Pil Italia, l’economia rallenta: la Commissione europea taglia le stime all’1,3% nel 2018

La ripresa c’è ma non si vede. O, almeno, si vede troppo poco. Così giovedì è arrivata la doccia fredda. La Commissione europea ha infatti rivisto al ribasso le stime sul Pil italiano: per il 2018 vengono limate a 1,3% (da 1,5% previsto a maggio) e nel 2019 a 1,1% (da 1,2% di maggio). «Sebbene l’economia italiana sia cresciuta di 0,3% nel primo trimestre 2018, solo poco meno del trimestre precedente, non è completamente sfuggita alla generale perdita di slancio delle economie avanzate», quindi «l’attuale ripresa dovrebbe indebolirsi ma proseguire al di sopra del potenziale», scrive Bruxelles nelle previsioni economiche estive.
Lo scarto rispetto al tasso di crescita della zona euro è di 0,8 punti percentuali nel 2018 e 0,9 nel 2019. Si tratta sempre del ritmo di crescita più basso di tutta la Ue a parità con il Regno Unito quest’anno e l’anno prossimo il peggiore in assoluto. Le ultime previsioni del governo (fine aprile 2018) a politiche invariate indicavano 1,5% nel 2018 e 1,4% nel 2019.
Rispetto alle previsioni di primavera, la Commissione Ue ha comunque alzato le stime relative all’inflazione italiana, portandole a +1,4% per il 2018 e a +1,6% per il 2019, rispettivamente da +1,2% e +1,4%. L’aumento dell’inflazione, si legge nel report, è dovuta in larga parte all’effetto dei prezzi del petrolio più alti, amplificato da un euro più debole. Sull’Italia, il commissario Moscovici ha detto: Continueremo il nostro dialogo positivo per trovare soluzioni comuni che possono essere favorevoli per l’economia italiana come per il ruolo dell’Italia nella zona euro. Sicuramente ci sono problemi strutturali che non sono di oggi o di ieri, pensiamo alla produttività debole», ha spiegato il politico francese, «per il resto spetta a governo italiano scegliere le opzioni nel quadro degli impegni europei» che ha assunto.

Quali rischi

«I rischi al ribasso sulle prospettive di crescita sono diventati più rilevanti nell’accresciuta incertezza globale e della politica interna», scrive la Commissione europea nel suo rapporto. «A livello interno, qualsiasi rinnovata preoccupazione o incertezza sulle politiche economiche e il possibile trasferimento di rendimenti sovrani più alti ai costi finanziari delle imprese – è scritto ancora nel rapporto di previsione comunitario – potrebbe peggiorare le condizioni di finanziamento e indebolire la domanda interna».

Chi soffre

Ma è in realtà tutto il Vecchio Continente a «soffrire». Ue ed Eurozona «continueranno ad espandersi quest’anno e nel 2019 ma ad un passo più moderato rispetto al 2017»: lo scrive la Commissione Ue nelle stime economiche estive. «Riflettendo l’attività più debole del previsto nella prima metà dell’anno, la prospettiva del pil nella zona euro e nell’Ue nel 2018 è stata rivista a 2,1%, ridotta di 0,2 punti percentuali» rispetto alla primavera. Invariata al 2% nel 2019. Restano «rischi significativi» da tensioni commerciali e volatilità dei mercati.

La partita dei dazi

«La leggera revisione al ribasso della previsione rispetto alla primavera riflette l’impatto sulla fiducia delle tensioni commerciali e dell’incertezza politica nonché l’aumento dei prezzi dell’energia», ha spiegato il commissario europeo per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane, Pierre Moscovici, presentando le previsioni economiche d’estate. «Prevediamo che l’espansione continui nel 2018 e nel 2019, sebbene un’ulteriore escalation delle misure protezionistiche costituisca chiaramente un rischio di revisione al ribasso. Ricordiamoci che nelle guerre commerciali non ci sono vincitori, solo vittime», ha proseguito Moscovici. «I crescenti rischi esterni sono ancora un’ulteriore conferma della necessità di rafforzare la resilienza delle nostre economie nazionali e della zona euro nel suo insieme», ha aggiunto il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, commentando le previsioni economiche intermedie d’estate dell’esecutivo Ue. «La revisione al ribasso della crescita del Pil da maggio – spiega il politico lettone – dimostra che un contesto esterno sfavorevole, ad esempio le crescenti tensioni commerciali con gli Usa, può erodere la fiducia e incidere negativamente sull’espansione economica».

Redazione economia. Corriere della Sera, 13 luglio 2018

https://www.corriere.it/economia/18_luglio_12/pil-l-italia-rallenta-l-europa-taglia-stime-all-13percento-2018-9684db26-85b9-11e8-b570-8bf371a11210.shtml

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Il Nord raccontato dall’A4. La ripresa c’è e viaggia sui Tir

L’autostrada che collega Torino a Trieste è la grande metafora del Nord. Si potrebbe stimare il Pil settentrionale (e nazionale) già solo scrutando con attenzione le piazzole di sosta o esaminando il traffico ai caselli. Attorno al nastro d’asfalto che lungo 528,5 chilometri porta dalle Alpi all’Adriatico vivono/lavorano 26 milioni di persone e soprattutto c’è la gran parte dei distretti, del sistema manifatturiero italiano e i più importanti centri di innovazione. I dati che vengono dai gestori autostradali ci confermano la ripresa in atto — ogni giorno percorrono la A4 in media 230 mila mezzi pesanti che trasportano merci in buona parte provenienti dai porti liguri — ma ci dicono molto anche sull’articolazione territoriale.

L’Est va decisamente più spedito dell’Ovest e la spiegazione è semplice: il Veneto e le regioni limitrofe sono integrate con quello che forse è il principale locomotore dell’Europa e che per comodità chiameremo sistema tedesco allargato. Lo stesso non si può dire per l’Ovest con la Francia. Tutti di questi tempi raccontano come il traffico dal Veneto verso Trieste sia tornato agli anni che precedevano il Passante di Mestre, lo sbottigliamento — dicono i tecnici — c’è stato, restano ancora tratti a due corsie che causano incolonnamenti ma a monte di tutto c’è una domanda che tira e che riporta al «sistema tedesco» che coinvolge Romania, Slovacchia e Slovenia. Il traffico nel tratto tra Venezia e Trieste, infatti, ha fatto registrare il maggiore incremento: +11,1% in due anni.

La A4 è dunque uno straordinario corridoio che ci fa capire cosa sta succedendo nell’economia dei flussi. Eh sì, perché dopo tanti convegni sulla «cura del ferro» è il trasporto su gomma il re incontrastato del Pil. I tecnici spiegano che anche nella Francia, che ha fatto delle rotaie un cardine di politica industriale, in realtà la gomma sta guadagnando quote di mercato.

E la tendenza è ancora più forte in Italia dove il trasporto su Tir dialoga perfettamente con un sistema economico che si estende per filiere e ha bisogno di raggiungere le catene internazionali di fornitura.

Cresce la domanda che viene da Est, ma aumenta anche l’attività di export delle nostre multinazionali tascabili e la gomma trionfa perché flessibile e capillare e perché negli anni le Fs per razionalizzare hanno chiuso molti scali merci minori.

La A4 oltre a essere il tapis roulant del Pil italiano è anche la vetrina di una straordinaria piattaforma di manifattura e servizi capace di competere con le grandi aree attrezzate del mondo. La specificità del Nord — secondo la sintesi del sociologo Paolo Perulli — «è la presenza di reti di impresa e di città che se messe a sistema con un’effettiva divisione del lavoro rappresentano una grande e flessibile macro-regione economica europea». Quest’area a forte tradizione policentrica ha adesso una vera capitale (la grande Milano, un tassello che include Novara e Piacenza) vuoi per la posizione geografica di sempre vuoi per la reputazione che si è conquistata nelle grandi arene internazionali dopo il successo dell’Expo. L’economista di Harvard autore di The triumph of the city, Edward Glaeser, scrive di Milano come di un esempio di città contemporanea capace di reinventarsi con successo «tornando a ruggire nell’era post-industriale». Il geografo inglese Peter Taylor, che ha ripreso i lavori sulle città globali della più famosa sociologa Saskia Sassen, conferma con dati aggiornati che Milano è la 13ma città del pianeta e nella sostanza la porta del Belpaese verso l’economia-Mondo (…..)

Dario Di Vico, Corriere della Sera, 25 settembre 2017

http://www.corriere.it/video-articoli/2017/09/24/nord-raccontato-dall-a4-ripresa-c-e-viaggia-tir/f21d19d2-a13d-11e7-97ce-75ed55d84d04.shtml

Guida al neoprotezionismo l’America che esalta Wall Street

trump-protezionismoNel giorno del Muro col Messico, Wall Street segna un record storico con l’indice Dow Jones a quota 20.000. I mercati celebrano la svolta di Donald Trump. America First — slogan che racchiude protezionismo commerciale, nazionalismo economico, restrizioni sugli immigrati — lungi dal provocare incertezze tra gli investitori, ne alimenta l’ottimismo. Siamo agli effetti- annuncio, ma c’è una coerenza implacabile nella raffica di “ordini esecutivi” firmati nei primi tre giorni lavorativi alla Casa Bianca. Molti pensarono che certe proposte erano slogan da comizio elettorale. Lui li smentisce: fa quel che aveva promesso. C’è un disegno organico, un progetto di economia e di società molto diverso dall’America che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
MURO, TPP, AUTO
Lunedì ha abbandonato il trattato di libero scambio con l’Asia- Pacifico (Tpp), ha annunciato che rinegozierà il mercato unico nordamericano (Nafta), venerdì riceve Theresa May con un gesto di omaggio a Brexit. È protezionismo commerciale classico. Trump non crede che la riduzione delle barriere agli scambi abbia giovato all’economia americana. Ai chief executive dell’automobile ha proposto un modello alternativo: smettetela di costruire fabbriche nei paesi emergenti, rimpatriate la produzione, io vi ricompenso con meno tasse sui profitti e meno regole anti-inquinamento. Per chi non obbedisce c’è la minaccia di super-dazi sulle importazioni. Il Muro col Messico? Per ora è un annuncio simbolico, peraltro un pezzo di fortificazione esiste già e la fece costruire Bill Clinton. Ma siamo ancora nell’ambito del protezionismo, questa volta “demografico”. Il segnale di Trump è una priorità ai bisogni degli americani, sposando la tesi che gli immigrati creano insicurezza.
È POSSIBILE RITIRARSI DENTRO GLI STATI-NAZIONE?
Quale America e quale mondo prefigura Trump? Nulla che non sia già accaduto. I più pessimisti evocano un ritorno agli anni Trenta, quando la Grande Depressione fu propagata e aggravata da misure protezionistiche e rappresaglie (in Italia ci fu l’autarchia mussoliniana). C’è un precedente meno apocalittico: gli anni Cinquanta, segnati da un commercio estero più controllato, con restrizioni valutarie e limiti ai movimenti di capitali. Un moderato protezionismo commerciale fu praticato da Ronald Reagan, convinse la Toyota a costruire auto in America. Per l’immigrazione, l’attuale apertura degli Stati Uniti è frutto di una svolta recente, alla metà degli anni Sessanta; prima ci furono periodi di chiusura, con restrizioni drastiche verso alcune etnie. Nel mondo contemporaneo ci sono modelli nazionali che scoraggiano l’immigrazione (Cina, Giappone, di recente l’Australia).
TRUMP NON È L’UNICO ANTI-GLOBAL
La critica agli effetti nefasti della globalizzazione esplose nel 1999 con la protesta di Seattle contro un vertice del Wto. C’è sempre stata un’opposizione di sinistra al liberoscambismo. Bernie Sanders l’ha ereditata da Occupy Wall Street e in campagna elettorale ha detto cose simili a Trump. Tra gli economisti i premi Nobel Angus Deaton e Joseph Stiglitz denunciano da anni la “redistribuzione alla rovescia” che ha accompagnato la globalizzazione: pur riducendosi le diseguaglianze Nord-Sud o Occidente- Oriente, sono peggiorate all’interno di ciascuna nazione. L’impoverimento della classe operaia poi del ceto medio; l’inversione delle aspettative coi figli destinati a stare peggio dei genitori, coincidono con una concentrazione dei benefici a vantaggio di ristrette élites (grandi azionisti e top manager, dalla finanza alla Silicon Valley). Trump ha cavalcato un disagio diffuso, incarna un nazionalismo economico di destra, ma ci sono convergenze con la sinistra.
A CHI FA MALE IL PROTEZIONISMO?
La crescita non è un gioco a somma zero in cui se tu ti arricchisci io divento più povero; l’aumento degli scambi diffonde benefici a tutte le nazioni; se invece io alzo le barriere e pretendo di consumare solo ciò che produco in casa mia, alla fine gli altri faranno lo stesso, le industrie esportatrici saranno rovinate e ci ritroveremo tutti più poveri. Questo è l’argomento classico contro il protezionismo in nome delle regole dell’economia di mercato: se io sono aperto a comprare i prodotti altrui, gli altri compreranno i miei, è un circolo virtuoso. La pratica è diversa dai manuali accademici. Anche nella globalizzazione ci sono protezionismi nascosti (vedi la Cina) che non hanno reso perfettamente reciproche le aperture dei mercati. Inoltre è mancato un elemento del circolo virtuoso: la globalizzazione non ha esportato diritti, le potenze emergenti come la Cina non hanno adottato le nostre libertà sindacali. Peggio ancora, paesi straricchi come Inghilterra e Lussemburgo hanno fatto “dumping fiscale” attirando le multinazionali nei paradisi dell’elusione.
GUERRA ASIMMETRICA (E POVERA ITALIA)
Così come alcune nazioni (Cina) hanno guadagnato più di altre dalla globalizzazione, per lo stesso motivo qualcuno può trarre almeno a breve termine dei vantaggi da una retromarcia. Gli Stati Uniti hanno un vasto mercato interno, e sono in deficit commerciale da sempre verso Cina, Germania. Perciò sono un caso da manuale in cui un ritorno ai dazi può dare benefici, almeno nell’immediato. L’Italia sta dal lato delle economie estroverse ed esportatrici come la Germania. L’euforia di Wall Street si spiega anche così: i mercati scommettono che il mix trumpiano di nazionalismo economico, sgravi fiscali, investimenti pubblici (armamenti e infrastrutture), deregulation, possa dare stimolo a crescita e profitti. Nel lungo termine il rischio è che gli altri rispondano con rappresaglie, danneggiando perfino un’economia grossa e relativamente autosufficiente come gli Usa. C’è la variante bluff: poiché l’America ha meno da perdere, la minaccia del protezionismo può costringere la Cina a una maggiore reciprocità?
CONSUMATORI O LAVORATORI
È il dilemma antico della globalizzazione. Il made in China (o in Vietnam, Bangladesh, Messico, Romania) mi costa meno e quindi è un beneficio per me in quanto consumatore, rafforza il potere d’acquisto. Ma se io lavoro in un settore che viene smantellato e spostato in un paese emergente, il mio potere d’acquisto crolla. Questo dilemma ha una versione “macro”. La globalizzazione ha creato un mondo di deflazione, prezzi fermi o calanti, che contribuiscono al ristagno. Trump può fabbricare inflazione, cosa che non sono riusciti a fare le banche centrali stampando moneta e comprando bond. Tutti gli scenari sono sconvolti.
MERCI O MIGRANTI
Una contraddizione c’è fra Muro e protezionismo commerciale. È più facile ridurre i flussi migratori se i paesi emergenti possono esportare merci anziché esseri umani. L’emigrazione di messicani si è ridotta quando l’economia del loro paese è andata meglio. Chiudere le frontiere alle merci e anche agli immigrati è dirompente. I problemi sono acuti per alcuni settori: Apple ha una complessa catena di fornitori di componenti elettronici sparpagliati nel mondo intero, rilocalizzare tutto negli Stati Uniti è difficile. Inoltre la Silicon Valley, così come altri settori dell’economia Usa, nell’immigrazione qualificata ha trovato un motore di dinamismo, creatività.
Federico Rampini
La Repubblica 26 gennaio 2017

Fabbrica America

 
okmultinÈ il tesoro delle multinazionali americane, il valore totale accumulato negli anni dei loro investimenti diretti nel resto del mondo. È qui che Donald Trump intende “prelevare” le risorse per il suo piano: Make America Great Again. Lo slogan della sua campagna elettorale, “rifare l’America grande”, sta prendendo corpo: passa attraverso una robusta iniezione di protezionismo. Ha già convinto Ford e United Technologies a cancellare due progetti di investimento all’estero, ambedue per costruire fabbriche in Messico. Dietrofront, le due multinazionali hanno ceduto alle pressioni del presidente e quegli investimenti li faranno negli Stati Uniti. Il bilancio in termini di posti lavoro salvati è modesto: circa duemila. Ma è il segnale di quel che Trump intende fare per mantenere le sue promesse. Se quei due successi iniziali dovessero essere replicati su vasta scala, quali saranno le conseguenze? Quanta occupazione si può salvare, o ri-nazionalizzare, invertendo la tendenza dopo un quarto di secolo di delocalizzazioni? Se la globalizzazione fa marcia indietro, chi saranno i vincitori e i perdenti?
GLI INVESTIMENTI ESTERI
Su quel totale cumulato di 5.000 miliardi di investimenti esteri delle multinazionali Usa (che comprende anche gli investimenti nel settore finanziario) la quota di gran lunga più grande è in Europa: 2.950 miliardi. Segue l’America latina con 850 miliardi, al terzo posto arriva l’Asia con 780 miliardi. Quanta occupazione “spostano”, dal paese d’origine ai paesi d’arrivo, questi investimenti diretti? Le stime variano e sono materia di polemica politica, si può ricordare che la creazione del mercato unico nordamericano Usa-Canada- Messico, che risale al 1994, è stata indicata come la prima causa della deindustrializzazione degli Stati Uniti. A seconda se si prendono le stime confindustriali o quelle sindacali, si va dai 700.000 a quasi tre milioni di posti di lavoro trasferiti all’estero. Se Trump riesce a capovolgere questa tendenza, e costringe le multinazionali a rimpatriare quote significative di capitali, l’impatto sull’occupazione può essere sostanziale. L’Europa almeno in teoria ha molto da perdere.
GLI STRUMENTI DI PRESSIONE
Trump ha già indicato i principali strumenti con cui può influire sulle scelte di localizzazione delle grandi imprese Usa. Il primo è lo strumento dissuasivo-punitivo più classico: i dazi doganali. Il presidente-eletto minaccia di infliggere una sovratassa del 35% sui prodotti che le multinazionali Usa reimportano nel mercato domestico dopo averli fabbricati all’estero. Il secondo strumento è un incentivo fiscale. La tassa Usa sugli utili societari è tra le più alte, attualmente l’aliquota è del 35%. Lui promette di ridurla in modo drastico, al 15%. Il terzo strumento, nella categoria degli incentivi, è la deregulation, anch’essa fra le promesse di Trump per ridurre i costi di produzione sul territorio nazionale. Infine lui può usare il volano delle commesse pubbliche, per esempio la spesa militare: un argomento che ha usato nei confronti di United Technolgies e Boeing.
COSA CAMBIA RISPETTO A OBAMA
Il revival del protezionismo è meno nuovo di quanto sembri. Ronald Reagan, in un America pre-Nafta e pre-Wto, colpì le auto giapponesi con i dazi, costringendo Toyota a creare fabbriche sul territorio degli Stati Uniti. Barack Obama lo usò nella maxi- manovra anti-recessiva. Il suo Recovery Act, la legge con cui varò 800 miliardi di investimenti pubblici nel 2009 per rilanciare la crescita, conteneva una clausola Buy American: favoriva i produttori americani come destinatari delle commesse pubbliche. Quella clausola fu impugnata, con risultati alterni, dai principali partner legati agli Stati Uniti da trattati di libero scambio, tra cui l’Unione europea e il Canada. Gli Stati Uniti non hanno mai smesso di praticare politiche industriali aggressive, a livello federale e ancor più a livello dei singoli Stati. I governatori degli Stati offrono spesso pacchetti di sgravi fiscali per attirare investimenti, o trattenere le imprese sul loro territorio. È una politica industriale che fa pagare il conto al contribuente. La sinistra, con Bernie Sanders, lo ha etichettato come Corporate Welfare: assistenzialismo per le imprese.
OSTACOLI DALL’ESTERO
Se la svolta protezionista di Trump viene applicata su vasta scala, i partner commerciali non staranno fermi. Il Messico può fare ricorso in base alle regole del Nafta se ritiene di essere colpito da dazi contrari agli accordi. Un paese ben più grosso come la Cina, mercato ambito dalle multinazionali Usa, può decidere di rispondere colpo su colpo, varando dei contro-dazi. Interi mercati potrebbero chiudersi alle imprese americane. Prima che si avveri questo scenario da guerra commerciale, le lobby del capitalismo americano manovreranno al Congresso per condizionare Trump: dentro il partito repubblicano una solida corrente liberista è contraria alle barriere.
I CALCOLI DELLE GRANDI IMPRESE
Trump fin qui ha usato un effetto- annuncio, per incidere sui calcoli di convenienze delle grandi imprese. Ma questi calcoli variano molto, la tipologia degli investimenti esteri non è uniforme. Ad una estremità, ci sono investimenti esteri che delocalizzano la produzione solo per sfruttare il costo inferiore della manodopera in un paese emergente, e da lì re-importano gran parte della produzione: è il caso delle “maquiladoras” costruite in Messico per approvvigionare il mercato Usa. È qui che le azioni di Trump possono cambiare il quadro delle convenienze. All’estremo opposto ci sono investimenti fatti per rifornire il mercato locale: è così in Europa, in parte anche in Cina. In questo caso chiudere le fabbriche per riportarle in America può significare perdere o indebolirsi su mercati esteri strategici. Infine ci sono multinazionali come Apple la cui catena produttiva è globale: in un iPhone sono incorporati componenti fatti in Cina, Giappone, Taiwan, Germania. Portare tutte le produzioni a casa può essere difficile, quasi impossibile. E alcuni fenomeni di reindustrializzazione americana sono in parte una beffa: si costruiscono fabbriche con poca manodopera umana, tanti robot e intelligenza artificiale.

Federico Rampini
la Repubblica, giovedì 5 gennaio 2017

Pil mondiale: stime al ribasso

pil mondiale  2016+3,2%, è la stima di crescita del Pil mondiale fornita dall’Fmi per il 2016

+1,9%, è la crescita stimata del Pil Inglese per quest’anno, cifra al ribasso a causa del potenziale Brexit

+1,5%, è la stima di crescita dell’economia europea per quest’anno

L’economia globale cresce a ritmi troppo lenti. Lo confermano Christine Lagarde e Maurice Obstfeld, rispettivamente direttore e capo economico dell’Fmi. Per quest’anno il Fondo monetario internazionale ha previsto un andamento del Pil globale del +3,2%, poco al di sopra dell’anno precedente (3,1%).

Gli economisti dell’Fmi hanno portato al ribasso quasi tutte le stime di crescita mondiale, a partire da quella della Gran Bretagna che inizialmente per il 2016 doveva essere del +2,2% mentre è stata portata all’1,9% (a causa dell’instabilità creata dal potenziale Brexit). Per l’Unione Europea le previsioni sono decisamente poco rosee e vedono per quest’anno una crescita di 1,5 punti percentuali (mentre per il prossimo anno dovrebbe essere dell’1,7%). La Cina, invece, vedrà un leggero calo nei prossimi due anni (dai +6,5% del 2016 passerà ai +6,2% del prossimo anno).

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/04/13/pil-mondiale-stime-dellfmi-al-ribasso-per-il-2016-la-crescita-sara-solo-del-32/

 

Le opportunità e i rischi della promozione cinese

downloadIl 23 giugno del 1989 il Wall Street Journal festeggiò i suoi cento anni pubblicando una previsione su come si sarebbe presentata l’economia mondiale un quarto di secolo dopo.(….)

Il quotidiano americano annunciò che il Bangladesh e lo Zimbabwe sarebbero diventati i leader della crescita, la Cina invece era destinata a rimanere molto indietro per colpa della «stordente burocrazia del comunismo duro e puro».

La storia non è mai tenera con chi pretende di anticiparla sulla base del passato recente. È vero che la quota della Cina nella produzione manifatturiera del mondo era passata appena dall’1,2% al 1,9% fra il 1984 e il 1990. Ma da allora il Paese è entrato nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e il suo peso nell’industria globale è esploso fino a oltre il 25%.

Quella svista del Wall Street Journal suggerisce umiltà nel fissare le scelte migliori per domani. Riguardo a Pechino, ce ne sono di importanti che aspettano gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Italia nei prossimi mesi, perché determineranno comunque milioni di vincenti e perdenti (anche) in Occidente.

A novembre la Repubblica popolare celebra i 15 anni dall’ingresso nel Wto e a suo parere ciò le dà diritto a essere riconosciuta con lo «status di economia di mercato» da tutti gli altri governi. Non è una questione di etichetta, ma un obiettivo strategico. Se la Cina viene promossa, diventerà più difficile per l’Europa e gli altri blocchi commerciali alzare dazi anti-dumping contro il suo export in settori come l’auto (o componenti), acciaio, carta e cartone, ceramica, vetro alluminio e biciclette.

Secondo l’Economic Policy Institute, un centro vicino ai sindacati americani, il nuovo status della Cina metterebbe a rischio 2,7 milioni di posti di lavoro in Europa. Dati del genere forse sono esagerati e altre valutazioni producono stime più contenute. Un documento interno della Commissione Ue calcola i posti di lavoro potenzialmente minacciati fra i 73 mila e i 188 mila, di cui oltre metà in Germania e Italia.

È un problema politico, non di analisi accademica, ma è difficile sostenere che la Cina sia una «economia di mercato» secondo la definizione dei manuali di Harvard o della Bocconi. Oggi la seconda economia del mondo presenta un surplus di capacità produttiva sussidiato più o meno direttamente dal regime in tutta l’industria pesante: carta, cantieri navali, vetro acciaio, carbone, alluminio.

Alberto Forchielli, uno dei più esperti investitori europei in Cina, stima che la capacità produttiva nel settore auto valga già oggi 40 milioni di modelli l’anno a fronte di vendite per meno di venti. L’irrompere di quei costruttori sui mercati mondiali può avere un impatto dirompente, stima Forchielli. Quanto all’acciaio, i consulenti di Rhodium Group stimano che la produzione in eccesso della Repubblica popolare sia oggi superiore all’intera capacità del Giappone, degli Stati Uniti e della Germania messi insieme. Intossicate da anni di investimenti dettati dalla politica per mantenere posti di lavoro, centinaia di grandi imprese cinesi del 2016 sono zombie decisi a esportare sottocosto trasmettendo deflazione al resto del mondo. Rinunciare alle protezioni tariffarie non farebbe che amplificare in Europa e negli Stati Uniti l’impatto di queste distorsioni.

Per molti governi, concedere lo status di economia di mercato a Pechino resta comunque un’opportunità. Lo è per i fornitori di derrate alimentari in America Latina, che continuano a puntare sulla crescita cinese. Lo è per Londra, che vuole diventare la piazza finanziaria off-shore per lo yuan. Lo è per la Germania, sicura di non poter essere spiazzata dalle auto o dall’acciaio di bassa qualità dell’Asia e impaziente di aprire ancor più il mercato della Repubblica popolare alle sue turbine, a Siemens o alle Bmw. Più sottovoce è favorevole la Francia, che può piazzare a Pechino prodotti inimitabili come gli Airbus o il nucleare civile.

L’Italia è rimasta la sola in Europa a opporsi. Lo è anche se il governo è riuscito abilmente a coalizzare un cordata con Berlino e Parigi contro l’acciaio sussidiato della Cina. Priva di prodotti per riequilibrare la bilancia commerciale con la Repubblica popolare, l’Italia oggi si trova con un solo vero alleato, gli Stati Uniti. Le primarie folgoranti di Bernie Sanders e Donald Trump hanno messo a nudo gli effetti profondi sul tessuto sociale e gli assetti politici delle delocalizzazioni produttive verso l’Asia, e dell’estinzione dei colletti blu in America. Chiunque sia, il prossimo presidente sarà meno aperto al libero scambio.

Può darsi che ciò rinvii la resa dei conti con Pechino, per ora. Ma ai ritmi attuali fra quattordici anni la Cina avrà 220 milioni di laureati, il 27% della forza lavoro, una quota doppia a quella dell’Italia di oggi. Scrivere la storia in anticipo espone sempre a figuracce, ma senza più laureati e una grande industria di qualità nel 2030 i produttori low cost rischiamo di diventare noi.

 Federico Fubini
 Corriere della Sera

Perché gli stranieri vogliono diventare italiani?

Perché gli stranieri vogliono diventare italiani?

Da tempo si parla del disegno di legge sullo ius soli, la possibilità per chi è nato in Italia, anche da genitori stranieri, di diventare italiano. Ma già oggi molti stranieri diventano italiani ogni anno. Ecco quanti sono, da dove vengono, chi sono e come la nostra società sta cambiando grazie alla loro presenza.

Di Raphael Zanotti

La Stampa