Centotrentotto

C_aeb54aef33[1]Il finimondo è un numero a tre cifre: 138. Scritto con un pennarello nero sulle mani sventolanti dei grillini, agitato come un altolà da quanti s’oppongono al disegno di riforma, o al contrario usato a mo’ di grimaldello per forzare la serratura della Costituzione. Sicché è guerra sulle regole, tanto per cambiare. Però stavolta la guerra investe il «come», non il «cosa». Perché l’articolo 138 detta le procedure per correggere la Carta. E perché in questo caso il Parlamento sta applicando il 138 per introdurre una procedura in deroga al medesimo 138. Da questa seconda procedura nascerà (forse) la riforma. Ma c’è già chi la reputa illegittima, al di là dei suoi eventuali contenuti. Per il metodo, prima ancora che nel merito. Cominciamo bene. Messa così, verrebbe da dire: lasciate perdere. Tornate alla via maestra del 138, senza cercare scorciatoie. E guardate alla sostanza, piuttosto che alla forma. Tanto più se la forma diventa un elemento divisivo, quando ogni riforma costituzionale andrebbe viceversa condivisa. D’altronde non è forse vero che l’articolo 138 incarna la sentinella della Costituzione? Vero, al punto che un celebre paradosso (quello di Alf Ross) lo dichiara immodificabile. Ma sta di fatto che noi italiani abbiamo già sfidato un paio di volte il paradosso: nel 1993 e nel 1997, quando due leggi costituzionali battezzarono altrettante Bicamerali, e dunque un procedimento specialissimo per rovesciare come un calzino usato la Carta del 1947. Senza barricate in Parlamento, né tumulti nelle piazze. Però magari a quel tempo eravamo un po’ distratti.
E allora esaminiamo la forma della riforma, non foss’altro che per vederci chiaro. Primo: stavolta non è alle viste una rivoluzione, bensì una semplice manutenzione della Carta. Difatti ne rimane fuori il sistema delle garanzie (dalla magistratura ordinaria alla Consulta), su cui aveva invece carta bianca la Bicamerale presieduta da D’Alema. Secondo: non c’è nemmeno un ordine di sfratto per le assemblee parlamentari, come sarebbe accaduto viceversa con la Convenzione (aperta a membri esterni) evocata dal presidente Letta nelle sue dichiarazioni programmatiche. Terzo: la nuova procedura rafforza il potere di controllo degli elettori sugli eletti, e perciò rafforza la rigidità costituzionale. Giacché permette un referendum conclusivo, anche se la riforma fosse approvata a maggioranza dei due terzi. E in secondo luogo perché i referendum saranno tanti quanti i capitoli costituzionali riformati (bicameralismo, forma di governo, Regioni e via elencando). Mentre l’articolo 138 può aprire la strada a un plebiscito, a un prendere o lasciare, com’è avvenuto nel 2006 con la maxiriforma (55 articoli) cucinata dal centrodestra……..

Michele Ainis

Chi ha paura delle riforme
Corriere della Sera 12 settembre 2013
ARTICOLO 138 DELLA COSTITUZIONE

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata , se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

ECCO IL TESTO DEL DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE

http://www.camera.it/leg17/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=17&codice=17PDL0007080&back_to=http://www.camera.it/leg17/126?tab=2-e-leg=17-e-idDocumento=1359-e-sede=-e-tipo=

Quando i voti si trasformano in veti…

Siamo viandanti in una terra di mezzo, in un tempo di passaggio. Senza regole a orientarci nel cammino, perché le vecchie ormai sono tramontate, le nuove ancora non s’affacciano. E allora con quale regola potrà sorgere un governo? Non un patto fra Partito democratico e Movimento 5 Stelle, dato che quest’ultimo ha già fatto sapere di non volerne sapere. Non fra Pdl e M5S, pietanza indigesta a entrambi i commensali. Non la Grosse Koalition fra centrosinistra e centrodestra: in questo caso non ci sta il Pd. Non un governo tecnico come il fu governo Monti, che non ha lasciato vedove piangenti ai propri funerali. Insomma i nostri voti si sono trasformati in veti, e inesorabilmente i veti ci stanno riportando al voto.
C’è un modo per uscire dalle secche? …….
Dice l’articolo 92: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio». Dunque gli attori sulla scena sono due persone, non due o quattro partiti. D’altronde la Costituzione non cita mai i partiti nel processo di formazione del governo, benché la partitocrazia abbia poi ingoiato qualunque altra istituzione. Non contempla governi tecnici, né governi di scopo, di scopa o di tressette: ogni governo è politico, ognuno ha uno scopo da raggiungere. Infine non lascia spazio a governi del presidente, dato che il governo è sempre sottoposto alla signoria del Parlamento. E allora facciamolo, questo governo antico e nuovo. Apartitico, ma non apolitico, non con l’abito professorale che calzava l’esecutivo Monti. Innervandolo piuttosto con persone in cui ogni cultura politica possa rispecchiarsi: una somma d’identità parziali, un governo di tutti e di nessuno. Appoggiato, magari, solo indirettamente dai principali partiti.
Qui risuona un’altra norma, l’articolo 67 della Carta: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione». Nazione, non fazione. Dunque ogni parlamentare custodisce l’interesse collettivo, non quello del proprio elettorato. E tutti noi abbiamo interesse a liberarci del Porcellum, a un’iniezione di moralità nella nostra vita pubblica, a misure sul lavoro e sull’economia. Se nascerà una buona proposta di governo, ricordatevi che la Nazione ha bisogno d’un governo.

Da “La cruna dell’ago” di Michele Ainis “Corriere della Sera” del 19 marzo 2013

 

 

Porcellum e pluricandidati

porellum2Gli elettori sono tutti uguali («one man, one vote»), gli eletti no. L’eguaglianza dei votanti è una conquista della Rivoluzione francese: nei sistemi arcaici si praticava infatti il voto plurimo, sicché i suffragi dei notabili valevano il doppio rispetto ai comuni mortali. Come d’altronde nella Russia di Stalin, dove gli operai pesavano più dei contadini.

La diseguaglianza dei votati è invece una conquista del Porcellum. Ossia il ventre infetto dal quale sbucherà fuori il nuovo Parlamento, c’è ancora qualcuno che se ne ricorda?

In realtà di questa legge elettorale non parla più nessuno. Ci siamo rassegnati, come succede per un lutto. Errore: è anche da qui, dal modo in cui i partiti si fanno vellicare dal Porcellum, che dovremmo giudicarne la credibilità. E tale sistema offende la Costituzione non soltanto per le liste bloccate, che sequestrano la libertà degli elettori. Non solo perché distribuisce un premio di maggioranza senza soglia minima, trasformando il responso delle urne nel quiz di Mike Bongiorno («Lascia o raddoppia?»). C’è una terza perla custodita nel forziere: la possibilità d’esporre lo stesso candidato in più circoscrizioni, come una ballerina in tournée .…..

Michele Ainis sul Corriere della Sera

http://www.corriere.it/editoriali/13_gennaio_18/pluricandidati-scelgano-prima-michele-ainis_26d58450-6135-11e2-8866-a141a9ff9638.shtml

Costituzione: liberare la sua energia repressa

costituzL’avvio della campagna elettorale? Molte facce, poche idee. E un tema completamente oscurato nel dibattito: la riforma delle istituzioni. Eppure è da lì che occorre ripartire, se vogliamo uno Stato più efficiente e più autorevole. Anzi: se intendiamo restaurare il senso stesso della legalità. Perché non puoi prendere sul serio alcuna legge, se chi governa si mette regolarmente sotto i tacchi la legge più alta. E perché è esattamente questo il destino confezionato dai partiti per la Carta del 1947: non essendo capaci d’aggiornarla, hanno finito per disapplicarla in via di fatto, contrapponendole il fantasma della Costituzione «materiale». Sicché abbiamo in circolo due Costituzioni, ma in realtà nessuna.

Di tanto in tanto, fra un talk-show e una conferenza stampa, salta fuori qualche cenno alla riforma costituzionale. Però si tratta di frasi generiche o allusive, parole che svolazzano nell’aria, come bolle di sapone. ……..

…………. non c’è bisogno di riscrivere daccapo la nostra Carta. C’è bisogno casomai di liberarne l’energia repressa, restituendo quote di sovranità al popolo italiano, come afferma l’art. 1. C’è bisogno d’adeguarne gli strumenti per realizzarne i fini, per sanare la frattura tra lo Stato e i cittadini. C’è bisogno, in breve, di una legislatura costituzionale , anziché costituente. In che modo i programmi dei partiti si fanno carico di tale esigenza? ……….

C’è allora una richiesta (per carità, sommessa) da girare ai protagonisti della campagna elettorale. Diteci se e come intendete rafforzare quei pochi strumenti di decisione in mano ai cittadini, a partire dal referendum. Spiegateci quale federalismo avete in mente, e se per esempio sposereste un sistema premiale, che assegni nuove competenze alle Regioni più virtuose. Raccontateci il vostro modello di bicameralismo (o anche una Camera soltanto, perché no? Funziona così nel Nordeuropa, e s’ottengono governi stabili e parlamentari più influenti). Dite la vostra sulla giustizia, sul presidenzialismo, sulla legge elettorale. Anzi no, su quest’ultimo argomento sappiamo già tutto. Difatti mentre intessono discorsi sui massimi sistemi, i nostri leader sono indaffarati a nominare un deputato di qua, un senatore di là. Quant’è comodo il Porcellum, anche se non si può dire.

http://www.corriere.it/opinioni/13_gennaio_11/tante-facce-poche-idee-ainis_10df95a0-5bbd-11e2-b348-07f13d8a1ca0.shtml