Perché le promesse elettorali ci piacciono così tanto

Cosa accadrebbe se applicassimo gli studi che poche settimane fa hanno valso il premio Nobel per l’Economia a Richard Thaler alla campagna elettorale italiana? Il tema non è peregrino: Thaler, così come prima di lui altri esperti di economia comportamentale insigniti del prestigioso riconoscimento – George Akerlof, Robert Fogel, Daniel Kahneman, Elinor Ostrom, Herbert Simon, e Robert Schiller – ha concentrato la sua attenzione sui processi decisionali in materia economica e di risparmio personale, andando ad analizzare i motivi per cui facciamo scelte sbagliate quando si tratta di decidere cosa fare del nostro denaro e di quello pubblico: razionalmente comprendiamo bene che è opportuno prendere e gestire dei rischi per ottenere alti rendimenti nel medio e lungo termine ma poi siamo portati a fuggire il rischio e a preferire di rinunciare a quei benefici (se non addirittura a perderci in termini reali, come spiegato in questo articolo) preferendo strumenti garantiti, protetti, con rendimenti bassi o nulli, se non addirittura lasciarli sul conto corrente o sotto il materasso.

Cosa c’entra tutto ciò con l’abolizione della legge Monti-Fornero sulle pensioni, o sulle tasse universitarie o ancora con il canone Rai? È davvero possibile mettere a confronto una decisione in materia di risparmio o di finanza con il voto a un partito o l’adesione a un soggetto politico?

Richard Thaler e i suoi predecessori risponderebbero che il nesso c’è eccome e si gioca sulle asimmetrie si cui lavora la nostra mente e che, detto in parole semplici, sono lo specchio dei suoi limiti quando si attiva per prendere decisioni. È utile conoscere quali sono i fattori che ci condizionano:
1) siamo portati a prendere in esame e a isolare solo una parte di tutto ciò che sarebbe necessario sapere e non è detto che ciò che abbiamo isolato sia la parte più corretta (effetto di isolamento);
2) è fondamentale il modo con cui ci viene presentata la questione (effetto framing);
3) guadagnare denaro ci da una soddisfazione di gran lunga inferiore al dolore provato a perdere la stessa identica cifra (avversione alle perdite) il che porta a evitare scelte azzardate e innovative. Inizia a essere più chiara l’analogia con la politica?

Aggiungiamo un elemento più specifico ossia il cosiddetto “reflection effect”: Kahneman e Tversky hanno scoperto che quando non è chiaro il premio che si ottiene come conseguenza di una scelta, siamo portati a stravolgere l’ordine delle preferenze e la visibilità del rapporto tra costi e benefici: le lotterie non a caso vedono la partecipazione di numerose persone desiderose di incassare il cospicuo monte premi, anche se le chances di vittoria sono bassissime(senza considerare la perdita ossia costo del tagliando che invece è certo). Per tutto ciò siamo indotti verso una direzione piuttosto che verso un’altra.

Non si tratta qui di stabilire se a posteriori una scelta è migliore di un’altra (anche se quando ci sono in gioco i soldi questi si possono contare) né evidentemente la qualità dell’offerta politica dei diversi partiti, ma di mettere sotto la lente quel che ci condiziona. Detto in altro modo, cosa ci rende potenzialmente “vulnerabili” al potere di convincimento altrui? E per farlo ci può essere utile definire alcune asimmetrie tra le scelte che ci troviamo di fronte che ci indirizzano in modo preciso: promesse immediate contro benefici nel lungo termine, in primo luogo, ma anche concretezza del vantaggio contro impalpabilità del guadagno di lungo termine, ridotta dimensione del costo della promessa contro il gigantismo astratto dell’impatto futuro.

Prendiamo un caso di scuola, ossia l’indebitamento delle famiglie statunitensi a causa della carte di credito e di debito prima della crisi del 2008: tanti piccoli esborsi con uno strumento percepito poco “concreto” rispetto invece alle monete o alle banconote, non ha fatto scattare nessun meccanismo di allarme nei consumatori. «Peanuts», noccioline cioè, sono i piccoli ammontari di denaro che spendiamo senza pensarci, ma che tutti insieme possono produrre grandi problemi. Quando arriva il rendiconto dettagliato di quelle spese, gravate peraltro di pesanti interessi. La politica non fa lo stesso? Quando la Finanziaria del 1974 introdusse la possibilità per i dipendenti pubblici di andare in pensione con 14 sei mesi e un giorno di lavoro, furono in pochi a sottolineare i rischi che nel tempo scelte di questi tipo producono sui conti dello Stato. Ma questa e numerose altre misure analoghe sono state le maggiori responsabili dell’esplosione del debito pubblico italiano: elemento di vulnerabilità del sistema Italia e vera spina nel fianco della sovranità del Belpaese di oggi.

Quarantaquattro anni dopo il mondo è cambiato moltissimo, ma la nostra capacità di decidere si è evoluta pochissimo. Sparite le ideologie e la politica industriale, ridotti ai minimi termini i programmi, il marketing politico – come quello finanziario – utilizza il target elettorale in modo analogo a come l’industria finanziaria considera la platea di risparmiatori e investitori. Che sia la legge Fornero o gli sgravi fiscali per i possessori di animali, il canone Rai o le dentiere gratis, gli spin doctor dei politici studiano i modi con cui suscitare interesse e attenzione e accreditare i candidati come soggetti attenti ai bisogni degli elettori. Sta al consumatore del prodotto elettorale, così come di quello finanziario, saper discernere e decidere, con la sua capacità di informarsi e definire un’opinione il più possibile fondata e non “di pancia”.

Post scriptum Nudge 
Possibile che non siano possibili contromisure a questi comportamenti inefficienti? E che non si possa effettuare un salto evolutivo? Comprendere e spiegare “razionalmente” la relazione temporale tra benefici e costi non è impossibile, ma nemmeno semplicissimo. Si fa presto a dire che è necessario educare le persone a riconoscere “gli specchietti per le allodole”: ci sarà sempre una fetta importante di popolazione che sarà vittima di questi specchietti anche perché la loro vulnerabilità corrisponde al presunto proprio beneficio, economico o politico. Aiuterebbe un patto tra tutti coloro che non vogliono ricorrere a mezzi considerati deteriori per ottenere consenso o guadagnare soldi a spese degli altri; ciò presuppone però un tasso etico non comune e non uniforme all’interno della popolazione. A meno che questa comprensione non si annidi in profondità nella cultura “emotiva” di un popolo: la super inflazione dei tempi della Repubblica di Weimar continua a condizionare le scelte di politica economica della Germania.

E il Nudge? La “spintarella gentile” grazie alla quale Richard Thaler è diventato famoso per un celebre libro scritto con Cass Sunstein, è vista da molti come una soluzione. Ma è efficace? «Il Nudge la fa un’authority di vigilanza – spiega lo psicologo Paolo Legrenzi –, che deve intervenire in caso di inadempienze. E in materia di risparmio e finanza qualche falla l’abbiamo vista. Per quanto riguarda la politica il Nudge è spuntato a causa della competizione elettorale tra candidati, che spinge per far saltare quel possibile “patto tra gentiluomini” per evitare comportamenti deteriori. Quando in gioco ci sono in gioco le decisioni e i rischi connessi, la cosa difficile, se non disperata – spiega Legrenzi –, è far comprendere un concetto a chi non lo sa comprendere: è il paradosso della conoscenza. Eppure non è così difficile. Basti pensare al passaggio generazionale dei patrimoni delle famiglie italiane: tutti pensano a pagare meno tasse e a proteggere ciò che si ha, dimenticando che investire per i figli e per i nipoti allunga l’orizzonte temporale degli investimenti, ottenendo rendimenti superiori».

Marco lo Conte

Il Sole 24 ore, 14 gennaio 2018

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-01-09/perche-promesse-elettorali-ci-piacciono-cosi-tanto-170905.shtml?uuid=AEuqBVeD&cmpid=nl_7+oggi_sole24ore_com

Le favole da evitare sul debito pubblico

In campagna elettorale si stanno avanzando proposte di riduzione del debito pubblico ( rapporto tra debito pubblico e PIL) e di abolizione della riforma pensionistica, la cosiddetta legge Fornero.

Ecco l’estratto di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dell’11 gennaio 2018

 

Trenta-quaranta punti di taglio sul Pil in 10 anni non sono impossibili ma richiedono almeno un paio di cose: dei surplus di bilancio notevoli (altro che aumenti di spese e abolizione della legge Fornero!), e dei tassi di interesse reali che rimangano assai bassi, e questo non dipende da noi.
La storia e la teoria economica ci spiegano che per ridurre il debito ci sono tre modi

Il primo è svalutare il valore reale del debito con una «botta di inflazione». L’iperinflazione tedesca degli anni 20 cancellò l’enorme debito pubblico che la Germania aveva accumulato durante la Prima guerra mondiale, contribuendo a provocare eventi sociali e politici drammatici. Anche dopo la Seconda guerra mondiale l’inflazione svalutò, seppure in modo meno drammatico, il valore reale del debito, sia negli Stati Uniti che in Italia. Oggi però l’idea che il debito pubblico possa essere svalutato dall’inflazione è un’assurdità: non appena i risparmiatori lo sospettassero, i tassi di interesse salirebbero molto più dell’inflazione rendendo il debito ancora più costoso.

Il secondo modo è un ripudio. Se il nostro debito fosse detenuto solo da italiani, un ripudio comporterebbe una ridistribuzione di ricchezza da chi possiede titoli pubblici ai contribuenti. Ma questo non è il nostro caso. Il 40 per cento circa del debito italiano è detenuto da investitori internazionali. Un ripudio creerebbe una crisi di fiducia verso i nostri mercati, il blocco degli investimenti esteri, fallimenti bancari e una nuova crisi finanziaria. Un ripudio dopo l’altro, l’Argentina è passata da essere uno dei Paesi più ricchi del mondo a un caso quasi disperato.

La terza alternativa è una crescita del denominatore del rapporto debito/Pil più rapida della crescita del numeratore, cioè il deficit dei conti pubblici. In certi periodi storici – ad esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale – la crescita del Pil è stata cosi alta che il rapporto debito/Pil si è ridotto relativamente in fretta. Purtroppo tassi di crescita elevati come durante il boom degli anni Cinquanta e Sessanta non sono all’orizzonte. La conclusione è che ridurre il debito richiede molto tempo, grande pazienza e politiche che riducano il numeratore, cioè conti pubblici in attivo, o per lo meno un avanzo di bilancio al netto degli interessi e un tasso di crescita del Pil più alto del costo del debito.
Un avanzo nel bilancio pubblico si può ottenere o riducendo le spese o aumentando le imposte. L’evidenza empirica dimostra che un aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese riduce la crescita, così tanto che alla fine il rapporto debito/Pil anziché diminuire sale ancor di più. Invece, tagli alla spesa pubblica hanno l’effetto desiderato, cioè riducono il rapporto debito/Pil perché non rallentano la crescita, o al massimo la influenzano di poco e per poco tempo. Questo è vero soprattutto per quelle riforme che bloccano l’aumento automatico di certe spese come le pensioni, soprattutto quando diventano incompatibili con l’allungamento della vita e il calo della natalità. È per questo motivo che cancellare la legge Fornero renderebbe ancor più difficile ridurre il debito.
Questo è ciò che si impara leggendo i libri di storia e qualche manuale di economia. Purtroppo questa campagna elettorale è piena di favole. In parte è inevitabile, ma a noi pare che si stiano superando limiti assai pericolosi.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_11/favole-evitare-debito-pubblico-campagna-elettorale-f418b50a-f63f-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Il 70% del debito pubblico arriva dagli squilibri della previdenza

Viviamo gli anni in cui per la prima volta ai pensionandi italiani viene chiesto di pagare il conto degli storici squilibri del sistema previdenziale. Per decenni le persone vicine alla pensione erano riuscite a schivare il conto, ogni volta i governi rimandavano buona parte del pagamento scaricandolo su chi sarebbe arrivato dopo di loro. Un capolavoro, in questo senso, è stata la riforma Dini nel 1995, che ha stabilito il passaggio dal generoso sistema retributivo al più sostenibile calcolo contributivo, dandogli però una gradualità così morbida che ancora oggi, e sono passati più di vent’anni, solo il 5% delle pensioni è basato interamente sul contributivo.

È toccato ad Elsa Fornero, nel contesto di emergenza del governo Monti, ammettere che l’Italia non poteva più permettersi tanta calma nella sua transizione previdenziale. La brusca accelerazione dell’adeguamento dell’età di pensionamento delle donne, anticipata dal 2026 al 2018 dall’ex ministro del Lavoro, è stato il primo vero segnale d’allarme per i pensionandi: sarebbe toccato a loro, la generazione dei nati negli anni ’50, fare i primi sacrifici veri per rimettere in equilibrio il sistema.

Il rischio demografico

Equilibrio che per altro resta precario, nonostante quel correttivo, a causa del fattore demografico, il combinato disposto di invecchiamento della popolazione e crollo delle nascite, che porterà il sistema, nel complesso, a un rapporto di uno a uno fra lavoratori e pensionati. Secondo le stime dell’Istat la prima tappa critica arriverà nel 2032, quando andranno in pensione un milione e 55mila baby boomers, un record assoluto. Sono i nati nel 1964 che entreranno nel novero dei pensionati proprio quando il livello di nascite nel Paese si attesterà a un minimo di 450mila. Nel 2044, poi, tra 27 anni, un terzo degli italiani avrà più di 65 anni e la spesa previdenziale salirà al 18% del Pil. Non basta: ventuno anni dopo nel 2065, il numero dei decessi doppierà quello delle nascite.

La diseguaglianza intergenerazionale

Un’indagine focalizzata sull’Italia contenuta nel recente studio dell’Ocse sulle diseguaglianze ha svelato con chiarezza quanto sia peggiorata la prospettiva per chi ha compiuto a cinquant’anni nel decennio della crisi. Incrociando i dati su regole previdenziali e aspettative di vita, l’Ocse calcola che in media un italiano nato negli anni Quaranta quando arrivava a 50 anni doveva lavorare ancora poco meno di 6 anni per poi starsene in pensione per 18 anni, mentre l’italiano nato negli anni Sessanta a 50 anni deve lavorare ancora 11 anni e mezzo per poi stare in pensione 14 anni scarsi. Per le donne il passaggio è stato pesante: le cinquantenni nate negli anni Quaranta avevano davanti 3 anni e mezzo di lavoro e 17 anni e mezzo di pensione. Quelle degli anni Sessanta devono lavorare il triplo e stare in pensione due anni e mezzo in meno.

Meglio non allargare l’indagine a quelli nati dopo gli anni Sessanta: l’Ocse nella sua indagine fa presente che sarà difficile pagare loro pensioni decenti. Si poteva immaginare che sarebbe finita così. Cioè che a un certo punto l’Italia avrebbe dovuto pagare il conto della sua ostinata generosità previdenziale. Una prodigalità suicida per il Paese, se la si guarda con un orizzonte di tempo che va oltre l’interesse di un paio di generazioni, ma salvifica per i governi che l’hanno realizzata, non vedendo mai oltre la prossima scadenza elettorale.

Il rapporto tra pensioni e debito pubblico

Il quarto rapporto sul “Bilancio del Sistema previdenziale italiano” elaborato dal centro di ricerca Itinerari Previdenziali mette insieme cifre impressionanti sui costi di quella generosità. Nel 2014 per pagare i 444 miliardi di costi del welfare – di cui 216 miliardi sono le pensioni, altri 111 miliardi la sanità, il resto sono assistenza e prestazioni temporanee – lo Stato ha dovuto impiegare ovviamente tutto l’incasso dei contributi, ma ci ha dovuto aggiungere quello delle imposte sui redditi delle persone (l’Irpef) e delle società (l’Ires) più l’imposta regionale sulle aziende (l’Irap) e un terzo dell’Isos (l’imposta sostitutiva). Il welfare si prende “il grosso” delle tasse, per tutte le altre spese avanzano le imposte indirette, come l’Iva e le accise.

 

Se non ce n’è abbastanza bisogna indebitarsi. Dedicare questa enorme fetta della spesa pubblica a pensioni e welfare non solo ha privato l’Italia delle risorse per fare investimenti o ridurre le tasse per creare crescita futura. Ha anche fatto decollare il debito. Itinerari Previdenziali somma il costo annuo degli squilibri tra contributi versati e prestazioni pagate dai vari enti pensionistici e assistenziali pubblici negli ultimi 36 anni. La somma di quei disavanzi è un passivo che, ai valori di oggi, ammonta a 1.491 miliardi di euro. La spesa per coprire i buchi di un sistema previdenziale e assistenziale troppo generoso ha generato quasi il 70% dell’attuale debito pubblico.

Le pensioni del futuro

Oggi in Italia chi arriva a sessant’anni scopre, con comprensibile rabbia, di essere chiamato, nel suo piccolo, a rimediare al guaio creato nei decenni passati: gli viene chiesta più pazienza per arrivare alla pensione o un sacrificio per ritirarsi prima. Chi invece arriva a trent’anni alla pensione è meglio che non ci pensi. «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale» ammise nel 2010 l’allora presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua.

Più attuale del fosco futuro previdenziale è però il presente lavorativo e più in generale economico a scoraggiare il trentenne italiano di oggi. Il lavoro non abbonda, i salari sono bassi, la tassazione molto alta e certi costi, come quelli degli immobili, proibitivi. La Fondazione Bruno Visentini ha costruito un Indice di divario generazionale, un indicatore che attraverso parametri come il reddito, la ricchezza, i prezzi delle case, le infrastrutture fisiche e digitali e l’educazione misura gli ostacoli economici e sociali che impediscono a un giovane di raggiungere una sua indipendenza e quindi diventare adulto. Fatto 100 il divario intergenerazionale del 2004, nel 2016 è già salito oltre quota 150 e nel 2030 senza correzioni drastiche raggiungerà i 300 punti.

Analizzando il “caso Italia” ieri il Financial Times notava che nonostante la ripresa economica nel nostro Paese l’emigrazione dei giovani continua ad aumentare. Altrove, ad esempio in Spagna o Portogallo, si è fermata. La prospettiva di restare in un Paese il cui principale sforzo economico è trovare i soldi per pagare le pensioni ai suoi anziani non è, evidentemente, il sogno di un millennial.

Pietro Saccò

Avvenire, 14 novembre 2017

 

https://www.avvenire.it/economia/pagine/il-70-del-debito-pubblico-arriva-dagli-squilibri-della-previdenza

Quanto ci costa il debito (e perché ci rende meno credibili)

I dati usciti nelle ultime settimane, che hanno rimarcato una crescita inaspettata del nostro Pil, vanno accolti con ottimismo e devono essere utilizzati per alimentare quella fiducia la cui scarsità è la reale malattia che frena non solo i consumi, ma anche la voglia più profonda di investire e di rischiare. Ma nello stesso tempo vanno inquadrati secondo una giusta prospettiva che non ci faccia dimenticare quali (e quante) riforme vadano attivate per sostenere lo sviluppo e quali fattori di rischio caratterizzano il nostro Paese.
Il costo del debito pesa come un macigno e di fatto consuma ben più di quel Pil che faticosamente stiamo facendo crescere: proprio su queste pagine , ho analizzato come il debito pubblico sia il vero mostro addormentato dell’Italia che, in presenza di segnali di risveglio guidati da una possibile e futura crescita dei tassi, possa affossare qualsiasi velleità di affermazione e di guida condivisa della nuova Europa con Francia e Germania. Il tema del debito è peraltro inserito in un contesto più ampio che attraversa i nodi della spending review (selettiva e voce per voce, come ricordato dal governatore Visco) e della riforma fiscale (con o senza flat tax), come analizzati nelle ultime settimane da L’Economia del Corriere.
Le due facce 
Il tema del debito ha due facce, collegate fra loro ed estremamente critiche: quella della sostenibilità e quella del segnale dato al mercato. La prima osserva come l’ammontare del debito trascini una continua esigenza di rinnovo (alla scadenza il debito viene finanziato con altro debito) e generi una spesa da interessi che distrugge risorse utilizzabili per altri fini o addirittura richieda l’emissione di nuovo debito per il pagamento. 
La seconda vede l’importo del debito rispetto al Pil e la sua capacità di riduzione come elementi in grado di segnalare la qualità e l’affidabilità del Paese, sia in una prospettiva politica di rispetto delle regole di appartenenza all’Unione Europea, sia nella prospettiva degli investitori.
A questi temi si aggiunge il fatto che lo stesso costo del debito diventa più in generale il fattore su cui si scaricano i giudizi e le tensioni speculative sull’affidabilità e sulla tenuta del Paese. Una maggiore cultura del confronto con gli altri Stati membri dell’Unione Europea, a livello di opinione pubblica e non solo, sarebbe auspicabile per mettere a fuoco la portata reale dei problemi che attraversano l’Italia e per stimolare un reale percorso virtuoso di miglioramento.
Come si posiziona allora l’Italia in termini di costo nel confronto con i principali Paesi europei? La prospettiva non è lusinghiera, sia in termini statici che dinamici. Dati alla mano del 2016, siamo il Paese europeo che spende la cifra più elevata in assoluto per interessi: circa 66,5 miliardi di euro, che ci mettono al primo posto di questa classifica. Vicino troviamo solo il Regno Unito (58,3 miliardi di euro), mentre Germania e Francia spendono rispettivamente 43,3 e 41,9 miliardi di euro.
Questo significa che non solo l’Italia deve produrre un avanzo di bilancio di almeno 66,5 miliardi per non ricorrere a debito ulteriore per pagare interessi ma, usando un’altra lettura, che Germania e Francia hanno oltre 20 miliardi di euro in più rispetto a noi da spendere in altro modo.
Il peso di questi interessi in rapporto al Pil vede sempre l’Italia perdente nel 2016 con un valore del 3,98%, ben lontano dall’1,4% e 1,9% di Germania e Francia. Solo il Portogallo con il 4,2% ha un valore superiore al nostro mentre Grecia, Slovenia e Ungheria hanno valori paragonabili a quelli italiani e la media europea a 28 paesi oppure a 19 dell’area euro di assestano rispettivamente al 2,1% e al 2,2%. Estonia (0,1%), Lussemburgo (0,3%), Svezia (0,4%), Bulgaria (0,8%) e Repubblica Ceca (0,9%) sono invece i Paesi più virtuosi, con un percentuale inferiore all’1%.
Se analizziamo secondo una prospettiva storica, l’Italia ha vissuto sicuramente tempi peggiori: i 115,5 miliardi di spesa per interessi del 1996 (l’11,08% del Pil) suonano come un ricordo agghiacciante, così come il picco assoluto del 12,66% del Pil registrato nel 1993. Negli anni successivi al 1996, i vari governi che si sono succeduti hanno sicuramente seguito non solo una politica di riduzione del debito (in particolare il governo dell’Ulivo 1996-2001, quello di Berlusconi del 2001-2006 e quello ancora di Prodi del 2006-2008) ma anche un progressivo allungamento delle scadenze, che ha colto la discesa dei tassi grazie alla manovra sapiente del Tesoro.
Ma l’ultima fase del terzo governo Berlusconi (2008-2010), che ha avuto la responsabilità di una nuova forte salita del debito e che ha pagato un gap di credibilità a livello internazionale, ha dimostrato quanto pesante possa essere l’effetto sulla spesa per interessi: dai 66,7 miliardi del 2004 (che segnano il punto di minimo della spesa per interessi dal 1990) agli 83,5 miliardi nel 2012.
La parola spread così citata in quel momento critico e mai da dimenticare, si materializza molto chiaramente in una maggiore spesa per interessi.
Oggi, il livello più contenuto di spesa per interessi, per effetto dello straordinario basso livello dei tassi, non può farci dimenticare quanto possa essere salato il conto se venisse di nuovo meno la credibilità dell’Italia.
Strumenti 
La credibilità politica e l’autorevolezza nei confronti del mercato internazionale sono quindi fattori chiave per la difesa della nostra spesa per interessi.
Ma più forte – e irreversibile —deve essere il processo di riduzione della vera causa della spesa per interessi, ossia l’ammontare del debito. Il governo che nascerà dalle prossime elezioni dovrà impegnarsi su questo fronte per scegliere quale possa essere il mix più adeguato di strumenti per incidervi, guardando peraltro sempre alla tenuta sociale e alle spinte di natura depressiva.
Il terreno di gioco presenta una serie di strumenti noti: la cessione di patrimonio dello Stato, prevalentemente di natura immobiliare, attraverso la quotazione di un veicolo societario costruito ad hoc; un’azione decisa, ma voce per voce, della spesa pubblica; l’attacco al tema dell’evasione dell’Iva; la ristrutturazione del debito stesso, attraverso un’adesione volontaria dei contribuenti all’incasso di un minore importo di capitale a scadenza a fronte di benefici futuri, certi e contrattualmente fissati, in termini di minori imposte. Quest’ultima strada, che si basa su una logica di scambio equa – ossia minore capitale incassato e quindi riduzione del debito, in cambio di minori imposte per un certo periodo di tempo – darebbe un segnale molto forte sulla nostra capacità interna di ristrutturazione del debito. E ci darebbe tutto il tempo di riformare nel modo corretto il sistema fiscale ed agire con quelle (tante) riforme che renderebbero il Paese finalmente diverso. Cioè comparabile con gli altri.

STEFANO CASELLI

l’Economia, 2 ottobre 2017

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=59d21811bdd5c

Se ne vanno giovani e laureati

Li chiamano cervelli in fuga, talenti, ma spesso sono soltanto dei giovani laureati o studenti che preferiscono tentare la loro fortuna e la loro carriera nel mercato globale, fuori dai confini italiani. Nel solo 2015, ultimo dato disponibile certificato dall’Istat, sono stati 23 mila su un’emigrazione di oltre 100 mila persone, con un aumento del 15 per cento rispetto all’anno prima e raddoppiato rispetto al 2010. E sono dati per difetto. Con una sola certezza: rispetto a tutte le emigrazioni precedenti dalla fine dell’Ottocento in poi, questa è la prima di giovani che partono con il diploma in tasca. E lasciano qui un’Italia con i figli lontani.
Se si considerano i cittadini italiani emigrati con più di 25 anni, il 31 per cento ha la laurea: tantissimi, la media di laureati in Italia è del 14,8 per cento. E questa diaspora è un fenomeno che aumenta proprio mentre gli spostamenti all’interno del nostro Paese sono in diminuzione costante. «Nelle precedenti emigrazioni chi partiva erano gli scarsamente acculturati e preparati che non trovavano più lavoro in Italia, ora parte la meglio gioventù, un capitale umano molto elevato – spiega Antonio Schizzerotto, professore di sociologia a Trento, coautore per il Mulino del saggio Generazioni disuguali —. Si tratta di un impoverimento del nostro Paese che esporta medici e ingegneri e importa badanti. Purtroppo il motivo principale è che non esiste una domanda di capitale umano perché si è storicamente puntato sulle politiche del lavoro invece che su quelle della produzione».
Partono i giovani, la metà ha tra i 15 e i 39 anni. Ma vanno soprattutto in Europa, Regno Unito e Germania, almeno fino alla Brexit sono state le due mete preferite degli emigrati, seguite da Svizzera e Francia. Partono in tanti dalla Sicilia ma tantissimi anche da Lombardia, Veneto e Trentino. «Intanto dobbiamo dire che i movimenti all’interno dell’Europa non possono considerarsi come delle vere e proprie emigrazioni, ma sono ormai spostamenti anche fisiologici: dovremmo invece chiederci perché i tedeschi o i francesi non vengono da noi», spiega Francesco Billari, professore di demografia alla Bocconi. Ma è vero che visto dalla parte di chi resta, «è la prima volta che partono i figli unici. In passato le famiglie non si disgregavano o perché partivano tutti o perché c’erano sempre uno o due figli o figlie che restavano. Questo nuovo fenomeno porrà delle sfide al welfare: la popolazione sarà più vecchia di quel che ci si aspettava e sarà più sola per quel fenomeno che si definisce già il “care drain”». Tecnologie e trasporti rendono più semplice la lontananza ma ci sono momenti in cui la vicinanza anche fisica è insostituibile: «Non solo, oggi 100 mila italiani che se ne vanno possono sembrare pochi, ma proiettiamo la cifra in dieci anni: fa un milione».
Nel 2015 sono partiti in 102 mila italiani e ne sono tornati 30 mila, stando ai dati dell’Istat che misura le iscrizioni all’anagrafe degli italiani all’estero, l’Aire. Cinque anni prima, nel 2011, se ne erano andate 82 mila persone, poco più della metà. Una stima del centro studi Idos fa salire il numero degli espatriati a 285 mila nel 2016. Se si dovesse confermare significa che l’emigrazione è simile a quella del Dopoguerra. Ma se anche si confermassero le tendenze rilevate dall’Istat è come se ogni anno l’Italia cancellasse dalla sua cartina Rimini, come se tutti gi abitanti della città romagnola partissero.

GIANNA FREGONARA

Corriere della Sera, 26 settembre 2017

http://www.corriere.it/scuola/studiare-e-lavorare-all-estero/notizie/se-ne-vanno-giovani-laureati-nostra-vita-genitori-nell-italia-figli-lontani-3ab07376-9c5f-11e7-9e5e-7cf41a352984.shtml

La spending review frutta 3,5 miliardi ma è ancora poco

Il sistema Consip, la centrale di acquisto di beni e servizi per conto dello Stato, oggi nell’occhio del ciclone politico e giudiziario, tiene: in tre anni ha consentito di risparmiare 3,5 miliardi. Ma il livello della spesa corrente in Italia resta alto: al netto dei pesanti interessi che paghiamo sul debito pubblico e dei necessari investimenti, siamo nel 2016 a quota 42,2 per cento del Pil bloccati sul 42,2 per cento del 2015.
Tirata in ballo ogni autunno come panacea in grado di risolvere ogni male la spending review cammina ma non riesce a risolvere tutti i problemi del bilancio pubblico italiano. Intanto per l’area circoscritta di intervento: su 829,3 miliardi di spesa pubblica, restano fuori interessi, spesa sociale, pensioni e investimenti.
Nel mirino rimangono quelle che i tecnici definiscono “spese aggredibili”: 327,7 miliardi di cui tuttavia 164,1 sono spese per il personale e “solo” 163,3 sono i mitici acquisti di beni e servizi, dai computer alle risme di carta A4, che caricano il bilancio dello Stato.
La difficile battaglia per risparmiare sul bilancio dell’Italia spa, l’ha raccontata ieri l’attuale commissario alla spending review, Yoram Gutgeld, che ha illustrato, alla presenza del premier Gentiloni e del ministro dell’Economia Padoan, il rapporto sull’attività anti-sprechi del governo dal 2014 al 2016.
Quello che è certo è che la Consip, il centro effettivo e operativo della revisione della spesa, ha allargato il suo campo di azione: mette a disposizione della pubblica amministrazione un “menù”di merci per 48,3 miliardi (il 27 per cento in più rispetto a tre anni prima), lo scorso anno ha bandito gare per 17,3 miliardi e ha potuto contribuire alla spesa dello Stato con risparmi per 3,5 miliardi (il 13 per cento in più rispetto a tre anni prima).
Una storia difficile quella della spending review (sei commissari negli ultimi cinque anni) segnata spesso da contrasti e incomprensioni. Una delle mosse vincenti è stata quella dell’accentramento strutturale degli acquisti lanciato dall’ex commissario per la spending Carlo Cottarelli nel 2014. Oggi – come spiega la Relazione – invece di 36 mila stazioni appaltanti per decine di prodotti sanitari (dai vaccini, alle protesi allo smaltimento dei rifiuti) e generici (come vigilanza e pulizia) c’è un «tavolo unico» cui devono rivolgersi tutti, dal più piccolo ospedale alle grandi amministrazioni locali: il prezzo medio è sceso del 23 per cento. «La revisione della spesa c’è», ha osservato il ministro dell’Economia Padoan.
(….)

Da un articolo di Roberto Petrini

La Repubblica 21 giugno 2017

Consip

http://www.consip.it/

Sanità: 22,5 miliardi di sprechi

Doctors income

Prestazioni inutili, frodi, costi standard, burocrazia: su ogni 10 euro spesi per la sanità, se ne potrebbero risparmiare 2. Un totale di 22 miliardi e mezzo su un costo che nel 2016 è stato di 112,5 miliardi.

Nella sanità pubblica ogni 10 euro spesi se ne potrebbero risparmiare 2, per un totale di 22 miliardi e mezzo su una spesa annua 2016 che è stata di 112,5 miliardi. Si potrebbe intervenire su sei capitoli, dal taglio delle prestazioni inutili alla lotta alle frodi, dall’estensione dei costi standard negli acquisti a una organizzazione efficiente della prevenzione. La contabilità degli sprechi è contenuta nel 2° Rapporto sulla sostenibilità del servizio sanitario nazionale, presentato qualche giorno fa al Senato, alla presenza della ministra Beatrice Lorenzin e con la partecipazione, tra gli altri, di Agnès Couffinhal, senior economist dell’Ocse, che ha confermato le stime del rapporto della Fondazione Gimbe, invitando ad «agire senza indugi per tagliare gli sprechi con precisione… chirurgica». Un consiglio utile anche per il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Basti pensare che se davvero si risparmiassero 22,5 miliardi, la prossima manovra sarebbe già fatta, a partire dai 15,4 miliardi necessari per disinnescare l’aumento dell’Iva.

 

Lo Stato in ritirata

Nel nostro Paese, va subito detto, non si spende troppo. «A seguito del costante definanziamento – cioè del contenimento della spesa pubblica, si legge nel Rapporto – la spesa sanitaria in Italia continua inesorabilmente a perdere terreno». A partire dal 2013 i governi hanno programmato un contenimento della spesa per la sanità dal 7,1% del Pil al 6,4% previsto per il 2020 dall’ultimo Def (Documento di economia e finanza). «Guardando alla spesa pubblica pro-capite emerge in tutta la sua criticità il definanziamento pubblico: siamo sotto la media Ocse (2.469 dollari contro 2.820) e in Europa 14 Paesi investono più dell’Italia in sanità».

Contemporaneamente è aumentata la spesa privata. «Un quadro inquietante emerge dal confronto con i paesi del G7, dove l’Italia è fanalino di coda per spesa totale e per spesa pubblica, ma seconda per spesa out-of-pocket, testimonianza inequivocabile che la politica si è progressiva- mente sbarazzata di una consistente quota di spesa pubblica, scaricandola sui cittadini senza preoccuparsi di rinforzare in alcun modo la spesa privata intermediata» (fondi sanitari integrativi). Su circa 35 miliardi di spesa privata all’anno, infatti, oltre 30 sono sostenuti direttamente dalle famiglie, «con una spesa procapite annua di oltre 500 euro» e solo 4,5 intermediati da fondi e assicurazioni. Nessuna sorpresa, quindi, se i cittadini che hanno rinviato o rinunciato alle cure per difficoltà economiche siano aumentati da 9 milioni nel 2012 a 11 nel 2016.

 

Il paradosso dei Lea

I nuovi Lea, livelli essenziali di assistenza, da poco approvati dal governo, «concretizzano secondo gli esperti della Fondazione Gimbe – situazioni paradossali, dove con il denaro pubblico vengono al tempo stesso rimborsate prestazioni futili mentre altre indispensabili non vengono garantite», come per esempio «la telemedicina per il monitoraggio domiciliare dei pazienti con scompenso cardiaco, nonostante le robuste evidenze a supporto». Inoltre, i Lea rimandano a « ulteriori atti legislativi dalle tempistiche in parte ignote e imprevedibili, in parte note ma difficilmente applicabili in tutte le Regioni secondo le scadenze. Di conseguenza, l’accessibilità alla maggior parte delle prestazioni dei nuovi Lea è ancora un lontano miraggio».

 

Sei categorie di spreco

Nonostante ciò, 22,5 miliardi all’anno si potrebbero risparmiare. E magari spendere meglio, perché non solo si spende poco per la sanità, ma anche male. Il Rapporto individua 6 categorie di spreco: 1) «Sovrautilizzo» (6,75 miliardi di euro di spreco): farmaci, esami, ricoveri e interventi inutili. 2) «Frodi e abusi» (4,95 miliardi): corruzione diffusa nel sistema delle forniture e delle convenzioni coi privati; uso improprio dei fondi per la ricerca; appalti truccati; varianti di prezzo in corso d’opera; furto di farmici e altre forniture durante la distribuzione e lo stoccaggio; cattiva gestione del patrimonio immobiliare; false esenzioni dal ticket; utilizzo di strutture pubbliche a fini privati; schede di dimissione ospedaliera falsificate per gonfiare i rimborsi; dirottamento dei pazienti verso strutture private. 3) «Costi eccessivi» (2,25 miliardi) perché in molti casi non vengono applicati i costi standard, dai farmaci alle protesi, dalle apparecchiature alle pulizie. 4) «Sotto utilizzo» (3,38 miliardi), cioè mancata prevenzione con esami, cure e interventi che eviterebbero successive spese. 5) «Complessità amministrative» (2,48 miliardi): eccesso di burocrazia; gestione non informatizzata delle sale operatorie. 6) «Inadeguato coordinamento» (2,7 miliardi): duplicazioni nelle prestazioni; lunghe liste d’attesa; mancata presa in carico post-dimissione.

Enrico Marro

Corriere della Sera, 12 giugno 2017

 

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_11/sanita225-miliardi-sprechi-20b39ec0-4ed1-11e7-b3da-d63487cd15a9.shtml

Operai e borghesi escono di scena: ecco come cambiano le classi sociali

’Istat vuole produrre sociologia. Aveva iniziato nel Rapporto dello scorso anno con lo studio dell’avvicendarsi delle generazioni, nel 2017 però l’istituto si è posto un obiettivo più ambizioso: riscrivere e aggiornare la mappa dei principali gruppi nei quali si suddivide la società italiana. Il confronto è con l’elaborazione di Paolo Sylos Labini e con il saggio sulle classi sociali della metà degli anni 70 che classificava i gruppi a partire dai rapporti di produzione, negli anni 90 si sono imposti invece i lavori del sociologo Antonio Schizzerotto imperniati soprattutto sulla professione degli occupati. Ora l’Istat adotta per la classificazione una pluralità di caratteristiche che prendono in considerazione il reddito, l’istruzione, la partecipazione sociale, la posizione nel mercato del lavoro, l’ampiezza della famiglia, la cittadinanza e il luogo di residenza.

Il ruolo della famiglia

Per tutti questi motivi l’esperimento farà discutere animatamente sociologi ed economisti. I gruppi individuati sono nove e vale la pena elencarli per le tante novità che emergono: la classe dirigente, le pensioni d’argento, le famiglie di impiegati, le famiglie degli operai in pensione, le famiglie tradizionali della provincia, i giovani blue-collar, le donne anziane sole e i giovani disoccupati, le famiglie a basso reddito di soli italiani e le famiglie a basso reddito con stranieri.
Gli operai dunque si suddividono in due gruppi per di più «a reddito medio», la piccola borghesia sparisce così come i ceti medi di Sylos Labini, i pensionati da soli (!) danno vita ad altri due gruppi e il peso quantitativo degli impiegati è ragguardevole. Come è facile constatare poi il sostantivo ricorrente è «famiglia», non per una sorta di omaggio alla tradizione culturale italiana ma perché viene individuato come il soggetto che pur nella piena modernità continua a gestire e redistribuire gran parte delle risorse. Assorbendo peraltro al suo interno il conflitto intergenerazionale.
Cominciamo dalla classe operaia che perde la tradizionale identità collettiva che tanto ha contato nella politica del ‘900 e si divide in più gruppi situati però dentro il perimetro delle «famiglie a reddito medio». Le giovani tute blu sono un gruppo formato da poco più di 3 milioni di famiglie e 6,2 milioni di individui, hanno un contratto a tempo indeterminato e lavorano nell’industria, sono spesso coppie senza figli o persone sole, un grado elevato di instabilità coniugale, risiedono prevalentemente nelle regioni settentrionali. Il gruppo delle famiglie degli operai in pensione è molto più corposo (5,8 milioni di nuclei e 10,5 milioni di individui), è presente per lo più nei piccoli centri, ha quasi sempre la casa di proprietà, non ha più i figli conviventi e però dal punto di vista sanitario presenta criticità per eccesso di peso, sedentarietà e consumo di alcol.

A basso reddito

Quali sono invece i gruppi considerati a basso reddito? L’Istat ne individua ben quattro: a) famiglie con stranieri; b) famiglie povere di soli italiani; c) famiglie della provincia; d) anziane sole e giovani disoccupati. In totale fanno più di 8 milioni di nuclei e 22 milioni di individui. È interessante in questo caso sottolineare come la distanza rispetto agli altri gruppi emerga in maniera omogenea non solo se si prendono in considerazione i redditi ma anche la cittadinanza, la residenza territoriale e il (basso) profilo culturale.

Arriviamo alle famiglie che l’Istat definisce «benestanti» e sono formate da tre gruppi: gli impiegati, i pensionati d’argento e la classe dirigente. Il gruppo degli impiegati è consistente (4,6 milioni di famiglie e 12,2 di individui), è localizzato in prevalenza nel Centro-nord, possiede la casa dove abita e si caratterizza per una partecipazione attiva alla vita politica del Paese. Le pensioni d’argento (non privilegiate ma protette dalle favorevoli norme del passato) rimandano a 2,4 milioni di famiglie e per lo più a ex imprenditori ed ex dirigenti non laureati che hanno buoni consumi culturali e un forte impegno sociale.

Le vecchie élite

Infine la classe dirigente (l’Istat ha prudentemente evitato di usare il termine «élite»): ha un reddito del 70% superiore alla media e detiene il 12,2% del reddito totale. Parliamo di 1,8 milioni di famiglie capeggiate per lo più da imprenditori, dirigenti e quadri con titolo universitario che si caratterizzano per una maggiore partecipazione politica/sociale e per un «comportamento culturale pervasivo».
Con l’insieme di questa classificazione l’Istat ha operato una sorta di «seconda lavorazione» dell’enorme quantità di dati che possiede arricchendo sicuramente il dibattito sociologico corrente, anche perché fornisce materiale per una mappatura delle disuguaglianze non monopolizzata dalle sole differenze di reddito e dall’indice di Gini. Ed è sicuramente un passo avanti.

DARIO DI VICO

Corriere della Sera 17 maggio 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_maggio_18/operai-borghesi-escono-scena-istat-millennials-bamboccioni-cd9771b6-3b3a-11e7-935a-b58ef33c02e7.shtml


Rapporto ISTAT

http://www.istat.it/it/archivio/199318


 

Istat: scompaiono la classe operaia e la piccola borghesia, aumentano le disuguaglianze

Non esiste più la classe operaia, si fa fatica a rintracciare il ceto medio, e sempre di più nelle famiglie italiane la “persona di riferimento” è un anziano, magari pensionato. Nel Rapporto Annuale 2017 l’Istat prova a ricostruire la società italiana e a tracciare i connotati delle nuove classi sociali: molto è cambiato ma molto si è cristallizzato. La disuguaglianza aumenta e non è legata a ragioni antiche, al censo, ai beni ereditati, ma in gran parte ai redditi, e in buona parte anche alle pensioni. Da opportunità nascono opportunità: i figli della classe dirigente diventano classe dirigente, i figli dei laureati diventano laureati, gli altri lasciano la scuola giovani. La classe impiegatizia si arricchisce con le attività culturali, le famiglie a basso reddito guardano la tv. Il lavoro si polarizza: scompaiono le professioni intermedie, aumenta l’occupazione nelle professioni non qualificate, si riducono operai e artigiani. E nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

Le nuove classi sociali. “La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”, osserva l’Istat. L’istituto però non si limita a prendere atto della disgregazione dei gruppi tradizionali della società italiana, ma ne propone una ricostruzione originale, che suddivide la popolazione (stranieri compresi) in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita quella che un tempo era la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d’argento e la classe dirigente. In questa classificazione incidono vari fattori, il più importante è il reddito. Il gruppo sociale più povero, quello delle famiglie con stranieri, si ferma a una spesa media di 1.697 euro; si arriva poi agli oltre 3.000 delle famiglie di impiegati e delle pensioni d’argento fino alla classe dirigente che supera di poco i 3.800 euro mensili.

Disuguaglianze sempre più cristallizzate. Una divisione nuova della società italiana farebbe pensare a cambiamenti rivoluzionari. In realtà di rivoluzionario in Italia al momento non c’è niente: è una società che cristallizza le differenze, e che da tempo ha bloccato qualunque tipo di ascensore sociale. In effetti funziona quello verso il basso, ma i piani alti sono sempre meno accessibili. Tra le famiglie con minori disponibilità economiche pesano di più le spese destinate al soddisfacimento dei bisogni primari (alimentari e abitazione), mentre in quelle più abbienti, che sono poi anche quelle con un maggiore livello d’istruzione, sale l’incidenza di spese importanti per l’inclusione e la partecipazione sociale, destinate a servizi ricreativi, spettacoli e cultura e a servizi ricettivi e di ristorazione. L’Istat ordina le famiglie per “quinti” di spesa, e il risultato è che gli ultimi due quinti spendono il 62,2% del totale contro poco più del 20% dei primi due.

E’ soprattutto il reddito a determinare la condizione sociale. Le disuguaglianze in Italia si spiegano soprattutto con il reddito, ed evidentemente con la mancanza di meccanismi di redistribuzione adeguati, a differenza di altri Paesi europei. I redditi da lavoro, spiega l’Istat, spiegano il 64% delle disuguaglianze, però una parte è determinata dai redditi da capitale, non sono solo redditi da lavoro. Le pensioni contribuiscono al 20% della disuguaglianza, e si tratta di un dato in forte crescita dal 2008, anche per via dell’invecchiamento della popolazione (nel 2008 la percentuale si fermava al 12%).

Cresce la deprivazione materiale. Risale l’indicatore di grave deprivazione materiale, che passa all’11,9% dall’11,5% del 2015. In difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri, con disoccupati, oppure occupazione part-time, specialmente con figli minori. La povertà assoluta riguarda invece 1,6 milioni di persone, il 6,1% delle famiglie che vivono in Italia. Però se si considerano le famiglie, e non gli individui, poiché quelle povere in genere sono famiglie numerose, l’incidenza della povertà assoluta individuale è più alta, arriva al 7,6% della popolazione.

Il 28,7% a rischio di povertà o esclusione. Sono molte di più le famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale: il 28,7% della popolazione. La quota quasi raddoppia nelle famiglie con almeno un  cittadino straniero.

Occupazione di bassa qualità. L’Istat conferma l’aumento dell’occupazione, anche se sui 22,8 milioni di occupati del 2016 mancano ancora all’appello 333.000 unità nel confronto con il 2008. Inoltre, e questo spiega l’impoverimento di una parte consistente della popolazione, si tratta soprattutto di occupazione nelle professioni non qualificate (l’aumento su base annua è del 2,1%). Diminuiscono operai e artigiani (meno 0,5%). Cresce moltissimo il lavoro part-time, e quello in somministrazione aumenta del 6,4% su base annua. Il lavoro determina l’appartenenza alle “nuove” classi sociali: nella classe dirigente nove occupati su dieci svolgono una professione qualificata.

Crescita concentrata nei servizi. Nel 2016 oltre il 95% della crescita è concentrata nei servizi, settore in cui i livelli occupazionali superano di oltre mezzo milioni quelli del 2008. Prevalgono trasporti e magazzinaggio, alberghi e ristorazione e i servizi alle imprese: l’industria è ancora in arretrato di 387.000 unità rispetto al 2008.

Sono scomparsi i giovani. Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso 1,1 milioni di 18-34 anni. Mentre al 1° gennaio 2017 la quota di individui con oltre 65 anni raggiunge il 22%, facendo dell’Italia il Paese più vecchio d’Europa. Nel 2016 si è registrato un nuovo minimo delle nascite, nonostante gli stranieri ,che sono arrivati a poco più di cinque milioni, prevalentemente insediati nel Centro-Nord.

E il 70% vive ancora con i genitori. I giovani sono diminuiti, e nonostante ciò hanno forti difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro. Ecco perchè il 68,1% degli under 35 vive a casa con i genitori, si tratta di 8,6 milioni di individui.

Il 6,5% rinuncia a visite mediche. Il reddito insufficiente influisce anche sulla salute: negli ultimi 12 mesi ha rinunciato a una visita specialistica il 6,5% della popolazione, nel 2008 la quota si fermava al 4%.

Rosaria Amato

La Repubblica, 17 maggio 2017
http://www.repubblica.it/economia/2017/05/17/news/rapporto_istat-165634199/

Il Governo ha varato il Def

Via alla manovra e al rialzo delle stime sul Pil. Dopo due ore di consiglio, i ministri hanno approvato il Documento di economia e finanza (Def), insieme al Programma nazionale delle riforme e alla manovrina da 3,4 miliardi per correggere i conti, in accordo con la richiesta Ue. Contestualmente, il governo ha rivisto leggermente al rialzo la crescita dell’anno in corso. La nuova stima del Pil è pari a 1,1% contro l’1,0% stimato finora.

 

Pil in rialzo

«Il governo ha dato il via libera- all’unanimità- al Def, al Pnr, al decreto che contiene diversi interventi di crescita e sviluppo tra cui la correzione di bilancio e ha condiviso un piano di investimenti che sarà tradotto in un decreto nei prossimi giorni». Così il premier Paolo Gentiloni al termine del Consiglio dei ministri convocato per approvare il Documento di programmazione economica e finanziaria. Il governo rivede leggermente al rialzo la crescita dell’anno in corso: +1,1% contro l’1% stimato finora. Il Prodotto interno lordo crescerà invece dell’1% nel 2018 (rispetto alle stime di +1,3%) e altrettanto nel 2019 (quando era dato al +1,2%), «con un’impennata poi nel 2020». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, parlando di «previsioni conservative che auspicabilmente saranno riviste verso l’alto». «Avremo sorprese positive, questa è la mia convinzione», ha aggiunto, spiegando che i numeri sono quelli attuali per una «stance politica fiscale molto stringente». Da registrare anche la riduzione del deficit: «C’è una curva di riduzione del deficit dal 3% del 2014» e dal 2,3% dello scorso autunno «al 2,1% che presumibilmente ci sarà quest’anno». Il rapporto debito-Pil si stabilizza attorno al valore dell’anno scorso, ma «i numeri saranno disponibili domani».

La crescita

Il ministro Per Carlo Padoan assicura che il paese va «verso una crescita più solida, sostenibile e inclusiva» da rafforzare proseguendo con le riforme. Ottimista anche Gentiloni: «Il Def registra una crescita, questa progressione dice la strada che abbiamo seguito in questi anni e che continuiamo a seguire».

 

Pubblico impiego

Il Documento di economia e finanza prevederà altri 2,8 miliardi di euro da stanziare per il pubblico impiego per arrivare ad un aumento contrattuale medio di 85 euro nel 2016-2018. «Il Governo mantiene gli impegni presi con l’accordo del 30 novembre sia nel contesto giuridico che economico-finanziario», spiega il sottosegretario alla Pubblica amministrazione, Angelo Rughetti, per rassicurare subito la Cgil pronta alle proteste. Poi arriva anche la conferma della ministra della Pa, Marianna Madia: «Il governo conferma l’impegno economico di 85 euro medi sul rinnovo dei contratti della PA».

Il benessere? Si misura

Entrano gli indici del benessere nella programmazione economica. C’è anche la diseguaglianza. L’Italia è il primo paese a includerli. «Un elemento di novità nel Def riguarda il benessere e l’inclusione sociale, con il concetto di benessere equo e sostenibile come parte integrante della strategia economica- sottolinea Padoan- con un primo set di quattro indicatori di come gli obiettivi di benessere sono sostenuti dalle politiche del governo. L’Italia si trova in buona posizione per dire che non solo si pensa alla crescita ma si fanno politiche che migliorano il benessere e l’inclusione sociale».

Niente nuove tasse

«Abbiamo i conti in ordine e li abbiamo non aumentando le tasse, ma con misure di risanamento che si accompagnano a misure di sviluppo e di accompagnamento alla crescita», ha sottolineato Gentiloni. Anzi, «è intenzione del Governo continuare nel solco delle politiche economiche adottate sin dal 2014, volte a liberare le risorse del Paese dal peso eccessivo dell’imposizione fiscale al tempo stesso gli investimenti e l’occupazione, nel rispetto delle esigenze di consolidamento di bilancio», si legge nel comunicato diffuso da palazzo Chigi.

Manovra di rilancio

Accanto al Def il consiglio dei ministri ha approvato la manovra correttiva da 3,4 miliardi promessa all’Europa. «È un aggiustamento pienamente strutturale, che realizza i 3,4 miliardi nel 2017 e un ammontare superiore per gli anni successivi», ha detto Padoan.

Lotta all’evasione

«L‘aggiustamento dell’0,2% è ottenuto con l’efficientamento della gestione tributaria, con misure di lotta all’evasione validate dall’Ue e con misure solo in parte di tagli di spesa». E secondo gli obiettivi del governo, sarà proprio il contrasto all’evasione uno dei punti chiave della strategia evitare le «clausole di salvaguardia», tuttora previste per il 2018 e il 2019, che altrimenti, per coprire i vincoli Ue di bilancio, farebbero scattare l’aumento automatico dell’Iva per reperire risorse. Nel 2017 scadevano clausole di salvaguardia per 19 miliardi, che scattando avrebbero fatto aumentare l’aliquota IVA ordinaria dal 22% al 25% e quella sui beni primari dal 10% al 13%. Renzi ha chiesto e ottenuto che tali clausole fossero rinviate di un anno, guadagnando dodici mesi di tempo, ma durante i quali dovranno trovarsi le risorse necessarie per evitare una stangata fiscale.

Le privatizzazioni

Uno dei punti a cui il ministro Padoan teneva particolarmente erano le privatizzazioni: restano, ma gli obiettivi sono ribassati: i proventi per il 2017-2020, che a settembre erano stati fissati nello 0,5% del Pil, sono stati rivisti al ribasso allo 0,3% . «Nel piano nazionale di riforma vengono ribaditi i pilastri dell’agenda di riforme strutturali del governo con la contrattazione decentrata, la legge sulla concorrenza, la lotta alla povertà, le privatizzazioni, oltre che le riforme di giustizia civile e amministrative importanti per la crescita», ha assicurato Padoan. «I numeri sulle privatizzazioni sono confermati: troveremo il modo e i canali, anche originali, per gestire questo aspetto che è di molteplici benefici non è solo la riduzione del debito ma anche efficienza di gestione finanziaria e delle imprese». Un’ipotesi all studio prevede il conferimento a Cassa depositi e prestiti (Cdp) di partecipazioni per almeno 20 miliardi, secondo una fonte a conoscenza del dossier. Ma Padoan non si è sbilanciato sul ruolo di Cassa depositi e prestiti: «Nel Def c’è l’impegno, sugli strumenti nuovi» sono state scambiate delle idee «con obiettivo di tornarci a breve sopra con l’impegno di prendere eventualmente decisioni concrete».Il Tesoro attualmente possiede il 23,58% di Enel, il 4,34% di Eni, il 29,26% di Poste Italiane oltre al 30,20% di Leonardo e al 53,37% di Enav.

La spinta ai trasporti

Il Piano nazionale per le riforme (Pnr), una sezione del Def, prevede investimenti per 47,5 miliardi al 2032. «una prima tranche da oltre 25 miliardi è già pronta per essere allocata sulla programmazione infrastrutturale con i contratti di programma di Rete ferroviaria italiana e i grandi valichi, dal Brennero al Terzo Valico- anticipa il ministro dei Trasporti Graziano Delrio- Poi 9 miliardi andranno a Rfi e un’altra parte per le reti ferroviarie regionali. Un’altra fetta degli investimenti servirà al contratto di servizio con l’Anas a cui vanno oltre 5 miliardi per il completamento delle direttrici e il completamento di itinerari e messa in sicurezza del Paese».

Il reddito di inclusione

Varo del reddito di inclusione, come «misura universale di sostegno economico ai nuclei in condizione di povertà»; riordino delle prestazioni assistenziali; rafforzamento e coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali, «finalizzato a garantire maggiore omogeneità territoriale nell’erogazione delle prestazioni». Sono gli interventi previsti nel piano nazionale delle riforme, parte integrante del Def, per combattere le diseguaglianze.

 

Il passaggio in parlamento

L’approvazione in Cdm è solo la prima parte. «La discussione è stata fluida, collaborativa nel governo e le decisione prese saranno discusse in Parlamento, non c’è un altro luogo in cui vengono discusse. Io lo reputo un risultato importante per l’azione di governo», ha sottolineato Gentiloni.

 

http://www.corriere.it/economia/cards/def-via-libera-governo-pil-rialzo-11percento/pil-rialzo_principale.shtml

Domande e risposte sulla Brexit

Perché Brexit inizia oggi?
Sebbene la volontà dei britannici di uscire dall’Unione europea sia stata chiarita con un referendum il 23 giugno 2016, solo oggi Londra attiverà, con una comunicazione al presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, che avvia e regola il meccanismo formale di uscita di uno Stato membro.
Quando partiranno i negoziati veri e propri con la Ue?
Tusk ha promesso una risposta, con le linee guida per le trattative, nel giro di 48 ore, ma bisognerà aspettare che queste siano avallate da un Consiglio europeo straordinario, convocato per il 29 aprile. E – visto che i termini del negoziato sono un tema caldo, che richiederà discussioni – non ci si attende un faccia a faccia tra le due parti prima di fine maggio-inizio giugno.
Quali sono i nodi principali?
Il capo negoziatore della Commissione Ue, Michel Barnier, vuole che prima di tutto venga fissato il “conto” che Londra deve pagare per il divorzio (stimato attorno ai 60 miliardi di euro tra impegni di budget già presi dalla Gran Bretagna e altre pendenze) e si risolvano le questioni inerenti i diritti dei cittadini e i confini e soltanto dopo si discuta di commercio. Londra ritiene che non esista alcun obbligo legale di pagamento e insiste perché si discutano subito anche le future relazioni commerciali. L’Articolo 50, senza fare piena chiarezza, recita che il negoziato deve «stabilire le modalità per l’uscita, tenendo conto del quadro delle future relazioni con la Ue».
Quanto dureranno i negoziati?
L’Articolo 50 concede due anni dall’attivazione, con possibilità di proroga se le parti sono d’accordo. Considerando i passaggi parlamentari necessari per le ratifiche finali, il termine realistico da rispettare per un’intesa è la fine del 2018.
Che cosa succederà nel biennio di negoziati, per esempio ai cittadini Ue residenti nel Regno Unito?
Nulla. A scanso di equivoci, il Governo britannico ha chiarito che continuerà ad assicurare il pieno rispetto di diritti e obblighi europei fino al giorno in cui il Regno Unito uscirà dalla Ue.
Che cosa accadrà alla scadenza del biennio di negoziati?
L’incertezza maggiore riguarda il commercio. Senza un’intesa, i rapporti dovrebbero essere teoricamente regolati dalle tariffe della Wto, dopo anni di libero scambio. Con un’intesa in divenire, ma ancora non definita, Londra e Bruxelles potrebbero accordarsi per un periodo di transizione e dunque di prolungata validità delle regole attuali.
Brexit è irreversibile?
La questione è controversa. Se per John Kerr, ex diplomatico britannico che scrisse la bozza dell’Articolo 50, un dietrofront dopo l’attivazione è possibile, non la pensa così il ministro per la Giustizia britannico, Liz Truss. Tra i Paesi Ue i pareri sono contrastanti. Va ricordato che oggi è la prima volta che uno Stato membro ricorre alla procedura.
Che ricadute avrà Brexit sulla “tenuta” del Regno Unito?
I punti deboli sono Scozia e Irlanda del Nord, che a giugno si erano pronunciate contro Brexit. Ieri il Parlamento scozzese ha dato mandato alla premier Nicola Sturgeon di negoziare con Londra un nuovo referendum sull’indipendenza, da tenere a fine 2018 o inizio 2019. Ma il Governo britannico per ora si oppone. Quanto all’Irlanda del Nord, Brexit ha ridato vigore ai repubblicani del Sinn Fein, che hanno guadagnato seggi alle elezioni del 2 marzo e premono per un referendum sulla riunificazione con l’Irlanda.

A CURA DI MICHELE PIGNATELLI

Il sole 24 ore , 29 marzo 2017