L’acquisto di Monsanto da parte di Bayer rende evidente chi muove le pedine in Europa

baymonChi muove i pezzi sulla scacchiera? Berlino. Dov’è il futuro? In Germania. Se osserviamo le cose che contano, alla fine bisogna sempre guardare al nord per vedere cosa accade nel domani. Bayer e Monsanto daranno vita al più grande gruppo industriale dell’agroalimentare del mondo, l’aspirina e i fertilizzanti, i fitofarmaci e la Vitamina C. I tedeschi pagheranno Monsanto 66 miliardi e avranno il controllo di un gruppo attivo in tutto il mondo. E’ il più grande take-over mai realizzato nella storia dell’industria della Germania che così muove la sua diplomazia economica, dispiega la forza della sua cultura industriale, va sempre più oltre i suoi confini, si espande e continua la sua storica ricerca di spazi. Sono strumenti di influenza diplomatica, di politica estera. L’acquisto deve superare la barriera dei regolatori anti-trust, le giurisdizioni di trenta paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile, Canada e Unione Europea.

Non interessa gli italiani? Altro che. Bayer in Italia ha quattro siti produttivi (a Garbagnate milanese, Segrate, Filago e Nera Montoro), fattura oltre un miliardo di euro e ha 2.200 collaboratori. Monsanto è presente nel nostro paese da quarant’anni, è il leader mondiale della biotecnologia applicata all’agricoltura, il suo marchio Dekalb commercializza in Italia mais e colza per vari usi. In prima pagina la notizia è solo sul Sole 24Ore (“Bayer conquista Monsanto”) e MF (“Il terzo tentativo va a segno. Bayer conquista Monsanto con un’offerta da 66 miliardi $. Nasce gigante della chimica”), viene registrata come un fatto finanziario (e lo è) ma è soprattutto un agente della produzione nel nostro settore agricolo (dai prodotti di Bayer e Monsanto dipendono qualità e quantità dei raccolti) e un elemento di straordinaria importanza strategica per il paese chiave dell’Europa e della sua Unione, la Germania. (…..)

…. la regola è quella di una costante espansione del business tedesco in Italia. La Deutsche Borse oggi attraverso l’acquisto della Borsa di Londra controlla anche la Borsa di Milano; E.ON opera nell’energia con sei parchi eolici in Italia; Merck nel 1999 comprò un marchio storico dell’industria farmaceutica italiana, la Serono; Allianz è ai primi posti nel mercato assicurativo italiano, ha 5.500 dipendenti, 2.900 agenti, 22.000 collaboratori e oltre 1.900 promotori finanziari; Heidelberg Cement con un’offerta pubblica d’acquisto da 2 miliardi di euro (realizzata in queste ore) ha acquisito l’Italcementi della famiglia Pesenti, diventando così il primo gruppo mondiale per gli aggregati, il secondo per il cemento, con un fatturato complessivo di 18 miliardi di euro; Linde Group è il numero uno nel mondo nel settore dei gas industriali, in Italia è presente dal 1991 e nel corso degli anni ha comprato una serie di aziende strategiche, cominciò con le forniture all’Acciaieria Pittini di Trieste, è partner di Eni, è entrata nel settore dell’ossigenazione medica, nel fotovoltaico, rifornisce la stazione di idrogeno dell’Azienda dei trasporti milanese; ZF è uno dei principali fornitori mondiali di sistemi per il settore automobilistico, ferroviario e per i motori marini: freni, frizioni, sterzo, trasmissioni, sospensioni, airbag, telaio, cambio della vostra auto sono prodotti da ZF, è presente in Italia dal 1951. Quando si parla di Germania, quando si stigmatizza il cosiddetto “dominio tedesco” sull’Europa, bisognerebbe ricordare che è frutto di una politica industriale robusta, un’espansione continua sostenuta da un governo che promuove le sue imprese nel mondo, le affianca con una diplomazia silente e efficace. L’Italia? Come ha scritto Romano Prodi, qualche settimana fa sul Messaggero “l’Italia ha raggiunto l’incredibile risultato di non avere quasi più alcuna grande impresa nazionale pur essendo, per dimensione, il secondo paese industriale europeo”. La realtà, Auf Wiedersehen.

Mario Sechi

Il Foglio 15 settembre 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/09/15/monsantobayer-rende-evidente-chi-muove-le-pedine-in-europa___1-v-147505-rubriche_c383.htm

La formula della terra

agiafrLa formula del mondo – dicono i demografi – è: 1-1-1-4. Per grandi numeri, abbiamo un miliardo di persone nelle Americhe, uno in Europa, uno in Africa e 4 in Asia. Sette miliardi e passa. Quando io sono nato, nel 1966, c’erano poco più di tre miliardi di persone. Dunque, nell’arco di 50 anni la popolazione si è raddoppiata. Se organizziamo il mondo in una scala dobbiamo per forza considerare le buone e le cattive notizie. La buona: 3 miliardi di persone sono uscite dalla fame – in fondo è una storia bellissima che però nessuno vuole raccontare. La brutta è che i poveri sono ancora due miliardi e quasi 800 milioni di persone soffrono la fame.

Ma che significa fame? Solo nel 1881 eravamo il paese di Pinocchio, e sì, le calorie c’erano ma la diseguaglianza economica faceva sì che fossero mal distribuite e quindi un italiano su tre pativa la fame, ora siamo il paese di “Masterchef”, insomma il cibo c’è, e ne abusiamo. E poi, siccome non abbiamo più (fortunatamente) idea di cosa significa patire la fame,  ci permettiamo di idealizzare l’agricoltura del passato, senza considerare che l’aspettativa di vita all’Unità di Italia era molto bassa, intorno ai 35 anni, cioè bassa sicurezza alimentare, poche fognature, infezioni ecc.  Forse proprio per questo vale la pena leggere “La fame” di Martin Caparrós (Einaudi) – simpaticissimo quanto rigoroso scrittore. Per capire cosa significa vivere in un mondo dove la terra non rende e non rende perché senza il nostro apporto, la nostra capacità di innovare, la terra non dà buoni frutti, al massimo sazia qualche animale. Un reportage molto particolare (Niger, India, Bangladesh) che quelli di noi che nutrono simpatie reazionarie e parlano di agricoltura di sussistenza, ecco, quelli di noi che sono così dovrebbero leggerlo. Per capire meglio la distanza che passa tra le nostre nobili e belle dichiarazioni di intenti e la realtà. Insomma, che si fa quando si legge una passo così: “Sono terre secche, solo il 4 per cento della superficie africana ha un qualche tipo di irrigazione. Nel nord del Brasile, l’Organizzazione meteorologica mondiale ha confrontato la produttività di due ettari di terreno contigui piantati a fagioli, uno irrigato e l’altro no: quello che dipendeva dall’acqua piovana ha prodotto 50 chili di fagioli, l’altro 1.500. Sono terre sprovviste: in tutto il mondo ci sono 30 milioni di trattori, e i 700 milioni di contadini africani ne hanno a disposizione meno di 100 mila, la stragrande maggioranza di loro non ha altri strumenti al di fuori delle mani, le gambe e una zappa. Di quei 700 milioni di contadini, 500 non hanno semi selezionati né concimi minerali. E la grande maggioranza di loro non può vendere ciò che raccoglie al di là della propria zona: non ci sono strade sufficienti”. Il mondo ricco parla di chilometro zero, nel mondo povero il chilometro zero è una iattura. Qui si fanno convegni di biodinamica, e il ministro Martina  propone di creare corsi universitari specifici non solo sull’agricoltura biologica ma anche su quella biodinamica, e lì in quella parte del mondo dove l’agricoltura è davvero bio e spesso ci si affida al fato, ecco lì la gente non mangia. Caparrós ce la mette tutta per farci capire quanto siamo sciocchi e viziati, noi qui da questa parte, e quanto sia brutta, orribile la miseria e dunque che significa vivere tutti i giorni sperando di mangiare l’indomani: non puoi far niente altro, solo provare vergogna, la vergogna di pensare al cibo tutti i minuti della tua vita……….

Da un articolo di Antonio Pascale

Il Foglio 11 ottobre 2015

http://www.ilfoglio.it/cronache/2015/10/11/la-formula-della-terra___1-v-133688-rubriche_c114.htm

 

Tempesta perfetta sulle commodities

commodity 15La generalizzata debolezza dei prezzi delle materie prime è destinata a estendersi al 2015″, scrive la Banca Mondiale [World Bank] nel suo ultimo bollettino trimestrale “Commodity Markets Outlook”. Proseguirà, dunque, il calo dei prezzi che ha caratterizzato il 2014. A colpire maggiormente è stato il crollo del prezzo del petrolio, precipitato dai 115 dollari al barile del giugno 2014 ai 47 dollari di gennaio 2015, la terza più ampia flessione del dopoguerra. A determinare il crollo, quella che gli estensori del rapporto definiscono una “tempesta perfetta” di condizioni: crescita della produzione non convenzionale di petrolio, calo della domanda, apprezzamento del dollaro, il venir meno di alcuni rischi geo-politici e il cambiamento di approccio dell’Opec, ora propenso a mantenere le quote di mercato piuttosto che a porsi obiettivi di prezzo.

Ma a calare non è stato solo il prezzo dell’oro nero. Tutti e tre gli indici dei prezzi delle materie prime industriali (energia, metalli e materie prime agricole) elaborati dalla Banca Mondiale hanno registrato la stessa flessione: -37%, -36% e -35%, rispettivamente, dal picco del primo trimestre del 2011 alla fine del 2014.  E continueranno a calare nel 2015. “Le condizioni della domanda e dell’offerta a livello mondiale hanno contribuito a creare aspettative di un ribasso dei prezzi per tutti e nove gli indici delle materie prime elaborati dalla Banca Mondiale, un evento estremamente raro”, ha detto Ayhan Kose, direttore del Development Prospects Group della World Bank. Per quanto riguarda il petrolio, nello scenario base che non prevede peggioramenti della situazione economica internazionale o interventi da parte dell’OPEC, il suo prezzo medio è stimato sui 53 dollari al barile nel 2015, il 45% in meno rispetto al 2014, con un modesto recupero, circa 4 dollari, nel prossimo anno. La debolezza del petrolio influirà sugli altri mercati dell’energia, il gas naturale in Europa è previsto in calo del 15%. I prezzi delle materie prime alimentari sono previsti in calo di un ulteriore 4%, viste le favorevoli prospettive di raccolto nella stagione 2014/15 per cereali, oli alimentari e farine per alimenti; flessione più pronunciata, -5,6%, per le bevande, caffè in testa, grazie al recupero degli approvvigionamenti persi a causa dei mancati raccolti in Brasile a inizio 2014. In tema di produzioni agricole, va anche notato che, con il crollo del petrolio, vengono meno alcuni dei fattori che hanno spinto la produzione di bio-carburante negli ultimi anni, ovvero i timori relativi alla scarsità di fonti energetiche e alla sicurezza.

E’ prevista, infine, una diminuzione di oltre il 5% per i prezzi dei metalli, più contenuta per i fertilizzanti, traggono vantaggio del minor costo del gas naturale, e per i metalli preziosi, il cui previsto arretramento del 3% è essenzialmente legato a un minore interesse da parte degli investitori istituzionali.

http://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/mercati/2015/02/20/news/materie_prime_calo_continuo_sar_un_anno_al_ribasso-107760559/

Banca Mondiale

http://www.worldbank.org/

Quando separiamo il grano dall’iPhone

silosQuando separiamo il grano dall’iPhone
la Repubblica, venerdì 3 ottobre 2014
Nel giro di appena un weekend, Apple ha venduto 10 milioni di unità del nuovo iPhone. Un record. Google deve far fronte alle pressioni delle autorità europee, preoccupate di tutelare la concorrenza e la privacy dei suoi cittadini. Amazon ha in corso una controversia commerciale con la casa editrice Hachette e decide di discriminare gli autori che pubblicano con quest’ultima: molti dei romanzieri più prestigiosi hanno firmato una lettera aperta per denunciare la condotta di Amazon. Le imprese attive nel settore dell’informatica e di Internet esercitano, per numerosi motivi, una grande attrazione mediatica. L’agricoltura molto meno. Eppure anche sui mercati agricoli si stanno battendo record che non attirano così tanta attenzione ma avranno enormi conseguenze per miliardi di persone.
Lo sapevate che il raccolto di cereali a livello mondiale non ha mai raggiunto livelli tanto alti? E che anche se il consumo è aumentato, la produzione è arrivata a livelli tali che i granai stanno per scoppiare?
Il Consiglio internazionale dei cereali stima che le scorte di soia, grano, orzo, mais e altri cereali raggiungeranno il volume più elevato da trent’anni a questa parte. Negli Stati Uniti si prevede che la raccolta di mais supererà quella dell’anno passato, che già aveva stabilito un record assoluto; anche la produzione di soia non è mai stata tanto ingente. L’Europa continua a battere record dopo record per il raccolto di grano e mais, mentre il Canada accumula primati per il grano, l’orzo e l’avena. «Questa nuova abbondanza avrà effetti di ampio respiro: ridurrà il reddito degli agricoltori e aumenterà i margini di profitto delle imprese del settore alimentare e dei biocombustibili, e alla fine produrrà un calo dell’inflazione dei prodotti alimentari, sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri », scrive Gregory Meyer del Financial Times.
E qual è la ragione di questa esplosione dei cereali? I prezzi alti degli ultimi anni. Questi prezzi hanno creato incentivi enormi per spingere gli agricoltori a investire nell’aumento della produzione. Secondo la Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), tra il 2005 e il 2013 l’area coltivata a grano, soia e mais è cresciuta dell’11 per cento a livello mondiale. Non ci sono mai stati tanti terreni coltivati sul pianeta come oggi.
L’aumento dei prezzi che ha stimolato questa espansione agricola si deve principalmente a quattro ragioni: l’incremento della popolazione mondiale, l’aumento del consumo di cibo nei Paesi poveri (dovuto alla forte crescita delle classi medie), l’uso di cereali per la produzione di combustibili come l’etanolo e la maggiore frequenza di fenomeni climatici estremi che danneggiano i raccolti. Questi fattori sono forti come prima, ma i prezzi alti che hanno determinato costituiscono un incentivo più che sufficiente per portare la produzione a volumi senza precedenti, cosa che naturalmente spinge al ribasso i prezzi.
Il basso livello attuale nel giro di qualche anno potrebbe di nuovo scoraggiare gli investimenti e provocare cadute della produzione come quelle che si sono verificate negli ultimi anni. Questo ciclo, già visto molte volte, sta acquisendo caratteristiche nuove, che ne accorciano i tempi e rendono più estremi gli intervalli di variazione.
Questa maggiore volatilità originerà instabilità in un settore di grande importanza, sia sociale che geopolitica. Quasi il 20 per cento della popolazione mondiale è direttamente coinvolto in attività agricole. Pertanto, quello che succede in questo settore produce ripercussioni dirette per un essere umano su cinque (per fornire un termine di paragone, l’industria elettronica dà lavoro in tutto il mondo ad appena 2,3 milioni di persone).
Anche se l’agricoltura, a livello mondiale, pesa molto poco in quanto attività economica (solo il 2,8 per cento del totale), nei Paesi più poveri di solito gioca un ruolo molto importante. In India rappresenta il 18 per cento della sua economia e genera il 54 per cento dell’occupazione.
Sia la domanda che l’offerta di prodotti agricoli hanno subito drastici cambiamenti nell’ultimo mezzo secolo. Uno dei più considerevoli è la concentrazione della produzione in pochissimi Paesi. Secondo i dati di Julian Alston e Philip Pardey, cinque Paesi appena (l’India, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e il Brasile) concentrano il 42 per cento delle aree coltivate del pianeta, contro lo 0,78 per cento dei 100 Paesi con minore attività agricola. Alston e Pardey richiamano anche l’attenzione sulla rapida caduta degli investimenti nella ricerca agricola.
Questo succede in un momento in cui i cambiamenti climatici, economici e sociali stanno trasformando l’agricoltura imponendo nuove conoscenze e tecniche. Forse non sarebbe male se quelli di Apple, di Google e di altri colossi della modernità cominciassero ad applicare la loro creatività per migliorare l’attività economica più antica dell’umanità.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Moises Naim

America. Gli oligopoli fanno impennare costi e prezzi

airCosa provoca l’aumento delle diseguaglianze? Tra le cause più note ci sono il potere oligarchico dei top manager che si auto-determinano gli stipendi; le politiche fiscali che favoriscono i profitti delle multinazionali e le rendite finanziarie; il declino dei sindacati. Tutto vero, ma gli studiosi Lina Khan della New America Foundation e Sandeep Vaheesan dell’American Antitrust Institute ci ammoniscono a non sottovalutare un’altra concausa: il ritorno dei monopoli.

Il fenomeno è evidente negli Stati Uniti. Nella sanità, per esempio: un business con 2.500 miliardi di dollari di fatturato annuo, i cui costi pesano tremendamente sui bilanci delle famiglie. L’ondata di fusioni tra gruppi ospedalieri privati ha fatto sì che in molte zone d’America chi si ammala ha poca scelta, deve finire per forza nelle mani di un big ospedaliero. E le tariffe vanno sempre più su, contribuendo all’impoverimento della middle class: le cure mediche seguono un trend al rialzo molto superiore all’andamento delle retribuzioni.

Un altro settore è la cable tv, dove in seguito a fusioni e acquisizioni restano in gioco solo quattro colossi (Comcast, At&t, Time Warner, Verizon), e in molte zone d’America la scelta per il consumatore si riduce a uno o due. Risultato: l’ologopolio controlla il 66% del mercato e fissa i prezzi che vuole, le tariffe per l’abbonamento tv, spesso combinato con l’accesso a Internet, dal 2008 ad oggi sono cresciute tre volte più dell’inflazione. Stessa musica nel trasporto aereo, dove sono quattro giganti a spartirsi il 60% del mercato: Delta, Southwest, United, American. Anche qui il potere oligopolistico costa caro al consumatore, i passeggeri hanno subito rincari tariffari fino al 65% per i biglietti aereisulle principali rotte.

Un altro settore è l’agro-business, in particolare il comparto della carne. Le aziende che producono carne in scatola, pollo surgelato, insaccati suini, sono ormai solo quattro: Tyson, Jbs, Cargill e National Beef. Qui le vittime non sono soltanto i consumatori ma anche gli allevatori. Stritolati dall’oligopolio che controlla gli acquisti di carni all’ingrosso, gli agricoltori hanno dovuto accettare una drastica riduzione del 30% sul ricavato dall’allevamento di ogni maiale. Il monopolista impoverisce tutti, fuorché se stesso. I consumatori pagano di più, la qualità peggiora, il potere d’acquisto delle famiglie viene ridotto. E anche i salari. Ho già raccontato l’accordo di cartello tra i big dellaSilicon Valley, che su iniziativa di Steve Jobs decisero di non rubarsi gli ingegneri in modo da non aumentargli lo stipendio. La stessa cosa è accaduta in un settore dalle remunerazioni già basse, il mercato del lavoro per il personale ospedaliero.

A Detroit, ventimila infermiere hanno perso 400 milioni di dollari di stipendio tra il 2002 e il 2006, sotto forma di tagli imposti dal cartello oligopolistico ospedaliero. Chi non accetta i tagli in busta paga resta disoccupato, visto che gli ospedali fanno capo allo stesso padrone. La conclusione che ne traggono i due studiosi americani non è disperante. Anzi, è un invito all’azione. Lina Khan e Sandeep Vaheesan fanno appello all’antica tradizione dell’antitrust negli Stati Uniti. Quella tradizione è stata calpestata e stravolta, da Ronald Reagan in poi. Il potere degli oligopoli arricchisce solo una élite. Lo conferma Goldman Sachs che alla sua clientela più esclusiva raccomanda di investire proprio nei settori blindati da oligopoli, più generosi di profitti per gli azionisti. E’ un’involuzione fabbricata dalla politica, e come tale si può invertire cambiando politica.

 

Federico Rampini, “la Repubblica Affari e Finanza”, 23 giugno 2014

Nel mondo quasi 800 milioni di persone senza risorse idriche

watIl 67% degli italiani beve l’acqua del rubinetto, quasi 3 miliardi di persone nel mondo non hanno neanche il rubinetto.  In Italia se ne consumano 200 litri al giorno pro capite, in Africa 20, negli Stati Uniti 600. Da noi la bolletta è sempre più cara: 333 euro di spesa media per famiglia nel 2013 (più 7,4% rispetto al 2012). La regione idricamente più costosa è la Toscana (498 euro a famiglia) seguita da Marche e Umbria, mentre la più economica è il Molise (143 euro). Consoliamoci: ci sono luoghi dove l’acqua non si paga in denaro ma in vite umane.

Guerre

Pochi giorni fa in Nigeria una battaglia tra allevatori musulmani e contadini cristiani ha fatto cento vittime: la posta in gioco non era tanto la libertà di culto quanto il controllo dei rari pozzi intorno a un villaggio. Il Pacific Institute tiene una cronologia di tutti i conflitti nella storia che riguardano l’acqua: sono 265. Non si tratta quasi mai di grandi guerre, ma di un reticolo di scontri e tensioni che condizionano la vita di miliardi di persone oltre che la diplomazia internazionale: tra India e Cina per esempio è in corso la «battaglia delle mega-dighe» sul fiume Brahmaputra. Tra Mosca e Kiev, oltre alla questione gas, c’è anche un possibile contenzioso idrico: tutta l’acqua consumata dalla Crimea neo-russa viene dall’Ucraina. L’agenzia dell’Onu per l’ambiente (Unep) dice che un terzo dei laghi e dei fiumi sulla Terra si sta ritirando. In Cina 27 mila corsi d’acqua, la metà del totale, sono scomparsi dagli anni Cinquanta a oggi. In Italia secondo l’ultimo rapporto di Cittadinanzattiva il 33% della ricchezza che scorre nelle nostre tubature va perduto prima di raggiungere i consumatori. Il dato complessivo sugli sprechi nei Paesi sviluppati è del 15%, negli altri sale fino al 35-50%. Italia Paese quasi sottosviluppato quando si tratta di risparmiare risorse idriche?

Accesso all’acqua e servizi igienici

Arrivata sull’onda di un inverno da noi super piovoso, quest’anno la Giornata mondiale dell’acqua sembra fare meno paura con i suoi memento sull’emergenza globale e la scarsità del cosiddetto «oro blu». Eppure i dati forniti dall’Onu e dalla Banca mondiale battono qualsiasi ottimistica «sensazione meteo» su una possibile abbondanza di risorse dal cielo. Quasi 800 milioni di esseri umani oggi non hanno accesso all’acqua potabile, 2 miliardi e mezzo non hanno servizi igienici (metà degli indiani fa i propri bisogni all’aperto), un miliardo e 300 milioni non hanno elettricità. È proprio l’accoppiata delle due bollette (acqua e luce) a costituire la sfida maggiore. Non a caso le Nazioni Unite hanno focalizzato il loro rapporto per il World Water Day 2014 proprio sul fattore energia. E la stessa Banca mondiale negli ultimi mesi ha messo a punto un’iniziativa per sensibilizzare governi e cittadini sugli scenari della «Thirsty energy».

Acqua ed energia

L’energia ha «sete» di acqua per essere prodotta, l’acqua ha bisogno di energia per essere raccolta e distribuita. Con la popolazione mondiale che punta a quota 9 miliardi, da qui al 2035 il consumo energetico crescerà del 35% (dati International energy agency), con un conseguente incremento del consumo idrico pari all’85%. Stesso discorso sulla questione alimentare: oggi il 70% dell’acqua è usata in agricoltura. Per venire incontro alla crescita demografica si dovranno produrre maggiori quantità di cibo (30% in più) e dunque usare più risorse per l’irrigazione. La scarsità di oro blu, mette in guardia la Banca mondiale, minaccia i progetti di sviluppo in tutto il mondo. Nell’ultimo anno l’India per mancanza di materia liquida per i sistemi di raffreddamento ha dovuto spegnere alcune centrali termoelettriche e la Francia (in certi casi) quelle nucleari, gli Stati Uniti hanno ridotto la loro produzione di energia, giganti come Brasile e Cina hanno visto diminuita la loro capacità idroelettrica. Negli ultimi cinque anni più del 50% delle imprese energetiche mondiali ha registrato problemi legati al reperimento dell’acqua. Soluzioni? Le parole d’ordine dell’Onu sono le solite: più efficienza, meno sprechi. Più diplomazia e meno conflitti. Funziona persino tra specie diverse: in Kenya i pastori Samburu sfruttano il fiuto degli elefanti, abili a trovare le falde acquifere. E poi ricambiano il favore preparando abbeveratoi per gli animali assetati.

 

http://www.corriere.it/ambiente/speciali/2014/giornata-mondiale-acqua/notizie/consumi-crescita-265-guerre-33bed8e2-b198-11e3-a9ed-41701ef78e4b.shtml

Una pagella per le 10 grandi sorelle del cibo

Oxfam lancia l’iniziativa Scopri il Marchio per analizzare le politiche sociali e ambientali delle multinazionali dell’alimentare e avverte: «Le ‘10 Grandi Sorelle’ del cibo fanno ancora troppo poco per tutelare i produttori ed il pianeta, ma i consumatori possono fare la  differenza»

Sulla base di questi temi, la pagella-Scopri il Marchio ha evidenziato come alcune aziende (ABF, Kellogg’s, Mars) siano nettamente più indietro di altre, come Unilever o Nestlé. Tuttavia, nessuna di queste aziende è oggi leader nella lotta alla fame e alla povertà.

Oxfam ha analizzato per un anno e mezzo le politiche delle 10 più grandi aziende alimentari del mondo. Abbiamo scoperto che alcune aziende si sono assunte degli impegni importanti, che meritano un riconoscimento. Tuttavia, nessuna delle 10 maggiori aziende del cibo sta tutelando abbastanza i milioni di uomini e donne che producono e coltivano le loro materie prime, né la terra, l’acqua e l’aria da cui dipende ciò che mangiamo ogni giorno. Eppure le ‘10 Grandi Sorelle’ del cibo guadagnano, complessivamente, un miliardo di dollari al giorno: hanno tutta l’influenza economica, sociale e politica necessaria per fare la differenza nella lotta alla fame e alla povertà globale” Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne e Cittadinanza Attiva di Oxfam Italia

http://www.oxfamitalia.org/primo-piano/scopri-il-marchio