Grandi città in deflazione

carrelSono cadute nella trappola della deflazione dieci grandi città, da Torino a Bari passando per Firenze e Roma. I prezzi invece che salire hanno invertito la tendenza, scendendo rispetto ai livelli registrati l’anno scorso. Una notizia positiva per le tasche dei consumatori, ma non in tutti i casi.

Quando si accosta a una disoccupazione in ascesa e a un’economia in recessione il risultato è la paura: gli economisti con la mente vanno subito al Giappone, alla crisi che per due decenni ha colpito il Paese. La mancata crescita dei prezzi in determinate circostanze può avere l’effetto di paralizzare il sistema, anzi, peggio, di innescare un circolo vizioso che porta al collasso. Per ora però i segni meno sono limitati a determinate aree territoriali, mentre la media nazionale a luglio, come conferma l’Istat, si mantiene positiva, anche se ai minimi da cinque anni e a un solo passo dallo zero (+0,1%).

Insomma l’Italia non è in deflazione, ma l’allarme è ormai stato lanciato. D’altra parte a terrorizzare è proprio la spirale, la catena “maledetta”: si parte con i consumi deboli che spingono a una riduzione dei listini. Ma, ed è questo il problema, la domanda non risponde alle sollecitazioni. Allora si fa ancora leva sui prezzi, abbassandoli ancora, ma non cambia niente, perché mancano tutte le altre condizioni di rilancio, finché la produzione perde ogni stimolo e il valore di beni e servizi si annulla. Ovviamente si tratta di una dinamica teorica, di casi di scuola, ma la posta in gioco è talmente alta che la deflazione, abbinata a una crescita anemica, viene vista come uno spettro.

Con luglio si arriva alla terza diminuzione consecutiva dell’indice, ormai sotto quota 1% da undici mesi. Per rintracciare un periodo così lungo di bassa inflazione bisogna fare un salto indietro di 55 anni. Non stupisce quindi se il sistema prezzi scricchioli: sia su base territoriale, con le flessioni maggiori a Livorno (-0,7%), Verona e Torino (-0,5%), sia guardando ai diversi settori. Interi comparti, infatti, risultano in deflazione, tra cui l’alimentare, che con un -0,7% annuo, segna il ribasso più forte da quasi dieci anni. D’altra parte l’insieme dei prodotti che vanno a finire nel carrello della spesa, dal cibo ai detersivi, tocca il minimo dal 1997. Neppure il caro vacanza è riuscito a risollevare il tasso: voli e traghetti aumentano solo a confronto con giugno, mentre calano rispetto all’estate precedente.

Ora occhi puntati sul mese in corso. E a riguardo l’Istat nell’ultima nota mensile, datata 31 luglio, qualcosa ha lasciato presagire: «L’inflazione potrebbe ulteriormente ridursi ad agosto, prima di una possibile marginale inversione di tendenza in autunno». Intanto l’economista Alberto Quadrio Curzio invita a considerare l’Italia all’interno del quadro Ue: «La politica economica restrittiva» di Bruxelles e Francoforte «sta portando l’Europa stessa – spiega – in una situazione di deflazione e recessione, che potrebbe configurare una sindrome giapponese». E stando all’indice armonizzato per i paesi Ue (Ipca) la Penisola ha già azzerato l’inflazione, registrando una variazione annua nulla, contro lo 0,4% della media relativa all’Eurozona). Cifre lontane dal target Bce del 2%.

Di fronte a questi dati Federconsumatori e Adusbef si appellano al Governo affinché estenda «la platea dei beneficiari del bonus di 80 euro», mentre il Codacons avverte che, se non si cambia marcia, «l’economia italiana rischia l’infarto».

http://www.lastampa.it/2014/08/12/economia/gi-i-prezzi-del-carrello-della-spesa-mai-cos-dal-axNkHowKm1LSetEgsojuMO/pagina.html

Deflazione, l’incubo degli economisti I prezzi scendono e inchiodano l’economia

http://www.lastampa.it/2014/04/04/economia/lincubo-degli-economisti-i-prezzi-scendono-e-inchiodano-leconomia-y3BUd87F1Pe3j10ibjEWsN/pagina.html

Sull’orlo dell’abisso

…..«fiscal cliff», abisso fiscale.

fiscal-cliff[1]O il presidente Obama e i repubblicani della Camera, guidati dallo Speaker John Boehner, trovano un accordo o scattano 600 miliardi di dollari (€ 460 miliardi) in tasse e tagli alla spesa automatici, inclusi 50 miliardi di dollari alla Difesa. Senza intesa, l’Ufficio del Bilancio stima una caduta del 4% nel prodotto interno Usa, il Paese che scivola in recessione, sei mesi con caduta libera fino a -2,9 nella crescita e solo da giugno a dicembre 2013 un lentissimo ritorno a un gracile +1,9%. Tutti gli americani, ricchi e poveri, pagheranno più tasse, tre milioni di disoccupati, da qui a marzo, perderanno i 290 dollari di sussidio settimanale, 25 milioni di lavoratori a basso salario non riceveranno più vari sussidi, da sanità a scuola. Otto milioni di bambini rischiano la povertà.

….. se lo Zio Sam cade, sia un abisso o solo una botola fiscale, anche l’Unione Europea e l’Italia si faranno male. L’America in recessione, il caos a Washington, la rissa politica permanente dell’ultima potenza, non gioveranno nei prossimi 12 mesi, con il Giappone che prova nuovi equilibri politici, la leadership debuttante in Cina, Italia e Germania alla vigilia di difficili elezioni.

La lezione americana, comunque finisca, indica elementi di nuova, ruvida, politica che anche da noi presto si imporrà. Il no alle tasse dei repubblicani, radicato da una generazione, non è politico ed economico, è culturale. Indica la fine di un senso civico di comunità, non si vogliono pagare imposte perché tanti ceti si rivolgono a scuola, sanità e pensioni private, vivono in «gated community», quartieri residenziali chiusi, e trovano assurda l’idea di provvedere ai concittadini meno fortunati. La politica, il governo, le burocrazie federali, hanno dissipato, tra sprechi, corruzione e inefficienze, la loro credibilità davanti a milioni di cittadini. Egoismo, certo, ma anche sfiducia consumata nello Stato fiscale, il welfare, la spesa. Mezzo secolo fa i democratici di Kennedy e Johnson dichiararono guerra alla povertà, investirono miliardi per debellarla, ma oggi le minoranze più prospere sono quelle che hanno scommesso su se stesse, sul lavoro, il business, l’etica del lavoro, non sui sussidi pubblici: gli asiatici….

Da qui a gennaio, con una possibile, drammatica, coda fino a primavera, il duello fiscale continuerà, poi gli Stati Uniti troveranno un accordo, vedremo quanto fragile e provvisorio. Ma, come dicevano gli antichi favolisti latini, De te fabula narratur, la favola dell’abisso fiscale parla di noi, italiani, europei. Le divisioni politiche, sia pur radicali, sono la forza della democrazia, l’alternanza di proposte liberiste e keynesiane, accompagna feconda le diverse stagioni economiche. Quel che rischia di fermare tutti è il contrapporsi di sprechi, corruzioni, egoismo, guerra di tribù sociali. Non è il 13 a rendere sfortunato il 2013, è lo smarrimento del senso e della ragione di cittadinanza comune. I Tea Party originali, nel Settecento, chiedevano «No taxation without representation», niente tasse senza diritti politici pieni, perché erano fieri dei diritti e della politica che li rappresentava ed erano disposti a pagarne il prezzo fiscale. Perduta la fiducia nella politica, il prezzo del biglietto fiscale sembrerà sempre troppo esoso, in America e da noi.

http://www.lastampa.it/2012/12/28/cultura/opinioni/editoriali/l-abisso-usa-che-spaventa-il-mondo-4k4cLmbdTGRSaLH8JAO5sM/pagina.html

Cos’è il FISCAL CLIFF

http://www.ilpost.it/2012/12/28/guida-fiscal-cliff/

Cosa rischiano gli Usa

http://www.repubblica.it/economia/2012/12/27/news/fiscal_cliff_scheda-49503403/?ref=HREC1-12