L’allarme di Ft: «Oggi Amazon pratica prezzi bassi, che cosa farà in futuro?»

Spendendo un miliardo di dollari Amazon ne ha cancellati 14. Non soldi suoi, ma del settore in cui ha fatto il suo ingresso, quello della distribuzione dei farmaci. Con questo commento il Financial Times fa il punto sull’ultima acquisizione del dinamico e controverso gruppo delle consegne globali — Amazon — la creatura fondata 24 anni fa a Seattle dal visionario Jeff Bezos e valutata oggi in Borsa l’incredibile somma di 824 miliardi di dollari, grosso modo quanto il Pil annuale di un paese come l’Olanda.

La somma «sparita» di 14 miliardi di dollari equivale alle perdite in borsa subite dalle principali catene statunitensi di distribuzione di farmaci — Walgreens, Boots Alliance, Cvs Health, Express Scripts, Cardinal Health, McKesson e Amerisource -Bergen — dopo che il colosso di Seattle ha annunciato l’acquisizione di PillPack, una società di vendita online di specialità farmaceutiche. Già nel corso degli ultimi 12 mesi, ricorda il Financial Times, queste società avevano perso circa il 10% della loro capitalizzazione in seguito ai «rumours» di un possibile ingresso di Amazon nel settore.

Il mercato, secondo il giornale finanziario britannico non sta reagendo in modo esagerato. Infatti tutte le volte che Amazon ha provato a colonizzare nuovi segmenti della distribuzione l’impatto è stato fortissimo, come ad esempio nel caso di Wal Mart che ha visto ridurre drasticamente i suoi margini a causa della concorrenza del gigante di Seattle. E tuttavia i consumatori beneficiano delle riduzioni di prezzi che derivano dall’aumento della concorrenza il che va a merito di Amazon. Una società che nel 2017, grazie alle sue dimensioni colossali, è stata in grado di investire 34 miliardi di dollari in nuove piattaforme tecnologiche d’avanguardia, contenuti e servizio alla clientela. Nessuno è in grado di competere con una simile potenza di fuoco.

Ma che cosa accadrà una volta che Amazon avrà raso al suolo i principali competitor all’interno dei settori in cui opera, si chiede il quotidiano della City. Il rischio è che i consumatori, che oggi godono di tutti i vantaggi di prezzi più bassi nell’acquisto dei prodotti siano costretti in futuro a pagare di più. E senza neanche accorgersene o avere la possibilità di rivolgersi altrove.

Marco Sabella

Corriere della sera , 1 luglio 2018

https://www.corriere.it/economia/18_luglio_01/allarme-ft-oggi-amazon-pratica-prezzi-bassi-che-cosa-fara-futuro-7af76df2-7d1b-11e8-b995-fbeecea523fe.shtml

 

Sullo stesso tema:

https://www.corriere.it/economia/18_gennaio_19/amazon-rischio-monopolio-l-ipotesi-dividerla-due-6a91276a-fd18-11e7-b1af-dcddd5d25ebd.shtml

https://www.internazionale.it/notizie/robinson-meyer/2017/06/29/monopolio-amazon

https://www.corrierecomunicazioni.it/digital-economy/monopolista-monopsonista-amazon-caso-unico-al-mondo-leuropa-sta-guardare/

 

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Le scelte degli investitori. Quanto pesa l’effetto-gregge

Valgono in Borsa, messe insieme, come il Prodotto interno lordo della Gran Bretagna: 2.759 miliardi di dollari. La sola crescita del loro valore azionario, da inizio anno, è paragonabile al Pil della Svezia: 541 miliardi. Sono i cinque colossi hi-tech americani (Facebook, Amazon, Apple, Microsoft e Alphabet), che hanno guidato al rialzo Wall Street e di riflesso il Nasdaq.

In questi giorni, con il loro tracollo fulminante in Borsa che spinge tutti gli operatori a domandarsi se stia scoppiando una bolla speculativa, i «big five» stanno mettendo a nudo i meccanismi perversi dei mercati finanziari. Perché il problema non è tanto la bufera che si è abbattuta su queste aziende a Wall Street. Il vero nodo è un altro: il meccanismo stesso con cui i «big five» sono prima volati in Borsa e poi crollati. Insomma: il problema non sta tanto nei titoli tecnologici, quanto nei meccanismi moltiplicatori dei mercati finanziari che prima esasperano l’euforia e poi improvvisamente si deprimono.
Un’analisi di Goldman Sachs, che venerdì ha dato il via allo scrollone a Wall Street, è illuminante a riguardo. Spiega bene perché i «big five» fino a pochi giorni fa fossero iper-gettonati in Borsa: non solo perché sono colossi che hanno rivoluzionato l’economia, la società, il costume e il mondo, ma anche per tanti – troppi potremmo aggiungere – motivi tecnici.
Goldman Sachs rivela che acquistare azioni dei «big five» è stata per molti mesi una moda tra gli investitori. «Le azioni dei cinque gruppi sono oggi nella top ten dei titoli in mano agli hedge funds», scrivono gli analisti di Goldman. «Anche i fondi comuni sovrappesano le azioni di Apple e degli altri gruppi tecnologici», aggiungono. E dato che la loro cavalcata in Borsa è stata accompagnata da un’anomala bassa volatilità, il loro appeal è cresciuto in maniera esponenziale: «Gli investitori sono da tempo focalizzati sui ritorni aggiustati per la volatilità – spiegano gli economisti di Goldman -. Siamo dunque convinti che la bassa volatilità di questi titoli abbia indotto gli investitori a sottostimare i rischi effettivi». Insomma: un mix di motivi tecnici e di valutazioni di mercato hanno indotto gli investitori a fare incetta per mesi di azioni Apple, Facebook & C. Senza pensarci troppo. Senza porsi troppe domande. Tutti insieme.
Poi, improvvisamente, senza che nulla di nuovo sia accaduto, tutto crolla. Non per un allarme utili. Non per il flop di un nuovo prodotto. Ma per un report di Goldman Sachs che racconta il motivo profondo del loro super-rally di Borsa. La banca d’affari spiega chiaramente che questi titoli hanno valutazioni molto elevate, ma in media non tali da poter parlare di bolla speculativa: se nel 2000 le 5 maggiori aziende tecnologiche arrivarono ad avere prezzi di Borsa pari a 58 volte gli utili, oggi sono in media a quota 23. Con l’eccezione solo di Amazon, che arriva – secondo i calcoli di Goldman – a 89. Anche gli analisti di Capital Economics calcolano che i prezzi, pur cresciuti tanto, non siano da bolla: mediamente le aziende tecnologiche americane quotano 20 volte gli utili, stimano loro, che è in linea con la media storica e in linea con l’intera Borsa di Wall Street. Dunque gli stessi analisti non se la sentono di parlare di una vera e propria bolla: l’esuberanza c’è, i multipli attuali sono eccessivi per molti investitori, ma il fatto non è nuovo. Se si tiene poi conto che queste società hanno nei bilanci un ammontare record di liquidità (che le loro bisnonne della bolla hi-tech del 2000 si sognavano), viene da domandarsi perché mai stiano crollando proprio ora in Borsa a rotta di collo.
Una correzione ci stava, certo. E, dato che la crescita economica americana sta perdendo smalto rendendo meno probabili i profitti aziendali sperati, è anche salutare. Nessuno mette in dubbio che un ribasso sia giustificato: quello che colpisce è però il motivo e la violenza con cui matura. Tutto parte con un report di una banca d’affari, che mette in guardia su vari aspetti tecnici di mercato che forse già tutti gli addetti ai lavori conoscevano. Poi si moltiplicano analisi simili da parte di altre banche d’affari. Poi arrivano le solite indiscrezioni inverificabili, come quella secondo cui il fondo americano Viking starebbe vendendo i titoli tecnologici allo scoperto. E infine scattano i meccanismi automatici degli algoritmi, che causano un vero e proprio «flash crash» tale da far partire un nuovo effetto gregge: prima tutti compravano, ora tutti vendono. Sembra un copione visto mille altre volte.
E qui veniamo al punto. I mercati finanziari ormai sono giganteschi, automatizzati, dominati da grandi investitori e da strategie passive legate a benchmark. Questo fomenta l’effetto «gregge», con numeri che non sono neppure paragonabili a quelli di qualche anno fa. E facilita i «flash crash», cioè tracolli improvvisi causati più da meccanismi tecnici che da reali motivi. Ecco perché, una volta tanto, invece di guardare il dito (cioè la bolla vera o presunta dei titoli hi-tech) è meglio guardare la luna (cioè i meccanismi perversi dei mercati finanziari): prima che questo ennesimo crollo di Borsa (ammesso e non concesso che duri e che sia un vero crollo) faccia partire l’ennesima recessione economica, sarebbe opportuno riflettere sul potere e sull’imprevedibilità dei mercati finanziari.
Se ci si pensa bene, tutte le ultime recessioni economiche (con i loro strascichi di disoccupazione e drammi sociali) sono nate da tracolli di Borsa. È accaduto dopo la crisi (squisitamente finanziaria) dei mutui subprime americani, che ha provocato la recessione globale del 2009. È accaduto con la crisi tutta italiana dello spread nel 2011, che ha prodotto la più grave frenata economica dal dopoguerra. E di esempi se ne potrebbero fare molti. È vero che anche la crisi degli anni 30 è nata dal crollo di Wall Street, ma oggi i mercati sono molto più grandi e invasivi di allora. È sempre più la finanza a dettare i ritmi dell’economia, e non viceversa.

 

MORYA LONGO

Il Sole 24 ore, 13 giugno 2017

 

VIDEO

Le parole del risparmio: effetto gregge

http://stream24.ilsole24ore.com/video/finanza-e-mercati/le-parole-risparmio-effetto-gregge-/AEWVdBdB

Noi nudi davanti a Google

imagesXKUThjghGoogle ha un nuovo avversario. Il Parlamento europeo si è espresso a larghissima maggioranza con un parere, non vincolante, affinché le attività del motore di ricerca creato da Larry Page e Sergey Brin vengano separate da quelle di vendita della pubblicità. L’accusa: attraverso le ricerche, Google è in grado di conoscere i nostri bisogni. O meglio, mettendo in fila ciò che cerchiamo ogni giorno sul motore che monopolizza il 90% del mercato, si può arrivare a costruire una sorta di seconda nostra identità.

Ci ritroviamo nudi di fronte ad algoritmi, a formule matematiche. È come se regalassimo, più o meno coscientemente, tutte le volte che interagiamo con la Rete, pezzettini del nostro io. Chi ha in mano i codici per ricomporre questa moltitudine di «Me» virtuali che gli esperti chiamano eufemisticamente «profili», dispone di una merce preziosa. Un valore che fa gola ad aziende e pubblicitari che sempre più vogliono parlare non a comunità indistinte ma a persone, con lo scopo di essere più efficaci nell’opera di persuasione.

Il pronunciamento dell’Europarlamento va così ad affiancarsi all’altra iniziativa del Garante della privacy dell’Unione che ha chiesto a Google, nei giorni scorsi, di estendere il diritto all’oblio per i cittadini a tutte le versioni nel mondo del motore di ricerca e non solo a quelle del Vecchio Continente. Un susseguirsi di prese di posizione e di atti formali che fanno trasparire l’insofferenza europea nei confronti del potere di Google e in generale delle aziende tecnologiche americane. Un’insofferenza resa ancora più palese dall’indagine dell’Antitrust sempre su Google.

Certo, il fatto che da Apple ad Amazon a Facebook, Microsoft, Yahoo, oltre a innumerevoli altre aziende, considerino Google un proprio concorrente, dà la dimensione di quanto la società possa contare su un dominio a tratti pervasivo.
Ma l’insofferenza non deve però mascherare la non volontà o incapacità dell’Unione di riuscire ad agevolare processi e aziende che possano essere competitivi con quelli negli Stati Uniti. Piuttosto c’è da chiedersi se sia normale che l’inchiesta dell’Antitrust europeo relativa a Google duri ormai da 4 anni. La variabile tempo è decisiva nei processi economici.

La società nata attorno a un motore di ricerca nel 1998, veniva quasi presa in giro quando nel 2010 lanciò il suo progetto di auto senza pilota. Oggi i big del settore sono alla sua rincorsa. Larry Page, il fondatore alla guida di un gigante da 55 mila dipendenti, vuole a tutti i costi essere in ogni angolo del futuro prossimo venturo. Anzi, vuole immaginarlo: dalle nanopillole che ingerite renderanno possibile identificare i malanni, ai palloni aerostatici che permetteranno la diffusione di Internet in ogni dove, alle turbine a vento nell’atmosfera, ai laboratori di ricerca che vogliono riscrivere le regole della medicina. Avere mezzi e capacità di visione di tale portata è ammirevole.

Ma proprio da questo nasce la necessità di regole condivise, di grandi scelte che attendono l’Europa sulla privacy, sul fronte dei mercati digitali, sulla neutralità della Rete che sinora sembra aver avvantaggiato solo chi offre servizi e non chi crea infrastrutture. Non ci si può limitare ad alzare la voce sulla privacy o su singoli segmenti di mercato come quello dei motori di ricerca e della pubblicità. A questo dovrebbe servire, e sarebbe molto più corretto, l’Antitrust. Soprattutto se la neocommissaria Margrethe Vestager non attenderà altri 4 anni per sanzionare o meno abusi di posizione dominante.

Daniele Manca

Correre della Sera 28/11/2014

Quando separiamo il grano dall’iPhone

silosQuando separiamo il grano dall’iPhone
la Repubblica, venerdì 3 ottobre 2014
Nel giro di appena un weekend, Apple ha venduto 10 milioni di unità del nuovo iPhone. Un record. Google deve far fronte alle pressioni delle autorità europee, preoccupate di tutelare la concorrenza e la privacy dei suoi cittadini. Amazon ha in corso una controversia commerciale con la casa editrice Hachette e decide di discriminare gli autori che pubblicano con quest’ultima: molti dei romanzieri più prestigiosi hanno firmato una lettera aperta per denunciare la condotta di Amazon. Le imprese attive nel settore dell’informatica e di Internet esercitano, per numerosi motivi, una grande attrazione mediatica. L’agricoltura molto meno. Eppure anche sui mercati agricoli si stanno battendo record che non attirano così tanta attenzione ma avranno enormi conseguenze per miliardi di persone.
Lo sapevate che il raccolto di cereali a livello mondiale non ha mai raggiunto livelli tanto alti? E che anche se il consumo è aumentato, la produzione è arrivata a livelli tali che i granai stanno per scoppiare?
Il Consiglio internazionale dei cereali stima che le scorte di soia, grano, orzo, mais e altri cereali raggiungeranno il volume più elevato da trent’anni a questa parte. Negli Stati Uniti si prevede che la raccolta di mais supererà quella dell’anno passato, che già aveva stabilito un record assoluto; anche la produzione di soia non è mai stata tanto ingente. L’Europa continua a battere record dopo record per il raccolto di grano e mais, mentre il Canada accumula primati per il grano, l’orzo e l’avena. «Questa nuova abbondanza avrà effetti di ampio respiro: ridurrà il reddito degli agricoltori e aumenterà i margini di profitto delle imprese del settore alimentare e dei biocombustibili, e alla fine produrrà un calo dell’inflazione dei prodotti alimentari, sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri », scrive Gregory Meyer del Financial Times.
E qual è la ragione di questa esplosione dei cereali? I prezzi alti degli ultimi anni. Questi prezzi hanno creato incentivi enormi per spingere gli agricoltori a investire nell’aumento della produzione. Secondo la Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), tra il 2005 e il 2013 l’area coltivata a grano, soia e mais è cresciuta dell’11 per cento a livello mondiale. Non ci sono mai stati tanti terreni coltivati sul pianeta come oggi.
L’aumento dei prezzi che ha stimolato questa espansione agricola si deve principalmente a quattro ragioni: l’incremento della popolazione mondiale, l’aumento del consumo di cibo nei Paesi poveri (dovuto alla forte crescita delle classi medie), l’uso di cereali per la produzione di combustibili come l’etanolo e la maggiore frequenza di fenomeni climatici estremi che danneggiano i raccolti. Questi fattori sono forti come prima, ma i prezzi alti che hanno determinato costituiscono un incentivo più che sufficiente per portare la produzione a volumi senza precedenti, cosa che naturalmente spinge al ribasso i prezzi.
Il basso livello attuale nel giro di qualche anno potrebbe di nuovo scoraggiare gli investimenti e provocare cadute della produzione come quelle che si sono verificate negli ultimi anni. Questo ciclo, già visto molte volte, sta acquisendo caratteristiche nuove, che ne accorciano i tempi e rendono più estremi gli intervalli di variazione.
Questa maggiore volatilità originerà instabilità in un settore di grande importanza, sia sociale che geopolitica. Quasi il 20 per cento della popolazione mondiale è direttamente coinvolto in attività agricole. Pertanto, quello che succede in questo settore produce ripercussioni dirette per un essere umano su cinque (per fornire un termine di paragone, l’industria elettronica dà lavoro in tutto il mondo ad appena 2,3 milioni di persone).
Anche se l’agricoltura, a livello mondiale, pesa molto poco in quanto attività economica (solo il 2,8 per cento del totale), nei Paesi più poveri di solito gioca un ruolo molto importante. In India rappresenta il 18 per cento della sua economia e genera il 54 per cento dell’occupazione.
Sia la domanda che l’offerta di prodotti agricoli hanno subito drastici cambiamenti nell’ultimo mezzo secolo. Uno dei più considerevoli è la concentrazione della produzione in pochissimi Paesi. Secondo i dati di Julian Alston e Philip Pardey, cinque Paesi appena (l’India, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e il Brasile) concentrano il 42 per cento delle aree coltivate del pianeta, contro lo 0,78 per cento dei 100 Paesi con minore attività agricola. Alston e Pardey richiamano anche l’attenzione sulla rapida caduta degli investimenti nella ricerca agricola.
Questo succede in un momento in cui i cambiamenti climatici, economici e sociali stanno trasformando l’agricoltura imponendo nuove conoscenze e tecniche. Forse non sarebbe male se quelli di Apple, di Google e di altri colossi della modernità cominciassero ad applicare la loro creatività per migliorare l’attività economica più antica dell’umanità.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Moises Naim

Torna l’incubo della bolla speculativa

Stiamo vivendo l’inizio di un “remake” del marzo 2000? La settimana che si apre è dominata da questo interrogativo, dopo la pesante caduta del Nasdaq e dei titoli tecnologici, che ha contagiato le Borse del mondo intero. L’allarme suscita interrogativi più generali, si aggiunge al rallentamento della crescita in Cina e in altre nazioni emergenti. Fa temere che anche il recente afflusso di capitali verso l’Eurozona (Grecia in testa) possa contenere i germi di una speculazione “malata”, preludio a nuovi crac.

Il marzo del 2000, per chi fosse troppo giovane per ricordarlo, segnò la fine della “prima” New Economy. O per meglio dire, la fine della bolla finanziaria che aveva accompagnato la prima rivoluzione di Internet. Quell’euforìa si chiuse con un disastroso tracollo del Nasdaq. Il ricordo di quella catastrofe è stato quasi cancellato da un evento ancora più drammatico, la crisi sistemica del 2008-2009. E tuttavia il marzo 2000 rimane come una lezione cruciale per diverse ragioni. Anzitutto perché fu un episodio fondamentale di quell’accresciuta volatilità dei mercati, che negli ultimi decenni ha generato cicli di “boom and bust” (ascesa e crollo) sempre più estremi e violenti.

E poi perché il tracollo del Nasdaq avvenuto 14 anni fa contiene lezioni specifiche sulla speculazione finanziaria che accompagna la “distruzione creativa” della Silicon Valley.

La settimana scorsa si è chiusa su un calo del Nasdaq dell’1,3%, consecutivo alla pesante caduta di giovedì (meno 3,1%). E’ stata la terza settimana consecutiva di arretramento della Borsa specializzata nei titoli tecnologici. A trainare la caduta sono state soprattutto le aziende di biotecnologie. Ma nei capitomboli si sono distinti anche grandi nomi di Internet. Rispetto ai massimi raggiunti a marzo, Twitter ha perso il 44%, Amazon è a meno 23%, Facebook arretra del 18%. Tutto ciò che era in auge nella Silicon Valley ora è coinvolto nella caduta: il colosso del videostreaming Netflix è sotto del 28% rispetto a marzo, l’azienda di auto elettriche Tesla perde il 20%. Questo ha generato un sentimento di nervosismo più diffuso, esteso a tutti i listini e a tutti i mercati. L’indice di volatilità Vix, che in America viene anche chiamato “l’indice della paura”, è balzato del 21% all’insù. Per questo molti si chiedono se siamo alla vigilia dell’Armageddon, il giudizio finale.
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Evidente la disparità rispetto al resto del mercato: allargando l’analisi ai listini più rappresentativi dell’intera economia americana come lo Standard & Poor’s 500 dove figurano anche tante aziende non tecnologiche, lì ai massimi di marzo i valori di Borsa erano 21 volte gli utili e 2,2 volte i fatturati. Nel biotech ben dieci aziende all’apice del 18 marzo capitalizzavano in Borsa mille volte i loro fatturati, e di queste aziende nessuna ha mai visto un dollaro di utile. Ecco la conclusione di Zweig: “Non c’è dubbio che i profitti potenziali derivanti dalle avanzate scientifiche delle biotecnologie sono enormi. Ma allo stesso modo nel 1999 non c’era dubbio che Internet avrebbe avuto un boom, e in effetti lo ebbe. Se tu nel 1999 avessi comprato titoli Amazon avresti azzeccato un buon investimento. Ma se tu avessi comprati qualsiasi altro titolo, da America Online a Exodus Communications, da Lycos a VerticalNet, avresti avuto una performance molto peggiore rispetto a tutto il resto del mercato, nonostante che Internet abbia avuto da allora proprio quella crescita fenomenale che tu ti aspettavi”.

Insomma, un conto sono gli scenari “macro”, altra cosa è azzeccare la società vincente, in mezzo a tante che saranno brutalmente eliminate nella selezione darwiniana della specie

 

http://www.repubblica.it/economia/finanza/2014/04/13/news/nasdaq_bolla_tecnologica_crisi-83510605/?ref=HREC1-10

Chi lavora per Babbo Natale….

babbiOgni giorno macinano centinaia di chilometri, spostano tonnellate di merci in partenza e in arrivo. Bancali, scatoloni e pacchi seguono il flusso del mercato: dal produttore al consumatore, per finire la corsa sotto gli alberi addobbati di migliaia di famiglie. A fare il lavoro sporco sono le braccia invisibili della logistica, sono gli “schiavi di Babbo Natale”, quelli che in questo mese di massimo sforzo assicurano che elettrodomestici, libri e vestiti arrivino nei negozi o direttamente a casa. Il subappalto a lavoratori di serie B senza regole è diventato la normalità ma raggiunge il suo massimo a dicembre, quando gli ordini schizzano e la richiesta di facchini e autisti inverte il trend della disoccupazione dilagante. Perfino le lettere e i biglietti di auguri non sono immuni dallo sfruttamento. Operai romeni, tunisini, marocchini, egiziani, pachistani, cinesi sono la manodopera che carica, scarica, trasporta interi container con paghe basse e ritmi forsennati. Spesso inseriti in cooperative fittizie a cui le imprese di questo settore affidano le consegne. «Nate nel Novecento come simbolo della partecipazione le coop sono diventate il simbolo dello sfruttamento» sostiene Domenico Tambasco, avvocato specializzato in diritto del lavoro: «Aperte e chiuse nel giro di una notte sono tombe fiscali dove non esiste l’articolo 18 e non c’è nessuna garanzia per i debiti accumulati». Offrono prezzi stracciati e tanta flessibilità in cambio di nessun diritto. Il comparto della logistica comprende 460mila addetti e fattura 200 miliardi di euro l’anno, rappresenta il 13 per cento del Pil nazionale ma è ancora fermo al Medioevo del rispetto delle regole: buste paga fasulle, lavoratori in nero, evasione di contributi, sfruttamento, soprusi, corruzione, negazione di diritti elementari…….

LA MARATONA QUOTIDIANA DI AMAZON
Amazon è il più grande rivenditore su Internet. Iniziò come libreria online, ma presto allargò la gamma dei prodotti venduti e acquistati a Dvd, musica, software, videogiochi. Oggi sul sito si possono trovare abbigliamento, mobili, orologi, gioielli e perfino accessori per auto e moto. «Tu vendi il prodotto, noi lo spediamo» la formula del colosso americano che in Italia ha aperto nel 2011 a Castel San Giovanni (Piacenza) il suo centro di distribuzione. Su 25 mila metri quadrati di superficie lavorano oltre 300 dipendenti. I problemi però non mancano: contratti interinali, ingresso vietato ai sindacati e una corsa quotidiana da 20-25 chilometri per gli addetti alle spedizioni. Per ogni turno si sposta merce da uno scaffale all’altro con lunghezze da maratona. «In magazzino hai 33 secondi per concludere un ordine», racconta Giuliano Zuavi della Filcams-Cgil di Piacenza: «Tempi rigidamente contingentati attraverso un dispositivo dove arriva l’ordine di spedizione. È massacrante: se ci metti più secondi vai in debito e nell’ordine successivo devi recuperare. Costringono le persone alle corsa». Anche per fare pipì bisogna chiedere il permesso al tutor che ti scorta in bagno. Ecco le giornate da prima rivoluzione industriale: con la distanza coperta in un mese da qui si potrebbe arrivare a Roma, percorrendo 550 chilometri.

«Come molte altre aziende abbiamo delle aspettative rispetto alla produttività. I target sono fissati con obiettività in base ai livelli delle prestazioni raggiunti precedentemente dalle nostre migliaia di dipendenti» è la spiegazione di Stefano Perego, capo di Amazon Italia Logistica. Altro punto dolente sono i contratti interinali, una o due settimane, fino a scegliere i dipendenti più resistenti. Secondo i sindacati solo uno su venti riesce a sopportare questi ritmi. ….

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2013/12/17/news/gli-schiavi-di-babbo-natale-1.146328