Google, multa Ue di 4,3 miliardi

Nuova multa record per Google dalla Commissione Ue, la più alta mai comminata. Il motore di ricerca, che è riuscito a schivare le accuse di Bruxelles, dovrà pagare 4,3 miliardi di euro per aver abusato della posizione dominante del suo sistema operativoAndroid. La sanzione ammonta a quasi il doppio di quella, già rilevante, che la Ue inflisse a Google lo scorso anno: 2,4 miliardi di euro per aver favorito il suo servizio di comparazione di prezzi Google Shopping a scapito degli altri competitor.

La Commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager ha annunciato le motivazioni della Commissione in una conferenza stampa. Il caso Android è nel mirino di Bruxelles dal 2015. Dopo un anno di indagini, nel 2016 Google fu accusata formalmente di aver obbligato i produttori di smartphone, come Samsung o Huawei, a pre-installare Google Search e a settarlo come app di ricerca predefinita o esclusiva. “Il nostro caso riguarda tre tipi di restrizioni che Google ha imposto ai produttori di apparecchi Android e operatori di rete per assicurarsi che il loro traffico andasse verso il motore di ricerca di Google – ha spiegato Vestager – In questo modo, Google ha usato Android come veicolo per consolidare il dominio del suo motore di ricerca. Pratiche che hanno negato ai rivali la possibilità di innovare e competere sui meriti. E hanno negato ai consumatori europei i benefici di una concorrenza efficace nella importante sfera mobile. Questo è illegale per le regole dell’antitrust Ue”.

In particolare, Bruxelles contesta a Google tre cose. La prima: ha chiesto ai produttori di device Android di pre-installare l’app di Google Search e il browser Chrome come condizione per fornire la licenza dell’app store di Google, cioè Play Store. Secondo: ha pagato alcuni grandi produttori e operatori di rete a condizione che pre-installassero l’app di Google Search. Infine, Google ha offerto incentivi finanziari ai produttori e agli operatori di reti mobili a condizione che installassero esclusivamente Google Search sui loro apparecchi. Questo allo scopo di consolidare e mantenere la sua posizione dominante. La notizia della multa record è stata data per prima dall’agenzia Bloomberg. Per quanto riguarda la multa inflitta lo scorso anno per Google Shopping, l’azienda ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia della Ue.

Secondo la società di ricerca Gartner, Android nel 2017 ha dominato il mercato della telefonia cellulare con una quota dell’85,9%: l’anno scorso sono stati venduti circa 1,3 miliardi di telefoni con Android contro i circa 215 milioni che girano con iOS e 1,5 milioni che utilizzano altri sistemi operativi. L’ammontare dell’ammenda è deciso all’ultimo momento e può teoricamente raggiungere, secondo le regole di concorrenza europee, fino al 5% del fatturato totale della società, che è calcolato per Alphabet, società madre di Google, in 110,9 miliardi di dollari nel 2017, ovvero 94,7 miliardi di euro. La multa si calcola anche in base alla durata dell’infrazione, all’intenzione o meno di commetterla e alle sue conseguenze, cioè se ha davvero ha fatto fuori i competitor dal mercato oppure no.

La mossa di Bruxelles, che era attesa, è destinata a farsi sentire nelle già tese relazioni Usa-Ue. Per parte sua l’azienda ha replicato con l’intenzione di ricorrere contro la sanzione: “Android ha creato più scelta per tutti, non meno: un ecosistema fiorente, innovazione rapida e prezzi più bassi sono le caratteristiche classiche di una forte concorrenza. Faremo appello contro la decisione della Commissione”. Non solo. Il numero uno di Google, Sundar Pichai, ha agitato lo spettro di un sistema operativo a pagamento, in futuro, per i produttori di smartphone. Intanto, però, Google deve cambiare la propria “condotta illegittima” entro 90 giorni, altrimenti rischia un’altra multa che potrebbe arrivare fino al 5% del giro d’affari mondiale medio giornaliero di Alphabet, la società madre del noto motore di ricerca. “Finora, il modello di business di Android è stato progettato in modo da non dover far pagare per la nostra tecnologia”, afferma Pichai, ricordando la dura concorrenza con iOS di Apple. “Siamo preoccupati – prosegue il ceo – invii un segnale preoccupante a favore di sistemi proprietari rispetto a piattaforme aperte”.

 

In sette a processo a Brindisi per un «like» messo su Facebook

Un gesto che milioni di persone ogni giorno compiono senza stare troppo a pensarci, quasi per un riflesso automatico. Un gesto che però potrebbe configurare un reato. Il primo novembre prossimo andranno a processo sette persone accusate di diffamazione per aver messo un «like» a un post di facebook considerato a sua volta offensivo. Accadrà davanti al tribunale di Brindisi ed è il primo caso del genere che verrà esaminato in un’aula di giustizia italiana mentre all’estero (ad esempio in Svizzera) i giudici si sono già pronunciati sanzionando i «mi piace» in calce a commenti diffamatori.

L’accusa di assenteismo

Il fatto scatenante risale addirittura al 2014 quando su Facebook appare un commento poco lusinghiero nei confronti dell’operato dell’allora sindaco di San Pietro Vernotico (Brindisi), Pasquale Russo e di alcuni dipendenti municipali accusati di essere fannulloni e assenteisti. Secondo il procuratore aggiunto Nicolangelo Ghizzardi non solo l’autore del post incriminato ma anche gli apprezzamenti dei lettori che hanno cliccato il «like» configurano il reato di diffamazione aggravata.

L’esperto: «Condanna difficile, manca il dolo»

«In effetti non mi risulta che in Italia ci siano precedenti di questo tipo» conferma Fulvio Sarzana avvocato e docente di diritto della società digitale all’università telematica di Nettuno. «Esiste solo un caso – prosegue l’esperto – contestato dalla procura di Genova persone che sui social misero il “mi piace” a un post contro i rom. Ma in quella circostanza è stata ravvisata la violazione della legge Mancino sull’incitamento all’odio razziale». Ma davvero può configurare un’offesa all’onore il semplice clic su Facebook? «La Cassazione – dice ancora Sarzana – ha già stabilito che un messaggio offensivo sui social può far scattare la diffamazione. Ma sul semplice “like” personalmente nutro qualche perplessità: il reato presuppone il dolo, una volontà specifica che probabilmente manca a un gesto automatico. Comunque sia, anche in questo caso occorrerà attendere una pronuncia della Cassazione». Certo, se così fosse sarebbe un fatto epocale: già oggi la polizia postale esamina ogni giorno tra le 100 e le 200 denunce per offese su Facebook; se a questo numero si aggiungessero quelle per i “mi piace” gli uffici si intaserebbero al punto tale da rendere inefficaci le denunce stesse.

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 27 settembre 2017

La guerra dei cinque giganti Usa per dominare i nostri consumi

Cinque giganti americani stanno rivoluzionando le nostre abitudini di consumo. L’Europa vuole evitare che questo si traduca in un oligopolio incontrollato, soffocante, distruttivo per i diritti dei consumatori, per il libero mercato, la competizione, l’innovazione. Oggi tocca a Google, domani potranno essere Amazon e Facebook, Apple o Ebay. La posta in gioco è immensa: i consumatori abbandonano velocemente comportamenti consolidati, lo shopping online cresce con prepotenza, in America è già in atto il tramonto dei centri commerciali e tutta la grande distribuzione soffre una crisi profonda. Il rischio del nuovo scenario è che la libertà di scelta del consumatore sia più immaginaria che reale; i nuovi metodi di manipolazione delle nostre scelte sono più subdoli che mai. La decisione europea tenta di costringere uno dei giganti digitali a cambiare strada. Ci riuscirà? A vantaggio di chi?
Google Shopping è uno dei protagonisti più formidabili nel nuovo mondo del consumo. Figlio del motore di ricerca Google, è diventato lo spazio virtuale dove i nostri desideri e i nostri soldi cercano di tradursi in acquisti. Catalogo virtuale di tutto ciò che è in vendita, guida intelligente, promette un accesso rapido, semplificato, in pochi clic e frazioni di secondo percorriamo più “scaffali e vetrine” che in settimane di passeggiate tra grandi magazzini, boutique o ipermercati. È tutto più facile, e siamo grati a chi ha disegnato un mondo così fluido e confortevole. Ma l’inganno c’è. In realtà siamo meno sovrani che mai. Il consumatore è docile preda di un algoritmo che lo guida verso il risultato deciso da altri.
Google Shopping non fa mistero della sua regola principe: ordina i risultati delle nostre ricerche dando priorità agli annunci a pagamento. È una grande macchina di raccolta pubblicitaria e di manipolazione delle scelte di spesa. Applica alla Rete l’antica pratica dei supermercati che si fanno pagare dalle grandi marche per piazzare i loro prodotti negli scaffali più visibili e più accessibili. Ma su Google Shopping quel trucco antico raggiunge una potenza immensamente superiore, è molto più raffinato. L’algoritmo fa scomparire dall’universo online altri servizi specializzati nella spesa comparativa, che offrono cataloghi intelligenti, recensioni, paragoni su qualità- prezzo.
I rivali potenziali, tutto ciò che introduce concorrenza a vantaggio del consumatore, viene relegato “molte pagine” più in là, ben lontano dai nostri sguardi frettolosi. Peggio ancora se usiamo lo smartphone, dove lo spazio è più ridotto e quindi finiamo per accontentarci delle opzioni iniziali.
La magia dell’algoritmo spiega la storia fantastica di Google, che alla sua prima quotazione in Borsa nel 2004 collocò l’azione a un prezzo di 85 dollari e oggi ne vale quasi mille. Con un tesoro di guerra di 172 miliardi di asset, può ben permettersi di pagare la multa europea senza che questo sconquassi il suo bilancio. Più problematico invece sarà mettere le mani nell’algoritmo per aprirlo alla concorrenza. Anche perché nel frattempo i maggiori rivali sviluppano strategie alternative per occupare lo spazio online. Amazon – che da sempre si distingue perché assomiglia più a un grande magazzino virtuale, mentre Google è più “catalogo di annunci” – ha fatto notizia di recente rafforzandosi nella distribuzione di prodotti alimentari freschi con la scalata alla catena salutista Whole Foods. Apple dal canto suo sta investendo sul ruolo di banca o carta di credito con lo smartphone come sistema di pagamento.
I primi a trarre beneficio della sanzione europea su Google dovrebbero essere i siti alternativi specializzati nel “giudizio comparativo”, nel raffronto qualità-prezzo tra prodotti concorrenti. Sono piccoli ma agguerriti, tra questi alcune società inglesi come Foundem e Kelkoo che furono le prime a promuovere azioni legali contro Google Shopping. «Per più di un decennio – ha detto il chief executive di Foundem – il motore di ricerca di Google ha deciso cosa leggiamo, usiamo e compriamo online. Se nessuno interviene a controllarlo, questo guardiano dell’accesso alla Rete non conosce limiti al suo potere». Gli esperti di Bruxelles hanno dimostrato che quando Google Shopping iniziò a manipolare il suo algoritmo per “retrocedere” i concorrenti sempre più lontano dagli occhi dei consumatori, i siti rivali videro sparire dall’80% al 90% dei propri utenti.
L’Europa è ormai la vera protagonista mondiale delle politiche antitrust, dopo che l’America si è arresa allo strapotere oligopolistico dei suoi big. Ora si apre una sfida nuova, in cui le autorità di Bruxelles dovranno vigilare sulle modifiche che Google introdurrà nel suo servizio. Senza trascurare gli altri Padroni della Rete, che con strategie diverse perseguono la stessa occupazione sistematica della nostra attenzione e del nostro potere d’acquisto.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 28 giugno 2017

 

 

Cyberbullismo, legge approvata all’unanimità.

Un minore di almeno 14 anni d’ora in poi potrà chiedere, senza l’intervento di un adulto, di oscurare, rimuovere o bloccare i contenuti diffusi in rete al gestore del sito web o ai social network. E se non sarà cancellato entro 48 ore, potrà ricorrere al garante della privacy. E’ questa una delle principali novità introdotte dalla legge sul Cyberbullismo, approvata all’unanimità in via definitiva alla Camera a due anni dal primo via libera. In tribuna a seguire il voto c’era anche Paolo Picchio, papà di Carolina, la ragazza di Novara considerata la prima vittima di cyberbullismo in Italia, suicidatasi a 14 anni nel gennaio 2013. Aveva subito una violenza sessuale da parte del “branco” che poi postò il video sui social. La ragazza divenne oggetto di insulti e scherno sul web. E decise di farla finita. La prima firmataria della legge era la senatrice Pd Elena Ferrara, ex maestra di musica di Carolina. “Questa legge”, ha detto Picchio, “dà vita a quello lei ha lasciato scritto, ai motivi che l’hanno spinta a fare quello che ha fatto. E cioè che le parole fan più male delle botte. Va bene così”.

l provvedimento definisce per la prima volta in Italia il fenomeno, regola la rimozione dei contenuti offensivi dal web, stabilisce l’intervento del garante della privacy e, soprattutto, introduce una misura di ammonimento nel caso di reati commessi da minorenni, ma con età superiore ai 14 anni. La nuova legge definisce come bullismo telematico ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, manipolazione, acquisizione o trattamento illecito di dati personali realizzata sul web contro minori. Definito come cyberbullismo è anche diffondere contenuti online per isolare il minore tramite un attacco o un abuso.

Il presidente dell’authority Antonello Soro sul tema ha evidenziato il carattere “preventivo e riparatorio” del testo. La norma introduce anche una misura di ammonimento nel caso di reati commessi da minorenni ma con età superiore ai 14 anni: il questore convoca il ragazzo insieme ai genitori e lo ammonisce per la sua condotta. Nuovi compiti anche per le scuole: in ogni istituto sarà individuato un referente tra i professori per le iniziative contro il cyberbullismo, ed il preside dovrà informare subito le famiglie dei minori coinvolti in atti di bullismo informatico. Messaggi di soddisfazione sono arrivati anche da Raffaella Milano, direttore dei programmi Italia-Europa di Save the children: “Il nostro Paese si è dotato di una legge che prevede delle misure concrete per prevenire e affrontare un fenomeno che coinvolge un numero sempre maggiore di ragazzi in Italia. Ora è importante che questo provvedimento venga subito messo in pratica coinvolgendo tutti gli attori interessati, per contrastare immediatamente un fenomeno che si fa ogni giorno più preoccupante”.

“È una bella giornata per il Parlamento. Abbiamo mantenuto una promessa, dando uno strumento utile a chi deve aiutare i nostri fogli a proteggersi”, ha sostenuto la presidente della Camera Laura Boldrini, mentre il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha assicurato l’impegno del suo dicastero per l’attuazione della legge che, ha sottolineato, fa prevenzione “a partire dalla scuola, luogo principale di formazione, di inclusione e accoglienza. Finalmente abbiamo imboccato la strada giusta”.

Il fatto quotidiano

18 maggio 2017

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/18/cyberbullismo-legge-approvata-allunanimita-vittima-di-almeno-14-anni-puo-chiedere-di-bloccare-contenuti-rete/3593621/

 

Perché non dobbiamo temere che la tecnologia ci impedisca di lavorare

robbbLungo l’Alzaia del Naviglio Grande, a Milano, si vedono ancora i piani inclinati di cemento o di pietra dietro i quali nell’800 e ancora nei primi decenni del ‘900 centinaia di lavandaie si inginocchiavano per svolgere il loro lavoro durissimo, con le mani nell’acqua gelida proveniente direttamente dal Ticino. Nei decenni successivi, l’avvento delle lavatrici, intese come elettrodomestico, spazzò via tutte quelle lavandaie, che si riconvertirono in operaie di fabbrica, dattilografe, cameriere o altro. Dall’inizio della rivoluzione industriale l’innovazione tecnologica ha continuamente rivoluzionato il modo di essere del lavoro, rendendolo al tempo stesso meno faticoso, meno pericoloso e più produttivo. Lavandaie, tagliaghiaccio, persone che accendevano i lampioni o bussavano alle porte per svegliare i lavoratori di mattina, non esistono più da tempo; ma il tasso complessivo di occupazione è dovunque aumentato, non diminuito.
La rivoluzione cui stiamo assistendo oggi consiste nell’avvento dell’innovazione digitale, che si manifesta soprattutto nell’Internet of things, che ha reso gli oggetti capaci di inviare e ricevere dati; nell’industria 4.0, cioè nell’automazione alimentata dallo scambio di dati negli ambienti produttivi; e nell’intelligenza artificiale, cioè nelle macchine che possono prendere decisioni sulla base di dati via via appresi. Questa fase del progresso tecnologico presenta due aspetti notevolmente diversi rispetto all’introduzione di elettrodomestici e macchinari avvenuta nel corso del ’900. Innanzitutto, le mansioni che oggi si possono automatizzare non sono solo quelle manuali, e neppure solo quelle delle tre D ( dull, dirty and dangerous : noiose, sporche e pericolose), ma anche alcune mansioni di concetto, come quelle di un impiegato bancario, o quelle svolte da persone con competenze sofisticate: dai revisori contabili agli agenti assicurativi, dai commercialisti ai radiologi. Sono suscettibili di automazione tutti i lavori in cui ci siano molti dati da processare, regole chiare da applicare e la necessità di un prodotto standardizzato. La possibilità di tradurre le immagini e i suoni in informazioni digitalizzate al servizio di un pilota automatico, poi, consentirà presto di sostituire del tutto tassisti, camionisti e autisti.
Per questo, Bill Gates – il quale ha tratto personalmente beneficio considerevole dall’innovazione tecnologica – ha recentemente sostenuto che i robot dovrebbero pagare un ammontare di tasse equivalente al gettito di tasse e contributi relativi alle persone da essi rimpiazzate. Ma è davvero questa la soluzione del problema? Quand’anche fosse possibile accertare e misurare la «quantità di sostituzione» dell’uomo da parte della macchina, e fosse possibile gravare il progresso tecnologico di un’imposta applicabile in modo uguale in tutti i Paesi del mondo, questo gioverebbe poco al genere umano. Se negli anni ’50 fosse stata messa un’imposta sulle lavatrici, essa non avrebbe giovato alle lavandaie chine sui lavatoi del Naviglio Grande: avrebbe solo ritardato il loro passaggio a lavori meno faticosi e più produttivi.
Il problema non è di ritardare il progresso tecnologico, ma di redistribuirne i benefici e di riqualificare le persone cui i robot si sostituiscono, in modo che esse possano dedicarsi ai molti altri lavori richiesti ma vacanti già oggi, e soprattutto all’infinità di lavori nuovi che saranno richiesti domani e che le macchine non potranno svolgere. Oggi in Italia c’è almeno mezzo milione di posti di lavoro che rimangono permanentemente scoperti per mancanza di persone competenti: tecnici informatici, elettricisti, falegnami, infermieri, artigiani dei mestieri più vari. Domani ci sarà comunque – se gli consentiremo di esprimersi – un bisogno senza limiti di lavoro umano non sostituibile dalle macchine nei settori dell’assistenza medica e paramedica alle persone, dell’istruzione, della diffusione delle conoscenze, dei servizi qualificati alle famiglie e alle comunità locali, della ricerca in tutti i campi, e l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Per altro verso, davanti a noi non c’è solo la prospettiva dell’automazione, ma anche quella dell’“accrescimento” (augmentation), per cui la tecnologia supporta il lavoro umano: non lo sostituisce, ma lo arricchisce e lo rende più efficace. Sono già molti i casi in cui persone e macchine sono tra loro complementari: dalla telemedicina all’analisi di big data, dai controlli che assistono un pilota in volo, al computer che stiamo usando per scrivere questo articolo. E sono altrettanto numerosi i casi di disabilità gravi che possono essere neutralizzate con l’uso delle nuove tecnologie, consentendo di entrare nel mondo del lavoro a chi altrimenti ne sarebbe escluso. Qui il progresso tecnologico, lungi dall’essere penalizzato fiscalmente, dovrebbe al contrario essere incentivato.

PIETRO ICHINO E PIETRO MICHELI

Corriere della Sera, 5 marzo 2017

Lo Stato è finito

techLa Danimarca ha deciso di mandare un ambasciatore in Internet. Un ambasciatore vero, come l’ambasciatore in Cina o in Italia o in Russia. Soltanto che invece di trattare con gli Stati e coi governi tratterà con Google, Apple e Facebook e coi loro amministratori delegati. Secondo il ministro degli Esteri di Copenaghen, l’economia dei colossi del digitale vale più di quelle di Grecia o Portogallo, perciò è necessario stabilire con loro rapporti diplomatici. Piacerà o dispiacerà, ma è questo il mondo cui andiamo incontro, dove le nazioni contano sempre di meno e non soltanto per lo strapotere del denaro sulla politica, ma perché ogni volta che ci connettiamo a Twitter o comunichiamo con WhatsApp o sentiamo musica su Spotify o vediamo una serie su Netflix, noi espatriamo, attraversiamo i continenti, accettiamo il sistema senza frontiere e dogane. Lo facciamo quando acquistiamo su Amazon o eBay, ogni volta che ingoiamo famelici l’ultima app, e cioè siamo noi della comunità connessa a essere multietnici e globalizzati e apolidi. La fine dello Stato era stata descritta con qualche rammarico dieci anni fa da Eric Hobsbawm, serio marxista inglese, che fra l’altro sottolineava lo sbriciolarsi dei confini. E nel frattempo che spuntano Donald Trump e Marine Le Pen con l’idea di rafforzarli, i confini stanno semplicemente diventando inutili, ci si vola sopra, ci si passa attraverso: siamo noi stessi ad amare e ingrassare il mostro che ci terrorizza. Ora, davvero crediamo di rimediare con Matteo Salvini?
Mattia Feltri
La Stampa, giovedì 9 febbraio 2017

In Danimarca nasce l’ambasciatore digitale per trattare con i giganti tech

Entro breve la Danimarca, primo paese al mondo, avrà un «ambasciatore digitale». Lo ha annunciato il ministro degli Esteri danese Anders Samuelsen, 49 anni, in carica dallo scorso novembre. Il ruolo di questo speciale ambasciatore, che dev’essere ancora nominato, sarà quello di mantenere le relazioni e stipulare accordi con le aziende tecnologiche, sull’onda di quella che Samuelsen chiama la «TechPlomacy» (termine che si potrebbe tradurre in italiano come «TecnoDiplomazia»).

I compiti dell’ambasciatore digitale

L’ambasciatore digitale svolgerà incarichi simili a quegli degli altri ambasciatori danesi – con cui lavorerà a stretto contatto, probabilmente condividendone lo staff – e porterà avanti negoziati per conto del Paese. Inoltre, discuterà con le aziende tech su tematiche quali la sicurezza dei dati e la privacy. «La tecnologia fa parte della vita quotidiana dei cittadini danesi», ha detto il ministro in un’intervista al Washington Post. «Dobbiamo smetterla di guardare al passato e iniziare a pensare a come potrebbe essere il mondo nel futuro».

Le compagnie tech come grandi nazioni

A detta di Samuelsen, società come Apple, Facebook e Microsoft possono essere considerate delle vere e proprie nazioni. Nel 2015 le compagnie tech statunitensi hanno incassato 215,6 miliardi di dollari (circa 200,8 miliardi di euro), una cifra superiore all’intero Pil annuo di Grecia e Portogallo. «Apple, per esempio, ha un valore maggiore di tutte le aziende italiane quotate in borsa messe insieme», ha osservato il ministro. I giganti della Silicon Valley, sostiene il Samuelsen, hanno creato ricchezza e posti di lavoro in quantità maggiore rispetto ad alcuni dei paesi con cui la Danimarca intrattiene rapporti diplomatici. Recentemente Apple e Facebook hanno annunciato che hanno intenzione di costruire grandi data center nel paese scandinavo. «Penso che [l’istituzione di un ambasciatore digitale] rappresenterà un immenso successo per la Danimarca», ha commentato il ministro al Washington Post. «E sono convinto che presto molti altri paesi ci copieranno questa idea».

Twitter e Samsung, gli sconfitti digitali: capitali e clienti in fuga

 
 
twwwwNEW YORK L’americano più celebre del momento si sveglia alle tre di notte per inviare dei tweet in cui stramaledice i suoi nemici. L’ossessione compulsiva di Donald Trump è una pubblicità poderosa per Twitter. Eppure non è bastata a scongiurarne la crisi. Twitter è in vendita da mesi ma gli acquirenti scarseggiano. Ieri stando alle voci di Borsa si sono defilati ben tre candidati all’acquisizione: Apple, Google e Disney. Il titolo del social media è caduto ai minimi. Il valore totale di Twitter ai prezzi attuali è sceso a 12 miliardi, aveva raggiunto i 53 miliardi di dollari nel dicembre 2013. Il re è nudo. Quel che dicono i numeri, è molto semplice. La fama di Twitter è legata a due fasce di utenti forsennati: politici e giornalisti. Ma il pubblico in generale non è entusiasta dei cinguettii da 140 caratteri (presto in aumento), né altre innovazioni introdotte di recente hanno migliorato le cose. Il parco utenti langue o cresce a ritmi lentissimi. Soprattutto, Twitter attira relativamente poca pubblicità, che alla fine è quasi sempre la fonte di entrate e profitti per i social media.
Altra storia di una caduta spettacolare, all’altro capo del globo terrestre e in un mestiere tecnologico di natura diversa: Samsung. Il colosso coreano dei telefonini è incappato in un incidente drammatico, che ne sta scuotendo la reputazione. Alcuni suoi smartphone s’incendiano, letteralmente. C’è stata perfino l’evacuazione di un aereo poco prima del decollo, la settimana scorsa qui negli Stati Uniti, su un jet della Southwest Airlines, dopo che il Samsung di un passeggero aveva preso fuoco. Non si tratta di rischi isolati, visto che la casa coreana è stata costretta a ritirare ben 2,5 milioni di apparecchi della serie Galaxy Note 7. Aggiungendo errori su errori, la Samsung prima aveva minimizzato il problema. Poi ha messo in produzione degli apparecchi sostitutivi che a loro volta soffrivano dello stesso difetto. Al punto che molti esperti ora mettono in dubbio la versione ufficiale che incolpava la sola batteria (peraltro prodotta da una filiale del gruppo, la Samsung Sdi). Mentre la casa coreana assicura che sta prendendo “ulteriori misure per garantire qualità e sicurezza”, gli esperti indipendenti sospettano che a provocare gli incendi contribuiscano altri componenti oltre alla batteria. Intanto si moltiplicano gli avvertimenti e i richiami alla prudenza per gli utenti: quegli smartphone si surriscaldano quando li ricarichi, quindi non è saggio lasciarli incustoditi mentre sono attaccati a una presa elettrica, tanto meno se si trovano vicini a materiali potenzialmente infiammabili. Intanto dopo la disavventura della Southwest le compagnie aeree almeno negli Usa s’interrogano sul da farsi: su molti voli ci sono prese a bordo che consentono di ricaricare apparecchi elettronici. Dalle associazioni dei consumatori piovono critiche verso la Samsung, che rifiuta di rimborsare i clienti e offre solo la sostituzione… ma non ha apparecchi validi per farla. Si avvicina il periodo più ricco dell’anno per i consumi, tra il Black Friday (subito dopo Thanksgiving) e Natale, e il gigante coreano ci arriva nelle peggiori condizioni.
Da Twitter a Samsung, le crisi sono di natura molto diversa. Ricordano però una regola aurea dell’economia digitale: la velocità. Anche in epoche storiche molto diverse, il capitalismo era segnato dai cicli, “la distruzione creativa”, i boom e i crac, le bolle e le depressioni. Nell’economia digitale non è cambiata la natura del gioco ma la sua rapidità. Le star che fino a ieri erano in auge possono incappare in incidenti dagli sviluppi repentini e catastrofici. Ci fu un’epoca in Twitter sognava di fare concorrenza a Facebook, ora fatica a trovare un acquirente a prezzi di saldo (forse sarà Salesforce, tirando giù il prezzo). Samsung è stata per alcuni anni l’incubo di Apple, visto che i suoi smartphone costano molto meno degli iPhone e hanno prestazioni eccellenti. Ma gli manca in dotazione l’estintore. E a una catastrofe d’immagine se n’è aggiunta una di relazioni pubbliche, quando l’azienda ha reagito tardi e male.

la Repubblica, martedì 11 ottobre 2016

Federico Rampini

Bitcoin, l’anti Leviatano

btcin I cantori di Bitcoin comunemente dicono che la valuta digitale rappresenta il “futuro dei soldi” nelle transazioni che non prevedono scambio di denaro fisico e che prima o poi saranno in grado di soppiantare il monopolio della produzione della moneta da parte delle Banche centrali e dei governi. E’ una visione romantica, enfatizzata dai media, che attinge alla matrice anarchica e libertaria del movimento cypherpunk, nato negli anni Novanta con la diffusione del World wide web, che ha l’ambizione di spingere a un cambiamento sociale e politico globale attraverso l’uso massiccio della crittografia informatica, la trasmissione nascosta di informazioni.

In quest’ottica può sembrare inebriante raggiungere lo scopo di fornire alla moltitudine lo strumento chiave per superare, e magari sovvertire, il potere in mano alle Banche centrali a ai governi di controllare il peso del portafogli senza il consenso pubblico. Di beffare i censori e i sorveglianti di stato. E quindi di realizzare il manifesto firmato da Eric Hughes, matematico e pioniere dei cypherpunk, che è fonte d’ispirazione per gli hacker di Anonymous e Wikileaks: “Noi, i cypherpunk, siamo impegnati a costruire sistemi anonimi. Noi difendiamo la nostra privacy con la crittografia, con un sistema anonimo di email, con le firme digitali, e con il denaro elettronico”.

 

L’idea in sé non è estremamente innovativa. Il concetto teorico di “moneta denazionalizzata”, ovvero sottratta alla giurisdizione statale, fu introdotto dal premio Nobel Friedrich von Hayek e rappresenta un’antica sfida al potere statale costituito. Lo storico della moneta, Eric Helleiner, ha tra l’altro documentato che nel XIII secolo i mercanti inglesi già battevano piccole monete in rame e che nei quattrocento anni successivi altre corporazioni producevano gettoni “non autorizzati” dalla Corona britannica. Alla vigilia della guerra civile americana, poi, circolavano almeno 10 mila differenti tipi di banconote a complemento delle monete coniate dalla zecca di stato.

Per ora le monete elettroniche, che non portano la firma di nessun banchiere centrale ma sono emesse da un sistema crittografico intelligente, sono agli albori e sono ancora molto lontane dal competere con il dollaro o con l’euro. Gli esperti non escludono in futuro un successo notevole in paesi dove la fiducia nella moneta è in discussione, vuoi per l’iperinflazione in Sudamerica, Argentina e Venezuela, oppure per il rischio di uscita dal blocco valutario europeo, nel caso della Grecia. Tra le valute virtuali disponibili (Litecoin, Peercoin, Namecoin) i Bitcoin i più rodati e popolari, rappresentano l’80 per cento della capitalizzazione di mercato, ovvero 7,7 miliardi di dollari in circolazione, ma sono usati solo per 69.000 transazioni nel mondo ogni giorno, contro un totale di 274 milioni nella sola Unione europea. Tuttavia la tecnologia ha potenzialità significative soprattutto per la concorrenza ai sistemi di pagamento online e, in ultima istanza, perché potrà cambiare il modo di fare business con e su internet.

 

Sull’onda della pubblica gogna e dell’oggettivo discredito verso banche e intermediari finanziari ufficiali provocato dal collasso di Lehman Brothers nel 2008, un programmatore misterioso noto come Satoshi Nakamoto – un nome che si presume essere uno pseudonimo di un soggetto o di un collettivo – ha descritto in un paper accademico, scritto in inglese perfetto, l’architettura del sistema Bitcoin, un protocollo informatico che in molti paragonano al proctocollo che sta alla base di internet (Tcp/Ip), quello che determina il modo specifico nel quale un dato è confezionato e indirizzato all’interno di una rete di computer, ovvero il binario sul quale corrono le email. Successivamente Nakamoto ha rilasciato un software opensource, disponibile a tutti, che può essere usato per scambiare bitcoin secondo quello schema. Nakamoto si è poi eclissato. A gestire l’operatività del network  c’è Gavin Andresen, 48 anni, il volto più esposto, nonché colui che ha concepito la Bitcoin Foundation, ente no profit che può considerarsi la cosa più prossima a un’autorità centrale nel mondo bitcoin. Lo scopo di Bitcoin è concedere all’umanità la possibilità di potere scambiare denaro elettronico in maniera sicura, anonima e trasparente, senza il bisogno della mediazione di parti terze, ovvero completamente “decentralizzata”. E’ decentralizzata in primo luogo alla fonte perché non c’è un’autorità centrale unica coinvolta nella produzione: i bitcoin sono “estratti” dagli utenti – detti “miner”, “minatori” – che possiedono calcolatori sempre più potenti, esistono file di centinaia di server custoditi in grandi magazzini, con una capacità di calcolo in grado di risolvere puzzle algoritmici complessi per chiudere ogni transazione proposta in rete – in media una ogni 10 minuti – e ricevendo come ricompensa una certa quantità di bitcoin nuovi di “zecca”. Il processo di “estrazione” è congegnato per remunerare sempre meno i minatori nel corso del tempo, fino al limite di 21 milioni di bitcoin esistenti che verrà raggiunto nel 2031.

I bitcoin sono quindi un bene scarso, finito, paragonabile all’oro. Più una “commodity” che una moneta, dunque. Il processo è decentralizzato, inoltre, perché salta totalmente il mediatore della transazione che avviene in accordo tra un utente e un altro in modo gratuito. Vengono bypassati i fornitori dei servizi di pagamento certificati come Paypal, Western Union, MoneyGram, che invece applicano tariffe per i servizi di garanzia e sicurezza offerti. Le tecniche crittografiche su cui si basa Bitcoin permettono di essere certi che la transazione sia verificata, anche se non si conosce l’identità della controparte, perché deve essere approvata da tutti i “nodi” della rete, da tutti gli utenti, in quanto viene registrata sul blockchain, un libro mastro condiviso sul quale vengono tracciate e registrate tutte le operazioni effettuate in un dato istante; il blockchain è uno strumento rivoluzionario sul quale torneremo.

Gli usi sono molteplici: comprare una pizza, farsi pagare una prestazione, garantire libertà di espressione – quando furono banditi i pagamenti bancari a favore di Wikileaks, i bitcoin li sostituirono – fare una donazione. Si può immaginare perfino di superare la mediazione delle compagnie telefoniche che forniscono servizi internet per gli smathpone nel momento in cui un singolo apparecchio può connettersi per pochi istanti ma in continuità alle reti wireless di privati cittadini remunerandoli immediatamente in frazioni di bitcoin per ogni frazione di secondo di accesso. Certo, si possono comprare droghe su siti commerciali protetti dall’anonimato, come il bistrattato sito Silk Road, uno dei tanti – che comunque dà un rating all’affidabilità degli spacciatori, e a suo modo riduce il rischio di procurarsi per strada sostanze di dubbia qualità – il suo fondatore, Ross Ulbricht, è stato condannato all’ergastolo. Ma l’accusa di “riciclaggio” lanciata da alcune autorità bancarie pare fuori scala. Spostare grandi cifre è infatti improbabile allo stato del sistema Bitcoin: è tuttora più facile farlo con banche o intermediari ufficiali compiacenti.

Fondi di investimento e agenzie di servizi vedono infatti nella relativamente bassa mole di flussi di valore una costrizione alla potenzialità di creare un mercato finanziario online basato sul bitcoin. Invocano quindi a gran voce la necessità di costruire un’infrastruttura solida, composta da gestori di portafogli virtuali e Borse virtuali affidabili  – il più usato, Mt. Gox, è finito in disgrazia dopo un tracollo epocale – per varie ragioni: per rendere facilmente accessibile una tecnologia ancora arcana per molte persone, per transare cifre consistenti, per ridurre la grande volatilità dei bicoin rispetto alle altre valute, per coinvolgere gli esercizi commerciali. Probabilmente a farne le spese sarà l’assoluto anonimato degli utenti, caratteristica che ha allarmato da subito i regolatori ovunque. Per questo motivo un compromesso tra i “normalizzatori” e i “puristi”, affezionati alle radici cypherpunk, sarà irrinunciabil

Grandi investitori e imprenditori credono comunque che la vera promessa di Bitcoin non sia la moneta, che è soltanto uno degli sviluppi possibili, ma l’idea di potere rivoluzionare intere industrie che s’affidano a un registro digitale (o cartaceo). Il concetto è che se si può fare a meno dell’autorità monetaria allora si può anche fare a meno di qualsiasi altra autorità centrale. Gli effetti sono dirompenti. Se infatti migliaia di computer usano la crittografia per registrare costantemente ogni singola transazione avvenuta su un libro mastro condiviso, il blockchain suddetto, si può andare ben oltre la semplice tracciabilità dei pagamenti. Il libro mastro potrebbe rimpiazzare i metodi convenzionali di registrare informazioni importanti come la stipula dei contratti, dei diritti di proprietà, certificare i passaggi di proprietà di un bene. Questo perché un accordo spontaneo tra due soggetti è posto a verifica poliarchica, cioè di una pluralità di attori, ed è pubblico. Un operatore in fase embrionale è Factom che vorrebbe abbracciare diversi business. Factom intende archiviare una serie di dati delle compagnie iscritte in modo permanente per ridurre i costi e la complessità di tenere contabilità delle operazioni finanziarie, dei risultati del gruppo, dei provvedimenti legali significativi. Per testare il concetto, fa notare un approfondimento del Mit Technology review, Fatcom ha collaborato con una società medica per costruire uno strumento che gli operatori sanitari possono usare per memorizzare i dati che potrebbero essere utili durante le controversie legali per fatturazione o verifiche. Facendo correre la fantasia, ma nemmeno troppo, come ha fatto Ferdinando M. Ametrano (Banca Imi, Università Bicocca) in un’audizione alla Camera, il protocollo alla base del libro mastro potrebbe sostuire senza troppo sforzo il registro automobilistico: invece che pagare 500 euro circa per farsi certificare l’avvenuto passaggio di proprietà da un addetto della motorizzazione – che fondamentalmente cambia il nome in una cella di un foglio excel – la certificazione può avvenire in maniera totalmente gratuita e decentralizzata, mediante tecnologia blockchain, firmando una transazione in cui uno intesta la macchina all’altro che verrà poi resa pubblica sul libro mastro.

Il brodo di coltura libertario e l’interoperatività degli standard tencologici hanno prodotto questo assalto ai due fondamenti del potere centrale degli stati, quello della certificazione, legale, e quello della forza, sanzionatorio, in quanto il sistema si autoregolamenta senza comminare pene corporee o pecuniarie di sorta. Ma non c’è bisogno di essere libertari, cypherpunk o anarchici per capire che il sistema introdotto con la tecnologia Bitcoin è più conveniente e quindi più efficiente del modello burocratico tradizionale. Ormai il genio è uscito dalla bottiglia e non rientrerà. Il moloch dai piedi d’argilla ha gli anni contati

di Alberto Brambilla | 03 Giugno 2015  Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/06/03/bitcoin-anti-leviatano___1-v-129434-rubriche_c210.htm

 

Assuefatti alla crescita “zero virgola”

deffflLa doccia fredda è arrivata il 15 marzo dall’Istat: l’inflazione a febbraio segna un meno 0,3 per cento su base annua, siamo in deflazione. Segue l’altra cattiva notizia di pochi giorni prima: la stima di un aumento del Pil nel primo trimestre dell’anno solo dello 0,1 per cento. E c’era stata pure la lettera di richiamo della Commissione europea a causa del rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento dei conti pubblici verso l’obiettivo di medio termine del pareggio strutturale di bilancio. “L’Italia deve ridurre il debito”, ha precisato perentorio il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis. Nel mezzo, c’è stato il potenziamento del programma di quantitative easing della Bce di Mario Draghi.

Ma ormai siamo assuefatti a una crescita da “zero virgola”. Hai voglia a dire la recessione è finita. Tecnicamente è così, dopo anni di segni meno. Ma la delusione da attese tradite è cocente. Il rischio vero da cui guardarsi, a questo punto, è la deflazione delle aspettative.
Tutti presi a misurare le variazioni al rialzo degli indicatori economici, per poi smorzare la disillusione per aver constatato che il campo di oscillazione stentava nell’ordine di qualche decimale di punto percentuale, i commentatori hanno dato poca attenzione a due cose importanti che sono successe negli anni della crisi.

La prima è che, mentre gran parte dell’informazione mainstream batteva sul tasto della retorica pauperista del “non arriviamo alla fine del mese”, gli italiani diventavano l’azienda più liquida d’Italia. Il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie (quindi esclusa la ricchezza patrimoniale concentrata negli immobili di proprietà) si è gonfiato fino a un ammontare complessivo di 4.000 miliardi di euro (cioè due volte e mezza il valore del Pil). Giù le quote di azioni e obbligazioni, boom di contante e depositi bancari: valevano un quarto della torta nel 2007, sono diventati oggi il 31 per cento del totale.

Certo, siamo stati tutti scottati dalla crisi. Ci siamo detti: meglio tenere i soldi in tasca o fermi sui conti correnti, pronti all’uso per ogni evenienza. E intanto i consumi flettevano del 7,5 per cento nel periodo 2007-2014 e i volumi del mercato immobiliare si dimezzavano (siamo passati da 800mila a 400mila compravendite di abitazioni all’anno). In sintesi, la bolla del risparmio e del cash cautelativo, insieme alla bassa propensione all’assunzione individuale  del rischio, rappresentano per noi la legacy della crisi, il suo lascito.

Per evitare la sclerotizzazione su questo atteggiamento difensivo della gran parte degli italiani, si è provato a stimolare la domanda interna attraverso misure come il bonus Irpef di 80 euro o il taglio della Tasi. Risultato, conti alla mano: i soldi ci sono ma non girano, i consumi non decollano, la produzione industriale non ritrova slancio, la ripresa occupazionale è ancora debole, l’inflazione resta inchiodata intorno allo zero (nonostante il fiume di liquidità iniettato nel sistema dalla Bce) e gli investimenti si fanno col contagocce. Per la verità, siamo ai minimi dal dopoguerra in termini di incidenza degli investimenti sul Pil: nel 2015 in Italia hanno pesato per il 16,5 per cento del prodotto interno lordo, rispetto al 17,3 per cento del Regno Unito, il 20 per cento della Germania, il 21,2 per cento della Francia.

Quello che più conta è che c’è stato un vero cambiamento di paradigma con cui oggi fare i conti, che va al di là dei dati macroeconomici, senza sconfinare però in teorie di parapsicologia collettiva (manca la fiducia! manca la fiducia!). Il punto cruciale è che il grande assente sulla scena ormai da parecchio tempo è il rischio. Rischio calcolato, beninteso. Il problema è che gli italiani non tornano a una confidente assunzione del rischio individuale, consapevoli che l’azzardo lascerebbe impresse cicatrici profonde sulle proprie solitarie biografie personali. Solitarie? Perché? Il fatto è che nella percezione collettiva è svaporata la figura dello Stato come garante di ultima istanza delle “avventure” individuali ‒ quel ruolo che nei decenni passati, trascorsi nel segno dell’accrescimento della società affluente, l’autorità statuale aveva saputo esercitare tramite gli strumenti redistributivi di welfare finanziati con il debito pubblico, fomentando la grande saga della “cetomedizzazione”, che si basava proprio sull’assunzione individuale del rischio (mi compro la casa, apro un negozio, metto su un’impresa, e così via).

Quando lo Stato debitore è quotato sui mercati finanziari internazionali e i conti pubblici sono sottoposti al giudizio delle agenzie di rating, c’è la rottura di paradigma. Naturalmente, questo è un processo di lunga deriva. C’è stato però un preciso momento in cui tutti hanno definitivamente aperto gli occhi, costretti a farlo dall’esperienza traumatica della crisi del debito sovrano (ricordate lo spread rispetto ai Bund tedeschi schizzato alle stelle? E il rischio di default per la Grecia?). In quel momento abbiamo perso l’innocenza. Da allora i cittadini sottilmente disconoscono ai politici nazionali la piena autorità deliberativa: sanno che le loro azioni verranno sottoposte a un giudizio finale, dei mercati o di Bruxelles (vedasi le estenuanti trattative sulle clausole di flessibilità sui conti pubblici).

La seconda cosa che è successa durante gli anni della crisi è l’affermazione del nuovo ciclo della economia della disintermediazione digitale, che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali tradizionali in nuovi ambiti. In questi anni gli italiani hanno risparmiato praticamente su tutto, tenendo stretti i cordoni della borsa all’insegna di una riscoperta sobrietà (adieu ai fasti del consumismo, solo un lontano ricordo). Ma non hanno lesinato sulle tecnologie digitali. Che anzi sono state premiate dal processo selettivo dei consumi innescato dalla crisi e hanno assunto una connotazione anticiclica: hanno conosciuto una fase espansiva in controtendenza, come dimostra il vero e proprio boom di smartphone e connessioni mobili. Tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2014, la spesa per telefoni e traffico dati è più che raddoppiata (più 146 per cento: parliamo di 27 miliardi di euro nell’ultimo anno).

Insomma, gli italiani hanno evitato di spendere su tutto, ma non sui media digitali connessi in rete. Perché? Perché grazie ad essi hanno aumentato il loro potere individuale di disintermediazione, che ha significato un risparmio netto finale nel loro bilancio personale e familiare. Grazie alle piattaforme digitali, scompare la mediazione tra il fornitore dei servizi e l’utente finale, visto che non è più necessario recarsi all’agenzia turistica per prenotare un viaggio oppure in un negozio di calzature per comprare un paio di scarpe. Usare internet per informarsi, per acquistare beni e servizi, per prenotare viaggi e vacanze, per guardare film o seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche, ha significato spendere meno soldi, o anche solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa.

Nel frattempo, i big player della rete si attrezzavano per presidiare in maniera sempre più efficace la nuova frontiera, cioè i tre perni fondamentali del commercio: la fase dell’acquisto (di ogni cosa), la gestione di strumenti di pagamento tramite smartphone (alternativi ai tradizionali circuiti bancari), la logistica (robot nei magazzini, droni nei cieli). Ai vertici mondiali per fatturato e capitalizzazione di Borsa – le prime cinque aziende Ict messe insieme valgono un paio di migliaia di miliardi di dollari, pari al Pil di una media potenza europea come l’Italia –, rappresentano il nuovo volto del capitalismo del XXI secolo. La continuità personalizzata tra online advertising e e-commerce è il segreto del successo. Internet sembra così proiettata a diventare una nuova, gigantesca piattaforma commerciale taylor-made: un grande villaggio digitale, con le sue piazze, i cinema e la city hall, gli uffici pubblici e le banche, i centri commerciali.

Che cosa hanno in comune le due novità che ci ritroviamo dopo i lunghi anni della crisi? Risposta: il trionfo dell’individualismo. Orfani di uno Stato nazionale solido, sostituito da una governance sovranazionale che non ha retto alla prova della depressione economica e della gestione degli esodi migratori, l’individuo si ritrova solo. E anche i processi di disintermediazione digitale, basati su un ricentraggio soggettivo e sulla disarticolazione delle filiere del lavoro tradizionali, vanno in questa direzione, nell’inveramento dello slogan planetario della piattaforma video più popolare sul web: broadcast yourself!

Nessuno rimpiange uno Stato che accumula debito pubblico (i conti, prima o poi, bisogna pagarli). Ma ad oggi non abbiamo ancora trovato un valido rimpiazzo per quel ruolo che spingeva ad assumersi i rischi. Per riattivare i circuiti dell’economia reale la politica monetaria non basta, bisogna tornare a investire, cioè a rischiare. Di qui l’impasse in questa fase di transizione epocale. Che durerà fino a quando non avremo riscoperto una nuova cultura del rischio.

 

Assuefatti alla crescita “zero virgola”, che durerà finché non riscopriremo la cultura del rischio

Massimiliano Valerii

Direttore generale del Censis

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/03/17/assuefatti-alla-crescita-zero-virgola-che-durer-finch-non-riscopriremo-la-cultura-del-rischio___1-v-139526-rubriche_c328.htm

L’iPhone frena?

appplIl compito di continuare a crescere è più difficile per Apple, che soffre del complesso del numero uno e deve battere i propri record: 18,4 miliardi di dollari di profitti netti negli ultimi tre mesi del 2015, più dei 18 miliardi di un anno prima e più di quanto qualsiasi altra azienda abbia mai guadagnato in un solo trimestre. Gran parte di questi profitti viene dall’iPhone, le cui vendite non aumentano più a un ritmo mozzafiato, mentre non si vedono all’orizzonte altre novità targate Mela capaci di rimpiazzare il successo dell’iconico smartphone.

I progetti di un servizio che rivoluzioni il mondo della televisione come l’iTunes fece con quello musicale, e di una smart car disegnata da Jony Ive, sono ben lontani dal realizzarsi. Per questo Wall Street è scettica e ha penalizzato le azioni di Apple con un taglio di quasi un terzo del loro valore dai massimi.

Il calo

Un anno fa un’azione di Apple costava 133 dollari, la settimana scorsa è scesa a 93. In mezzo, a partire dall’estate ha pesato la paura dell’effetto Cina sui conti di Cupertino e poi sono arrivate le previsioni di una stagione natalizia non così brillante come quella del 2014, quando era stato lanciato l’iPhone 6 e 6 Plus. Gli ultimi modelli 6S e 6S Plus non hanno suscitato lo stesso entusiasmo e gli analisti si aspettavano già un aumento modesto delle vendite, che si sono rivelate anche inferiori alle aspettative: 74,77 milioni di smartphone venduti nell’ultimo trimestre 2015, solo l’1% più di un anno prima, mentre nell’ultimo trimestre 2014 i modelli 6 avevano fatto incrementare le vendite del 46%.

Ora, in attesa di vedere le novità della prossima generazione di iPhone, si moltiplicano le domande su come Cook intende affrontare lo stallo nella crescita di Apple. Qualche analista ha perfino cominciato ad agitare lo spettro di un declino alla Nokia o Blackberry, marchi storici che una volta erano ubiqui e sono rapidamente scomparsi dal mercato. Se un simile scenario sembra esagerato, certo le scelte che ha di fronte Cook non sono semplici.

Il pieno

L’intero mercato globale degli smartphone è vicino alla saturazione: nel 2015 le vendite sono cresciute del 10% soprattutto grazie ai produttori cinesi low cost come Huawei, secondo gli ultimi dati Idc. E per il 2016 i ricercatori di Gartner prevedono un aumento di solo il 3% del numero di apparecchi venduti, con un calo pero’ del fatturato. In altre parole i prezzi scenderanno.

Lo stesso Cook nella conferenza con gli analisti della settimana scorsa ha avvertito che le vendite dell’iPhone diminuiranno nel trimestre in corso, per la prima volta da quando il telefonino fu lanciato nel 2007; e che anche il fatturato scenderà dell’11% circa, il primo calo dal 2003. Le ragioni sono il rallentamento dell’economia mondiale e in particolare della Cina, che ormai rappresenta un quarto di tutto il fatturato di Apple. Allo stesso tempo il rafforzamento del dollaro penalizza i conti dell’azienda californiana: due terzi del suo fatturato sono realizzati fuori dagli Stati Uniti e tradotti nella valuta Usa valgono di meno. Per difendere i margini di profitto, Apple nei mesi scorsi ha aumento il prezzo dell’iPhone in alcuni mercati.

Le opzioni

Ma per contrastare la tendenza allo stallo o addirittura al declino, forse Cook dovrebbe fare il contrario e prendere un’altra decisione «eretica» rispetto alla filosofia di Steve Jobs, dopo quelle già prese sul fronte estetico, come quella delle dimensioni plus dell’Iphone, per esempio. Eccola: lanciare un iPhone davvero low cost per conquistare nuove fasce di utenti che oggi non possono permetterselo.

È l’unico modo per penetrare di più nel mercato cinese e in altri Paesi emergenti. Però è una mossa ad alto rischio, perché anche in Cina gran parte del fascino del marchio della Mela morsicata viene dal suo essere uno status symbol, non un semplice apparecchio hi-tech, ma un prodotto con un contenuto emotivo.

Per ora Cook sembra puntare su un’altra strada: sfruttare il potenziale dei servizi — le app, la musica, i film e gli altri beni digitali — comprati da chi possiede gli apparecchi Apple.

Ce ne sono 1 miliardo nel mondo di iPhone, iPad, Mac, Apple TV usati «attivamente» (cioè per scaricare app &co. negli ultimi 90 giorni): è una «base» di clientela che ha generato 5,5 miliardi di dollari di fatturato nell’ultimo trimestre. «E’ una parte del nostro business ricorrente, piuttosto grande, in forte crescita e parecchio redditizia», ha commentato Luca Maestri, il responsabile finanziario di Apple.

Basterà a compensare il rallentamento del business «fisico» dell’hardware?

Maria Teresa Cometto  Corriereeconomia 1 febbraio 2016