Ma l’Italia quanto cresce davvero?

Il numero degli occupati ai massimi da quarant’anni. Il ritmo di crescita più rapido del decennio. Il principale indice di Borsa di Milano lievitato quasi del 19% in dodici mesi e rendimenti dei titoli di Stato fra i più bassi del dopoguerra, mentre il fatturato dell’export nel 2017 aumenta più che in Francia o in Germania. Accanto a tutto questo, dai partiti proposte pensate per un elettorato psicologicamente ancora in recessione: vi leviamo le tasse sulle crocchette per gatti o la tivù di Stato; vi ridiamo la pensione nel pieno delle forze con un assegno intatto; vi garantiamo un sussidio universale o un salario minimo del 15% sopra ai livelli tedeschi.
Ma l’Italia come sta veramente? Quando si guardano i mercati finanziari, o l’economia, il lavoro e gli investimenti, o l’industria del credito, oppure la finanza pubblica, la risposta è sempre la stessa: ambivalente. Se l’obiettivo era la ripresa, è stato ampiamente centrato; se era una convergenza con il resto d’Europa, allora in gran parte sfugge e si allontana anche mentre splende il sole.

Era dal 2009 che l’Italia non vedeva tassi di crescita del reddito nazionale attorno all’1,5%, al punto che ormai un ritmo simile sembra un record; eppure nel 2017 sarà ancora una volta il più basso della zona euro, mentre il ritardo sul resto dell’area molto probabilmente è destinato a restare lo stesso: quasi un punto in meno, come nel 2016. Quanto al lavoro, un milione di posti sono stati aggiunti da quando la ripresa è arrivata in Italia all’inizio del 2014; nel frattempo però il tasso di occupazione – la quota di coloro che lavorano in proporzione a coloro che potrebbero farlo – resta nettamente la più bassa dell’Unione europea dopo la Grecia, staccata anche dalla Spagna. Lo stesso vale poi per i tassi di attività, che includono chi non lavora ma almeno studia: migliorati quasi del 2% in due anni, ma i più bassi in Europa (Grecia inclusa).
Si presta a una doppia lettura anche il volto migliore dell’economia nazionale, l’export. Nel 2017 le vendite all’estero sono salite di circa l’8%, più del commercio mondiale e più che in Francia (5%) e Germania (8%). Una seconda occhiata rivela però che dal 2010 al 2016 la crescita cumulata di fatturato del «made in Italy» (+24%) era rimasta indietro non sono sulla Francia (+ 25%) e la Germania (33%), ma era stata staccata da Spagna (34%) e Portogallo (38%). L’Italia cerca dunque di recuperare terreno, non accumulare vantaggio: impresa resa più complessa dal fatto che il numero di imprese esportatrici resta quasi fermo, non si espande. Sempre la stessa élite di produttori diventa più efficiente, allargando il divario con tutti gli altri. Una delle ragioni è forse in una quota di laureati nel Paese salita dal 12% (2007) a quasi il 16%, pur restando nettamente la più bassa dell’area euro; l’Île-de-France. la regione di Parigi, ha una densità quasi doppia di giovani laureati rispetto alla Lombardia.
Una seconda ragione più transitoria della mancata crescita di scala di tante imprese è negli investimenti che in Italia finalmente salgono, ma restano scarsi: siamo al 17,2% del prodotto lordo nel 2017, mezzo punto sopra ai minimi del 2014 ma ancora ai livelli degli anni orribili 2011-2012; terz’ultimi dopo Grecia e Portogallo. Probabilmente dipende anche dal guado che il sistema bancario non ha ancora varcato del tutto: i crediti in default nei bilanci sono scesi un bel po’ ma, al 14% del portafoglio prestiti, restano (in proporzione) fra i più alti del mondo, mentre la capacità del sistema bancario di coprire queste perdite generando reddito è fra le più basse.

I miglioramenti dell’Italia – innegabili – giustificano la corsa degli indici di Borsa, ma non va letta come un assegno in bianco sul futuro: i prezzi delle azioni in rapporto agli utili restano due punti e mezzo sotto le medie europee. Né sorprende che l’incertezza politica renda lo spread dei titoli di Stato di Roma più alto anche rispetto a Lisbona. Del resto anche il debito pubblico si sta stabilizzando ma, secondo Bruxelles, l’Italia resta fra i rari casi in cui anche nel 2017 sale un po’. Non è insomma il caso di battersi il petto, né di gonfiarlo. Di sicuro il risveglio italiano deve alla ripresa europea più di quanto tanti politici ammettano. Preferiscono le promesse elettorali. Eppure il problema di queste ultime non è che saranno attuate, perché sono troppo strabilianti. È piuttosto che la politica così perde la legittimità di proporre misure più realistiche e meno seducenti dopo, quando magari non basterà più l’Europa a sospingerci.

Federico Fubini

Corriere della Sera, 11 gennaio 2018

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_10/ma-l-italia-quanto-cresce-davvero-fdb93d0a-f649-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Ci manca ancora il formalismo matematico

Il dibattito sulla razionalità in economia si è intrecciato con la capacità di spiegare la crisi finanziaria. La domanda se la dottrina economica debba aprire all’analisi del comportamento al di fuori di ciò che è considerato “razionale” ne presuppone un’altra, e cioè se gli strumenti dell’economia siano sufficienti a delimitare il comportamento razionale. Su questo, uno sguardo da chi è passato dall’economia politica alla finanza matematica può fornire un contributo originale.
La crisi dei “subprime” fornisce una misura della distanza tra razionale, secondo l’economia, e la realtà. Al 2010, le perdite da mutui “subprime” (cioè gente che non ha ripagato il mutuo), sono state 500 miliardi. Le perdite da svalutazione dei titoli sono state 4.000 miliardi. Questa la distanza da coprire: se una perdita di valore di otto volte superiore a quella osservata sia frutto di una valutazione “razionale”. Se così fosse, le perdite dei “subprime” avrebbero dovuto essere l’aperitivo prima della crisi, piuttosto che la crisi stessa. Ma è questa la distanza tra razionale e irrazionale da coprire per comprendere la realtà, oppure potremmo spostare avanti i confini di ciò che spieghiamo come “razionale”?
A prima vista, la crisi pone un interrogativo inquietante da punto di vista della razionalità: perché la crisi del credito è partita da mutui, cioè da crediti garantiti? Crediti garantiti da qualcosa non dovrebbero essere più sicuri di quelli che non sono garantiti da niente? Certo, a meno che l’opacità del prodotto non metta in discussione la garanzia. La crisi quindi non è stata una crisi di credito, ma di rischio di mercato e di trasparenza dei prezzi: è stata la crisi dei titoli “tossici”.
Peggio quindi un rischio sconosciuto, tossico, di un rischio elevato: è l’“avversione all’incertezza”. Questa paura dei rischi che non conosciamo spiega una scelta che a ogni decisore razionale sembra scontata, stare fuori dal mercato: quello che l’economia “mainstream” non spiega. Secondo i canoni dell’economia, nella crisi l’unico agente razionale sarebbe stato il governo americano che con il TARP ha ripulito il sistema finanziario di questi titoli opachi e in più oggi guadagna mano a mano che questi titoli giungono a scadenza (perché le perdite di valore di 4.000 miliardi non si sono realizzate).
Deve essere riconosciuto (cosa ignorata da molti) che il crollo dei prezzi nella crisi è stato propagato da un sistema contabile basato sulla diffidenza verso i modelli, e che in questa discussione rileva solo per il tipo di modelli economici desueti a cui è ispirato. Comunque, il comportamento dello stare fuori dal mercato è tipico dei momenti di crisi, per il carattere di incertezza che li caratterizza. L’abbiamo visto nella crisi di Enron, a dicembre 2001, quando la scoperta del fenomeno di opacità dei bilanci ha di fatto falcidiato gli scambi sul mercato azionario per mesi, fino alla definizione di nuove regole con il Sarbanes-Oaxley Act.
Il comportamento di rimanere fuori dal mercato e da qualunque altra cosa sulla quale non abbiamo informazioni sufficienti pare a tutti razionale. Ed è anche razionale ritenere che un mercato con pochi partecipanti generi un prezzo poco significativo. A questo comportamento che è razionale per l’uomo della strada fa da contrappunto il “no-trade theorem” di Milgrom-Stokey, per cui il massimo della razionalità è un mercato in cui non ci sono scambi e il prezzo è il più significativo possibile perché incarna tutta l’informazione disponibile come se fosse puro spirito, senza che la materia (gli scambi) ne intacchino la purezza. Per questa razionalità perdite di 4.000 miliardi su titoli rappresenterebbero il valore atteso di migliaia di miliardi di perdite future.
La questione della liquidità e del contenuto informativo dei prezzi di mercato non è l’unico esempio di contrapposizione tra la “razionalità” della teoria economica e ciò che ognuno di noi reputa razionale. Un altro esempio noto è la preferenza degli investitori per titoli del proprio paese. Provate a chiedere a un italiano perché investe in titoli italiani e vi risponderà che lo fa perché conosce meglio i titoli italiani di quelli stranieri.
Provate a dirgli che è irrazionale perché non diversifica il rischio e vi dirà che lo diversifica tra investimenti italiani e con una piccola quota di prodotti stranieri. E mentre questo comportamento è razionale per l’uomo della strada, compresi noi specialisti, resta un mistero, un rompicapo per la razionalità economica: è l’ “home bias puzzle”.
Il vero “puzzle” è perché questo concetto più esteso di razionalità, che risale al dibattito tra Keynes e Knight nel primo dopoguerra, non sia ancora entrato nel “mainstream” dei modelli economici, ma rimanga confinato alla periferia, oppure tra gli specialisti di teoria delle decisioni e della finanza matematica. La mia risposta, su cui dichiaro un ovvio conflitto di interessi, è che l’economia non si sia appropriata di tutto il formalismo matematico necessario a rappresentare il comportamento razionale. Ed è un insieme di strumenti complesso che va oltre la teoria della probabilità. Da questo punto di vista la scelta della multidisciplinarietà è una scorciatoia, e può diventare un’autorete. E la critica non è tanto diretta a Stoccolma (il Nobel è un concorso di bellezza per teorie, e ogni teoria ha la sua bellezza), quanto a LSE, e a quel movimento di studenti che invoca l’insegnamento inter-disciplinare dell’economia. Prima che essere inter-disciplinare, l’economia dovrebbe essere disciplinata, e cioè definire i suoi confini. Prima di affrontare il comportamento irrazionale, dovrebbe estendere gli strumenti per rappresentare fino ai suoi limiti il comportamento che ogni uomo della strada trova razionale.

University of Bologna, Department of Statistics

Umberto Cherubini

Il Sole 24 ore, 29 dicembre 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-12-28/ci-manca-ancora-formalismo-matematico-203351.shtml?uuid=AEoe99XD

 

TARP

TARP Sigla di Troubled Assets Relief Program, che indica il programma messo a punto nel settembre del 2008 dall’allora segretario di Stato al Tesoro statunitense (H. Paulson) e dal presidente della Federal Reserve (B. Bernanke) per porre un freno alla crisi finanziaria (dopo il fallimento di Lehman Brothers). Con l’approvazione del T. da parte del Congresso (contestata da più parti), il Tesoro ha comprato asset “tossici” (poco remunerativi e molto rischiosi) dagli istituti di credito per 700 miliardi di dollari, in cambio di partecipazioni sotto forma di azioni privilegiate e dell’impegno da parte degli istituti a restituire quanto ricevuto. Nel 2011 l’agenzia di stampa Bloomberg ha riacceso le polemiche accusando la Federal Reserve di aver stanziato molto più di quanto dichiarato: 7.700 miliardi di dollari.

http://www.treccani.it/enciclopedia/tarp/

 

LSE

http://www.lse.ac.uk/

Se ne vanno giovani e laureati

Li chiamano cervelli in fuga, talenti, ma spesso sono soltanto dei giovani laureati o studenti che preferiscono tentare la loro fortuna e la loro carriera nel mercato globale, fuori dai confini italiani. Nel solo 2015, ultimo dato disponibile certificato dall’Istat, sono stati 23 mila su un’emigrazione di oltre 100 mila persone, con un aumento del 15 per cento rispetto all’anno prima e raddoppiato rispetto al 2010. E sono dati per difetto. Con una sola certezza: rispetto a tutte le emigrazioni precedenti dalla fine dell’Ottocento in poi, questa è la prima di giovani che partono con il diploma in tasca. E lasciano qui un’Italia con i figli lontani.
Se si considerano i cittadini italiani emigrati con più di 25 anni, il 31 per cento ha la laurea: tantissimi, la media di laureati in Italia è del 14,8 per cento. E questa diaspora è un fenomeno che aumenta proprio mentre gli spostamenti all’interno del nostro Paese sono in diminuzione costante. «Nelle precedenti emigrazioni chi partiva erano gli scarsamente acculturati e preparati che non trovavano più lavoro in Italia, ora parte la meglio gioventù, un capitale umano molto elevato – spiega Antonio Schizzerotto, professore di sociologia a Trento, coautore per il Mulino del saggio Generazioni disuguali —. Si tratta di un impoverimento del nostro Paese che esporta medici e ingegneri e importa badanti. Purtroppo il motivo principale è che non esiste una domanda di capitale umano perché si è storicamente puntato sulle politiche del lavoro invece che su quelle della produzione».
Partono i giovani, la metà ha tra i 15 e i 39 anni. Ma vanno soprattutto in Europa, Regno Unito e Germania, almeno fino alla Brexit sono state le due mete preferite degli emigrati, seguite da Svizzera e Francia. Partono in tanti dalla Sicilia ma tantissimi anche da Lombardia, Veneto e Trentino. «Intanto dobbiamo dire che i movimenti all’interno dell’Europa non possono considerarsi come delle vere e proprie emigrazioni, ma sono ormai spostamenti anche fisiologici: dovremmo invece chiederci perché i tedeschi o i francesi non vengono da noi», spiega Francesco Billari, professore di demografia alla Bocconi. Ma è vero che visto dalla parte di chi resta, «è la prima volta che partono i figli unici. In passato le famiglie non si disgregavano o perché partivano tutti o perché c’erano sempre uno o due figli o figlie che restavano. Questo nuovo fenomeno porrà delle sfide al welfare: la popolazione sarà più vecchia di quel che ci si aspettava e sarà più sola per quel fenomeno che si definisce già il “care drain”». Tecnologie e trasporti rendono più semplice la lontananza ma ci sono momenti in cui la vicinanza anche fisica è insostituibile: «Non solo, oggi 100 mila italiani che se ne vanno possono sembrare pochi, ma proiettiamo la cifra in dieci anni: fa un milione».
Nel 2015 sono partiti in 102 mila italiani e ne sono tornati 30 mila, stando ai dati dell’Istat che misura le iscrizioni all’anagrafe degli italiani all’estero, l’Aire. Cinque anni prima, nel 2011, se ne erano andate 82 mila persone, poco più della metà. Una stima del centro studi Idos fa salire il numero degli espatriati a 285 mila nel 2016. Se si dovesse confermare significa che l’emigrazione è simile a quella del Dopoguerra. Ma se anche si confermassero le tendenze rilevate dall’Istat è come se ogni anno l’Italia cancellasse dalla sua cartina Rimini, come se tutti gi abitanti della città romagnola partissero.

GIANNA FREGONARA

Corriere della Sera, 26 settembre 2017

http://www.corriere.it/scuola/studiare-e-lavorare-all-estero/notizie/se-ne-vanno-giovani-laureati-nostra-vita-genitori-nell-italia-figli-lontani-3ab07376-9c5f-11e7-9e5e-7cf41a352984.shtml

Dalle ore di scuola a Moravia e Pascal. Il segreto della noia

«Ora di lezione: Drin drin drin/ Disciplina!/ Concentrazione!/ L’insegnante!/ Ancora 35 minuti/ Ancora 34 minuti/ Ancora 32 minuti (…) / Numeri, date, concetti!/ Incomprensibile/ Ancora 20 minuti/ Ancora 19 minuti/ (…) Il tempo diventa come una gomma da masticare/ Ancora 3 minuti/ Ancora 2 minuti. Ancora 1 minuto/ Aahh!/ La prossima ora ti attende!». La poesia di un liceale tedesco, riportata da un sociologo, rende bene il tempo scolastico: non passa mai.
Nonostante l’impegno degli insegnanti, a scuola ci siamo annoiati tutti. Per fortuna adesso c’è il cellulare con cui affrontare quella che Heidegger chiama la “noia occasionale”, che colpisce quando il tempo degli orologi e il tempo vissuto non coincidono, ovvero spessissimo. La ministra dell’Istruzione, che viene da una vita di estenuanti riunioni sindacali, deve conoscere bene il potere distruttore della noia, altrimenti non avrebbe proposto di usare gli smartphone in classe per vivacizzare le lezioni. Dopo questa riforma probabilmente non ci saranno più poesie come quella dello studente. Tutti chini sullo schermo a inseguire il mondo là fuori: amici, genitori, siti, canzoni, youtube, tutto sarà a portata di dito, se non lo è già, dato che nelle classi il cellulare c’è.
La noia s’aggiorna? Heidegger, che di questa tonalità affettiva se ne intendeva, tanto da farne uno dei fondamenti della sua filosofia alla pari dell’angoscia, aveva in serbo due altre nozioni: la noia non-occasionale e la noia profonda. La prima è quella che ci colpisce quando, dopo una cena con amici, ci sentiamo di aver perso tempo: una sensazione di non-so-cosa sgorga dal nostro intimo. La seconda, più radicale, «va e viene nelle profondità dell’esserci, come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi in una strana indifferenza».
Questa è la noia che ci rivelerebbe a noi stessi e ci porrebbe, a detta di Heidegger, la domanda fondamentale: perché c’è qualcosa e non il nulla? Provare la noia radicale ci trasforma in filosofi? Non è lontano dal vero, se Wittgenstein nel Tractatus ha detto che un problema filosofico ha questa forma: «Non riesco ad orientarmi». Da cui si capisce che la noia, come nel caso della poesiola del liceale, apre al pensiero, alla riflessione, ovvero alla filosofia. Però questo non accade sempre. In effetti non è facile muoversi dentro quella “nebbia silenziosa”, come sa bene Dino, il protagonista della Noia (1960) di Alberto Moravia, che all’inizio del romanzo parla anche lui della noia come di una nebbia, e pure Unamuno, che ha intitolato un suo libro narrativo Nebbia (1914), dove racconta il “male di vivere”. Cos’è esattamente la noia? Insoddisfazione, senso di vuoto, indifferenza, disinteresse, tedio, pigrizia, sono alcuni degli stati d’animo prodotti dalla noia. Il tempo non passa mai, e si prova un senso d’insensatezza, un dispiacere incomprensibile. A lungo non si è distinta la noia dalla malinconia e dalla depressione; gli psichiatri hanno identificato la noia con molto ritardo rispetto ad angoscia e ansia, mentre era già chiaro ai Padri della Chiesa che la noia era uno stato patologico, per loro provocato da un demone: il Demone meridiano. Il monaco che nella sua cella invece di leggere le sacre scritture, pregare o meditare, si distrae e infine mette il libro sotto il capo e s’addormenta, è preda dell’accidia, che è l’antenato della noia. “Accidia” sta per “senza cura”: indolenza, ignavia, pigrizia, prosciugamento di ogni forza spirituale. “Noia” viene, come il francese ennui, dal provenzale enoja e prima dal latino inodiare, cioè in odio habere. La noia è «ciò che tiene in sospeso e tuttavia lascia vuoti».
Come gli studenti sanno bene è il tempo quello che non scorre mai della noia. Non è colpa degli insegnanti; ci mancherebbe altro! Il vero problema è il tempo. Il tempo che passa, insieme con il senso stesso del nostro esistere, domande imprescindibili: chi siamo? cosa ci facciamo qui? Pascal è stato il primo che ha capito come stavano le cose, collegando l’accidia dei monaci alla noia dell’uomo moderno. La noia è un sentimento ontologico, riguarda cioè la natura stessa dell’uomo, il suo “essere”, o invece è un sentimento legato alla storia sociale? Entrambe le cose, si direbbe. Goethe ha detto una volta che ciò che distingue gli uomini dalle scimmie è proprio la noia. Ma è anche vero che la noia è diventata un problema sociale con la nascita dello Stato assolutistico francese, quando la nobiltà fu privata dei suoi compiti politici e giuridici per diventare una classe che s’annoiava. La noia sorge là dove c’è una condizione economica favorevole, legata al privilegio economico, dicono i sociologi. Le classi povere, i proletari, non s’annoiano; si disperano piuttosto. La noia come patologia del benessere? Probabile.
C’è poi un altro fattore che è legato allo sviluppo delle nostre società postmoderne: la fine del lavoro manuale tradizionale, la crescita del tempo libero, l’imporsi della “società delle emozioni” con la ricerca di sensazioni sempre più forti. La noia tallona da vicino l’uomo contemporaneo insieme all’ansia, alla depressione e all’angoscia, sue sorelle. «Sono annoiato/ Sono annoiato/ Sono il presidente degli annoiati/ Sono stufo di tutti i miei divertimenti/ Sono stufo di tutte le bevute/ Sono stufo di tutti i cadaveri», canta Iggy Pop in I’m bored. L’emblema contemporaneo della noia è Andy Warhol. Nei suoi diari, uno dei libri più noiosi del mondo, compare sovente la parola boring. «Mi piacciono le cose noiose», ha detto una volta Warhol. E tuttavia proprio con la noia è riuscito a fare arte, un’arte adeguata ai nostri tempi: estetica, ripetitiva, banale e insieme sorprendente.
Perché c’è un’altra noia ancora, la noia creativa. Se non ci si annoia da ragazzi, non si diventa artisti o scrittori? Probabile. Questa è un’altra storia ancora. Leopardi ha scritto: «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani».

MARCO BELPOLITI

La Repubblica, 26 settembre 2017

Adulti sempre più tardi

Fermate il mondo, non voglio crescere”. Gli adolescenti di oggi, rispetto a quelli degli scorsi decenni, ritardano sempre di più le esperienze dal sapore più adulto, come avere un partner, lavorare, provare l’alcol, guidare l’auto dei genitori. Lo dice uno studio che, analizzando lungo il corso degli ultimi 40 anni la propensione di 8,4 milioni di adolescenti americani (età 13-19) alle attività più “da grandi”, ha trovato che le eleganti etichette “millennial” (con cui si indicano i nati tra 1980 e 1994) e “iGeneration” (1995-2012) sono sovrapponibili al più nostrano “bamboccione”.

“I diciottenni di oggi sono come i quindicenni di ieri. E i venticinquenni di oggi sono come i diciottenni di un tempo” spiega l’autrice dello studio Jean Twenge, docente di psicologia alla San Diego State University, che sul tema ha scritto anche un saggio appena uscito: iGen: why today’s super- connected kids are growing up less rebellious, more tolerant, less happy – and completely unprepared for adulthood (Atria Books).

“A partire dal 2000 si assiste un crollo continuo nel numero di adolescenti che fanno cose considerate un allenamento a entrare nella vita adulta. Intorno al 2010 i 17-18enni uscivano per appuntamenti romantici meno di quanto facessero i 15-16enni negli anni 90. E mentre intorno al 1991 il 54% dei diciassettenni aveva già avuto esperienze sessuali, nel 2015 questa percentuale è scesa al 41%”. Una tendenza simile, nota lo studio, per il primo contatto con l’alcol: dal 1993 al 2016 la percentuale di 13-14enni che hanno fatto quest’esperienza è scesa del 59%.

Una riluttanza che, nello studio pubblicato su Child Development, risulta essere trasversale a tutti i sessi e le etnie statunitensi. “Abbiamo considerato alcune ipotesi come l’effetto di Internet: se oggi si passano online più ore di un tempo, è chiaro che restano meno ore per uscire o fare lavoretti” risponde Twenge. “Ma il web non può essere la sola spiegazione, perché vediamo questo trend iniziare anche da prima del boom dell’Internet di massa “. L’interpretazione più convincente, per gli autori dello studio, è la teoria life- history, secondo cui chi vive in un ambiente agiato ha meno fretta di crescere rispetto a chi passa l’adolescenza tra rinunce e ristrettezze. Quando il futuro è incerto e le risorse sono scarse, gli esseri umani avrebbero infatti un forte incentivo a bruciare le tappe verso la maturità sessuale, così da aumentare le proprie chance di riprodursi nonostante le avversità. Chi è protetto da un contesto familiare più confortevole, invece, può indugiare più a lungo nel parco giochi dell’adolescenza.

“Dal 2000 in poi i figli hanno avuto più agi. Rispetto agli anni 70 è aumentato il reddito delle famiglie e si è ridotta la loro dimensione” osserva Twenge. “Così i bambini hanno iniziato a sentire come meno pressanti le urgenze dettate da un orologio biologico formatosi in tempi più primitivi “. Che ora è messo a tacere anche dallo smartphone: “Negli ultimi anni vediamo un’accelerazione del fenomeno: comunicando di più tramite quel mezzo, i teenager sentono meno bisogno di uscire e ritrovarsi fisicamente”.

Giuliano Aluffi, Repubblica 21 settembre 2017

 

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/21/news/adulti_sempre_piu_tardi_i_diciottenni_di_oggi_inesperti_come_i_quindicenni_del_76_-176076306/

Il nodo delle lauree sottoutilizzate

Un Paese “sottoistruito” che soffre di mismatch delle competenze e di overeducation. Non è un paradosso, ma la situazione dell’Italia con la lente d’ingrandimento puntata sui giovani laureati.

Da un lato, appena il 25,6% dei ragazzi tra 25 e 34 anni ha un titolo accademico in tasca (penultimi in Europa a un soffio dalla Romania). Dall’altro, però, molte aziende faticano a coprire i posti per laureati: su circa 120mila posizioni aperte da luglio a settembre dove la laurea è considerata un requisito indispensabile, le difficoltà di reperimento – secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere – sono segnalate in oltre un caso su tre, innanzitutto per mancanza di candidati (18%), ma anche per inadeguatezza degli stessi (15%).

I laureati italiani, insomma, sono pochi e spesso con un curriculum poco spendibile, tanto che il tasso di occupazione è del 67%, 17 punti sotto la media europea, e la disoccupazione sfiora il 14%, più del doppio rispetto alla Ue. Tra quelli che lavorano, poi, in molti svolgono un’attività non in linea con il proprio percorso di studi o per la quale è sufficiente il diploma, con un contratto di primo impiego atipico in oltre un caso su tre (35,4%, come ha ricordato il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in una recente audizione alla Camera).

«A pesare sui ragazzi è lo scarso orientamento formativo – commenta Alessandro Rosina, direttore del dipartimento di Scienze statistiche della Cattolica di Milano e curatore del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo – e un basso sviluppo di competenze tecniche e trasversali. Alto, infatti, è il numero di quelli che, potendo tornare indietro, sceglierebbero un corso diverso».

Le statistiche ci dicono che sono quasi 250mila i laureati occupati, circa il 25% di quelli nella fascia 25-34 anni, che svolgono un lavoro “disallineato” rispetto al percorso di studi fatto (per esempio, l’archeologo che si occupa di vendite). Secondo le elaborazioni del centro studi Datagiovani per Il Sole 24 Ore, la situazione è peggiorata nel giro di dieci anni, con un incremento di 6 punti percentuali rispetto al 2007 di coloro che svolgono un’attività non attinente al curriculum.

Il record negativo si riscontra tra i graduati in materie umanistiche (nel 53% dei casi non c’è abbinamento tra studi e lavoro), tra i dottori in scienze naturali il mismatch scatta in un caso su tre, mentre all’opposto per farmacisti, medici e infermieri il mix è quasi perfetto (appena il 10% risente di mismatch).

Il club degli overeducated, invece, conta addirittura 300mila iscritti, il 26% dei laureati. Si tratta di giovani che occupano una posizione lavorativa per la quale basta un titolo inferiore a quello che hanno conseguito. Un ruolo che potrebbe anche essere in linea con gli studi fatti – per esempio, un laureato in economia assunto come impiegato commerciale –, ma per il quale la laurea è un “surplus”. Pure in questo caso il trend è in peggioramento rispetto al periodo pre-crisi, quando la quota di sovraistruiti era più bassa di cinque punti percentuali (al 21%).

Il fenomeno è più ampio tra le donne (29%) rispetto agli uomini (21%), forse anche per il fatto che è più frequente che le ragazze si siano iscritte a percorsi di studio che hanno meno sbocchi sul mercato del lavoro. Si registra infatti – come sottolineano i ricercatori di Datagiovani – una notevole eterogeneità a seconda dell’indirizzo: tra il massimo del 36% di overeducated tra i laureati in scienze sociali e il minimo dei medici (10%), si passa per il 32% di chi ha conseguito un titolo in discipline umanistiche e il 22% dei dottori in scienze naturali.

«L’overeducation – conclude Rosina – combinata con il prevalere di bassi titoli di studio tra i giovani è il frutto di una spirale negativa che sta vincolando al ribasso le possibilità di crescita del Paese e la messa a valore del capitale umano delle nuove generazioni, anche a causa degli scarsi investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione».

Francesca Barbieri

Il Sole 24 ore,  11 Settembre 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-09-11/il-nodo-lauree-sottoutilizzate-063601.shtml?uuid=AEhoprQC

«Il Papa da Don Milani è un bel segno. Non era un marxista, ma un prete vero».

«Salii da Firenze con un compagno di seminario, su una Lambretta. Andare a trovare Don Milani a Barbiana era proibito. Appena ci ha visti, per prima cosa ha chiesto: “Voi due, avete il permesso del rettore?”. E noi: no. Aveva uno sguardo che ti inchiodava. “Male”, ci fa. “Già solo per questo vi sbatterei fuori, perché siete disobbedienti!”». Il cardinale Gualtiero Bassetti sorride, «era fatto così, ti aggrediva per metterti alla prova, “L’ho sempre detto, io, che sarei l’unico a poter fare l’educatore in seminario!”, ma poi ci fece entrare…».
I tempi cambiano. Il giovane seminarista di allora è appena stato scelto dal Papa come presidente della Conferenza episcopale italiana. E domattina Francesco andrà a Barbiana e prima ancora a Bozzolo, nel Mantovano, per pregare sulle tombe di don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari, ovvero il prete trentunenne che nel ’54 fu mandato in esilio ecclesiastico nel Mugello e il parroco che ad ogni libro veniva messo all’indice dal Sant’Uffizio.
Che cosa significa per la Chiesa italiana, eminenza?
«È un segno molto bello. Il Papa parla anche attraverso i segni. E vuole indicare ai sacerdoti e ai vescovi di oggi due modelli di “Chiesa in uscita”, due pastori che “hanno l’odore delle pecore”, capaci di cogliere i segni dei tempi e sempre dalla parte dei dimenticati, degli ultimi. Le più belle pagine della Chiesa sono state scritte da anime inquiete, diceva don Mazzolari. Vale anche per don Lorenzo. Erano diversi ma entrambi profetici, lontani dalle etichette cui si tenta talvolta di ridurli».
Quali etichette?
«A don Milani, per esempio, hanno cucito addosso dei vestiti che non erano suoi. È una personalità complessa, difficile da afferrare perché aveva un pensiero fermo nei principi ma in costante evoluzione. L’hanno definito ribelle, disobbediente alla sua Chiesa, il prete rosso. Ma lui, come don Mazzolari, è sempre stato fedele alla sua Chiesa, anche nei momenti più difficili. Ed era temuto non solo dai conservatori. Ricordo che una volta disse: il vescovo mi proibisce di parlare alla casa del popolo di Vicchio e io obbedisco, ma faccio un piacere ai comunisti».
E perché?
«Perché parlava chiaro, e non era tenero con nessuna parte. La verità era quella e la diceva. Già nelle esperienze pastorali, del ’54, accusava i comunisti di tradimento nei confronti dei poveri: nelle case del popolo date giochi e valigette borghesi! Li invitava a trasformarle in scuole, piuttosto».
Per quale ragione fu esiliato a Barbiana?
«Talvolta è destino dei profeti il non essere compresi. Dava fastidio la sua scelta radicale per i poveri, la scuola, il suo lottare contro le ingiustizie. Ragazzi sfruttati, in fabbrica per sedici ore con salari minimi. Aveva capito che i ricchi possono scegliere quello che vogliono ma per i poveri c’è solo un destino bieco. E il Vangelo lo portava a stare dalla parte degli ultimi, i dimenticati, non perché fosse un sociologo né tantomeno un marxista, ma perché era un prete. Tanti fanno confusione: poteva arrivare a conclusioni simili, ma diverse erano le premesse. Penso alla tonaca…».
La tonaca?
«Quando Paolo VI autorizzò il clero a indossare il clergyman, credo sia stato l’unico della nostra diocesi che rimase in tonaca. Forse aveva letto Bernanos, il curato di campagna che dice: porto una veste da beccamorto, ma annuncio il Risorto. Un prete fino in fondo. In una lettera del 25 febbraio 1952 scrive che l’ingiustizia sociale non è cattiva anzitutto perché danneggia i poveri ma perché è peccato, offende Dio e ritarda il suo regno. Anche la cultura diventava per lui uno strumento per evangelizzare i poveri. La scuola per i poveri, gli operai, i contadini, divenne il mezzo di questa sua catechesi: crescere i giovani per farne uomini più liberi, più giusti e in fondo più cristiani».
Il Vangelo «sine glossa»…
«Don Milani veniva da una famiglia altoborghese, colta. Arrivò a Barbiana e non c’era nulla, niente acqua, né luce, né gas, né strade. Bisognava vederla, a quei tempi: solo una piccola canonica in cima a un poggio in mezzo al bosco, e 84 anime. La madre gli scrisse: vedrai, il cardinale ti ha mandato là per tenerti lontano dalle chiacchiere, ma poi torni. Lui le rispose: hai capito male, la dignità di un prete non sta nel numero di fedeli, ma nel modo in cui si rapporta al Vangelo».

Gian Guido Vecchi

Corriere della Sera, 19 giugno 2017

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/17_giugno_18/papa-don-milani-bel-segno-8d3f8c18-546a-11e7-b88a-9127ea412c57.shtml

Mai così tante matricole da 15 anni. Il nuovo exploit degli atenei italiani

I ragazzi d’Italia tornano all’università. Le immatricolazioni del 2016-2017, anno accademico che volge al termine, segnalano una crescita impetuosa: 283.414 diplomati sono passati dal liceo al dipartimento. Sono 12.295 in più sulla stagione precedente, il 4,3 per cento di crescita: il miglior exploit degli ultimi quattordici anni (nel 2002 crebbero di oltre 15mila). Per l’accademia italiana il 2015-2016 era stato l’anno dell’inversione di tendenza: 5mila nuove matricole in più, una crescita dell’1,9 per cento dopo una discesa iniziata nel 2004 che aveva inaridito le aule. Quest’anno, a seguire, il boom.

Il ministero dell’Istruzione ha fotografato i dati a gennaio scorso, ma una verifica di “Repubblica” su 26 atenei certifica che già a marzo i numeri erano in crescita ulteriore e con buona probabilità — a conti fermi — cifre assolute e percentuali saranno superiori. Su 90 atenei (statali, privati e telematici) che hanno riversato i dati al Miur, 58 hanno matricole in crescita e 32 dimagriscono. In particolare, tra le statali (il dato più importante sul piano numerico e politico), a gennaio 2017 quaranta vedono aumentare le matricole rispetto all’anno precedente e ventidue sono in arretramento. Dati più avanzati, tuttavia, spostano la Statale di Milano e il Politecnico di Milano, l’Università di Genova, quelle di Urbino, Macerata e della Calabria (Cosenza) in area positiva. E riducono le perdite — legate a nuovi corsi diventati a numero chiuso — del Politecnico di Torino e della Ca’ Foscari di Venezia.

(….)

Riassumendo, dopo la grande corsa alle iscrizioni universitarie a inizio Novanta (massimo storico nel 1993) e un ritorno forte con l’invenzione del “3+2”, a partire dal 2003 è iniziato un calo dell’attrazione dell’accademia diventato crollo delle iscrizioni con l’arrivo della crisi del 2008. Nelle ultime stagioni gli atenei italiani hanno rimesso sotto controllo i conti, iniziato a fare orientamento nelle scuole superiori e ora l’università è tornata a crescere. Ingegneria ed Economia restano in cima alle preferenze dei diplomati.

La ministra Valeria Fedeli sulla ripresa delle immatricolazioni dice: “E’ un segnale che va colto e sostenuto. Per raggiungere questo obiettivo hanno un ruolo fondamentale le politiche dell’orientamento pre-universitario su cui abbiamo investito 5 milioni di euro in più. Daremo l’avvio a una massiccia campagna informativa destinata agli studenti sui servizi a loro dedicati: gli alloggi universitari sono ancora troppo pochi. Servono, poi, la copertura al 100 per cento delle borse per gli idonei, quindi stimoli e incentivi per il merito. Quest’anno ci sarà l’estensione obbligatoria della no-tax area per le famiglie con un reddito al di sotto dei 13mila euro e l’incremento complessivo del fondo statale per il diritto allo studio a 217 milioni. Nel 2018 consegneremo 400 borse agli studenti meritevoli in condizioni economiche svantaggiate. È in questo settore, sicuramente, che intendiamo promuovere rapidamente gli interventi più incisivi e innovativi”.

 

Corrado Zunino

La Repubblica, 13 giugno 2017

http://www.repubblica.it/scuola/2017/06/13/news/mai_cosi_tante_matricole_da_15_anni_il_nuovo_exploit_degli_atenei_italiani-167964438/

30 anni dell’Erasmus: così è nata la generazione Europa

«L’Erasmus ha creato la prima generazione di giovani europei. Io la chiamo una rivoluzione sessuale, un giovane catalano incontra una ragazza fiamminga, si innamorano, si sposano, diventano europei come i loro figli»: la definizione è di Umberto Eco.

E oggi che quella definizione è cronaca, a Strasburgo il Parlamento europeo celebra i trent’anni del programma che ha messo le ali al senso di Europa. In tre decenni l’Erasmus (acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students) ha portato 4,4 milioni di ragazzi a studiare oltreconfine.
Se si considerano anche gli scambi fra giovani, gli studenti dei professionali, i docenti, i volontari e il personale Erasmus Mundus, la cifra arriva a 9,1 milioni. Ai quali, secondo le stime, aggiungere 1 milione di bambini nati dagli «Erasmiani».
Tutto iniziò il 14 maggio 1987, quando, nonostante l’opposizione degli inglesi, a Bruxelles in Consiglio dei ministri fu votata la delibera che varava la nascita di un programma di studio all’estero. Il 15 giugno 1987 la ratifica e oggi, a Strasburgo, le cerimonie per un programma di grandissimo successo. Alla presenza del presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, e del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, si festeggia la cultura universitaria che ha fatto l’Europa e ci sarà spazio per 33 storie esemplari, una per ognuno dei Paesi Erasmus (per l’Italia, sarà premiato Gianni Cristian Iannelli, fondatore e ad di Ticinum Aerospace).
Oggi, in Europa, vive un’intera generazione di «Erasmiani»: «Non osavo sperare in un successo così, ma lo sognavo con tutte le mie forze», confessa Sofia Corradi, «mamma Erasmus», già docente di Educazione permanente all’Università Roma Tre e oggi avvolgente ed entusiasta cittadina del mondo, come era già nel 1957. «Quell’anno – ricorda -, grazie a una borsa di studio Fulbright, finanziata con la vendita all’asta dei residuati bellici della II Guerra mondiale, arrivai a New York in nave e trascorsi dodici mesi alla Columbia University dove conseguii un master in Diritto comparato». Di ritorno da quell’anno oltre Oceano Sofia Corradi trova alla segreteria dell’Università di Roma solo indifferenza e umiliazioni: non se ne parla neppure di riconoscere quel master della Columbia. E così inizia la battaglia di Sofia, combattuta a tenacia, insistenza e ciclostili: «Cercavo il dialogo con i rettori italiani e poi con i ministri dell’Istruzione in tutta Europa per far passare l’idea che gli esami sostenuti all’estero fossero riconosciuti anche nel Paese natale. Quell’anno negli Usa mi aveva convinto di due elementi: era necessaria una democratizzazione degli studi perché negli anni 60-70 gli scambi fra universitari esistevano ma se li potevano permettere solo i più abbienti; si poteva ottenere la promozione della pace mediante la conoscenza diretta fra i popoli». Sogno, utopia o forse «una storia donchisciottesca a lieto fine», come l’ha definita il Re di Spagna, Filippo IV, conferendo a Sofia Corradi il prestigioso premio Carlo V, che, in passato era stato assegnato a Mikhail Gorbaciov, Helmut Kohl e Jacques Delors.
Da Erasmus a Erasmus Plus
L’Erasmus, che ha ricevuto il nome da Domenico Lenarduzzi, figlio di friulani emigrati in Belgio e considerato «papà Erasmus», è stato potenziato a partire dal 2014 come Erasmus Plus, coinvolge oggi 69mila organizzazioni, fra università e istituzioni di istruzione superiore in 33 Paesi e copre ambiti quali istruzione scolastica, educazione degli adulti e istruzione superiore/universitaria. Dal 2014 al 2020 sono previsti fondi pari a 14,7 miliardi di euro, per due terzi destinati a sostenere le opportunità di studio all’estero e per un terzo utilizzati per partnership e riforme a livello educativo.
In Italia, fin dal suo debutto nel 1987, lo studiare all’estero, con tanto di borsa e con la certezza di vedersi riconosciuti gli esami, ha riscosso successo: secondo Indire, l’Istituto nazionale documentazione e innovazione ricerca educativa, dall’Italia nel 1987-’88 partirono 220 ragazzi (il 6,8% del totale), lo scorso anno accademico sono stati quasi 34mila (l’11,7%). Per la Commissione, i Paesi dai quali arriva la maggior parte degli studenti sono Francia (39.985), Germania, Spagna, Italia e Polonia e le mete preferite sono Spagna (42.537), Germania, Regno Unito, Francia e Italia. Per il 61% sono ragazze, hanno un’età media di 24 anni e mezzo e stanno all’estero 5,3 mesi, ricevendo un assegno mensile di 281 euro. Ben lontano dalle 250mila lire che arrivarono da Bruxelles a Lucio Picci nel dicembre 1987 per coprire il suo trimestre all’Università del Sussex. «Ero assetato di mondo e, dopo la quarta superiore all’estero, cercavo tutte le occasioni per viaggiare e studiare, così partii senza indugio», ricorda Picci, da studente globetrotter degli anni 80 a ordinario di Politica economica all’Università di Bologna. «Quel trimestre rientrava nell’ambito degli scambi con altri atenei ma fu il primo Erasmus per il rimborso che mi venne riconosciuto e perché, il 17 dicembre 1987, due giorni dopo il mio rientro in Italia, sul mio libretto erano riportati i due esami sostenuti oltre Manica: Economia internazionale ed Econometria».
L’Erasmus è il Grand Tour dei nostri anni, ha cambiato le persone e ha costruito l’Europa a tal punto che la presidente della Camera Laura Boldrini, il giorno in cui sono iniziati i colloqui per l’avvio della Brexit, ha scritto su Twitter: «L’Erasmus dovrebbe essere obbligatorio per tutti i giovani perché crea un senso molto forte di cittadinanza europea». Quello che ha bisogno di essere alimentato giorno per giorno perché sono la cultura e le tradizioni di ognuno a fare la nostra identità europea e costruire una pace concreta.

MARIA LUISA COLLEDANI

Il Sole 24 ore , 13 giugno 2017

ERASMUS+

http://www.erasmusplus.it/

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-06-12/i-30-anni-dell-erasmus-cosi-e-nata-generazione-europa-202910.shtml?uuid=AEbUe7cB

L’economia dà i numeri

stattttL’esperimento richiede pochi secondi. Nella stringa di ricerca di Google bisogna digitare tre parole: «disoccupazione giovanile Italia». Le informazioni che si ottengono dalle pagine internet trovate non sembrano giustificare dubbi: «Istat: la disoccupazione giovanile risale al 40,1%». «Disoccupazione dramma per i giovani: superato il 40%». «Lavoro, a dicembre il tasso di disoccupazione dei giovani di nuovo oltre il 40%». Che idea ci si fa dei ragazzi senza lavoro? All’apparenza la risposta sembra di una evidenza elementare: che la disoccupazione giovanile è, appunto, oltre il 40%, ovvero che più di 4 giovani su 10 sono disoccupati.
Ovvio, ma sbagliato. In realtà i giovani disoccupati sono uno su dieci. Come è possibile? Molto semplicemente tutto dipende dalla definizione di tasso di disoccupazione giovanile: secondo le classificazioni europee, accolte dall’Istat e dagli altri enti statistici dell’Unione, la cifra si ottiene dividendo i disoccupati per i lavoratori attivi (occupati e disoccupati) che hanno tra i 15 e i 24 anni. Disoccupato, però, è solo chi, nelle quattro settimane precedenti la rilevazione, ha cercato lavoro ed è disponibile a lavorare. La limitazione esclude dal divisore non solo i cosiddetti «scoraggiati», quelli che il lavoro non lo cercano nemmeno, ma soprattutto quelli che non lavorano perché stanno facendo altro, e cioè studiando, ovvero l’85% o giù di lì dei ragazzi. Il numero preso in considerazione è dunque estremamente ridotto. Se si considera tutta la popolazione di quella fascia di età, i disoccupati sono il 10,9% del totale, cifra comunque importante, specie se la si confronta con quella di altri Paesi, ma ben lontana dal drammatico 40% citato all’inizio.
La morale di quanto detto fin qui è che i numeri possono rappresentare una potente cortina fumogena. E più in generale che per quanto le statistiche sembrino fatti incontrovertibili, iscritte nell’ordine necessario delle cose, in realtà sono semplici interpretazioni della realtà. I numeri sono raccolti e organizzati con criteri più o meno corretti, da persone che hanno i loro limiti e i loro pregiudizi; poi vanno valutati e contestualizzati. Eppure le cifre hanno un fascino e una patina di oggettività che appare irresistibile. Lewis Carrol, noto per aver scritto Alice nel paese delle meraviglie, ma matematico di professione, non aveva esitazioni: «Se vuoi ispirare fiducia, dai molti dati statistici. Non importa che siano esatti o che siano comprensibili. Basta che siano in quantità sufficiente». 

ATTENTI AI GIOVANI
Un imbroglio bello e buono, insomma. Per smascherarlo bisogna capire come i numeri e le statistiche nascono e come sono organizzate. Non sempre è facile. L’esempio già citato, quello della disoccupazione giovanile, è interessante: il dato finale è frutto di un rapporto, ma per valutarlo bisogna prima fare caso alle grandezze messe a confronto. L’osservazione si può generalizzare per tutte le rilevazioni sulla disoccupazione. Il bollettino mensile dell’Istat con le ultime cifre sui senza lavoro (per la sua sinteticità è chiamato «flash») è fatto di 11 pagine di chiarimenti e note metodologiche . Nell’ultima campagna elettorale americana uno dei punti di polemica è stato proprio il tasso di disoccupazione. Chi, come Hillary Clinton voleva valorizzare l’eredità di Barack Obama, citava il dato più utilizzato, in base al quale i disoccupati sono il 4,8% (si conteggia chi dichiara di volere un lavoro e ha fatto almeno una ricerca di un posto nel mese precedente, mentre occupato è chi ha lavorato anche un numero minimo di ore). Donald Trump, invece, si riferiva di solito a un altro dei sei indicatori usati abitualmente, in cui oltre ai disoccupati si tiene conto anche dei «sottoccupati», di chi, per esempio, lavora solo poche ore alla settimana. E in questo caso il dato era del 9,8%. A volte prendeva in considerazione anche gli inattivi (chi è di fatto fuori dalla forza lavoro), raggiungendo quasi quota 40%.
Per quanto riguarda l’Italia i dati sui senza lavoro hanno alimentato negli ultimi anni più di una polemica: quella per il contrasto tra le cifre dell’Istat, e quelle del ministero del Lavoro. L’istituto statistico nazionale pubblica ogni trimestre un’indagine campionaria che si propone di essere una fotografia completa sull’impiego, in cui i «posti» vengono valutati indipendentemente dal tipo di contratto e, entro certi limiti, dalla loro posizione fiscale (si tiene conto così anche del sommerso).
PIL BALLERINO
Questo documento è poi affiancato da una rilevazione mensile con un campione ridotto. Quanto al ministero del Lavoro il suo compito è quello di diffondere i dati sulle comunicazioni obbligatorie e ufficiali di avvio di un rapporto di lavoro. Ovvio che i numeri possano spesso non coincidere.
Un’altra polemica, questa volta del 2016, ha riguardato la diffusione di due dati relativi al Pil.

Prima, in febbraio, è stata diffusa la cifra dell’ultimo trimestre, qualche giorno dopo il bilancio annuale. E almeno all’apparenza i due numeri non tornavano. Colpa delle diverse metodologie che prevedono per esempio che il dato trimestrale venga destagionalizzato (depurato cioè delle specificità relative al periodo considerato per confrontarlo con i periodi precedenti). La destagionalizzazione, invece, non è prevista per il dato annuale, perché si presuppone che nel corso dei 12 mesi le contingenze stagionali si compensino e sia possibile il paragone con il periodo precedente. Il risultato di queste tecnicalità statistiche conduce a piccole differenze, scostamenti a volte decimali che spesso bastano per alimentare infuocate polemiche politiche. Anche tenendo conto che, per esempio in base al Pil vengono calcolati i saldi di finanza pubblica, tenuti d’occhio con implacabile precisione dai guardiani dei conti di Bruxelles.
Nel migliore dei mondi possibili a fare da tramite tra la complessità delle statistiche e il cittadino sarebbero i media. Ma in tempi a cui dominare la politica è la post verità, la spregiudicata affermazione dell’irrilevanza dei fatti, il dibattito pubblico è diventato anche post-statistico. Numeri e cifre vengono strizzati e deformati a seconda delle convenienze, mentre velocità e sinteticità dell’informazione impediscono analisi meditate. Un rischio, perché i numeri corretti sono un bene pubblico, premessa di deliberazioni informate. Tra i documenti fondativi dell’Onu c’è la Carta sui principi fondamentali della statistica ufficiale. E le regole sancite partono dal presupposto che «l’informazione statistica è una base essenziale per lo sviluppo in campo economico, demografico, sociale e ambientale e per la mutua conoscenza e il commercio tra gli Stati e i popoli del mondo».

IL METODO CRISTINA
Per avere un’idea del significato politico dei numeri basta guardare all’etimologia: statistica è la scienza «relativa allo Stato», e la disciplina è nata nel XVII secolo in Inghilterra come «aritmetica politica». Più istruttivo ancora richiamare esempi come quello greco o argentino. Ad Atene l’unico che sembra destinato a pagare la falsificazione dei numeri del bilancio statale che ha dato il via alla crisi è il capo dell’Istat locale. Non quello che collaborò a «truccare» le cifre, al contrario il funzionario che, inviato dal Fondo Monetario Internazionale, contribuì a far emergere l’imbroglio . In Argentina, invece, il governo demagogico-peronista di Cristina Kirchner, messo di fronte alla propria incapacità di frenare l’inflazione, male endemico del Paese, decise di tagliare la testa al toro: sostituì i dirigenti dell’Ufficio nazionale di statistica, che ogni mese misuravano l’aumento dei prezzi, per sostituirli con uomini fidati. E questi ultimi, come da istruzioni ricevute, iniziarono a certificare ufficialmente che l’inflazione a Buenos Aires e dintorni era miracolosamente scomparsa. Due casi limite di strumentalizzazione del mondo dei numeri e delle rilevazioni.
Per ridurre i rischi la strada maestra sarebbe quella di un’alfabetizzazione di base in materia statistica. In Italia siamo però lontani dall’obiettivo. A pesare è la tradizionale difficoltà nell’insegnamento anche della semplice matematica. E a darne la prova è un piccolo gioco. Si tratta di ridurre del 30% una cifra data, per esempio 100. E poi di aumentare la cifra così ottenuta dello stesso 30%. Si ritorna al punto di partenza? Di solito in moltissimi rispondono di sì. Ovviamente la risposta giusta è no. Anche nel secondo caso si tratta di un rapporto, ma la base delle due operazioni è diversa. Riducendo il numero 100 del 30% si ottiene 70, ma il 30% di 70 è solo 21. Anche i numeri più semplici hanno i loro (apparenti) misteri.

ANGELO ALLEGRI

il Giornale, 27 febbraio 2017

http://www.ilgiornale.it/news/leconomia-d-i-numeri-1368968.html