in Francia sono il quadruplo. E i nostri laureati restano il 25,3% della popolazione tra i 30 e i 34 anni anche se nell’agenda di Lisbona abbiamo scritto — irrealisticamente — che entro il 2020 saranno il 40.
Corrado Zunino
La Repubblica 13 febbraio 2017
http://www.repubblica.it/scuola/2017/02/13/news/alla-158175483/

Sprechi: ogni anno buttiamo cibo per 12,6 miliardi

swfLa nuova parola d’ordine è raccolta in uno slogan: più prevenzione, meno rifiuti. Lo spreco alimentare in Italia resta un grande scandalo, anche morale («È come rubare il cibo ai poveri» ha detto Papa Francesco), ma per combatterlo davvero non bastano più le denunce, diventate perfino autoreferenziali, ma servono nuove iniziative, molto concrete. In tre direzioni.
In primo luogo, bisogna riconoscere che lo spreco di cibo, specie nelle case, sta diminuendo. I dati più attendibili sul piano scientifico, messi in fila dal Politecnico di Milano, in occasione della giornata, ieri, contro lo spreco alimentare, parlano di un valore annuale pari a 12,6 miliardi di euro, dei quali più della metà riguardano consumi e stili di vita domestici. Dalla spesa eccessiva che finisce nell’immondizia agli avanzi nel frigorifero che non riusciamo a riutilizzare e infiliamo nel secchio della spazzatura. Nell’ordine, secondo l’Osservatorio Waste Watcher, si tratta di frutta, insalata, verdura e pane. Ma anche carne, formaggi e salumi.
IL SONDAGGIO 
Allo stesso tempo la Coldiretti, attraverso un sondaggio capillare in tutto il Paese, ci informa che già sei famiglie su dieci, nell’ultimo anno, hanno ridotto gli sprechi alimentari, anche per effetto della Grande Crisi che sta modificando in modo radicale i nostri stili di vita. Il passo successivo, per moltiplicare il taglio degli sprechi alimentari, riguarda la diminuzione dei rifiuti. Meno imballaggi, meno contenitori, meno carte (pensate in quanti fogli e buste viene incartato un etto di mortadella). Soltanto a Roma, per fare un esempio, si producono 689 chilogrammi di rifiuti all’anno pro-capite, quasi due chili al giorno. A Berlino, per restare al club delle capitali europee, sono 442, a Madrid 377, e tornando in Italia, senza confrontare l’immondizia dei romani con quella dei virtuosi altoatesini, già a Bari la spazzatura pro-capite non supera i 584 chili all’anno. Differenze così marcate aiutano a capire quanti margini ci sono per ridurre i rifiuti, a partire da quelli di provenienza alimentare, e quindi lo spreco. Con il doppio effetto positivo sia sull’economia in generale sia sulla catena dello smaltimento che, proprio a Roma, fa acqua da tutte le parti.
Il secondo ambito di interventi, collegato al primo, riguarda la possibilità di premiare i cittadini, non chiamiamoli virtuosi ma semplicemente forniti di un buon senso civico. Una campagna all’insegna del titolo Basta rifiuti e sprechi, che dovrebbe partire nelle scuole per poi allargarsi nei quartieri, non può non prevedere un principio di buona amministrazione: chi sporca meno, paga meno. Sul sito Non sprecare.it stiamo raccogliendo l’elenco dei comuni dove già esistono riduzioni di imposte sui rifiuti, bonus per la spesa e per la benzina, e perfino sconti sulle bollette energetiche, per le famiglie che producono meno immondizia e la smaltiscono correttamente. Purtroppo, sono delibere di amministrazioni concentrate nelle regioni del Nord, dall’Alto Adige al Veneto, e del Centro, dall’Emilia alla Toscana. Questa, invece, deve diventare una prassi nazionale che trasformerebbe la lotta allo spreco anche in un’opportunità di risparmi.
LA RETE 
Infine, e siamo al terzo tassello, va ampliata e sostenuta, dal basso, la rete del volontariato, anche questa già solida, che lavora per recuperare il cibo altrimenti sprecato e donarlo alle associazioni caritatevoli. Per dare un’idea delle potenzialità di questa rete, citiamo il caso dell’associazione più efficace e più attiva nel settore, il Banco Alimentare che coinvolge, nel recupero e poi nella donazione del cibo, quasi mille aziende, 820 punti vendita e 366 mense (208 scolastiche). In Italia ci sono diverse realtà più piccole, ma altrettanto utili, rispetto al Banco Alimentare: si tratta, anche qui, di moltiplicarle, partendo dal territorio e dai singoli quartieri. Tra l’altro, ci siamo anche dotati, finalmente, di una legge che favorisce le donazioni come deterrente allo spreco alimentare, anche se non abbiamo avuto il coraggio di fare come in Francia. Qui, ricordiamolo, i punti vendita della grande distribuzione, con superfici superiori ai 400 metri quadrati, hanno l’obbligo, non la facoltà, di non sprecare i prodotti invenduti e di metterli a disposizione della rete delle associazioni. Se non lo fanno, rischiano multe salatissime.
Anche in Danimarca, il paese europeo che ha ottenuto i migliori risultati nella lotta allo spreco alimentare grazie alla campagna capillare Stop Wasting Food, il recupero del cibo parte dall’educazione nelle scuole, passa per i punti vendita della grande distribuzione, e sbarca nelle case dei cittadini. Dove vanno di moda le ricette dei grandi chef danesi che, a differenza di quelli italiani abilissimi a truccarsi da guru e filosofi televisivi del nulla, hanno firmato, con senso pratico e con un briciolo di salutare responsabilità, le loro ricette d’autore, ispirate alla cucina degli avanzi.

Antonio Galdo
Il Messaggero 6 febbraio 2017
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GLI STUDENTI E LA PROTESTA COME UN RITO

protttLa protesta degli studenti: un rito che si ripete da un cinquantennio. Una volta si scendeva nelle strade per Trieste italiana. Ora la protesta è motivata dalle più diverse ragioni, grandi e piccole, vicine e lontane: istruzione gratuita (ma bisogna cercare i mezzi per farvi fronte, dove non lo è già, come nell’università); istruzione di qualità (anche questa una giusta richiesta, ma non si può avere dall’oggi al domani; c’è bisogno di un ventennio per realizzarla); diritto allo studio (richiesta ragionevole, anche perché garantita dalla Costituzione); rifiuto della scuola azienda e del preside manager (ma questi non vanno condannati, perché sono i mezzi per assicurare l’autonomia degli istituti scolastici pubblici e abbandonare il centralismo); critica della privatizzazione dei luoghi del sapere (ma non è meglio assicurare il fine pubblico e realizzarlo con strumenti privatistici, invece che in modi burocratici?); no alle diseguaglianze di fatto (lo disse tra i primi Karl Marx, e, nonostante tanti sforzi, sappiamo che è ancora un obiettivo lontano, che costerà lacrime e sangue); no a Renzi (in Italia c’è libertà di opinione e la Costituzione garantisce che le forze politiche, con metodo democratico, competano). Insomma, c’è tanta energia nelle richieste studentesche, ma anche tanta confusione tra speranze smisurate e speranze ragionevoli (la distinzione è di uno dei nostri maggiori storici della filosofia, Paolo Rossi).

La protesta studentesca è inoltre prigioniera di due miti, quello per cui pubblico è buono, privato cattivo; e quello per cui bisogna scendere per strada, bloccare il traffico, danneggiare proprietà private e pubbliche, per farsi ascoltare. Tanti sprechi e soperchierie pubblici, tante inefficienze, tanti guasti prodotti dal burocratismo e dall’ignavia di gestori pubblici non hanno ancora convinto i nostri studenti che non si può opporre privato a pubblico, che è sbagliato ritenere il primo regno del male, il secondo regno del bene. Gli abusi della libertà di riunione, di quella di manifestare nei luoghi pubblici, i danni conseguenti, i disagi provocati a cittadini incolpevoli, non hanno ancora insegnato che la competizione «con metodo democratico» comporta anche il rispetto dei diritti degli altri e il senso del limite.

È un peccato che questo senso del limite non sia entrato nello stile della protesta studentesca, perché questa troverebbe maggior ascolto. Essa ha radici comprensibili. È indicatore di un disagio di chi studia (e lavora) nella scuola, perché l’autonomia scolastica è rimasta una promessa, i mezzi sono pochi e le strutture obsolete, non esiste un sistema di istruzione ricorrente degli adulti, i governi che si sono succeduti non hanno avuto una politica scolastica. Rivela una preoccupazione, quella sul futuro. La generazione cresciuta negli anni del miracolo viveva molto peggio, ma aveva dinanzi a sé un futuro migliore. Quella di oggi vive meglio, dispone di più mezzi, ma sa di avere dinanzi un futuro incerto, perché la attende un’epoca di insicurezza.

È questo il messaggio della protesta, e su questo sarebbe utile oggi riflettere, per cercare rimedi ragionevoli, senza coltivare smisurate speranze.

 

 

Sabino Cassese

Corriere della Sera, 8 ottobre 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_ottobre_08/cassese-ce3d1758-8cbf-11e6-9946-db55f98b858a.shtml