Usa: paralisi politica un rischio per tutti

midL’ECONOMIA globale è come un aereo a quattro motori di cui però ne funziona uno solo. E ora rischia di spegnersi anch’esso, con le conseguenze che potete immaginare”. Nouriel Roubini, economista della Nyu, guarda con terrore allo stallo politico che deriverebbe dal successo elettorale dei repubblicani: “Sarebbe un grosso problema per l’America e per il mondo”.

Quali sono i quattro motori?
“Cominciamo dai tre in panne. L’Eurozona è sull’orlo della recessione con la Germania che resiste agli appelli per un necessario stimolo alla domanda. Il Giappone non riesce a riprendersi neanche con il quantitative easing dalla sua interminabile crisi. E i Paesi emergenti fronteggiano problemi speculari alle situazioni che li aiutavano: i prezzi delle materie prime a partire dal petrolio sono crollati, la crescita cinese scenderà presto al 5 dal 7%, le monete stanno svalutandosi per gli annunciati rialzi dei tassi americani e la fuga verso il dollaro. Dei Brics, Brasile, Russia e Sudafrica sono già in crisi, Cina e India non rispondono più alle aspettative”.

Il quarto motore è l’America?
“Sì, più la Gran Bretagna: è l’unico sistema mondiale che cresce a livelli più che soddisfacenti, addirittura sopra il potenziale. Ma tutto si può infrangere sui risultati elettorali. La paralisi arriverebbe di fronte a una serie di riforme strutturali che devono essere approvate in fretta”.

Quali sono queste riforme?
“Innanzitutto la revisione di Medicare e Social security, la sanità e la previdenza pubblica che drenano risorse in misura crescente per l’andamento demografico e fra poco saranno insostenibili. Connesso è il problema dell’indebitamento pubblico, che richiede complessi accordi politici bipartisan, che ora saranno tremendamente difficili. Già l’anno scorso il Paese è semifallito, poi si riuscì a trovare un’intesa sui tetti debitori perché i democratici controllavano il Senato, ora non so come andrà a finire. C’è poi da regolamentare l’immigrazione, una delle promesse iniziali di Obama rimaste inevase. Lo scontro è durissimo fra i due partiti per stabilire i flussi, decidere i visti differenziati per i lavoratori a bassa o alta professionalità, controllare l’afflusso di bambini. È una questione sociale ed economica (secondo un recente studio dell’università di Los Angeles regolarizzare gli immigrati aggiunge 1.500 miliardi di dollari in 10 anni al Pil Usa più 5,4 miliardi di tasse, e alza i salari per tutti generando consumi tali da poter creare 7-900mila nuovi posti, ndr ). Non è finita: va rivista la tassazione sulle imprese per porre fine alle diseguaglianze derivanti da tasse più vantaggiose per le rendite al punto da renderle le vere beneficiarie delle misure monetarie, riorganizzata la politica energetica, migliorata l’istruzione perché tanti giovani non hanno le competenze per muoversi nell’economia globalizzata, regolato il potere delle lobby che corrompono il sistema politico, fermati i continui brogli elettorali a livello di distretti, lanciato un piano di infrastrutture che rimetta in piedi il Paese per il quale va creata una banca apposita”.

Quale di questi problemi ha più influenza sul mondo?
“Tutti indeboliscono l’America. Ma forse quello che interessa più direttamente i partner commerciali è un altro ancora: il probabile stallo nei negoziati sui due trattati commerciali per il libero scambio, uno con la Cina e l’altro con l’Europa, i cosiddetti Tpp e Ttip. Sono già trattative complesse, e il loro successo potrebbe essere addirittura decisivo per il rilancio dei commerci mondiali. Ma con il presidente “zoppo” diventerebbero quasi proibitive”. 

 

http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/04/news/roubini_paralisi_politica_un_rischio_per_tutti_senza_le_riforme_si_fermano_i_mercati-99703976/

https://twitter.com/Nouriel

 

Il pericolo dell’infarto finanziario

images6QNSJUJ0Meno 4,4 per cento; meno 1,21 per cento; più 3,42 per cento. Queste cifre mostrano la variazione del Ftse Mib, il principale indice della Borsa di Milano nelle ultime tre sedute della settimana scorsa e ripetono, un poco amplificati, gli andamenti delle Borse di tutto il mondo. Variazioni di queste dimensioni, per di più senza una direzione precisa, escono dai limiti della normalità, soprattutto se si tien conto che, in questi giorni, nell’economia reale non è cambiato pressoché nulla, con l’Europa sull’orlo di una recessione – che potrebbe anche non arrivare o essere molto lieve – e gli Stati Uniti impegnati in una ripresa non del tutto convincente (nella prima metà dell’anno la crescita americana è risultata di poco superiore all’1 per cento, meno dell’aumento della popolazione).

Siamo quindi di fronte a una fibrillazione dei mercati. Potrebbe derivarne un infarto? Perché? Perché proprio ora? Il pericolo di un infarto finanziario deriva dal fatto che la trasparenza e la regolazione dei grandi mercati mondiali non hanno compiuto molti passi avanti dal 2007-08 anche se non c’è oggi una specifica categoria di titoli  a rischio, come erano allora i famigerati americani mutui «subprime». Una parte importante della risposta va cercata nella politica mondiale. Inforcando le lenti della politica occorre guardare al paese che vanta il maggior mercato finanziario globale nonché (ancora per poco, ossia finché non sarà superato dalla Cina, probabilmente nel 2015) il maggior sistema economico del pianeta. 

Naturalmente stiamo parlando degli Stati Uniti dove ogni due anni viene rinnovata gran parte del Congresso. Tra una ventina di giorni, e precisamente il 4 novembre, si terranno negli Stati Uniti le cosiddette «elezioni di metà mandato» ed esiste la possibilità che i democratici del presidente Obama si trovino in minoranza sia al Senato (che attualmente controllano) sia alla Camera dei Rappresentati, dove già oggi sono in netta minoranza.

Se così fosse, Obama diventerebbe ciò che nel gergo politico di quel paese si chiama un’«anatra zoppa», non più in grado di perseguire efficacemente alcuna vera azione politica né interna né internazionale senza il «permesso» dei suoi oppositori repubblicani. La prossimità delle elezioni sta inoltre frenando il possibile intervento militare americano in Siria-Iraq soprattutto perché gli elettori americani sono stanchi di guerre. Ai curdi che difendono accanitamente la città di Kobane arrivano soprattutto le armi mandate dagli alleati europei degli Stati Uniti e l’aiuto di un numero non elevato di incursioni di aerei americani.

Nei prossimi venti giorni, l’incertezza sui risultati elettorali americani potrebbe incidere negativamente sui listini, così come potrebbe avere un impatto negativo una sconfitta dei democratici di Obama proprio per la paralisi governativa che ne deriverebbe. Un possibile vuoto di politica economica potrebbe riguardare anche l’Unione Europea, dove la nuova Commissione muoverà in novembre i suoi primi passi, necessariamente incerti. Non va però trascurata la politica estera.  

Il vuoto politico si aggiunge così al vuoto economico, la politica contribuisce, e non poco, a bloccare l’economia. E questo non solo – o non tanto – in Italia dove il processo di approvazione della «manovra» non ha la rapidità auspicata dal presidente del Consiglio, ma comunque procede molto più celermente che in passato; ma anche, e soprattutto, a livello mondiale. Alle Borse non rimane altro che guardare alle relazioni trimestrali delle imprese e alle previsioni di crescita dei diversi settori e quel che vi possono scorgere non è precisamente entusiasmante: a livello mondiale, sono dati molto variegati mentre la Fed parla di crescita complessivamente «moderata» o «modesta». E Janet Yellen, da pochi mesi a capo della Fed, sottolinea la crescente diseguaglianza della ricchezza e dei redditi negli Stati Uniti come motivo di preoccupazione perché costituisce un blocco alla ripresa. 

Ai pazienti a rischio d’infarto i medici prescrivono spesso una serie di pillole e suggeriscono di cambiare stile di vita. Alle economie ricche (e ai ricchi mercati finanziari) a rischio d’infarto è necessario proporre qualche pillola di nuova liquidità e un cambiamento di politica economica che introduca qualche modificazione nella distribuzione dei redditi in modo da incoraggiare, quanto meno nel breve periodo, un certo rilancio dei consumi interni. Spesso il malato non segue i buoni consigli e la Signora Merkel non ha, nelle ultime settimane, dato prova di quel pragmatismo, di quel «buon senso» del quale l’Europa e l’intera economia mondiale hanno disperatamente bisogno. C’è da sperare che l’aria di Milano, dove si è svolto un inedito incontro Europa-Asia la convinca (e convinca i suoi ministri economici) che economia e ragioneria sono due discipline diverse e che la politica economica non si fa contando i decimali di – eventuale – sforamento del tre per cento del rapporto deficit/prodotto lordo.

M.Deaglio

http://www.lastampa.it/2014/10/19/cultura/opinioni/editoriali/il-pericolo-dellinfarto-finanziario-h6HHfwmrvDIKhrocphK1oM/pagina.html