Se l’amore è un fattore geopolitico

geopolllIl mondo non risponde più ai comandi. Mai come oggi il potere è disperso in un pianeta senza centro, sovraffollato e turbolento. Certo, l’America resta il Numero Uno per la strapotenza militare,”l’esorbitante privilegio” del dollaro, l’innovazione tecnologica. Ma più che a un sovrano universale, somiglia a un primo della classe annoiato e irritato, preoccupato che meno dotati compagni gli copino il compito e gli rubino il voto. Dopo due decenni di retorica americana della globalizzazione, Donald Trump è più preoccupato di costruire muri e tagliare ponti per difendersi dal mondo che di consolidarvi ed estendervi l’impero americano. Perché «non sono stato eletto dal resto del mondo, non esiste una bandiera mondiale né un inno mondiale». Con ciò il presidente esprime un sentimento diffuso nell’America profonda. Quanto all’altro, originario ceppo dell’Occidente: l’Europa rischia la disgregazione, avviata dal voto britannico sul Brexit. Eppure solo un secolo fa era il centro del potere planetario. Nove decimi delle terre abitate erano rette da europei o loro discendenti. E l’umanità era segmentata in gerarchie razziali, con i bianchi europei in vetta e i neri (allora negri) in fondo all’abisso. Sulla competizione per il potere in questo mondo da sette miliardi e mezzo di anime si concentra a Genova, da domani a domenica, il quarto Festival di Limes. Titolo: “Chi comanda il mondo”. In altre parole: quale potenza dominerà questo secolo – ancora l’America? O toccherà alla Cina? O semplicemente a nessuno?
Vent’anni fa ci veniva spiegato che la storia è finita. Tipica espressione della vichiana «boria dei dotti». Oggi scopriamo che non solo non è finita, ma corre al galoppo. Proprio perché il mondo attuale è fuori sesto, ingovernabile da un solo centro di potere, vale la pena concentrarsi anche sulle passioni che lo agitano. A muovere attori e decisori non è solo né sempre il calcolo dell’utile. Le teorie della scelta razionale, per cui a motivarci è la valutazione dei costi e dei benefici che ci attendiamo dalle nostre azioni, non sono sufficienti a dar conto delle dinamiche geopolitiche che mettono in crisi paradigmi consolidati. Il segnale che ci viene dal Brexit e da Trump, dalle mischie etniche e dalle guerre a sfondo religioso, è che posta geopolitica decisiva è oggi l’identità. E non c’è identità senza amore di sé e della propria comunità: la patria. Altrimenti perché dovremmo distinguerci dagli altri?
Popoli e nazioni, o aspiranti tali, si battono per il diritto a preservare o affermare le rispettive idee di sé. Entriamo nel campo del sentimento. È l’amore per il proprio insieme – e/o l’odio per l’altrui – a motivare gruppi, comunità e nazioni nelle loro battaglie geopolitiche. Quando Trump proclama «Io amo l’America» o Putin si lascia andare alla commossa rievocazione delle glorie russe, in nome delle quali qualsiasi sacrificio è dovere, non è solo propaganda. Senza la sincera adesione a un sentimento patriottico è impossibile mobilitare il consenso necessario a qualsiasi potere, persino – o tanto più – se autoritario.
Ne sappiamo qualcosa noi italiani, usi a relegare l’amor di patria fra le retoriche del passato, con il risultato di renderci istintivamente disponibili alla guida altrui. Espressione di quella «porca rogna italiana del denigramento di noi stessi» contro cui si scagliava Carlo Emilio Gadda nel suo Giornale di guerra e di prigionia. Non si intende la teoria e la prassi italiana del “vincolo esterno” – ovvero lasciamo che siano i virtuosi europei a imporci le giuste regole da cui spontaneamente scarteremmo – senza considerare questa anti- passione nostrana. Non stupisce che un paese indisponibile a rispettarsi sia poco rispettato. Proprio perché le passioni contano, pesano più che mai nelle opinioni pubbliche e orientano le scelte dei decisori più di quanto essi siano disposti ad ammettere, ne consegue che il mondo attuale è sempre meno prevedibile. Imbracarlo nelle teorie preconfezionate, nei modelli universali significa perderne di vista alcune tendenze di lungo periodo, espresse ad esempio nella letteratura. Si può intendere l’impero russo senza leggere Puškin, quello britannico scartando Conrad o quello americano trascurando il Fitzgerald del Grande Gatsby?
Nella geopolitica delle nazioni contemporanee la potenza dell’amore si rivela, fra l’altro, nel culto del proprio passato. Passione collettiva, non solo individuale. Per cui si riscoprono o si inventano antichissime, epiche genealogie, che confermerebbero il diritto di una comunità a questo o quello spazio. Sono simili passioni a muovere “il desiderio di territorio”, titolo dell’opera pionieristica di uno studioso francese delle identità, François Thual. Quindi anche la volontà di impero, che secondo lo storico americano William Langer – in polemica con le interpretazioni economiciste dell’espansionismo Usa – dimostra «la sopravvivenza nella società moderna di un’esausta mentalità feudal-militaristica, votata alla conquista per la conquista, senza specifico obiettivo o limite».
Questi sentimenti atavici contribuiscono a spiegare lo scarso fascino del cosmopolitismo e delle grandi utopie universali. Difficile amare tutti. Quando il patriottismo va fuori controllo, come capita nelle età di crisi, ne scaturisce il perfetto opposto: il nazionalismo esclusivo, xenofobo, talvolta razzista, che trasforma l’amore di sé in odio dell’altro. Le tracce di questa perversione sono oggi fin troppo visibili. Al potere dell’amore il Festival dedica la serata di sabato. A trattarne, la storica dell’antichità Eva Cantarella, la scrittrice Michela Murgia, il filosofo Umberto Galimberti, l’artista e cartografa di Limes Laura Canali, che insieme a un’antologia di carte geopolitiche espone la sua opera Le ali della farfalla. Per mostrare come «nel minestrone di questo nostro mondo, dove la geografia è il nastro trasportatore, esiste qualcosa di immutato»: i sentimenti che restano, come scriveva Marina Cvetaeva, «sempre uguali a se stessi», perché «ci sono stati ficcati dentro il petto come fiamme di una torcia».

LUCIO CARACCIOLO

la Repubblica 2 MARZO 2017

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LIMESFESTIVAL

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Guida al neoprotezionismo l’America che esalta Wall Street

trump-protezionismoNel giorno del Muro col Messico, Wall Street segna un record storico con l’indice Dow Jones a quota 20.000. I mercati celebrano la svolta di Donald Trump. America First — slogan che racchiude protezionismo commerciale, nazionalismo economico, restrizioni sugli immigrati — lungi dal provocare incertezze tra gli investitori, ne alimenta l’ottimismo. Siamo agli effetti- annuncio, ma c’è una coerenza implacabile nella raffica di “ordini esecutivi” firmati nei primi tre giorni lavorativi alla Casa Bianca. Molti pensarono che certe proposte erano slogan da comizio elettorale. Lui li smentisce: fa quel che aveva promesso. C’è un disegno organico, un progetto di economia e di società molto diverso dall’America che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
MURO, TPP, AUTO
Lunedì ha abbandonato il trattato di libero scambio con l’Asia- Pacifico (Tpp), ha annunciato che rinegozierà il mercato unico nordamericano (Nafta), venerdì riceve Theresa May con un gesto di omaggio a Brexit. È protezionismo commerciale classico. Trump non crede che la riduzione delle barriere agli scambi abbia giovato all’economia americana. Ai chief executive dell’automobile ha proposto un modello alternativo: smettetela di costruire fabbriche nei paesi emergenti, rimpatriate la produzione, io vi ricompenso con meno tasse sui profitti e meno regole anti-inquinamento. Per chi non obbedisce c’è la minaccia di super-dazi sulle importazioni. Il Muro col Messico? Per ora è un annuncio simbolico, peraltro un pezzo di fortificazione esiste già e la fece costruire Bill Clinton. Ma siamo ancora nell’ambito del protezionismo, questa volta “demografico”. Il segnale di Trump è una priorità ai bisogni degli americani, sposando la tesi che gli immigrati creano insicurezza.
È POSSIBILE RITIRARSI DENTRO GLI STATI-NAZIONE?
Quale America e quale mondo prefigura Trump? Nulla che non sia già accaduto. I più pessimisti evocano un ritorno agli anni Trenta, quando la Grande Depressione fu propagata e aggravata da misure protezionistiche e rappresaglie (in Italia ci fu l’autarchia mussoliniana). C’è un precedente meno apocalittico: gli anni Cinquanta, segnati da un commercio estero più controllato, con restrizioni valutarie e limiti ai movimenti di capitali. Un moderato protezionismo commerciale fu praticato da Ronald Reagan, convinse la Toyota a costruire auto in America. Per l’immigrazione, l’attuale apertura degli Stati Uniti è frutto di una svolta recente, alla metà degli anni Sessanta; prima ci furono periodi di chiusura, con restrizioni drastiche verso alcune etnie. Nel mondo contemporaneo ci sono modelli nazionali che scoraggiano l’immigrazione (Cina, Giappone, di recente l’Australia).
TRUMP NON È L’UNICO ANTI-GLOBAL
La critica agli effetti nefasti della globalizzazione esplose nel 1999 con la protesta di Seattle contro un vertice del Wto. C’è sempre stata un’opposizione di sinistra al liberoscambismo. Bernie Sanders l’ha ereditata da Occupy Wall Street e in campagna elettorale ha detto cose simili a Trump. Tra gli economisti i premi Nobel Angus Deaton e Joseph Stiglitz denunciano da anni la “redistribuzione alla rovescia” che ha accompagnato la globalizzazione: pur riducendosi le diseguaglianze Nord-Sud o Occidente- Oriente, sono peggiorate all’interno di ciascuna nazione. L’impoverimento della classe operaia poi del ceto medio; l’inversione delle aspettative coi figli destinati a stare peggio dei genitori, coincidono con una concentrazione dei benefici a vantaggio di ristrette élites (grandi azionisti e top manager, dalla finanza alla Silicon Valley). Trump ha cavalcato un disagio diffuso, incarna un nazionalismo economico di destra, ma ci sono convergenze con la sinistra.
A CHI FA MALE IL PROTEZIONISMO?
La crescita non è un gioco a somma zero in cui se tu ti arricchisci io divento più povero; l’aumento degli scambi diffonde benefici a tutte le nazioni; se invece io alzo le barriere e pretendo di consumare solo ciò che produco in casa mia, alla fine gli altri faranno lo stesso, le industrie esportatrici saranno rovinate e ci ritroveremo tutti più poveri. Questo è l’argomento classico contro il protezionismo in nome delle regole dell’economia di mercato: se io sono aperto a comprare i prodotti altrui, gli altri compreranno i miei, è un circolo virtuoso. La pratica è diversa dai manuali accademici. Anche nella globalizzazione ci sono protezionismi nascosti (vedi la Cina) che non hanno reso perfettamente reciproche le aperture dei mercati. Inoltre è mancato un elemento del circolo virtuoso: la globalizzazione non ha esportato diritti, le potenze emergenti come la Cina non hanno adottato le nostre libertà sindacali. Peggio ancora, paesi straricchi come Inghilterra e Lussemburgo hanno fatto “dumping fiscale” attirando le multinazionali nei paradisi dell’elusione.
GUERRA ASIMMETRICA (E POVERA ITALIA)
Così come alcune nazioni (Cina) hanno guadagnato più di altre dalla globalizzazione, per lo stesso motivo qualcuno può trarre almeno a breve termine dei vantaggi da una retromarcia. Gli Stati Uniti hanno un vasto mercato interno, e sono in deficit commerciale da sempre verso Cina, Germania. Perciò sono un caso da manuale in cui un ritorno ai dazi può dare benefici, almeno nell’immediato. L’Italia sta dal lato delle economie estroverse ed esportatrici come la Germania. L’euforia di Wall Street si spiega anche così: i mercati scommettono che il mix trumpiano di nazionalismo economico, sgravi fiscali, investimenti pubblici (armamenti e infrastrutture), deregulation, possa dare stimolo a crescita e profitti. Nel lungo termine il rischio è che gli altri rispondano con rappresaglie, danneggiando perfino un’economia grossa e relativamente autosufficiente come gli Usa. C’è la variante bluff: poiché l’America ha meno da perdere, la minaccia del protezionismo può costringere la Cina a una maggiore reciprocità?
CONSUMATORI O LAVORATORI
È il dilemma antico della globalizzazione. Il made in China (o in Vietnam, Bangladesh, Messico, Romania) mi costa meno e quindi è un beneficio per me in quanto consumatore, rafforza il potere d’acquisto. Ma se io lavoro in un settore che viene smantellato e spostato in un paese emergente, il mio potere d’acquisto crolla. Questo dilemma ha una versione “macro”. La globalizzazione ha creato un mondo di deflazione, prezzi fermi o calanti, che contribuiscono al ristagno. Trump può fabbricare inflazione, cosa che non sono riusciti a fare le banche centrali stampando moneta e comprando bond. Tutti gli scenari sono sconvolti.
MERCI O MIGRANTI
Una contraddizione c’è fra Muro e protezionismo commerciale. È più facile ridurre i flussi migratori se i paesi emergenti possono esportare merci anziché esseri umani. L’emigrazione di messicani si è ridotta quando l’economia del loro paese è andata meglio. Chiudere le frontiere alle merci e anche agli immigrati è dirompente. I problemi sono acuti per alcuni settori: Apple ha una complessa catena di fornitori di componenti elettronici sparpagliati nel mondo intero, rilocalizzare tutto negli Stati Uniti è difficile. Inoltre la Silicon Valley, così come altri settori dell’economia Usa, nell’immigrazione qualificata ha trovato un motore di dinamismo, creatività.
Federico Rampini
La Repubblica 26 gennaio 2017

La grande paura dell’orso

 
ursus«Esce, inseguito da un orso». Serve la didascalia più famosa ed enigmatica di William Shakespeare, in Il racconto d’inverno, per spiegare questo momento di panico nella finanza mondiale. Gli investitori sono paralizzati dalla paura di un «bear market», un mercato dell’orso.
Un mercato dell’orso che sta sbranando diversi mercati allo stesso tempo: dalle azioni alle obbligazioni, dal petrolio ai metalli pregiati, dalla Cina all’America.
La legge del capitalismo detta che quando un investitore voglia vendere un bene ce ne siano altri disposti a comprarlo a un determinato prezzo. Le crisi accadono quando quasi tutti gli investitori voglio vendere e nessuno vuole comprare. Come nel 2008, quando il crollo di Lehman Brothers provocò il collasso dell’economia mondiale.
Non siamo ancora ai livelli disperati del dopo-Lehman ma, dopo quasi due mesi di passione, ci sono parecchi mercati che stanno uscendo dalla norma, inseguiti da orsi grandi, aggressivi e affamati di sangue.
Venerdì mattina, ho chiamato un investitore che non si ferma mai, uno stakanovista dei mercati che di solito vende e compra azioni dalla mattina alla sera. Mi ha risposto dalla macchina, in viaggio verso il Sud dell’Inghilterra con la famiglia. «Mi sono preso un weekend lungo», mi ha detto. «Non c’è niente da fare in questi mercati».
Siamo nel mezzo del peggiore terremoto finanziario dai tempi della crisi del 2008. Ma a differenza di quel crollo – che fu causato da un’esplosione insostenibile nel debito di consumatori e banche, amplificata da errori di governi e banche centrali – gli scompensi odierni non sono il prodotto di un problema solo.
«È la convergenza di fattori diversi ma tutti pericolosi», mi ha detto un dirigente di uno dei più grandi fondi d’investimento mondiali la settimana scorsa mentre guardava i mercati europei sciogliersi come neve al sole.
Io citerei cinque ragioni dietro il profondo malessere dei mercati.
La Cina è vicina. Troppo vicina e troppo importante per gli Usa e l’Europa. L’ascesa stratosferica di Pechino nella galassia dell’economia mondiale fa sì che quando la Cina ha il raffreddore, il resto del mondo si prende l’influenza. Il rallentamento, naturale ed inesorabile dell’economia cinese riduce la crescita globale. Pechino ci ha messo del suo, con errori clamorosi nel controllo dello yuan che hanno fatto scappare investitori e impaurire i governi occidentali.
La salute del sistema bancario. È un paradosso del dopo-crisi: i governi e i regolatori hanno spinto le banche a costruire muri di capitale per evitare i collassi del passato. Ma il costo di quegli edifici sta riducendo gli utili e rendendo difficile la vita di amministratori delegati, impiegati e azionisti.
Da due settimane, le paure hanno raggiunto livelli altissimi: è possibile – si chiedono gli investitori – che le banche non abbiano soldi per pagare gli interessi sulle proprie obbligazioni? Questa settimana, Deutsche Bank e Société Générale, due colossi europei, sono state costrette a dire esplicitamente che avevano ampi mezzi per saldare i conti. Deutsche ha addirittura deciso di comprare e ritirare 5,4 miliardi di dollari di debito, una mossa disperata, dettata solamente dai patemi del mercato.
L’impotenza delle banche centrali. Le cose belle durano poco e pure le cose così-così non durano per sempre. Il torrente di stimolo scatenato dalle banche centrali americana, europea e giapponese per tenere i tassi d’interesse bassi è ormai secco.
Lo ha spiegato bene Michael Harnett, il capo della ricerca di Bank of America Merrill Lynch, in una durissima nota uscita giovedì scorso. Secondo Harnett, «gli investitori si stanno ribellando» allo stimolo delle banche centrali. Dopo 637 tagli ai tassi d’interesse da parte delle banche centrali dai tempi del crollo di Bear Stearns nel marzo del 2008, dopo più di 12 mila miliardi di dollari immessi nei mercati, l’economia mondiale non cresce e gli investitori hanno capito che Mario Draghi, Janet Yellen e compagnia non hanno più munizioni.
Le politiche monetarie europee e giapponesi fanno male alle banche. I tassi bassi sono la kriptonite delle banche, perché non permettono di guadagnare soldi sulla differenza tra il prezzo del denaro che prendono in prestito e quello che danno in prestito. Ma negli ultimi mesi, la Banca Centrale Europea e la Banca del Giappone (e pure quella svizzera e quella svedese) hanno fatto di peggio: hanno spinto i tassi sotto lo zero. Gli interessi negativi sono una tassa sulle banche. Gli investitori questo lo sanno e stanno scappando dalle azioni delle società finanziarie.
L’incertezza regna sovrana. In politica, le vecchie certezze non contano più. In America, non è impossibile prevedere una campagna presidenziale tra il populismo aggressivo di Donald Trump e il socialismo impraticabile di Bernie Sanders. In Europa, i prossimi mesi saranno dominati dal referendum britannico sulla permanenza nell’Unione Europea, che potrebbe portare al divorzio di uno dei paesi più importanti del continente. E il Medio Oriente rimane un vulcano attivo e pronto ad eruzioni.
I mercati odiano l’incertezza e in questo momento sono circondati da un mare magnum d’incertezza.
Ci sono speranze? Senza dubbio. C’è chi pensa che i mercati delle ultime settimane siano troppo pessimisti. Che si stiano comportando come se il mondo stesse per ricadere nella recessione, ma in realtà le economie-guida continueranno a crescere nel 2016 e nei prossimi anni.
Ed è anche vero che le banche sono molto più preparate a crisi di questo tipo proprio grazie alle regole create dopo la crisi del 2008. E in politica, lo scenario più probabile è che Hillary Clinton sfiderà non Trump ma un moderato come Marco Rubio o un conservatore di ferro come Ted Cruz nelle presidenziali di novembre. E gli investitori continuano a sperare che la Gran Bretagna voti con la testa e non con il cuore e decida di restare nell’Unione Europea.
Nessuno sa se Shakespeare abbia utilizzato un orso vero o finto – un attore vestito da orso – nella prima del «Racconto d’Inverno» nel 1611. Nel 2016, non sappiamo se questo sia un mercato dell’orso vero o finto, un malessere passeggero o una malattia cronica. Anche questo è incerto. Ma fino a quando non è chiaro, occhio agli orsi e agli investitori in fuga.
(l’autore è il condirettore e caporedattore finanziario di Politico Europe a Londra)

Francesco Guerrera
La Stampa, lunedì 15 febbraio 2016

Declinismo?

declino[1]Se il 2014 ci era sembrato un anno traumatico, fra guerre, stragi, virus letali e la costante incertezza economica, non si può dire che il 2015 sia cominciato diversamente, con il massacro nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi e l’Europa sotto la minaccia del terrorismo. Un sondaggio condotto in questi giorni da YouGov in Gran Bretagna fotografa quella che è probabilmente l’opinione dominante: per il 71 per cento degli interpellati il mondo va sempre peggio, soltanto il 5 per cento crede che le cose possano migliorare. Ma uno studio della City University di Londra avverte che non sono necessariamente gli eventi a farci vedere un futuro a tinte fosche: è piuttosto una condizione umana, quasi una malattia collettiva della psiche. Si chiama “declinismo”, è la pessimistica convinzione che il pianeta e i suoi abitanti siano avviati a un inesorabile declino, l’impressione che il domani sia sempre peggiore di oggi e di ieri. Ne soffre la maggior parte delle persone: senza rendersi conto dei progressi medici, scientifici, tecnologici e nella qualità della vita per la maggioranza della popolazione mondiale. Le cause del fenomeno sono molteplici, affermano gli autori della ricerca. Una è la tendenza psicologica a romanticizzare la gioventù, per cui il passato ci appare più roseo del presente. Un’altra è che quando si chiede a qualcuno di ricordare gli avvenimenti della propria vita, i più ricordano meglio fatti e situazioni che risalgono a quando avevano tra i 10 e i 30 anni. Un terzo fattore è che invecchiando si tende a ricordare meglio le esperienze positive delle negative. Un’altra ragione ancora è la difficoltà e la diffidenza ad adeguarsi alle trasformazioni tecnologiche: «Da ragazzi non avevamo il telefonino e stavamo benissimo lo stesso». In teoria potrebbe essere che vediamo il mondo in declino perché lo è davvero. Ma un recente programma della Bbc smentisce, dati alla mano, il diffuso stereotipo secondo cui si stava meglio “quando si stava peggio”, cioè in un presunto idilliaco, arcaico, passato. Negli ultimi cinquant’anni l’aspettativa di vita mondiale è cresciuta da 59 a 70 anni, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Nonostante le efferatezze del Califfato Islamico, le stragi di terrorismo e la cronaca nera continuino a riempire le pagine dei giornali, oggi viviamo nell’era meno violenta della storia umana, come dimostra un docente di Harvard, il professor Steven Pinker, nel saggio Il declino della violenza: ci siamo dimenticati di come il mondo fosse un mattatoio in cui ci si menava e ammazzava quotidianamente, senza che il sangue facesse nemmeno notizia. Altre statistiche indicano che siamo mediamente più sani e più intelligenti di prima; e quando mostrano apparentemente il contrario, per esempio il fatto che i malati di depressione sono cresciuti del 4 per cento in vent’anni, in realtà significa che abbiamo una migliore comprensione della salute mentale, grazie una maggiore capacità diagnostica, che promette migliori cure. Il declinismo che si avverte nell’aria in questo inizio 2015, in effetti, è una malattia ricorrente. Nel Regno Unito se ne sente parlare ininterrottamente dal 1870, quando l’Impero britannico raggiunse l’apogeo: da allora non ha fatto che restringersi, tra decolonizzazione e ascesa di un’altra superpotenza destinata ad eclissarlo, gli Stati Uniti. Quanto all’America, di ondate di declinismo ne ha già attraversate cinque, a partire dalla Grande depressione degli anni trenta del secolo scorso (diventato, a dispetto dei pessimisti, il “Secolo Americano”), passando per “l’umiliazione dello Sputnik”, quando nel 1957 i russi furono i primi a mettere un cosmonauta in orbita e parve che avrebbero vinto la corsa nello spazio (si sa poi chi è arrivato sulla luna), la sconfitta in Vietnam, il “malaise speech” di Jimmy Carter sul “malessere” degli Usa, fino al grande crash finanziario del 2008. Dal 1987 a oggi le librerie si sono riempite di volumi sul declino dell’impero americano, da Ascesa e declino delle grandi potenze di Paul Kennedy, a La fine dell’era americana di Charles Kupchan, a L’era postamericana di Fareed Zakaria, che si concludeva con questo deprimente messaggio: «La magia è finita, le cose non andranno mai più bene come prima». E poiché l’America è stata l’identità e il traino dell’intero Occidente, il declino americano viene vissuto come declino universale, o almeno occidentale. Il che naturalmente è esatto, come testimonia l’ascesa economica di Cina, India e altri paesi emergenti. Ma se YouGov, anziché in Gran Bretagna, avesse condotto il sondaggio su “il mondo va meglio o peggio” in Cina, dove il consumo annuale di carne nell’ultimo mezzo secolo è cresciuto da 1 a 40 chilogrammi per abitante, è verosimile che avreb- be ottenuto risultati differenti. E nonostante il declinismo con cui viene etichettata l’America di Obama, peraltro protagonista di una ripresa economica che fa invidia all’Europa, un ulteriore saggio sulla questione, That Used to Be Us: How America Fell Behind in the World It Invented and How We Can Come Back, del columnist del New York Times Thomas Friedman e del politologo di Harvard Michael Mandelbaum, offre comunque speranze per prolungare il sogno americano nel ventunesimo secolo. Se il mondo ci appare in declino, insomma, è perché siamo vittime di una sindrome psicologica di massa, come notano gli studiosi della City University, non perché declini sul serio. «L’epoca dell’individualismo, della democrazia liberale e dell’umanesimo volge al termine», ammoniva all’inizio del Novecento il filosofo tedesco Oswald Spengler, ma poi fascismo e nazismo fecero posto a un’era di pace e benessere come l’Occidente non ne ha mai conosciute. Oltretutto, la massima “non c’è limite al peggio” deriva da un aneddoto (la vecchia siracusana e il tiranno Dionigi) dello storico romano Valerio Massimo, nel Primo secolo dopo Cristo: e un po’ di strada, da allora, ne abbiamo fatta. Non sembra ancora arrivato il momento di dire: fermate il mondo, voglio scendere.

Enrico Franceschini
Repubblica  19 gennaio 2015

Usa: paralisi politica un rischio per tutti

midL’ECONOMIA globale è come un aereo a quattro motori di cui però ne funziona uno solo. E ora rischia di spegnersi anch’esso, con le conseguenze che potete immaginare”. Nouriel Roubini, economista della Nyu, guarda con terrore allo stallo politico che deriverebbe dal successo elettorale dei repubblicani: “Sarebbe un grosso problema per l’America e per il mondo”.

Quali sono i quattro motori?
“Cominciamo dai tre in panne. L’Eurozona è sull’orlo della recessione con la Germania che resiste agli appelli per un necessario stimolo alla domanda. Il Giappone non riesce a riprendersi neanche con il quantitative easing dalla sua interminabile crisi. E i Paesi emergenti fronteggiano problemi speculari alle situazioni che li aiutavano: i prezzi delle materie prime a partire dal petrolio sono crollati, la crescita cinese scenderà presto al 5 dal 7%, le monete stanno svalutandosi per gli annunciati rialzi dei tassi americani e la fuga verso il dollaro. Dei Brics, Brasile, Russia e Sudafrica sono già in crisi, Cina e India non rispondono più alle aspettative”.

Il quarto motore è l’America?
“Sì, più la Gran Bretagna: è l’unico sistema mondiale che cresce a livelli più che soddisfacenti, addirittura sopra il potenziale. Ma tutto si può infrangere sui risultati elettorali. La paralisi arriverebbe di fronte a una serie di riforme strutturali che devono essere approvate in fretta”.

Quali sono queste riforme?
“Innanzitutto la revisione di Medicare e Social security, la sanità e la previdenza pubblica che drenano risorse in misura crescente per l’andamento demografico e fra poco saranno insostenibili. Connesso è il problema dell’indebitamento pubblico, che richiede complessi accordi politici bipartisan, che ora saranno tremendamente difficili. Già l’anno scorso il Paese è semifallito, poi si riuscì a trovare un’intesa sui tetti debitori perché i democratici controllavano il Senato, ora non so come andrà a finire. C’è poi da regolamentare l’immigrazione, una delle promesse iniziali di Obama rimaste inevase. Lo scontro è durissimo fra i due partiti per stabilire i flussi, decidere i visti differenziati per i lavoratori a bassa o alta professionalità, controllare l’afflusso di bambini. È una questione sociale ed economica (secondo un recente studio dell’università di Los Angeles regolarizzare gli immigrati aggiunge 1.500 miliardi di dollari in 10 anni al Pil Usa più 5,4 miliardi di tasse, e alza i salari per tutti generando consumi tali da poter creare 7-900mila nuovi posti, ndr ). Non è finita: va rivista la tassazione sulle imprese per porre fine alle diseguaglianze derivanti da tasse più vantaggiose per le rendite al punto da renderle le vere beneficiarie delle misure monetarie, riorganizzata la politica energetica, migliorata l’istruzione perché tanti giovani non hanno le competenze per muoversi nell’economia globalizzata, regolato il potere delle lobby che corrompono il sistema politico, fermati i continui brogli elettorali a livello di distretti, lanciato un piano di infrastrutture che rimetta in piedi il Paese per il quale va creata una banca apposita”.

Quale di questi problemi ha più influenza sul mondo?
“Tutti indeboliscono l’America. Ma forse quello che interessa più direttamente i partner commerciali è un altro ancora: il probabile stallo nei negoziati sui due trattati commerciali per il libero scambio, uno con la Cina e l’altro con l’Europa, i cosiddetti Tpp e Ttip. Sono già trattative complesse, e il loro successo potrebbe essere addirittura decisivo per il rilancio dei commerci mondiali. Ma con il presidente “zoppo” diventerebbero quasi proibitive”. 

 

http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/04/news/roubini_paralisi_politica_un_rischio_per_tutti_senza_le_riforme_si_fermano_i_mercati-99703976/

https://twitter.com/Nouriel

 

Il giuramento di Obama

barack_obama_giuramento[1]Con una breve cerimonia di famiglia nella Blue Room della Casa Bianca Barack Obama ha prestato giuramento, dando formalmente inizio al secondo mandato presidenziale di cui oggi definirà gli obiettivi parlando dai gradini del Campidoglio…

Per la tradizionale preghiera che precede il giuramento gli Obama si sono recati ieri nella Metropolitan African Methodist Episcopal Church dove hanno ascoltato il sermone del reverendo Ronald Braxton, che ha ripetuto più volte la parola «Forward», avanti. È il motto della campagna della rielezione appena vinta e Braxton lo ha sovrapposto all’esempio biblico di Mosè nella guida del popolo ebraico all’uscita dell’Egitto: «Andò avanti perché non aveva altra scelta», lasciando la schiavitù verso la libertà. È la richiesta a Obama, da parte dell’America che lo ha votato, di non fermarsi nella sfida per «cambiare la nazione» iniziata nel 2007.

Poco dopo Obama ha giurato davanti al giudice John Roberts, presidente della Corte Suprema, ponendo la mano sulla Bibbia della famiglia di Michelle. Il giuramento di ieri è avvenuto nel rispetto del dettato della Costituzione, che lo prevede entro le 12 del 20 gennaio di ogni quattro anni, e oggi Obama lo ripeterà in pubblico durante la cerimonia ufficiale sul Campidoglio. I giuramenti sono due solo quando il 20 gennaio cade di domenica: nella Storia si è verificato finora sette volte, l’ultima fu con Reagan nel 1985.

http://www.lastampa.it/2013/01/21/esteri/parte-l-obama-la-sfida-e-su-armi-e-immigrazione-TuOkAst08TzGz4V1rQ8cfP/pagina.html

Barak Obama, person of the Year 2012

timeWe are in the midst of historic cultural and demographic changes, and Barack  Obama is both the symbol and in some ways the architect of this new America. In  2012, he found and forged a new majority, turned weakness into opportunity and  sought, amid great adversity, to create a more perfect union.

http://poy.time.com/2012/12/19/person-of-the-year-barack-obama/