La lezione del professor Pennac

bentornati[1]Guardate un bambino che gioca, vive in un presente eterno. Guardate invece un adolescente che si annoia: il suo presente è una condanna all’ergastolo. Il bambino è convinto che durerà così per sempre e l’adolescente pensa che non finirà mai. Considerano il tempo a grandi linee. La durata è per loro una sensazione riconducibile a uno stato interiore.
Molto spesso, proprio in quegli anni capita loro di incontrare un adulto decisivo. Quando appare, lui (o lei) non sembra un adulto come gli altri. Sotto il suo sguardo non ci si accontenta più di planare in eterno o di macerare a vita. Quel nuovo venuto, infatti, apre una finestra sul futuro. Che boccata d’aria! È un futuro immediato, tanto per cominciare, il desiderio di rivederlo al più presto: Quand’è la prossima lezione con la professoressa Taldeitali? Ed è anche il futuro della lenta acquisizione: imparare quello che lui/lei sa, fare quello fa… E infine è il futuro lontano, che dietro una guida del genere potrebbe anche essere appassionante! Per la prima volta ci sentiamo una persona in divenire. Questo forse intendiamo quando, molti anni dopo, ricordiamo la maestra, il professore, l’educatore o il mentore che “ci ha cambiato la vita”.
Riconosciamo che senza di loro non saremmo ciò che siamo. E ci diciamo anche che non li dimenticheremo mai. In realtà, non li abbiamo mai dimenticati. Uno degli aspetti più toccanti dei nostri ricordi è l’immagine intatta che serbiamo di loro. Ne abbiamo nitida in mente la voce, lo sguardo, i gesti, l’abbigliamento, le manie, l’esatto volume che il loro corpo occupava in classe. Che qualità speciali avevano, questi indimenticati, per suscitare una tale gratitudine? Innanzitutto quella di non essere né i nostri genitori (che per noi erano tutto), né gli altri nostri professori (che per noi non erano niente). Erano qualcuno, improvvisamente. Erano speciali. In cosa, speciali? Per esempio nel fatto che, in quanto professori, sembravano incarnare la loro materia . Gli altri si limitavano a insegnarla e, a giudicare dalla loro espressione, a un uditorio che non ne era neanche degno. Loro no. Ci reputavano in grado di condividere il loro entusiasmo. Proprio questo effetto di incarnazione è stato la prima cosa decisiva. Visti oggi, forse nella loro materia quegli insegnanti non erano le cime che immaginavamo allora. Ma ci hanno comunque trasmesso la voglia di sapere. E non solo: grazie al loro entusiasmo e alle loro richieste, quella materia diventò per noi una compagnia, e lo sforzo un compagno.
Un’altra cosa. Sembravano avere tempo. La nostra ignoranza non li spazientiva. Eppure non avevano certo più tempo dei colleghi; un’ora è un’ora, una classe è una classe, cinquantacinque minuti per una trentina di studenti. Ma l’attenzione che suscitavano dilatava la durata. Con loro facevamo un viaggio che bastava a se stesso.
Del tutto secondaria, la questione del loro carattere. Secondo i termini successivi delle varie generazioni, potevano sembrarci simpatici, mitici, fighi o viceversa carogne o quello che vi pare, ma la cosa fondamentale è un’altra. Erano prima di tutto la professoressa Taldeitali, mia insegnante di matematica, il professor Taldeitali, mio insegnante di lettere. Da dove viene questo possessivo? Dalla sensazione di un rapporto privilegiato. Come se condividessimo un segreto. La immaginavano reciproca, questa intimità, e lo era di rado. Spesso per quell’insegnante eravamo solo un allievo fra i tanti, ma lui/lei per noi era unico, perché sapeva darci la sensazione della nostra assoluta singolarità.
I miei indimenticati sono arrivati a un momento già avanzato del mio percorso scolastico: il professor Prioult in prima liceo, il professor Baldenweg e la professoressa Gigliormini in terza, il professor Seignon all’ultimo anno: lettere, matematica, storia, filosofia. Degli altri ho solo un ricordo vago.
Il pedagogo
Il pedagogo nutre la nostra solitudine ontologica con un sapere proteiforme, dischiude in noi la curiosità, risveglia la nostra sete di sapere, stimola il nostro spirito critico, esercita sulla nostra mente un’influenza dialogante, contribuisce insomma a fare di noi individui pensanti, aperti e tolleranti, che messi insieme formano una comunità umana solida e democratica. Il demagogo, invece, approfitta del sentimento di solitudine suscitato dai nostri fallimenti, dalle nostre carenze, dalle nostre frustrazioni, dalle nostre pene, dalle nostre paure e dal nostro risentimento. Sostituisce il dogma allo spirito critico, lo slogan al ragionamento, il pettegolezzo all’evidenza dei fatti, le convinzioni cieche ai dubbi illuminati, le credenze ai saperi, il diktat indiscutibile a una pedagogia misurata, e soprattutto, soprattutto , addita il colpevole ponendosi come il vendicatore inviato dalla provvidenza. Così facendo costui riesce ad ammaliare, nell’accezione più arcaica del termine: è il pifferaio che ci strappa alla nostra solitudine e noi siamo i bambini perduti che lo seguono in massa verso il fiume dove affogheremo.
Lungi da me, tuttavia, l’idea che ogni studente abbandonato a se stesso si trasformerà in un adulto che brucerà i libri e bistratterà gli intellettuali. Fortunatamente, se così posso dire, il pubblicitario (altro opposto del pedagogo) gli propone un’alternativa meno violenta. Gli offre un ideale consumistico facendogli prendere il proprio desiderio di essere per un bisogno di avere. (A proposito, ricordatemi che devo cambiare il cellulare, non mi sento me stesso con questa anticaglia. Voglio rinascere con l’ultimo modello).
La scuola è un baluardo molto fragile contro la pubblicità e la demagogia. La nostra è una lotta impari.
La lettura
Parliamo un po’ della lettura, ora. Del famoso ruolo della lettura. Non penso affatto che la letteratura sia la panacea assoluta contro la stupidità massificata o il consumismo ipnotico. (In fondo, alcuni intellettuali della mia generazione non sono stati indenni da certi briganteschi intruppamenti… così come ci sono senz’altro ottimi lettori che vogliono cambiare l’auto tutti gli anni). Tuttavia, tuttavia, non riesco a togliermi dalla testa l’idea che la compagnia dei nostri autori preferiti ci renda più frequentabili da noi stessi, più capaci di salvaguardare la nostra libertà di essere, di tenere a bada il nostro desiderio di avere e di consolarci della nostra solitudine. Proprio questa libertà occorre restituire ai nostri studenti più in collera con la letteratura, ricon- ciliandoli con la lettura.
Perché, poi, questi ragazzi ce l’hanno così tanto con la lettura? A sentir noi, se loro «non amano leggere» la responsabilità è tutta del mondo che abbiamo sotto i nostri occhi: disoccupazione, famiglie monoparentali, abdicazione della figura paterna, crollo dei valori, consumismo sfrenato, ciber- tentazioni… È colpa del sistema, è colpa della modernità. Certo, è vero, la colpa è di tutto questo. Ma non è anche colpa nostra? Di noi insegnanti di lettere?
Vi propongo un esercizio. All’inizio dell’anno scolastico, mettetevi all’ingresso di una libreria. Noterete che la maggior parte degli studenti entra come in una farmacia. Si presentano al libraio con la famosa “lista dei libri da leggere”, come un paziente con la ricetta. Vedono il libraio sparire nel retro, con la lista in mano, e ricomparire nascosto dalla pila dei testi “indicati”. Sia detto fra parentesi, il termine “indicazione” non mi pare il più appropriato quando si parla di invito alla lettura. Sa troppo di foglietto illustrativo di una medicina: «Mi prendi tre gocce di Mallarmé (o di Pascoli) mattina e sera in un bicchiere di commenti… Un mese di Madame Bovary (o dei Promessi sposi ) e vedremo poi i risultati delle tue analisi… La ricerca del tempo perduto (o La coscienza di Zeno ) e mi raccomando non interrompere la cura prima della fine».
Orribile. Finiti gli studi, la maggior parte di questi giovani adulti ricorderà tali autori soltanto come nomi che hanno incarnato l’obbligo di leggere imposto dai programmi scolastici. E, il giorno in cui un fast food prenderà il posto della libreria o della biblioteca di quartiere, anziché protestare vi porteranno la prole per trascorrere un momento di libertà in un posto qualsiasi purché non connesso ai libri.
Questa indifferenza verso la lettura è anche il frutto di un insegnamento medico-legale della letteratura. Ma l’unica frettolosa conclusione che ne sappiamo trarre è che loro non si interessano alla letteratura e che, pertanto, «non amano leggere».
In realtà, così come alcuni medici specialisti si interessano più alla malattia che ai malati, troppo spesso noi pedagoghi scendiamo in campo in difesa della letteratura senza preoccuparci di creare dei lettori. Ci atteggiamo a guardiani di un tempio che ci rammarichiamo di vedere ogni giorno più vuoto, compiaciuti però di saperlo così ben custodito.
I passeur
Altri, per fortuna — professori, critici letterari, librai, bibliotecari — preferiscono essere dei passeur . Ed è ben più di un ruolo, è un modo di essere, un comportamento. I passeur sono curiosi di tutto, leggono tutto, non si accaparrano niente e trasmettono il meglio al maggior numero di persone.
Passeur sono i genitori che non pensano solo ad armare i figli di letture utili a farli laureare al più presto, ma che, conoscendo il valore inestimabile della lettura in sé, sperano di farne lettori di lungo corso.
Passeur è il professore di lettere la cui lezione ti fa venire voglia di correre subito in libreria. E costui non si limita a insegnare la letteratura francese in Francia, l’italiana in Italia o la tedesca in Germania, ma apre tutte le frontiere letterarie, dà accesso all’Europa, al mondo, all’umanità e a tutte le epoche della letteratura.
Passeur è il libraio che inizia i suoi giovani clienti agli arcani della classificazione, che insegna loro a viaggiare fra generi, soggetti, autori, paesi e secoli… che fa della libreria il loro universo.
Passeur sono gli universitari che non vogliono formare soltanto dei chirurghi della letteratura, ma degli stimolatori della coscienza, degli attivatori della meraviglia.
Passeur è il bibliotecario capace di raccontare i romanzi presenti sui suoi scaffali!
Passeur è l’editore che si rifiuta di investire solo nelle collane di best seller, ma che non per questo si chiude nella torre d’avorio della letteratura sperimentale.
Passeur è il critico letterario che legge tutto, scopre e invita a leggere il giovane romanziere, il giovane drammaturgo, il nuovo poeta, o che risuscita la grande penna dimenticata anziché gongolare delle proprie raffinate stroncature.
Passeur è il lettore la cui biblioteca contiene solo pessimi romanzi o saggetti di quart’ordine perché i libri migliori li ha prestati e nessuno glieli ha restituiti. D’altronde l’atto di leggere è per definizione un atto di antropofagia, perciò è assurdo aspettarsi che un libro prestato sia restituito.
Passeur supremo, infine, è colui che non ti chiede mai la tua opinione sul libro che hai letto, poiché sa che la letteratura ha ben poco a che fare con la comunicazione. Per quanto desiderosi di trasmettere, siamo anche i guardiani del nostro tempio intimo. L’ho scritto in Come un romanzo : “L’uomo vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane e personali quanto le nostre ragioni di vivere”.
Sì, è questa la paradossale missione del
passeur di libri: offrire a ciascuno di noi il piacere segreto di essere il Guardiano del nostro Tempio.
Ai passeur devo tutto. Devo loro la mia resurrezione scolastica, grazie alla fantasia pedagogica e alla generosità intellettuale di alcuni insegnanti.
Ai passeur devo la felicità dei momenti di lettura, che tanto peso hanno nella felicità di una vita.
Ai passeur devo il successo del mio lavoro di scrittore, che con il passaparola è arrivato fino a voi.
Daniel Pennac
La Repubblica  20 settembre 2015

Meno gite scolastiche

gitaMeno gite scolastiche. Fino a pochi anni fa nelle scuole superiori di secondo grado erano 1,3 milioni i ragazzi coinvolti: l’anno scorso si è scesi a 930 mila. Nelle superiori di primo grado è andata ancora peggio: 470 mila gli studenti in gita, con un calo del 31% rispetto all’anno prima. Se le gite calano, aumenta però l’accuratezza con cui si scelgono meta del viaggio e prezzo. Praga, Barcellona e Berlino le mete preferite dai liceali, secondo l’Osservatorio Touring sul turismo scolastico; Roma, Firenze, Venezia, Torino per le medie inferiori. E c’è anche un fiorire di tour operator specializzati proprio nel portare i ragazzi in gita. Si occupano di tutto: dall’albergo giusto, con strutture che garantiscano sicurezza a prof e ragazzi, a laboratori e attività interattive da abbinare alle più classiche visite e mostre…….

http://www.corriere.it/scuola/secondaria/13_novembre_22/lingue-musei-stage-gita-scolastica-2014-30cc0676-538f-11e3-91e0-82492dd09bca.shtml

VADO A SCUOLA

Emoziona il coraggio dei bambini che sfidano la natura per studiare

ECCO IL TRAILER DEL FILM…

Vado a scuola

Sono due gli elementi che fanno l’interesse di Vado a scuola di Pascal Plisson: da una parte il rapporto tra documentario e finzione che sta alla base della messa in scena (di questo film, come sempre più spesso di tanti altri. A cominciare dal Leone veneziano Sacro Gra) e dall’altra, ovviamente, il suo argomento, il diritto all’istruzione che i quattro protagonisti del film inseguono con tanta determinazione.

Scovati in quattro parti del mondo lontanissime tra loro, le storie del film sono legate tra loro dalla determinazione con cui i piccoli studenti scelgono testardamente di inseguire l’istruzione scolastica. Per primi facciamo la conoscenza di Jackson e della sua sorellina Salome: vivono in un microscopico villaggio nella savana del Kenya, distante quindici chilometri dalla scuola governativa Soi Oudo, e l’unico modo che hanno per raggiungerla è quello di percorrere a piedi, ogni mattina (e ogni sera per il ritorno), la distanza che separa casa e istituto. Un «problema» che non comporta solo fatica fisica, ma anche rischi ben più consistenti, perché il territorio che devono attraversare è popolato di elefanti selvaggi (che ogni anno uccidono quattro o cinque bambini. E la scena dell’appello in classe, nella sua burocratica efficacia, non si dimentica) e altri possibili insidie, dalle iene ai serpenti ai predoni umani. Il che trasforma il viaggio in una specie di scommessa quotidiana, con il fratello maggiore (Jackson aveva dieci anni quando è stato girato il film) che deve anche decidere la strada meno accidentata e pericolosa. Senza dimenticare che ogni giorno i due piccoli allievi devono portare l’acqua da bere (la scuola non ne possiede) e un po’ di legna per accendere il fuoco per il pranzo (offerto dal governo quando le finanze lo permettono: il che non succede tutti i giorni).

Sempre in Africa, ma tra le montagne dell’Atlante marocchino, vive la dodicenne Zahira, nel villaggio berbero di Douar Tinghrine. La scuola, per lei, dista 22 chilometri di accidentati sentieri rocciosi e per questo si ferma tutta la settimana in un collegio. Sul cammino per Asni, dove seguirà le lezioni (da grande vuole diventare un medico), incontra le amiche Zineb e Noura e insieme affrontano i problemi di quel lungo viaggio, riuscendo a volte a ottenere per l’ultimo tragitto più pianeggiante un passaggio da qualche compassionevole automobilista.

L’undicenne Carlito, invece, vive in Patagonia e la scuola dista da casa sua più di venticinque chilometri: da piccolo li faceva a dorso di mulo, adesso il padre gli ha comprato un cavallo – Chiverito – su cui porta a lezione anche la sorellina di sei anni, Micaela. Non è un viaggio semplice (anche se non pericoloso come quello di Jackson) ma che può nascondere più di una insidia, a cominciare da certi passaggi a strapiombo o dal rischio che il cavallo si azzoppi. E intanto deve insegnare alla sorellina a cavarsela da sola perché, per diventare veterinario (il suo sogno), dovrà frequentare una scuola diversa da quella di Micaela. La quarta storia è quella del tredicenne Samuel, figlio di una poverissima famiglia di pescatori del golfo del Bengala, colpito in giovane età dalla poliomielite e non ancora riuscito a riconquistare l’uso delle gambe. Questo non ha però diminuito la sua voglia di imparare e ogni mattina i due fratellini minori Emmanuel e Gabriel lo spingono per 4 chilometri su una rudimentale sedia a rotelle costruita dal padre, attraverso sentieri sabbiosi, insidiose pozze d’acqua, strade trafficate. Senza dimenticare i possibili «incidenti» che possono accadere a quel rudimentale mezzo di trasporto.

Quattro storie costruite intorno alla determinazione di questi ragazzi, intimamente convinti dell’importanza dell’istruzione (anche grazie a delle famiglie che non li ostacolano) e che pur di ottenerla sono disposti ad affrontare pericoli che spaventerebbero moltissimi loro coetanei.

……….

http://cinema-tv.corriere.it/cinema/mereghetti/13_settembre_25/mereghetti_vado_a_scuola_1e67ec14-25bf-11e3-baac-128ffcce9856.shtml

25 settembre 2013

Per una scuola senza schermi

Un appello perché la scuola, almeno per i bambini tra i 3 e gli 8 anni, sia zona franca da schermi e computer. La provocazione è in una lettera aperta indirizzata a Marco Rossi Doria, sottosegretario all’Istruzione e anche lui maestro elementare, lanciata da Franco Lorenzoni, maestro elementare

bambino……i bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura. La scuola, in questo contesto, deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente….

Faccio una proposta e un appello: liberiamo bambine e bambini, dai 3 agli 8 anni, dalla presenza di schermi e computer, almeno nella scuola. Fermiamoci finché siamo in tempo. La Scuola dell’Infanzia e i primi due anni della Scuola Primaria devono essere luoghi liberi da schermi. Non ho nulla contro la tecnologia (che tra l’altro può essere di grande aiuto per i bambini che hanno bisogni educativi speciali, come nel caso della dislessia), ma è necessario reagire alla troppa esposizione tecnologica dei più piccoli….

I bambini hanno un disperato bisogno di adulti che sappiano attendere e accogliere le parole e i pensieri che affiorano, che siano capaci di ascoltarli e guardarli negli occhi. Hanno bisogno di tempi lunghi, di muovere il corpo e muovere la testa, di dipingere e usare la creta; devono poter essere condotti ad entrare lentamente in un libro sfogliandolo, guardando le figure e ascoltando la voce viva di qualcuno che lo legga. E cominciare a scrivere e a contare usando matite, pennelli e pennarelli, manipolando e costruendo oggetti per contare, costruire figure ed indagare il mondo. Hanno bisogno di guardare fuori dalla finestra il sole che indica il tempo e i colori della luce che cambiano col passare delle nuvole. Hanno bisogno di scontrarsi e incontrarsi tra loro in quel corpo a corpo con le cose e con gli altri, così necessario per capire se stessi…

http://www.repubblica.it/scuola/2012/12/04/news/lettera_lorenzoni_libri_elementari-48057291/?ref=HREC1-11

http://www.repubblica.it/scuola/2012/12/04/news/appello_perch_bambine_e_bambini_dai_3_agli_8_anni_siano_liberi_da_schermi_e_computer_nella_scuola_-48057286/

A 14 anni «ruba» un’identità per amore

Incoscienza, amore e fantasia: tre ingredienti che hanno portato una ragazza di 14 anni di Napoli a sostituirsi ad una coetanea assenteista (e quindi sconosciuta agli insegnanti) per frequentare, con la complicità degli altri alunni, una scuola, diversa dalla sua, e tentare di recuperare il rapporto incrinato con il fidanzatino. Insomma, di «far pace» con lui.

La ragazza, che ora rischia la denuncia da parte della Polizia per sostituzione di persona, è un’adolescente  che vive a Secondigliano e dovrebbe frequentare la terza media all’istituto «Berlinguer». Ma è fidanzata con un alunno iscritto alla prima superiore dell’istituto «Vittorio Veneto», nella vicina Scampia. E si è sostituita a una ragazza assenteista, iscritta alla stessa scuola del suo innamorato.

http://www.corriere.it/cronache/12_novembre_06/napoli-14enne-ruba-identita-scuola-fidanzato_093a927a-284e-11e2-9e66-88ac4e174519.shtml

A scuola con il tablet

In 1D alla Chelini, la professoressa Maria Grazia Furnari, 41 anni, ha collegato l’iPad alla lavagna multimediale per la lezione di inglese. Legge una filastrocca: «What’s your name? My name’s Jane. How old are you? I’m 22. Where are you from? I’m from Toulon. Allora, chi è Jane, secondo voi?», chiede. Sullo schermo del tablet, replicato sul muro, compaiono la foto di tre ragazze. I bambini scelgono quella giusta e ripetono le domande della filastrocca. Per ogni risposta scandita dagli alunni, l’insegnante crea un fumetto sull’immagine, grazie a una app per manipolare le immagini. Poi chiede un volontario. Si fa avanti Rami, occhi scuri vivissimi e un’ombra di baffi sul viso. «Vieni, che ti scatto una foto». Il ragazzino sorridente compare sulla lavagna multimediale: «What’s your name?» chiedono tutti. «My name’s Rami», dice lui e anche il baloon sopra la sua testa …………..

http://27esimaora.corriere.it/articolo/dalle-app-per-i-problemi-allinglese-interattivo-tutti-a-scuola-con-lipad/

L’anno scolastico è finito…. bilancio positivo

Non vedo l’ora che iniziano le vacanze, così niente più scuola, niente più alzarsi presto la mattina. Sì non vedo l’ora, ma mi sono resa conto che un po’ mi dispiace, perché non vi potrò rivedere tutti i giorni. Tra queste quattro mura sono successe tantissime cose abbiamo superato tutti insieme dei problemi, ci siamo aiutati l’un l’altro, abbiamo riso scherzato. Tra questi banchi di scuola sono nate delle bellissime amicizie, che si spera continuino; grazie per quest’anno stupendo

le nostre riflessioni