Le scelte degli investitori. Quanto pesa l’effetto-gregge

Valgono in Borsa, messe insieme, come il Prodotto interno lordo della Gran Bretagna: 2.759 miliardi di dollari. La sola crescita del loro valore azionario, da inizio anno, è paragonabile al Pil della Svezia: 541 miliardi. Sono i cinque colossi hi-tech americani (Facebook, Amazon, Apple, Microsoft e Alphabet), che hanno guidato al rialzo Wall Street e di riflesso il Nasdaq.

In questi giorni, con il loro tracollo fulminante in Borsa che spinge tutti gli operatori a domandarsi se stia scoppiando una bolla speculativa, i «big five» stanno mettendo a nudo i meccanismi perversi dei mercati finanziari. Perché il problema non è tanto la bufera che si è abbattuta su queste aziende a Wall Street. Il vero nodo è un altro: il meccanismo stesso con cui i «big five» sono prima volati in Borsa e poi crollati. Insomma: il problema non sta tanto nei titoli tecnologici, quanto nei meccanismi moltiplicatori dei mercati finanziari che prima esasperano l’euforia e poi improvvisamente si deprimono.
Un’analisi di Goldman Sachs, che venerdì ha dato il via allo scrollone a Wall Street, è illuminante a riguardo. Spiega bene perché i «big five» fino a pochi giorni fa fossero iper-gettonati in Borsa: non solo perché sono colossi che hanno rivoluzionato l’economia, la società, il costume e il mondo, ma anche per tanti – troppi potremmo aggiungere – motivi tecnici.
Goldman Sachs rivela che acquistare azioni dei «big five» è stata per molti mesi una moda tra gli investitori. «Le azioni dei cinque gruppi sono oggi nella top ten dei titoli in mano agli hedge funds», scrivono gli analisti di Goldman. «Anche i fondi comuni sovrappesano le azioni di Apple e degli altri gruppi tecnologici», aggiungono. E dato che la loro cavalcata in Borsa è stata accompagnata da un’anomala bassa volatilità, il loro appeal è cresciuto in maniera esponenziale: «Gli investitori sono da tempo focalizzati sui ritorni aggiustati per la volatilità – spiegano gli economisti di Goldman -. Siamo dunque convinti che la bassa volatilità di questi titoli abbia indotto gli investitori a sottostimare i rischi effettivi». Insomma: un mix di motivi tecnici e di valutazioni di mercato hanno indotto gli investitori a fare incetta per mesi di azioni Apple, Facebook & C. Senza pensarci troppo. Senza porsi troppe domande. Tutti insieme.
Poi, improvvisamente, senza che nulla di nuovo sia accaduto, tutto crolla. Non per un allarme utili. Non per il flop di un nuovo prodotto. Ma per un report di Goldman Sachs che racconta il motivo profondo del loro super-rally di Borsa. La banca d’affari spiega chiaramente che questi titoli hanno valutazioni molto elevate, ma in media non tali da poter parlare di bolla speculativa: se nel 2000 le 5 maggiori aziende tecnologiche arrivarono ad avere prezzi di Borsa pari a 58 volte gli utili, oggi sono in media a quota 23. Con l’eccezione solo di Amazon, che arriva – secondo i calcoli di Goldman – a 89. Anche gli analisti di Capital Economics calcolano che i prezzi, pur cresciuti tanto, non siano da bolla: mediamente le aziende tecnologiche americane quotano 20 volte gli utili, stimano loro, che è in linea con la media storica e in linea con l’intera Borsa di Wall Street. Dunque gli stessi analisti non se la sentono di parlare di una vera e propria bolla: l’esuberanza c’è, i multipli attuali sono eccessivi per molti investitori, ma il fatto non è nuovo. Se si tiene poi conto che queste società hanno nei bilanci un ammontare record di liquidità (che le loro bisnonne della bolla hi-tech del 2000 si sognavano), viene da domandarsi perché mai stiano crollando proprio ora in Borsa a rotta di collo.
Una correzione ci stava, certo. E, dato che la crescita economica americana sta perdendo smalto rendendo meno probabili i profitti aziendali sperati, è anche salutare. Nessuno mette in dubbio che un ribasso sia giustificato: quello che colpisce è però il motivo e la violenza con cui matura. Tutto parte con un report di una banca d’affari, che mette in guardia su vari aspetti tecnici di mercato che forse già tutti gli addetti ai lavori conoscevano. Poi si moltiplicano analisi simili da parte di altre banche d’affari. Poi arrivano le solite indiscrezioni inverificabili, come quella secondo cui il fondo americano Viking starebbe vendendo i titoli tecnologici allo scoperto. E infine scattano i meccanismi automatici degli algoritmi, che causano un vero e proprio «flash crash» tale da far partire un nuovo effetto gregge: prima tutti compravano, ora tutti vendono. Sembra un copione visto mille altre volte.
E qui veniamo al punto. I mercati finanziari ormai sono giganteschi, automatizzati, dominati da grandi investitori e da strategie passive legate a benchmark. Questo fomenta l’effetto «gregge», con numeri che non sono neppure paragonabili a quelli di qualche anno fa. E facilita i «flash crash», cioè tracolli improvvisi causati più da meccanismi tecnici che da reali motivi. Ecco perché, una volta tanto, invece di guardare il dito (cioè la bolla vera o presunta dei titoli hi-tech) è meglio guardare la luna (cioè i meccanismi perversi dei mercati finanziari): prima che questo ennesimo crollo di Borsa (ammesso e non concesso che duri e che sia un vero crollo) faccia partire l’ennesima recessione economica, sarebbe opportuno riflettere sul potere e sull’imprevedibilità dei mercati finanziari.
Se ci si pensa bene, tutte le ultime recessioni economiche (con i loro strascichi di disoccupazione e drammi sociali) sono nate da tracolli di Borsa. È accaduto dopo la crisi (squisitamente finanziaria) dei mutui subprime americani, che ha provocato la recessione globale del 2009. È accaduto con la crisi tutta italiana dello spread nel 2011, che ha prodotto la più grave frenata economica dal dopoguerra. E di esempi se ne potrebbero fare molti. È vero che anche la crisi degli anni 30 è nata dal crollo di Wall Street, ma oggi i mercati sono molto più grandi e invasivi di allora. È sempre più la finanza a dettare i ritmi dell’economia, e non viceversa.

 

MORYA LONGO

Il Sole 24 ore, 13 giugno 2017

 

VIDEO

Le parole del risparmio: effetto gregge

http://stream24.ilsole24ore.com/video/finanza-e-mercati/le-parole-risparmio-effetto-gregge-/AEWVdBdB

Nella contesa tra Usa e Cina l’ultima battaglia è sull’iPhone

images10Il prossimo iPhone sarà il primo smartphone di Apple dell’era Trump. Ma in Cina potrebbe non arrivare, togliendo alla Mela una fetta di guadagni importanti. Il Global Times di Pechino, ripreso dal Guardian, lo dice chiaramente: se Trump romperà l’asse commerciale Cina-Usa, Pechino bloccherà la vendita di iPhone e vetture americane e le aziende americane ne usciranno con le ossa rotte. Il primo iPhone fu presentato nel 2007 da Steve Jobs e il presidente americano era George W. Bush.
Poi otto anni di Obama, in cui i rapporti tra l’azienda di Cupertino, California, e la Cina, dove gli iPhone vengono fisicamente costruiti, si sono fatti sempre più stretti. Ma, dopo l’elezione di Trump, la tensione tra Washington e Pechino potrebbe intaccare la solidità dell’asse industriale.
E nell’iPhone di tecnologia progettata in Usa e costruita in Cina ce n’è tanta. È sufficiente scorrere l’elenco dei fornitori e dei costruttori di Apple per vedere come lo smartphone della Mela sia un prodotto superglobalizzato, con componentistica che arriva da tutto il mondo (alcuni elementi anche dalle filiali italiane di multinazionali) per essere poi messi insieme in uno degli stabilimenti cinesi che sfornano le decine di milioni di iPhone per il mercato mondiale. Nomi come Foxconn/Hon Hai, Pegatron, Wistron, contractor con quartier generale a Taiwan e fabbriche in Cina, catene industriali inarrestabili che portano dagli Usa all’Oriente progetti, know how e innovazione e poi riportano in America i prodotti con cui Apple è diventata un’azienda dai profitti record.
Se queste catene potranno resistere anche a uno strappo sul piano commerciale lo sapremo solo quando la macchina presidenziale di Trump girerà a regime. Intanto però, il giro d’affari è rilevante. Per iPhone 7, l’ultimo smartphone Apple, la cifra complessiva del Bom ( Bill of materials, il costo dei componenti) è aumentato rispetto ai precedenti iPhone 6/6S: produrre un iPhone 7 da 32 giga, il modello base, secondo l’analisi di Ihs Markit costa alla Mela circa 225 dollari, 212 euro. Sull’Apple Store lo smartphone costa 649 dollari, che in Italia tra cambio e balzelli diventano 799 euro.

Dentro il dispositivo, c’è un mondo. Il cuore dell’iPhone, il processore A10 Fusion, è prodotto dalla taiwanese Tsmc, che ha fabbriche sia in patria che in Cina. Costa a Cupertino 26 dollari e 90. L’altro cuore, la batteria, è cinese, la produce Huizhou Desay e incide sul costo per 2,50 dollari. Lo schermo lo produce Sharp (acquisita da Foxconn) e Japan Display, una joint venture tra le giapponesi Sony, Toshiba e Hitachi. Il comparto audio è Cirrus Logic, base negli Usa e fabbriche in oriente. Lo chassis, il telaio dello smartphone è di Jabil, costruito in Cina, dai chirurgici robot dell’industria elettronica e dalle dita piccole e velocissime degli operai, che dalle campagne si muovono incessantemente verso i distretti industriali. E insieme alle aziende che li assumono ballano la danza dei mercati e l’altalena delle percentuali che legano l’America e la Cina. Guidate dai profitti realizzati con i prodotti costruiti in Oriente, ma che si muovono solo se la musica dell’innovazione“made in Usa” è abbastanza bella da generare l’interesse degli utenti finali, gli unici che fanno davvero la fortuna o meno delle trimestrali. In calo per l’iPhone 6s, ma che si prevedono da nuovo boom per il 7.
«Una spaccatura con la Cina avrebbe effetti per il mercato statunitense che andrebbero oltre Apple», spiega Carolina Milanesi, analyst della società di ricerche Creative Strategies. «Non è la prima volta che la Mela avrebbe a che fare con il tono minaccioso del governo cinese, ma nonostante i chiari rischi, vista l’importanza del mercato orientale, preoccuparsi ora sarebbe il classico fasciarsi la testa. Magari il governo cinese cercava un supporto interno per influenzare la decisione di Trump».
Tutto il quadro degli scambi hi-tech Usa-Cina restituisce l’immagine di un settore che va a velocità pazzesche, muovendo miliardi di dollari, e che fermare sembra impossibile. E non è un caso che l’ad di Apple Tim Cook arrivi proprio dalla supply chain (la catena delle forniture), e conosca benissimo i meccanismi e l’organizzazione che porta un’idea concepita a Cupertino a diventare un prodotto reale, assemblato in Cina. Apple lo scrive anche sui prodotti (basta guardare dietro un iPhone), ma la Mela qualche anno fa ha anticipato Trump, tornando a produrre negli Stati Uniti: in Texas c’è lo stabilimento dove viene assemblato il Mac Pro, il “cilindro” top di gamma del segmento Macintosh. I componenti interni sono progettati in America, ma anche in questo caso in gran parte realizzati in Oriente. Tornano poi a casa, dove gli operai statunitensi li mettono insieme e fanno la loro parte nella battaglia del mercato globale.

Tiziano Toniutti
La Repubblica 15 novembre 2016

L’iPhone frena?

appplIl compito di continuare a crescere è più difficile per Apple, che soffre del complesso del numero uno e deve battere i propri record: 18,4 miliardi di dollari di profitti netti negli ultimi tre mesi del 2015, più dei 18 miliardi di un anno prima e più di quanto qualsiasi altra azienda abbia mai guadagnato in un solo trimestre. Gran parte di questi profitti viene dall’iPhone, le cui vendite non aumentano più a un ritmo mozzafiato, mentre non si vedono all’orizzonte altre novità targate Mela capaci di rimpiazzare il successo dell’iconico smartphone.

I progetti di un servizio che rivoluzioni il mondo della televisione come l’iTunes fece con quello musicale, e di una smart car disegnata da Jony Ive, sono ben lontani dal realizzarsi. Per questo Wall Street è scettica e ha penalizzato le azioni di Apple con un taglio di quasi un terzo del loro valore dai massimi.

Il calo

Un anno fa un’azione di Apple costava 133 dollari, la settimana scorsa è scesa a 93. In mezzo, a partire dall’estate ha pesato la paura dell’effetto Cina sui conti di Cupertino e poi sono arrivate le previsioni di una stagione natalizia non così brillante come quella del 2014, quando era stato lanciato l’iPhone 6 e 6 Plus. Gli ultimi modelli 6S e 6S Plus non hanno suscitato lo stesso entusiasmo e gli analisti si aspettavano già un aumento modesto delle vendite, che si sono rivelate anche inferiori alle aspettative: 74,77 milioni di smartphone venduti nell’ultimo trimestre 2015, solo l’1% più di un anno prima, mentre nell’ultimo trimestre 2014 i modelli 6 avevano fatto incrementare le vendite del 46%.

Ora, in attesa di vedere le novità della prossima generazione di iPhone, si moltiplicano le domande su come Cook intende affrontare lo stallo nella crescita di Apple. Qualche analista ha perfino cominciato ad agitare lo spettro di un declino alla Nokia o Blackberry, marchi storici che una volta erano ubiqui e sono rapidamente scomparsi dal mercato. Se un simile scenario sembra esagerato, certo le scelte che ha di fronte Cook non sono semplici.

Il pieno

L’intero mercato globale degli smartphone è vicino alla saturazione: nel 2015 le vendite sono cresciute del 10% soprattutto grazie ai produttori cinesi low cost come Huawei, secondo gli ultimi dati Idc. E per il 2016 i ricercatori di Gartner prevedono un aumento di solo il 3% del numero di apparecchi venduti, con un calo pero’ del fatturato. In altre parole i prezzi scenderanno.

Lo stesso Cook nella conferenza con gli analisti della settimana scorsa ha avvertito che le vendite dell’iPhone diminuiranno nel trimestre in corso, per la prima volta da quando il telefonino fu lanciato nel 2007; e che anche il fatturato scenderà dell’11% circa, il primo calo dal 2003. Le ragioni sono il rallentamento dell’economia mondiale e in particolare della Cina, che ormai rappresenta un quarto di tutto il fatturato di Apple. Allo stesso tempo il rafforzamento del dollaro penalizza i conti dell’azienda californiana: due terzi del suo fatturato sono realizzati fuori dagli Stati Uniti e tradotti nella valuta Usa valgono di meno. Per difendere i margini di profitto, Apple nei mesi scorsi ha aumento il prezzo dell’iPhone in alcuni mercati.

Le opzioni

Ma per contrastare la tendenza allo stallo o addirittura al declino, forse Cook dovrebbe fare il contrario e prendere un’altra decisione «eretica» rispetto alla filosofia di Steve Jobs, dopo quelle già prese sul fronte estetico, come quella delle dimensioni plus dell’Iphone, per esempio. Eccola: lanciare un iPhone davvero low cost per conquistare nuove fasce di utenti che oggi non possono permetterselo.

È l’unico modo per penetrare di più nel mercato cinese e in altri Paesi emergenti. Però è una mossa ad alto rischio, perché anche in Cina gran parte del fascino del marchio della Mela morsicata viene dal suo essere uno status symbol, non un semplice apparecchio hi-tech, ma un prodotto con un contenuto emotivo.

Per ora Cook sembra puntare su un’altra strada: sfruttare il potenziale dei servizi — le app, la musica, i film e gli altri beni digitali — comprati da chi possiede gli apparecchi Apple.

Ce ne sono 1 miliardo nel mondo di iPhone, iPad, Mac, Apple TV usati «attivamente» (cioè per scaricare app &co. negli ultimi 90 giorni): è una «base» di clientela che ha generato 5,5 miliardi di dollari di fatturato nell’ultimo trimestre. «E’ una parte del nostro business ricorrente, piuttosto grande, in forte crescita e parecchio redditizia», ha commentato Luca Maestri, il responsabile finanziario di Apple.

Basterà a compensare il rallentamento del business «fisico» dell’hardware?

Maria Teresa Cometto  Corriereeconomia 1 febbraio 2016

Banconote immateriali

 

 

doolllllLA LEGGE di Moore non è mai stata approvata in Parlamento, neanche con la fiducia, ma è pienamente in vigore e i suoi effetti sono ovunque: prevede che la potenza dei microprocessori raddoppi ogni diciotto mesi. La progressione della tecnologia accelera a una rapidità esponenziale, penetra nelle nostre vite, cancella abitudini e interi settori industriali, ma ne crea di nuovi capaci di una crescita esplosiva.

È successo anni fa alla musica, che si è progressivamente smaterializzata fino a entrare nei cellulari, ma ora sta per succedere al denaro. In questi giorni il governo danese ha proposto una misura che forse in futuro verrà ricordata come il punto di non ritorno: nel 2016, commercianti e imprese avranno diritto per legge di rifiutare pagamenti in monete e banconote di carta o in metallo. Ad eccezione di medici, dentisti, negozi di alimentari e pochi altri servizi essenziali, sarà obbligatorio saldare con un mezzo elettronico se richiesto da chi incassa. Banche e imprese potranno risparmiare i rischi e le spese, molto ingenti, che ora sostengono per gestire e trasportare il denaro fisico.

Non è del tutto una novità, ovviamente. Già oggi in Svezia gli autobus non accettano pagamenti in contanti e la diffusione di carte digitali di ogni tipo, con il rarefarsi della moneta fisica in circolazione, fa sì che le rapine di banca siano crollate da 110 nel 2008 a 16 nel 2011.
In Canada la banca centrale ha smesso un anno e mezzo fa di stampare banconote, anche per incoraggiare i pagamenti con carta.
In Kenya un terzo della popolazione è abbonato a M-Pesa, il sistema di bonifici via telefono con cui si versano salari o bollette, da poco esportato anche in Romania.
E persino in Somaliland, tra Etiopia, Somalia e Eritrea, nel 2012 il numero di pagamenti via telefonino è stato pari a quello di pagamenti per carta di credito in Italia nel 2013: in entrambi i casi, 34 per abitante.
Ma c’è sempre un momento in cui tutto accelera e la qualità tecnologica cambia. Nella musica la Sony incastonò i compact disk in piccoli lettori con cui si poteva correre nel parco, ma pochi anni dopo la Apple di Steve Jobs distrusse quel modello con l’iPod: il contenuto non solo diventava più piccolo, ma si smaterializzava e portava con sé nuovi modi di ascoltare, produrre e vendere una canzone.
Con il denaro sta succedendo lo stesso, e la sola certezza è che abbiamo visto solo l’inizio. In Italia, per la verità, giusto quello. Con la Grecia, questo resta il Paese nel quale le transazioni elettroniche rappresentano la quota più bassa in Europa: appena il 13% del totale, contro una media del 40%. Nel frattempo però c’è un italiano che sta già guidando quella che ha tutta l’aria di essere la prossima rivoluzione tecnologica nel denaro immateriale, così come l’innovazione dei lettori digitali in Mp3 presero il posto di quelli di compact disk.
Per ora la moneta elettronica è sempre stata «scritturale»: un pagamento con bancomat in pizzeria corrisponde a una modifica nelle scritture contabili su due conti, di chi paga e di chi è pagato. In questo caso ogni transazione implica un passaggio dal sistema bancario. Roberto Giori, un imprenditore italo-svizzero erede di una dinastia di grandi produttori di macchine per la stampa di banconote, ha sviluppato un algoritmo per portare la smaterializzazione del denaro un passo più in là: non più con trasferimento fra due conti bancari, come accade con Visa, M-Pesa, Pay-Pal o la rete Bancomat, ma con la digitalizzazione della moneta «fiduciaria ». Nel progetto di Giori, ormai in fase di lancio, diventano immateriali le banconote stesse emesse dalla banca centrale.
L’autore del progetto conosce questo mondo da sempre: la De la Rue Giori, il gruppo di macchine da stampa di carta moneta che lui stesso ha gestito fino al 2001, controllava fino a pochi anni fa il 90% del giro d’affari globale delle macchine da stampa di denaro. Vi hanno fatto ricorso la Federal Reserve per i dollari, l’Italia, la Francia, il Giappone e centinaia di Paesi a ogni livello di reddito. Da qualche anno però Giori ha venduto l’azienda e ha sviluppato un nuovo modello di emissione di moneta digitale da parte delle banche centrale. Ogni banconota è numerata e tracciabile, mentre gli enormi costi di produzione e distribuzione materiale del denaro (100 miliardi l’anno nel mondo) vengono azzerati. Basta un numero di cellulare, e diventa possibile spostare con i gesto del dito sul touchscreen le banconote ridotta a icona al destinatario. Non c’è passaggio fra i conti bancari, è semplicemente un pagamento in moneta immateriale.
L’Uruguay sta sperimentando il “Giori Digital Money” e intende introdurlo in circolazione in autunno. Equador e Bangladesh

hanno reso legale l’emissione di banconote elettroniche, nelle Filippine il progetto è allo studio. Sono più avanti della Danimarca. Forse perché chi arriva dopo, salta direttamente alla tappa successiva: magari in futuro succederà anche all’Italia.
Parte dalla Danimarca la crociata anti-cash: ora il denaro è virtuale
Federico Fubini – Repubblica

Toro americano nel settore tecnologico

tototoAlla fine ce l’ha fatta. Il Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici e innovativi di Wall Street, quello dove i titoli più importanti sono Apple, Facebook, Google&C, è tornato sopra quota 5 mila punti, il livello mai più superato dopo il record del 10 marzo 2000. Ma se si tiene conto dell’inflazione, per tornare al massimo in termini reali l’indice Nasdaq dovrebbe salire a quota 7.000, cioè balzare all’insù di un altro 40%. Missione impossibile? Nel breve tempo, certo. Ma la maggioranza degli analisti esperti di high-tech si dichiara fiduciosa sulla continuazione del Toro (rialzo di Borsa) nel settore tecnologico. «Questa volta è diverso», dicono. Frase dal suono un po’ sinistro, perché riecheggia lo slogan della Nuova Economia ai tempi della Bolla 2000. Però è vero che ci sono differenze fondamentali fra il Nasdaq di 15 anni fa e oggi.

La principale differenza tra il Nasdaq della Bolla del Duemila e il Nasdaq di oggi è che allora i prezzi delle azioni quotate sul mercato telematico americano prezzavano 100 volte (e oltre) i profitti previsti per il successivi 12 mesi. Oggi lo stesso rapporto tra prezzo e utili è crollato a 21, poco più caro del 17,5 dell’indice azionario generale, lo S&P500. Se il p/u (prezzo/utili) del Nasdaq fosse anche oggi 100, l’indice sarebbe attorno a quota 30.000. Nel 2000 il Nasdaq era pieno di dot.com che non avevano neppure un vero business e non realizzavano un fatturato, tantomeno dei profitti. Anche le valutazioni delle aziende più solide si erano gonfiate oltre ogni esuberante previsione. Nel caso di Microsoft, la Numero Uno, allora, per capitalizzazione di Borsa, il rapporto prezzo/utili era 56, tre volte e mezzo più caro di oggi (16) e superiore anche alla valutazione attuale del social network più di moda, Facebook (p/u 39). Proprio a causa di quei livelli stratosferici il crollo del Nasdaq è stato più violento e la ripresa molto più lenta rispetto agli altri due famosi indici della Borsa americana, lo S&P500 e il Dow Jones, che già nel 2013 erano tornati ai loro massimi. Dal 10 marzo 2000 l’indice Nasdaq aveva perso l’80% fino a scendere a 1.114 punti il 9 ottobre 2002. Per recuperare 3.900 punti ci ha impiegato oltre 12 anni: lo stesso rialzo del 350% l’aveva realizzato in soli tre anni durante il boom di Internet nella seconda metà degli Anni Novanta.

Oggi a guidare il Nasdaq c’è Apple, che da sola vale circa il 10% dell’indice e ha un p/u molto ragionevole: 15. Secondo un’analisi della rivista Barron’s le quotazioni della società di Cupertino potrebbero salire del 25% nei prossimi 12 mesi sull’onda dei profitti generati dall’iPhone e dei programmi di remunerazione degli azionisti (dividendi e buyback). Ma le previsioni sono rosee per l’intero Nasdaq: la sola crescita dei profitti delle società dell’indice dovrebbe farlo crescere del 18% nei prossimi 12 mesi, secondo gli analisti di FactSet …..

Tutto questo non significa che nel Nasdaq anche oggi non ci siano società con valutazioni da Bolla. Le quotazioni di Amazon.com, per esempio, sfidano qualsiasi logica basata sui profitti: 20 anni dopo la sua nascita, la dot.com di Jeff Bezos ha chiuso il 2014 ancora in rosso e, guardando agli utili attesi per il 2015, le sue valutazioni sono stratosferiche con un p/u pari a 717……

http://www.corriere.it/economia/cards/nasdaq-5-mila-punti-come-duemila-record-paure-mercato-hi-tech/bis-vetta-5-mila_principale.shtml

 

Indici azionari

Ogni indice azionario è composto da un numero diverso di titoli, che vengono scelti in base a criteri diversi. Ogni indice ha poi il suo modo particolare sia di selezionare i titoli che meglio rappresentano un mercato o un settore, sia di calcolare il prezzo medio dei titoli.

Quasi tutte le principali borse del mondo hanno almeno un indice azionario principale che gli investitori seguono come indicatore dello stato di salute dei titoli negoziati in quella Borsa Valori. Per esempio, l’indice azionario che rappresenta lo stato della Borsa di Londra è il FTSE100; in Francia è il CAC40, in Germania è il DAX30, in Australia è l’AUS200, ecc.

Negli Stati Uniti, ci sono due principali borse, il NYSE (New York Stock Exchange) e il NASDAQ, e ci sono tre indici principali che coprono i titoli negoziati su entrambe queste borse. Il DJ30 (Dow Jones 30) rappresenta le 30 maggiori società quotate sia nelle borse del NYSE che del NASDAQ, l’indice S&P500 (Standard & Poors 500) rappresenta le 500 maggiori società quotate sulle borse NYSE e NASDAQ e infine il NASDAQ100 rappresenta le 100 maggiori società non finanziarie quotate solo alla borsa NASDAQ. A differenza del Dow e dello S&P, l’indice NASDAQ comprende anche società costituite al di fuori degli Stati Uniti.

http://www.etoro.com/blog/market-news-it/11032014/nasdaq-sp-ftse-dax-dow-jones-che-cosa-e-un-indice-azionario-e-come-si-investe-negli-indici-azionari/?lang=it

 

NASDAQ, acronimo di National Association of Securities Dealers Automated Quotation (ovvero: “Quotazione automatizzata dell’Associazione nazionale degli operatori in titoli”) è il primo esempio al mondo di mercato borsistico elettronico, cioè di un mercato costituito da una rete di computer.

Il NASDAQ è, essenzialmente, l’indice dei principali titoli tecnologici[1] della borsa americana; vi sono anche quotate compagnie di molteplici settori, tra cui quelle informatiche come Microsoft, IBM, Apple, Google, Yahoo e Facebook

Il nuovo gruppo borsistico è stato istituito a New York il 5 febbraio 1971. Fino a qualche anno fa il Nasdaq è stato caratterizzato da una forte volatilità, dovuta al boom della cosiddetta New Economy.

L’indice, dopo essere partito l’8 febbraio 1971 con un valore iniziale di 100 punti, ha raggiunto un massimo storico di 5132 punti il 10 marzo 2000, in pieno boom della New economy prima del successivo scoppio della bolla speculativa delle Dot-com.

La sede si trova a Times Square.

L’andamento del NASDAQ è misurato da diversi indici, tra cui principalmente il Nasdaq Composite Index e il NASDAQ-100

http://it.wikipedia.org/wiki/NASDAQ

 

Chiamatela Appletax o Googletax se volete …

appletax-400x158Chiamatela Appletax o Googletax se volete. E’ la tassa sui profitti esteri, o più spesso “esterovestiti”, delle multinazionali. Un’aliquota secca del 14%, tutt’altro che elevata, eppure sostanziosa se confrontata con quel che pagano adesso in certi paradisi fiscali (tra il 2% e lo 0,2% in Irlanda). E’ la proposta che lancia oggi Barack Obama nella sua legge di bilancio. La nuova tassa affronta un problema che non è solo americano: l’elusione legalizzata delle multinazionali. Così fan tutte, compresa la Fiat Chrysler (Fca) che ha spostato la sua sede legale a Londra. Gli esperti lo definiscono “shopping fiscale”: le aziende transnazionali vanno in giro per il mondo a cercarsi quegli Stati che offrono trattamenti fiscali di favore, a volte con negoziati “ad hoc” come nel Lussemburgo; in quei paradisi fiscali vengono costituite delle filiali locali dove confluiscono i profitti fatti in altre parti del mondo. Il danno è enorme per gli Stati d’origine delle aziende – e quindi per i contribuenti normali – che si vedono sottrarre una base imponibile consistente. Apple, la regina mondiale delle Borse, ha 170 miliardi di dollari di cash parcheggiati all’estero per non pagare le tasse americane. Per tutti i colossi americani messi insieme, il “tesoro estero” raggiunge i 2.000 miliardi di dollari.

L’originalità della proposta Obama sta nello scambio che offre ai repubblicani, maggioritari al Congresso: più tasse sulle multinazionali, in cambio di un maxipiano d’investimenti in infrastrutture. Ben 478 miliardi di opere pubbliche, fra autostrade, ponti, ferrovie, metropolitane. La metà di questi investimenti sarebbero finanziati col gettito della nuova tassa, sui profit dei big del capitalismo Usa. La proposta è contenuta nella legge di bilancio (un budget totale da 4.000 miliardi) che oggi il presidente invia al Campidoglio di Washington, dove hanno sede Camera e Senato, tutt’e due a maggioranza di destra dalle elezioni legislative del novembre scorso. Di solito le proposte di Obama in materia fiscale hanno vita dura, una volta che arrivano al Congresso. In questo caso però la Casa Bianca manifesta ottimismo: è convinta di poter raccogliere un consenso bipartisan, facendo leva sul fatto che molti repubblicani riconoscono l’urgenza di modernizzare le infrastrutture. La tassa sui profitti accumulati all’estero del 14%, è comunque un’aliquota agevolata rispetto all’attuale imposta sugli utili societari che arriva al 35%. Finora però le tasse sugli utili sono dovute solo nel momento in cui i profitti esteri vengono rimpatriati. Di qui la scelta di molte multinazionali, di parcheggiare quei profitti all’estero a tempo indefinito. Il caso di Apple è il più citato non solo per l’enormità dei profitti esteri ma anche perché a suo tempo la società fondata da Steve Jobs preferì indebitarsi lanciando un maxi-bond sui mercati, piuttosto che far rientrare una parte di quei profitti per autofinanziare i propri investimenti…..
 
FEDERICO RAMPINI la Repubblica • 2 feb braio15
 
http://www.dirittiglobali.it/2015/02/obama-tassa-big-apple-e-gli-altri-pagheranno-il-14-sui-profitti-allestero/
 

Quando separiamo il grano dall’iPhone

silosQuando separiamo il grano dall’iPhone
la Repubblica, venerdì 3 ottobre 2014
Nel giro di appena un weekend, Apple ha venduto 10 milioni di unità del nuovo iPhone. Un record. Google deve far fronte alle pressioni delle autorità europee, preoccupate di tutelare la concorrenza e la privacy dei suoi cittadini. Amazon ha in corso una controversia commerciale con la casa editrice Hachette e decide di discriminare gli autori che pubblicano con quest’ultima: molti dei romanzieri più prestigiosi hanno firmato una lettera aperta per denunciare la condotta di Amazon. Le imprese attive nel settore dell’informatica e di Internet esercitano, per numerosi motivi, una grande attrazione mediatica. L’agricoltura molto meno. Eppure anche sui mercati agricoli si stanno battendo record che non attirano così tanta attenzione ma avranno enormi conseguenze per miliardi di persone.
Lo sapevate che il raccolto di cereali a livello mondiale non ha mai raggiunto livelli tanto alti? E che anche se il consumo è aumentato, la produzione è arrivata a livelli tali che i granai stanno per scoppiare?
Il Consiglio internazionale dei cereali stima che le scorte di soia, grano, orzo, mais e altri cereali raggiungeranno il volume più elevato da trent’anni a questa parte. Negli Stati Uniti si prevede che la raccolta di mais supererà quella dell’anno passato, che già aveva stabilito un record assoluto; anche la produzione di soia non è mai stata tanto ingente. L’Europa continua a battere record dopo record per il raccolto di grano e mais, mentre il Canada accumula primati per il grano, l’orzo e l’avena. «Questa nuova abbondanza avrà effetti di ampio respiro: ridurrà il reddito degli agricoltori e aumenterà i margini di profitto delle imprese del settore alimentare e dei biocombustibili, e alla fine produrrà un calo dell’inflazione dei prodotti alimentari, sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri », scrive Gregory Meyer del Financial Times.
E qual è la ragione di questa esplosione dei cereali? I prezzi alti degli ultimi anni. Questi prezzi hanno creato incentivi enormi per spingere gli agricoltori a investire nell’aumento della produzione. Secondo la Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), tra il 2005 e il 2013 l’area coltivata a grano, soia e mais è cresciuta dell’11 per cento a livello mondiale. Non ci sono mai stati tanti terreni coltivati sul pianeta come oggi.
L’aumento dei prezzi che ha stimolato questa espansione agricola si deve principalmente a quattro ragioni: l’incremento della popolazione mondiale, l’aumento del consumo di cibo nei Paesi poveri (dovuto alla forte crescita delle classi medie), l’uso di cereali per la produzione di combustibili come l’etanolo e la maggiore frequenza di fenomeni climatici estremi che danneggiano i raccolti. Questi fattori sono forti come prima, ma i prezzi alti che hanno determinato costituiscono un incentivo più che sufficiente per portare la produzione a volumi senza precedenti, cosa che naturalmente spinge al ribasso i prezzi.
Il basso livello attuale nel giro di qualche anno potrebbe di nuovo scoraggiare gli investimenti e provocare cadute della produzione come quelle che si sono verificate negli ultimi anni. Questo ciclo, già visto molte volte, sta acquisendo caratteristiche nuove, che ne accorciano i tempi e rendono più estremi gli intervalli di variazione.
Questa maggiore volatilità originerà instabilità in un settore di grande importanza, sia sociale che geopolitica. Quasi il 20 per cento della popolazione mondiale è direttamente coinvolto in attività agricole. Pertanto, quello che succede in questo settore produce ripercussioni dirette per un essere umano su cinque (per fornire un termine di paragone, l’industria elettronica dà lavoro in tutto il mondo ad appena 2,3 milioni di persone).
Anche se l’agricoltura, a livello mondiale, pesa molto poco in quanto attività economica (solo il 2,8 per cento del totale), nei Paesi più poveri di solito gioca un ruolo molto importante. In India rappresenta il 18 per cento della sua economia e genera il 54 per cento dell’occupazione.
Sia la domanda che l’offerta di prodotti agricoli hanno subito drastici cambiamenti nell’ultimo mezzo secolo. Uno dei più considerevoli è la concentrazione della produzione in pochissimi Paesi. Secondo i dati di Julian Alston e Philip Pardey, cinque Paesi appena (l’India, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e il Brasile) concentrano il 42 per cento delle aree coltivate del pianeta, contro lo 0,78 per cento dei 100 Paesi con minore attività agricola. Alston e Pardey richiamano anche l’attenzione sulla rapida caduta degli investimenti nella ricerca agricola.
Questo succede in un momento in cui i cambiamenti climatici, economici e sociali stanno trasformando l’agricoltura imponendo nuove conoscenze e tecniche. Forse non sarebbe male se quelli di Apple, di Google e di altri colossi della modernità cominciassero ad applicare la loro creatività per migliorare l’attività economica più antica dell’umanità.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Moises Naim