Nascite ai minimi: 86 mila italiani in meno

L’Italia fa sempre meno figli e nel 2016 le nascite toccano un nuovo minimo storico mentre la popolazione invecchia e quasi un quarto degli abitanti ha più di 65 anni. È la fotografia scattata dall’Istat nel report sugli indicatori demografici.

Nel 2016 le nascite sono state 474.000, circa 12.000 in meno rispetto all’anno precedente (-2,4%). Il calo interessa tutto il territorio nazionale, con la sola eccezione della Provincia di Bolzano che registra invece un incremento del 3,2%. Il numero medio di figli per donna scende per il sesto anno consecutivo e si assesta a 1,34. Rispetto al 2015, spiega l’Istat, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età delle madri sotto i 30 anni mentre aumentano in quelle superiori. La riduzione più accentuata si riscontra nella classe di età 25-29 anni (-6 per mille), l’incremento più rilevante è, invece, nella classe 35-39 (+2 per mille).

Nel complesso, a fronte di un’età media al parto che raggiunge i 31,7 anni, la fecondità cumulata da parte di donne di 32 anni compiuti e più è ormai prossima a raggiungere quella delle donne fino a 31 anni di età (0,67 figli contro 0,68 nel 2016).

La diminuzione delle nascite, sommata all’allungamento della vita e ai flussi di immigrazione determina un innalzamento dell’età media degli italiani. Al primo gennaio 2017 i residenti hanno in media 44,9 anni, due decimi in più rispetto al 2016 (ossia circa due mesi e mezzo) e due anni esatti in più rispetto al 2007. Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale (erano 11,7 milioni nel 2007, pari al 20,1%).

Nella piramide dell’età, i valori più bassi si rilevano nella classe 0-4 anni. Per rilevare una `coorte´ di nascite di consistenza numerica inferiore ai nati nel 2016 occorre risalire alla generazione dei nati nel 1936, ossia agli ottantenni di oggi. I valori più alti e più bassi delle classi di età nella piramide del 2007 sono ancora ben visibili in quella del 2017 con uno scivolamento in su di dieci anni. Nel 2007 le prime 15 `coorti´ di nati per consistenza numerica erano quelle superstiti tra i nati del 1961-1975. Dieci anni più tardi le medesime `coorti´, che nel frattempo transitano da un’età compiuta di 31-45 anni a una di 41-55, sono ancora le più consistenti. «Se oggi tali `coorti´ presidiano la popolazione in tarda età attiva – afferma l’Istat – in una prospettiva non remota esse sono progressivamente destinate a far parte della popolazione in età anziana». Al primo° gennaio 2017 la popolazione residente in Italia risulta in lieve calo attestandosi a 60.579.000, ossia 86.000 unità in meno del 2015 (-1,4 per mille). Il saldo naturale (nascite-decessi) e negativo per 134 mila unità, e quello migratorio con l’estero positivo per 135 mila unità

 

La Stampa

6 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/06/italia/cronache/nascite-ai-minimi-mila-italiani-in-meno-3c6UOurBXEHzlOlsvzJpGK/pagina.html

 

La politica del secondo figlio

cinacinaIl governo di Pechino era stato chiaro già da diverso tempo: bisogna stimolare i consumi interni. Per questo motivo sono state rese possibili agevolazioni finanziarie di tutti i tipi dai tagli ai tassi fino alla riduzione dei requisiti di liquidità per le banche in modo da rendere disponibile una maggiore quantità di denaro. Quando invece la soluzione più semplice era anche la più ovvia: far aumentare la popolazione.

Le nuove disposizioni

L’equazione più persone uguale più consumi è arrivata alla fine del Plenum del Comitato Centrale del Parito Comunista cinese che si è riunito per decidere le direttive del 13esimo piano quinquennale e stabilire le basi di quella che sarà la Cina del 2020. Un’occasione anche per dare il via a una serie di promozioni e bocciature in seno alla politica dell’ultimo bastione di un assolutismo comunista rimasto tale solo nel nome.

Sulla base della necessità di aumentare la domanda interna il governo cinese ha dato ufficialmente l’addio alla politica del figlio unico ovvero all’obbligo finora per le coppie cinesi di non poter avere più di un bambino, obbligo che affonda le sue radici nella politica del contenimento delle nascite pianificata ormai 36 anni or sono nel 1979.

Le conseguenze

Tralasciando le polemiche sulle eccezioni per le minoranze, sui femminicidi che ne sono derivati, sugli aborti imposte alle donne anche in avanzato stato di gravidanza e sul fatto che la Cina attualmente è la nazione con la popolazione più numerosa e ce quindi potrebbe essere anche la miccia per un futuro collasso demografico (nuove proiezioni parlano di un picco che verrà raggiunto in anticipo di 10 anni e quindi non più nel 2030 come inizialmente pronosticato ma nel 2020), la scelta in questione evidenzia anche un altro fattore e cioè che la popolazione del Celeste Impero sta invecchiando in maniera estremamente veloce, tanto da non poter garantire adeguatamente un ricambio della forza lavorativa e anche un sostegno non solo più ai consumi interni ma alla stessa produttività nazionale dal momento che, come il Giappone insegna, una popolazione anziana è tendenzialmente più conservatrice nei consumi.

http://www.trend-online.com/prp/consumi-cina-secondo-figlio/

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cinamaoÈ un atto tipico di un vecchio regime comunista, dove i funzionari pensano che le cose possano avvenire per decreto: 35 anni dopo l’introduzione in Cina della politica del figlio unico per il controllo della crescita della popolazione, ora si annuncia che alle coppie sarà permesso avere due figli.

Un maggior numero di nascite, dicono, contribuirà a evitare che il Paese invecchi prima di arricchirsi. Ma con ogni probabilità questo non farà virtualmente alcuna differenza.

Come la Germania, l’Italia e i suoi vicini del Giappone e del Sud Corea, la Cina sta soffrendo le conseguenze di un drastico calo della natalità. In realtà la popolazione del Paese sta invecchiando così in fretta che nel 2040 l’età media nel Paese avrà superato quella degli Stati Uniti secondo le proiezioni demografiche dell’Onu. Nel 2050 sarà ancora più bassa di quella dell’Unione Europea, ma non di molto. 

Quindi permettere alle coppie di avere più figli dovrebbe consentire di controbilanciare questo invecchiamento. Il guaio è che, come accade in altri Paesi, in Cina le donne non sembrano volere più figli. E non è una novità: a Pechino di recente ho partecipato a una presentazione di un importante demografo americano, Nicholas Eberstadt dell’ American Enterprise Institute: il tasso di fertilità delle coppie cinesi che vivono nelle città era già sceso sotto il livello necessario a mantenere stabile la popolazione ancora prima che fosse introdotta la politica del figlio unico nel 1980, e quello delle aree rurali non ne era molto lontano.

La regola del figlio unico nelle aree rurali era già stata allentata due anni fa, ma pare abbia avuto poco impatto sui tassi di natalità. Con ogni probabilità questo nuovo cambiamento avrà lo stesso destino. In Cina, come in Giappone, le donne si sposano più tardi di un tempo e in meno scelgono di avere figli, quali che siano le leggi. 

Tuttavia questa nuova norma potrebbe modificare un’altra caratteristica della demografia cinese di cui i funzionari non amano parlare. Anzi, questo potrebbe esserne il vero obiettivo. Sto parlando del grande squilibrio che esiste in Cina tra il numero dei maschi e quello delle femmine, e quindi tra uomini e donne. 

La politica del figlio unico non ha influito molto sul totale della popolazione cinese, ma ha avuto un ruolo significativo nell’aumento dell’infanticidio e dell’aborto selettivo. Anche prima del 1980, la preferenza delle famiglie cinesi per i figli maschi aveva portato a una piccola sproporzione tra maschi e femmine. Ma adesso, 35 anni dopo, i primi sono il 20% in più.

Il divario è meno accentuato a Pechino e a Shanghai, ma è diventato molto ampio nelle province rurali meno ricche, raggiungendo anche il 25-30%. Significa che nel Paese c’è un numero crescente di uomini che difficilmente riusciranno a sposarsi perché non ci sono donne a sufficienza. Ben presto, secondo il professor Eberstadt, il 20-25% dei cinesi di sesso maschile resterà celibe a vita. 

Una tale prospettiva è quanto meno spiacevole per la società cinese. E potenzialmente potrebbe destabilizzarla del tutto. I giovani maschi sono al primo posto in ogni società in termini di tasso di criminalità e violenza. Dei giovani soli, senza alcuna prospettiva di sposarsi e formarsi una famiglia, potrebbero diventare ancora più violenti.

Allentare la regola del figlio unico di per sé non basta a risolvere il problema . Ma potrebbe servire, riducendo l’incentivo al femminicidio infantile tra le coppie che decidono di avere figli. E aiuta anche la causa dei diritti umani tanto delle coppie di sposi come delle primogenite, e questo è ancora più importante. Non capita tutti i giorni che la Cina guadagni punti nel settore dei diritti umani. E anche i piccoli risultati meritano una celebrazione.

Da Pechino via libera al secondo figlio, ma sono le famiglie a volerne uno solo

Bill Emmott

La Stampa 30 ottobre 2015

https://www.lastampa.it/2015/10/30/cultura/opinioni/editoriali/da-pechino-via-libera-al-secondo-figlio-ma-sono-le-famiglie-a-volerne-uno-solo-fN23obSKvhE412qqGs04kJ/pagina.html

 

I migranti e l’economia italiana

extLa differenza tra tasse contributi in rapporto alla spesa pubblica ….

da un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 23 novembre 2014

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Due rapporti della Fondazione Leone Moressa e Andrea Stuppini, collaboratore de «lavoce.info», spiegano che non solo le imprese create da immigrati sono 497 mila (l’8,2% del totale: a dispetto della crisi) per un valore aggiunto di 85 miliardi di euro, ma che nei calcoli dare-avere chi ci guadagna siamo anche noi. Nel 2012 i contribuenti nati all’estero sono stati poco più di 3,5 milioni e «hanno dichiarato redditi per 44,7 miliardi di euro (mediamente 12.930 euro a persona) su un totale di 800 miliardi di euro, incidendo per il 5,6% sull’intera ricchezza prodotta». L’imposta netta versata «ammonta in media a 2.099 euro, per un totale complessivo pari a 4,9 miliardi». Con disparità enorme: 4.918 euro pro capite di Irpef pagata nel 2013 in provincia di Milano, 1.499 in quella di Ragusa.
A questa voce, però, ne vanno aggiunte altre. Ad esempio l’Iva: «Una recente indagine della Banca d’Italia ha evidenziato come la propensione al consumo delle famiglie straniere (ovvero il rapporto tra consumo e reddito) sia pari al 105,8%: vale a dire che le famiglie straniere tendono a non risparmiare nulla, anzi ad indebitarsi o ad attingere a vecchi risparmi. Ipotizzando che il reddito delle famiglie straniere sia speso in consumi soggetti ad Iva per il 90% (escludendo rimesse, affitti, mutui e altre voci non soggette a Iva), il valore complessivo dell’imposta indiretta sui consumi arriva a 1,4 miliardi di euro». Più il gettito dalle imposte sui carburanti (840 milioni circa), i soldi per lotto e lotterie (210 milioni) e rinnovi dei permessi di soggiorno (1.741.501 nel 2012 per 340 milioni) e così via: «Sommando le diverse voci, si ottiene un gettito fiscale di 7,6 miliardi».

Poi c’è il contributo previdenziale: «Considerando che secondo l’ultimo dato ufficiale Inps (2009) i contributi versati dagli stranieri rappresentano il 4,2% del totale, si può stimare un gettito contributivo di 8,9 miliardi». Cosicché «sommando gettito fiscale e contributivo, le entrate riconducibili alla presenza straniera raggiungono i 16,6 miliardi».
Ma se questo è quanto danno, quanto ricevono poi gli immigrati? «Considerando che dopo le pensioni la sanità è la voce di gran lunga più importante e che all’interno di questa circa l’80% della spesa è assorbita dalle persone ultrasessantacinquenni», risponde lo studio, l’impatto dei nati all’estero (nettamente più giovani e meno acciaccati degli italiani) è decisamente minore sul peso sia delle pensioni sia della sanità, dai ricoveri all’uso di farmaci. Certo, è maggiore nella scuola «dove l’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana ha raggiunto l’8,4%», ma qui «la parte preponderante della spesa è fissa».
E i costi per la giustizia? «Una stima dei costi si aggira su 1,75 miliardi di euro annui». E le altre spese? Contate tutte, rispondono Stuppini e la Fondazione. Anche quelle per i Centri di Identificazione ed Espulsione: «Per il 2012 il costo complessivo si può calcolare in 170 milioni».

In ogni caso, prosegue il dossier, «si è considerata la spesa pubblica utilizzando il metodo dei costi standard, stimando la spesa pubblica complessiva per l’immigrazione in 12,6 miliardi di euro, pari all’1,57% della spesa pubblica nazionale. Ripartendo il volume di spesa per la popolazione straniera nel 2012 (4,39 milioni), si ottiene un valore pro capite di 2.870 euro». Risultato: confrontando entrate e uscite, «emerge come il saldo finale sia in attivo di 3,9 miliardi». Per capirci: quasi quanto il peso dell’Imu sulla prima casa. Poi, per carità, restano tutti i problemi, i disagi e le emergenze che abbiamo detto. Che vanno affrontati, quando serve, anche con estrema durezza. Ma si può sostenere, davanti a questi dati, che mantenere l’estensione della social card ai cittadini nati all’estero ma col permesso di soggiorno è «un’istigazione al razzismo»?

Per non dire dell’apporto dei «nuovi italiani» su altri fronti. Dice uno studio dell’Istituto Ricerca Sociale che ci sono in Italia 830 mila badanti, quasi tutte straniere, che accudiscono circa un milione di non autosufficienti. Il quadruplo dei ricoverati nelle strutture pubbliche. Se dovesse occuparsene lo Stato, ciao: un posto letto, dall’acquisto del terreno alla costruzione della struttura, dai mobili alle lenzuola, costa 150 mila euro. Per un milione di degenti dovremmo scucire 150 miliardi. E poi assumere (otto persone ogni dieci posti letto) 800 mila addetti per una spesa complessiva annuale (26mila euro l’uno) di quasi 21 miliardi l’anno. Più spese varie. Con un investimento complessivo nei primi cinque anni di oltre 250 miliardi.

Nonni in difficoltà. Giù il potere d’acquisto delle pensioni

pensionato_01Potere d’acquisto delle pensioni in caduta libera: in 15 anni è diminuito del 33%. Nello stesso arco temporale il valore di una pensione media è sceso del 5,1%. A rilevarlo è lo Spi-Cgil, che parla di un «crollo vertiginoso» del reddito da pensione rispetto all’andamento dell’economia reale. Mentre tasse e tariffe aumentano sempre più: nel 2013 saranno «alle stelle» e incideranno sui pensionati per 2.064 euro a testa, il 20% in più sul 2012.

Se la perdita nel periodo 1996-2011 risulta già pesante, non è in fase di arresto. Anzi, i dati sul potere d’acquisto delle pensioni sono infatti destinati a peggiorare per effetto del blocco della rivalutazione annuale introdotto con la riforma Fornero (su quelle superiori a tre volte il minimo, poco sopra i 1.400 euro lordi), che – torna ad evidenziare il sindacato dei pensionati della Cgil – toglie mediamente 1.135 euro nel biennio 2012-2013 a 6 milioni di pensionati. Così un pensionato con un assegno di circa 1.200 euro netti ha perso 28 euro al mese nel 2012 e nel 2013 ne perderà 60, mentre chi percepisce una pensione di circa 1.400 euro netti ha perso 37 euro al mese nel 2012 e ne perderà 78 nel 2013

http://www.corriere.it/cronache/13_febbraio_16/pensioni-crollo-potere-acquisto_84006a5a-7819-11e2-add6-217507545733.shtml

Il Paese più vecchio d’Europa

L’Italia è il paese più vecchio d’Europa. La notizia emerge dal Libro Bianco 2012 `La salute dell’anziano e l’invecchiamento in buona salute´, presentato questa mattina in Senato e secondo il quale l’aspettativa di vita della popolazione europea è salita di 8 anni e le proiezioni demografiche prevedono un ulteriore aumento di 5 anni nel corso dei prossimi 40.  

 L’indagine restringe il focus sull’Italia che, come prodotto della combinazione di una fecondità particolarmente bassa e una durata media di vita tra le più elevate, risulta essere (lo sarà ancor di più nel futuro), il Paese più vecchio d’Europa. Anche nell’area Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), è l’Italia l’unico Stato ad aver già raggiunto quota 20% come proporzione di persone di 65 anni e oltre sulla popolazione totale e livelli inferiori al 25% della quota di popolazione under 25 (Ocse 2005). 

 L’Ufficio Statistico Europeo ha stimato che nella Ue entro il 2060 ci saranno solo due persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni over 65, rispetto al rapporto di 4 a 1 di oggi. La forte spinta in questa direzione dovrebbe avvenire durante il periodo 2015-2035, in cui i baby boomers, la generazione nata nei due decenni dopo la II guerra mondiale, inizierà ad andare in pensione (Eurobarometer, 2012).  

http://www.lastampa.it/2012/11/22/societa/e-l-italia-il-paese-piu-vecchio-d-europa-NwyH7fefjwKDFGXlEqrTQJ/pagina.html

Tesoreggiamento ………..

Custodiva i risparmi di una vita in casa e per timore dei ladri si è rivolto ai carabinieri del suo paese chiedendo al comandante di custodirli in caserma poiché non si fidava delle banche. È accaduto a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, dove la scorsa mattina un novantenne del paese, con in mano una sportina della spesa colma di soldi, ha suonato il campanello della caserma: «Maresciallo, non mi fido delle banche, può custodire lei i miei risparmi?».

http://www.corriere.it/cronache/12_ottobre_06/novantenne-carabinieri-soldi_7ec0d140-0f89-11e2-8a30-964199cb16b3.shtml