Se l’America se ne va dal Trattato di Parigi l’effetto serra ha vinto

Che cos’è il Trattato di Parigi sul clima da cui Trump vorrebbe uscire?
È un accodo internazionale che mira a frenare il riscaldamento globale. È stato firmato abbastanza di recente, nel 2015, ma ha alle spalle una lunga elaborazione essendo erede di varie iniziative convergenti, fra cui il famoso protocollo di Kyoto del 1997, primo grande impegno sulla questione.
In che cosa consiste il riscaldamento globale?
Si tratta di un fenomeno accertato, anche se è impossibile provare al di là di ogni dubbio che sia di origine umana. Nel XX secolo la temperatura media del pianeta è aumentata di tre quarti di grado, che possono non sembrare tanti a noi profani ma in realtà bastano a influenzare in profondità il ciclo delle piogge a livello mondiale, il ricambio delle acque negli oceani, l’umidità o la siccità sulle terre emerse eccetera. Inoltre c’è un problema di prospettiva: fenomeni di questa portata hanno un’inerzia fortissima, le tendenze non si invertono se non nel lungo periodo e a prezzo di sforzi enormi, anzi c’è il forte rischio che il riscaldamento acceleri. Il timore è che nel XXI secolo la temperatura media aumenti non più di frazioni di grado, come ha fatto finora, ma di diversi gradi tondi, rendendo il nostro pianeta irriconoscibile.
Che impegni ha stabilito il Trattato di Parigi?
L’obiettivo è di limitare l’incremento della temperatura media della Terra in questo secolo a meno di 2 gradi centigradi rispetto al livello pre-industriale. Molti climatologi ritengono che questo sia già troppo perché il pianeta lo possa sopportare, ma per le ragioni dette sopra non sarebbe realistico proporsi obiettivi più ambiziosi. Anche i 2°C comunque sono problematici: bisognerebbe azzerare le emissioni di gas a effetto serra nel 2050. Ma i gas serra sono emessi dalla combustione di benzina, carbone e metano; è dura farne a meno.
Perché l’enfasi è sulla riduzione dei gas serra?
Perché c’è un vasto consenso fra i climatologi sul fatto che il riscaldamento globale sia dovuto all’effetto serra. Attenzione: i due concetti, spesso usati come sinonimi, non coincidono. I pochi scettici ammettono il riscaldamento globale, ma non credono che sia dovuto ai gas serra emessi dalle attività umane; fanno notare che in passato la Terra ha vissuto periodi anche più caldi di quello attuale, e che queste oscillazioni sono state dovute a cause naturali, quando ancora l’uomo non esisteva, o non era in grado di influire sul clima; anche stavolta le cause potrebbero essere quelle. Chi crede nell’effetto serra fa invece notare che la curva dell’aumento delle temperature e quella dell’aumento dei gas serra sono parallele, e che mai in passato le fluttuazioni climatiche sono state rapide come oggi.
Perché Trump è scettico sul mutamento del clima?
Non sembra che faccia obiezioni scientifiche ma che voglia evitare all’industria americana una costosa riconversione alle energie verdi e al risparmio energetico.
Se Trump disconosce il Trattato di Parigi che cosa succede?
I casi sono due. Se il presidente decide di non rispettare il Trattato di Parigi, ma l’America non lo segue, non cambia niente. E questo è uno scenario possibile, perché l’industria degli Usa, nel suo complesso, ha già fatto molti investimenti verso la transizione energetica, e adesso avrebbe difficoltà a cambiare strada un’altra volta (c’è una forte inerzia anche in questo, non solo nel riscaldamento globale). Se invece Trump riesce a convincere il suo Paese ad abbandonare la lotta all’effetto serra, questo può vanificare tutto lo sforzo globale in tal senso: magari l’Europa andrà avanti comunque, per convinzione, ma altri Paesi penseranno che sia stupido impegnarsi mentre gli Usa non lo fanno; tutto tornerebbe in discussione, e gli obiettivi al 2050 diventerebbero irrealistici.

Luigi Grassia

La Stampa, 29 maggio 2017

 

http://www.lastampa.it/2017/05/29/esteri/se-lamerica-se-ne-va-dal-trattato-di-parigi-leffetto-serra-ha-vinto-PaEx43JK8GApkTGA5WrQgJ/pagina.html

Trump studia i dazi contro i prodotti europei. Colpita l’Italia, dalla Vespa alla San Pellegrino

Far scattare le ganasce commerciali alla Vespa per vendicare il blocco europeo alle carni americane. Colpisce anche il gioiello di casa Piaggio il braccio di ferro con cui l’amministrazione Trump intende impostare le relazioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico. In particolare il capitolo che riguarda il divieto di importazione nel Vecchio Continente di carni derivate da bestiame trattato con ormoni, in riposta del quale sono al vaglio misure tariffarie sino al 100% del valore del prodotto. E che colpirebbero, ad esempio, l’acqua minerale Perrier e il formaggio Rocquefort di produzione francese, e la Vespa Piaggio, il mitico scooter simbolo dell’Italia che riscuote da anni un enorme successo anche in Usa. Complessivamente nel mirino dovrebbero finire importazioni per 100 milioni di dollari l’anno. La questione delle carni Usa trattate con ormoni è stata oggetto di discussione dinanzi all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e l’organismo si era pronunciato nel 2008 a favore degli Usa. A Washington era stato riconosciuto il diritto a mantenere le tariffe introdotte su prodotti europei in risposta al divieto alle carni perché quest’ultimo era stato considerato da Wto una violazione alle regole di commercio internazionale. Gli Usa tuttavia hanno sospeso le tariffe in questione dopo che, nel 2009, Bruxelles acconsentì alle carni americane non trattate con ormoni di avere accesso al Vecchio Continente. In realtà, secondo i produttori Usa, l’Europa non ha mai attuato in pieno l’apertura decisa da Bruxelles, tanto che nel 2016 l’export verso l’Europa di carni bovine americane era meno di un quarto di quello diretto in Giappone o Corea, e meno della metà di quello destinato a Canada e Messico. Il Congresso, nel 2015, ha quindi approvato una misura che rendeva più facile all’amministrazione americana, allora guidata da Obama, di adottare tariffe come ritorsione al mancato adeguamento europeo. Assieme al congelamento di tutta una serie di trattative sul libero scambio inquadrate nel più vasto negoziato Ttip, il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico. Con l’arrivo di Trump le misure sanzionatorie potrebbero trovare attuazione in tempi brevi.

Francesco Semprini

la Stampa, 30 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/30/economia/contro-il-blocco-della-carne-americana-gli-stati-uniti-mettono-i-dazi-sulle-vespe-7x3apuN1FCgvf4nxLg9JSP/pagina.html

 

Diecimila norme dentro una bottiglia di acqua minerale

bottttNegli ultimi giorni, a centinaia in tutta Italia, si susseguono le ordinanze comunali sull’acqua. Da Bergamo a Santa Teresa a Riva, in provincia di Messina, i sindaci ne vietano l’utilizzo per «innaffiare orti, lavare auto e riempire piscine» e limitano «i consumi domestici ai soli usi potabili ed igienici», con multe per i trasgressori fino a 500 euro. Con i piccoli gesti quotidiani che la circondano – si riempie, si stappa, si beve, si richiude, si conserva – una bottiglia d’acqua può sembrare una cosa semplice. Invece è un esempio tra i più clamorosi dell’inflazione normativa da cui siamo sommersi. Le ordinanze si aggiungono a un vasto elenco di centinaia di direttive europee, leggi statali e regionali, decreti legislativi e ministeriali. In tutto circa diecimila norme che occupano duecento pagine e cinquanta metri di lunghezza.

Le classificazioni

Tanto per cominciare, c’è acqua e acqua. Quella potabile viene regolata in generale dall’Unione Europea con una direttiva del 1998 e dallo Stato con un decreto legislativo del 2001 che contiene la definizione base di «acque destinate al consumo umano». Sulla tutela ambientale c’è il decreto legislativo 152 del 2006. Poi c’è una dettagliata disciplina a livello comunale. Per la commercializzazione, le leggi distinguono l’acqua minerale naturale da quella di sorgente. Per le acque gassate va tenuto conto del regolamento 230 del 2004 che modifica il decreto 719 del 1958», ma solo per quanto riguarda «la procedura di comunicazione di ingredienti alimentari non previsti dall’articolo 2 del decreto 719». Restano la circolare ministeriale 1 del 2006 e le regole comunali.

Il tappo

Fin dal momento in cui svitiamo un tappo, applichiamo decine di leggi. Punto di riferimento è la Direttiva europea 54 del 2009 sull’utilizzazione e la commercializzazione delle acque minerali naturali, recepita dal decreto legislativo 176 del 2011. Attenti, però: il tappo legislativamente non si chiama così. La legge prescrive che ogni bottiglia «deve essere munita di un dispositivo di chiusura tale da evitare il pericolo di falsificazione, contaminazione e fuoriuscita».

La bottiglia

Bisogna essere precisi. Normalmente in PET (polietilene tereftalato) o in RPET (Polietilentereftalato riciclato), la bottiglia deve tener conto delle regole previste dal decreto ministeriale del 1973 che fornisce la «disciplina igienica», così come integrato da un successivo decreto ministeriale del 2010 che si esprime «limitatamente alle bottiglie in polietilentereftalato riciclato», a sua volta modificato da un altro decreto ministeriale del 2013. E comunque bisogna tener conto della normativa europea. In particolare del regolamento 1935 del 2004 che abroga le direttive 590 del 1980 e 109 del 1989. Per altro verso, il decreto legislativo 105 del 1992 prevedeva che la bottiglia non potesse «eccedere la capacità di due litri». Ma tale limite è stato abrogato. Come se non bastasse, ci sono le leggi regionali. La Sicilia ha emanato un decreto per cui «i contenitori non devono superare la capacità massima di litri 20».

L’etichetta

L’articolo 12 del decreto legislativo 176 del 2011 è un’enciclopedia, con tanto di commi, lettere, numeri, per un totale di 903 parole. Prevede la dizione «acqua minerale naturale» integrata, se del caso, con cinque menzioni che variano da «totalmente degassata» a «naturalmente gassata» o «effervescente naturale». E poi decine di «indicazioni obbligatorie», «indicazioni facoltative» e «ulteriori indicazioni facoltative», oltre a un elenco di divieti.

Immissione in commercio

In Italia abbiamo oltre 500 etichette. L’immissione in commercio di un’acqua di sorgente è subordinata ad autorizzazione regionale. Ogni acqua ha il suo decreto ministeriale. Alle condizioni previste dal decreto 176 del 2011 si adeguano dettagliate delibere regionali. Per esempio quella friulana del 2015 richiama in premessa cinque regolamenti europei, due decreti del presidente della Repubblica, due decreti ministeriali, un decreto legislativo. E si aggancia a ben 22 atti normativi di riferimento.

Controlli

La vigilanza, esercitata da organi regionali, è assoggettata al decreto legislativo 194 del 2008 e a un decreto ministeriale sui limiti di accettabilità di un’acqua minerale. Una circolare ministeriale del 1993 stabilisce che «le analisi per il rinnovo delle etichette vengono effettuate ogni anni».

Il trasporto

Ogni anno in Italia circolano 6 miliardi di bottiglie da 1,5 litri su centinaia di migliaia di camion. Il trasporto è regolato dalla legge 283 del 1962 e dal decreto 327 del 1980 che impone particolari autorizzazioni sanitarie. Vietato il trasporto dell’acqua minerale naturale a mezzo di recipienti che non siano quelli destinati al consumatore finale, come prevede il decreto legislativo 176 del 2011.

Sanzioni

Previste dal decreto 176 del 2011 e regolate dalla legge 689 del 1981, sono irrogate dalle Regioni. Arrivano a 110.000 euro per «chiunque privo di autorizzazione imbottigli, importi o metta in vendita acqua minerale»; fino a 90.000 per «chiunque contravviene agli obblighi previsti per l’etichettatura» e per divieti su potabilizzazione e aggiunta di sostanze battericide.

Lo smaltimento

E qui si apre un territorio sconfinato, basato sulla disciplina dello smaltimento dei rifiuti, contenuta nel decreto legislativo 152 del 2006. Ma prima bisogna considerare le molteplici direttive europee: 156 e 689 del 1991 sui rifiuti pericolosi, 62 del 1994 sugli imballaggi. Tutte recepite in Italia dal decreto legislativo 22 del 1997, a cui sono seguite migliaia di leggi regionali, regolamenti, ordinanze.

Chi non avesse tempo di studiarle tutte, può affidarsi al buon senso del sito internet dei carabinieri: «Dopo il consumo, schiacciate longitudinalmente la bottiglia e riavvitate il tappo. In questo modo si agevola il recupero e il riciclo per la raccolta differenziata».

Giuseppe Salvaggiulo

La Stampa 14 agosto 2015

http://www.lastampa.it/2015/08/14/italia/cronache/diecimila-norme-dentro-una-bottiglia-di-acqua-minerale-BnWqZEWIv3VTCi3hxJzAvJ/pagina.html

 

Land grabbing

Non si ferma la corsa di Stati, multinazionali e fondi di investimento per impadronirsi di terre fertili a prezzi stracciati. Un tentativo di garantirsi le risorse alimentari di cui il Pianeta avrà presto bisogno che assume sempre più il volto di una nuova colonizzazione. E che sta gettando le basi di futuri conflitti per il controllo della poca acqua disponibile. Ecco chi sono i nuovi padroni del mondo che rispondono solo alle logiche del profitto e come condizioneranno la nostra esistenza…………….

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/10/06/news/la_guerra_per_il_cibo_che_verr2-96002570/?ref=HREC1-32

Nel mondo quasi 800 milioni di persone senza risorse idriche

watIl 67% degli italiani beve l’acqua del rubinetto, quasi 3 miliardi di persone nel mondo non hanno neanche il rubinetto.  In Italia se ne consumano 200 litri al giorno pro capite, in Africa 20, negli Stati Uniti 600. Da noi la bolletta è sempre più cara: 333 euro di spesa media per famiglia nel 2013 (più 7,4% rispetto al 2012). La regione idricamente più costosa è la Toscana (498 euro a famiglia) seguita da Marche e Umbria, mentre la più economica è il Molise (143 euro). Consoliamoci: ci sono luoghi dove l’acqua non si paga in denaro ma in vite umane.

Guerre

Pochi giorni fa in Nigeria una battaglia tra allevatori musulmani e contadini cristiani ha fatto cento vittime: la posta in gioco non era tanto la libertà di culto quanto il controllo dei rari pozzi intorno a un villaggio. Il Pacific Institute tiene una cronologia di tutti i conflitti nella storia che riguardano l’acqua: sono 265. Non si tratta quasi mai di grandi guerre, ma di un reticolo di scontri e tensioni che condizionano la vita di miliardi di persone oltre che la diplomazia internazionale: tra India e Cina per esempio è in corso la «battaglia delle mega-dighe» sul fiume Brahmaputra. Tra Mosca e Kiev, oltre alla questione gas, c’è anche un possibile contenzioso idrico: tutta l’acqua consumata dalla Crimea neo-russa viene dall’Ucraina. L’agenzia dell’Onu per l’ambiente (Unep) dice che un terzo dei laghi e dei fiumi sulla Terra si sta ritirando. In Cina 27 mila corsi d’acqua, la metà del totale, sono scomparsi dagli anni Cinquanta a oggi. In Italia secondo l’ultimo rapporto di Cittadinanzattiva il 33% della ricchezza che scorre nelle nostre tubature va perduto prima di raggiungere i consumatori. Il dato complessivo sugli sprechi nei Paesi sviluppati è del 15%, negli altri sale fino al 35-50%. Italia Paese quasi sottosviluppato quando si tratta di risparmiare risorse idriche?

Accesso all’acqua e servizi igienici

Arrivata sull’onda di un inverno da noi super piovoso, quest’anno la Giornata mondiale dell’acqua sembra fare meno paura con i suoi memento sull’emergenza globale e la scarsità del cosiddetto «oro blu». Eppure i dati forniti dall’Onu e dalla Banca mondiale battono qualsiasi ottimistica «sensazione meteo» su una possibile abbondanza di risorse dal cielo. Quasi 800 milioni di esseri umani oggi non hanno accesso all’acqua potabile, 2 miliardi e mezzo non hanno servizi igienici (metà degli indiani fa i propri bisogni all’aperto), un miliardo e 300 milioni non hanno elettricità. È proprio l’accoppiata delle due bollette (acqua e luce) a costituire la sfida maggiore. Non a caso le Nazioni Unite hanno focalizzato il loro rapporto per il World Water Day 2014 proprio sul fattore energia. E la stessa Banca mondiale negli ultimi mesi ha messo a punto un’iniziativa per sensibilizzare governi e cittadini sugli scenari della «Thirsty energy».

Acqua ed energia

L’energia ha «sete» di acqua per essere prodotta, l’acqua ha bisogno di energia per essere raccolta e distribuita. Con la popolazione mondiale che punta a quota 9 miliardi, da qui al 2035 il consumo energetico crescerà del 35% (dati International energy agency), con un conseguente incremento del consumo idrico pari all’85%. Stesso discorso sulla questione alimentare: oggi il 70% dell’acqua è usata in agricoltura. Per venire incontro alla crescita demografica si dovranno produrre maggiori quantità di cibo (30% in più) e dunque usare più risorse per l’irrigazione. La scarsità di oro blu, mette in guardia la Banca mondiale, minaccia i progetti di sviluppo in tutto il mondo. Nell’ultimo anno l’India per mancanza di materia liquida per i sistemi di raffreddamento ha dovuto spegnere alcune centrali termoelettriche e la Francia (in certi casi) quelle nucleari, gli Stati Uniti hanno ridotto la loro produzione di energia, giganti come Brasile e Cina hanno visto diminuita la loro capacità idroelettrica. Negli ultimi cinque anni più del 50% delle imprese energetiche mondiali ha registrato problemi legati al reperimento dell’acqua. Soluzioni? Le parole d’ordine dell’Onu sono le solite: più efficienza, meno sprechi. Più diplomazia e meno conflitti. Funziona persino tra specie diverse: in Kenya i pastori Samburu sfruttano il fiuto degli elefanti, abili a trovare le falde acquifere. E poi ricambiano il favore preparando abbeveratoi per gli animali assetati.

 

http://www.corriere.it/ambiente/speciali/2014/giornata-mondiale-acqua/notizie/consumi-crescita-265-guerre-33bed8e2-b198-11e3-a9ed-41701ef78e4b.shtml

Don Milani , esperienza profetica

….. se è vero che il valore di una vicenda si misura anche con la capacità di anticipare i tempi della storia, allora quella di Lorenzo Milani resta un’esperienza “profetica” che ancora parla alla società, alla politica e alla Chiesa di oggi.

La scuola rimane l’ambito principale, ma non l’unico. Insieme ai suoi “ragazzi” ne denunciò il classismo in Lettera a una professoressa e la sperimentò come prassi liberatoria, sia nella scuola popolare serale per gli operai di Calenzano, 20 anni prima delle “150 ore” conquistate con lo Statuto dei lavoratori del ‘70, sia nella scuola di Barbiana per i piccoli montanari del monte Giovi….

. E «se le cose non vanno, sarà perché il bambino non è tagliato per gli studi», anche in prima elementare, come i 5 alunni bocciati nella scuola elementare di Pontremoli, pochi giorni fa. È dimenticata la lingua, «la lingua che fa eguali», e le lingue che, in un’ottica “internazionalista”, consentono agli oppressi di tutto il mondo di unirsi: a Barbiana studiamo «più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre». Milani mandava all’estero i giovanissimi studenti del Mugello, bambine comprese, vincendo paure e resistenze delle famiglie: ne è testimonianza vivente Francesco Gesualdi, ex allievo di Barbiana, a 15 anni spedito in Nord Africa ad imparare l’arabo, oggi infaticabile animatore del Centro nuovo modello di sviluppo per i diritti dei popoli del sud del mondo.

Non c’è solo la scuola. Ci sono anche i beni comuni: acqua e casa. È poco nota, ma di grande significato, la lotta fatta insieme ai montanari barbianesi per la costruzione di un acquedotto che avrebbe dovuto portare l’acqua a nove famiglie. Una battaglia persa, perché un proprietario terriero rifiutò di concedere l’uso di una sorgente inutilizzata che si trovava nel suo campo, mandando così all’aria, scrive Milani in una lettera pubblicata nel ‘55 dal Giornale del Mattino di Firenze (allora diretto da Ettore Bernabei) «le fatiche dei 556 costituenti», «la sovranità dei loro 28 milioni di elettori e tanti morti della Resistenza», madre della Costituzione repubblicana. Di chi è la colpa? Della «idolatria del diritto di proprietà». Quale la soluzione? Una norma semplice, «in cui sia detto che l’acqua è di tutti»…..

http://temi.repubblica.it/micromega-online/don-milani-l%e2%80%99esplosiva-profezia-del-benecomunismo/