La crisi di maturità dell’euro

Parto dall’affermazione che il futuro dell’euro sia legato strettamente al futuro dell‘Unione Europea (UE) e, viceversa, il futuro della UE sia legato a quello dell’euro. La ragione è la valenza politica, oltre che economica, della moneta unica. L’unione monetaria non era parte del progetto iniziale della UE. In principio ci si focalizzò su trattati per il libero scambio per porre le basi di un progetto che nasceva con una forte motivazione geo-politica: garantire la pace in un continente che usciva devastato dalla guerra.

L’idea della moneta comune prende piede più tardi, con la prospettiva dell’unificazione della Germania. Con la caduta del Muro di Berlino si riapre in Europa la questione tedesca. La Francia accetta una Germania unita e più potente in cambio della moneta comune. L’obbiettivo — da parte di Mitterand — era quello di «europeizzare la Germania», di neutralizzare la sua forza fornendo un’alternativa al primato del marco tedesco nel sistema monetario europeo. Una moneta comune guidata da una istituzione — la futura Banca centrale europea — in cui tutti i Paesi fossero seduti intorno al tavolo, avrebbe dato più peso alle ragioni della politica economica francese rispetto ad un sistema in cui quest’ultima si doveva adeguare alla politica monetaria tedesca per garantire la parità di cambio.

Dal punto di vista economico l’euro avrebbe dovuto risolvere il problema dell’instabilità del sistema dei cambi fissi o semi-fissi adottati dall’Europa dopo la fine di Bretton Woods, l’accordo che prevedeva la parità con il dollaro delle valute europee e di quest’ultimo con l’oro e che aveva garantito la stabilità monetaria nei primi venti anni del Dopoguerra ma poi entrato in crisi all’inizio degli anni settanta. Quei sistemi, nati per evitare la volatilità dei cambi flessibili, si erano rivelati proni ad attacchi speculativi contro le monete di quei Paesi che mal si adeguavano alla politica monetaria tedesca.

Il problema che è apparso evidente nell’ultima crisi, però, è che la mera introduzione della moneta unica, senza istituzioni adeguate di sostegno, non garantisce la stabilità ma semplicemente tramuta le tensioni sul mercato del cambio del regime precedente in tensioni sul mercato del debito sovrano. Poiché gli Stati non possono più emettere moneta propria, il debito, anche quando è in euro, è di fatto in valuta estera visto che, in casi estremi, non è possibile ricorrere al finanziamento monetario del debito pubblico. Chi fornisce — in quei casi — la liquidità necessaria? Certamente l’impossibilità della monetizzazione del debito è un potente meccanismo di disciplina di bilancio, ma in caso di crisi — quando le difficoltà di rifinanziamento derivano da choc esterni, per esempio — ci rende vulnerabili ad attacchi speculativi. Il mercato, come nel regime precedente di tassi fissi, si chiede chi difenderà il Paese stressato e testa il sistema. Questo innesta un gioco pericoloso che porta all’impennata dei tassi di interesse, il quale a sua volta alimenta aspettative negative e può tramutare una crisi di liquidità passeggera in una più grave, di solvibilità.

La moneta unica avrebbe dovuto dall’inizio dotarsi di strumenti per evitare questa intrinseca instabilità, ma il Trattato di Maastricht — che ne stabilisce le regole fondamentali — non se ne occupa e si concentra su altri problemi, altrettanto importanti, ma diversi.

Il Trattato di Maastricht affronta due problemi. Primo, prevenire l’azzardo morale — cioè il problema che deriva dal fatto che i Paesi dell’Unione — potendo beneficiare di bassi tassi d’interesse — siano naturalmente portati a rilassare la disciplina di bilancio. Secondo, evitare a tutti i costi crisi di insolenza sovrana poiché in un mercato finanziario integrato, nel caso in cui un Paese va in default, le banche creditrici di tutti i Paesi membri sono colpite, con conseguenze per la stabilità finanziaria dell’Unione.

Per far fronte a questi problemi, Maastricht stabilisce 3 principi: regole fiscali ex-ante per contenere deficit e debito, il principio del «no bail-out» (nessuno Stato dell’Unione può salvarne un altro) e «no monetary financing», cioè la proibizione di salvataggi da parte della banca centrale attraverso la monetizzazione del debito. Queste regole — che sicuramente hanno una loro logica e giustificazione — pongono l’enfasi sulla prevenzione delle crisi, ma non forniscono strumenti per la loro risoluzione o management una volta che queste ultime si siano manifestare.

Questo impianto è stato sufficiente per garantire la stabilità della moneta unica nei primi suoi otto anni di vita, ma la grande crisi del 2008 — il suo vero primo test — ne ha rivelato l’inadeguatezza. Da quella crisi ne siamo usciti e non era ovvio, ma i costi sono stati enormi e le conseguenze non ancora digerite. Combattiamo ancora con l’eredità che ci ha lasciato.

La prossima puntata individuerà le principali lezioni della crisi e le implicazioni che queste hanno oggi per il disegno delle politiche necessarie al rafforzamento dell’Unione.

Lucrezia Reichlin

Corriere della sera, 21 ottobre 2017

http://www.corriere.it/economia/17_ottobre_21/crisi-maturita-dell-euro-fcdbd51a-b697-11e7-9989-18155f38f5a5.shtml

Tutti i rischi della Brexit

brexit-800x500[1]Nella campagna referendaria britannica c’è un po’ di tutto. La fantasia non ha limiti, la spregiudicatezza pure. Fosse un appuntamento elettorale italiano, avremmo frotte di reporter inglesi pronti a sorridere del nostro infantile folclore. Il sito Infacts, schierato contro la Brexit (Britain+exit), ha collezionato, con implacabile precisione, le storie più strampalate apparse sulla stampa inglese o agitate nei discorsi dei leader. Dall’esistenza di un milione e mezzo di immigrati clandestini al collasso in tre anni dei conti del servizio sanitario nazionale. Dal fatto che il ripristino di controlli nazionali aumenterebbe di dieci volte la possibilità di fermare sospetti terroristi, allo spettro di settecento reati settimanali commessi da immigrati comunitari. Sarah Wollaston, deputato tory, pro Brexit, alla fine ha sbottato: troppe falsità. E ha cambiato schieramento denunciando la propaganda euroscettica che assicura un risparmio per il servizio sanitario di 350 milioni di sterline alla settimana.

Le dichiarazioni ad effetto si sprecano. Non c’è solo l’ineffabile ex sindaco di Londra Boris Johnson che intravede nel disegno dell’unione politica europea l’avverarsi dello stato totalitario nazionalsocialista. Johnson quando era giornalista del Telegraph si distinse, come corrispondente da Bruxelles, per la sua bravura nell’occuparsi delle storie più curiose legate alle norme comunitarie, come la circonferenza dei wurstel e quella, con sommo divertimento, dei preservativi. Secondo Dominic Raab, sottosegretario alla Giustizia, numero due di Michael Gove che, all’interno del governo Cameron, guida il fronte dell’uscita, del Leave, le norme comunitarie avrebbero steso «un tappeto rosso» a cinquanta assassini e stupratori di altri Paesi Ue, liberi di girare indisturbati per il Regno Unito. Nigel Farage, leader dello Ukip, il partito indipendentista britannico, avverte: restando nell’Unione europea, gli assalti sessuali alle ragazze aumenteranno. Si può continuare.

I temi di fondo a sostegno della Brexit sono però tutt’altro che immaginari: gli immigrati, la sicurezza sociale, la casa. Riflettono la creazione di nuove disuguaglianze, la siderale distanza, in termini di redditi e importanza sociale, fra Londra e le zone meno sviluppate del Regno Unito, il disagio della popolazione più anziana per lo stravolgimento etnico dei quartieri, la voglia popolare di ribellarsi allo strapotere della finanza, delle banche. Votando Brexit si manda un segnale di disgusto anche alla City, al cosiddetto mainstream dell’economia che vota compatto per restare in Europa, all’ostentazione della ricchezza. E’ come se ci fosse un altro Leave nel voto del 23 giugno. Tutto interno. Del Paese sulla sua capitale. La Brexit rilancerebbe anche le voglie indipendentiste scozzesi frustrate dal voto del 18 settembre del 2014. Non sono centrali nel dibattito referendario – e questo dice molto del successo dell’economia inglese – la disoccupazione e le tasse. A differenza di quello che accade in altri Paesi europei, il lavoro non sembra tra le principali preoccupazioni dei sudditi di sua maestà, anche se le cronache registrano il malessere dei lavoratori dell’acciaio, dei pescatori di Brixham o di Appledore, inferociti contro le limitazioni comunitarie che avrebbero decimato la flotta di pescherecci. Il sindacato nazionale degli agricoltori non ha preso posizione. I propri iscritti sono divisi. Da una parte le odiate regole europee, dall’altra i vantaggiosi sussidi. Ma chi vive in campagna detesta l’Europa.

Il fronte europeo non è privo di incongruenze né alieno a mosse avventate. Il premier Cameron si batte generosamente per un Regno Unito più forte in un’Europa diversa, vantando i risultati del negoziato di febbraio con Bruxelles (esempio: sussidi per i cittadini europei che cercano lavoro limitati a sette anni). Per il premier l’arma del referendum rischia di essere a doppio taglio dopo averla invocata per governare un partito diviso e vincere le elezioni. Il capo del Labour, Jeremy Corbyn, è sulla stessa posizione ma appare timido, imbarazzato. I suoi interventi sono persino controproducenti. Sembra scegliere, fra due mali il meno peggio ha scritto Fabio Cavalera sul Corriere. Le voci sagge puntano sul tradizionale pragmatismo inglese. Chris Patten, ultimo governatore di Hong Kong, ex commissario europeo, ha ricordato sul Guardian che, quando nel 1970 il suo Paese entrò nella comunità europea, era il vero malato d’Europa, dietro persino all’Italia (parole sue). Da allora, tenendosi fuori dall’euro (e da Schengen) è cresciuto mediamente più degli altri e ha creato più posti di lavoro. Perché tornare indietro? La Confindustria inglese stima, con la Brexit, una perdita di un milione di posti di lavoro.

Comunque vada, la sera del 23 giugno l’Europa non sarà più la stessa. E qualcosa cambierà anche per noi italiani che continuiamo ad essere, nonostante tutto, tra i più favorevoli all’Unione europea con il 58 per cento dei consensi (Pew Research Center). L’Italia però è la meno esposta a contraccolpi di mercato, nonostante lo spread in questi giorni sia al livello più alto da quando Draghi ha avviato gli acquisti di titoli. Ovviamente, lo scenario peggiore è quello che vede prevalere l’addio di Londra all’Unione, ovvero il Leave, rispetto al Remain. Le previsioni danno in recupero i pro Brexit con i favorevoli all’Europa ancora in apprezzabile vantaggio. Ma la credibilità di questo genere di sondaggi è modesta ovunque. Il Regno Unito non fa eccezione. Forse gli allibratori hanno più naso. Le scommesse impazzano. Se vincesse il Leave sarebbe la prima volta, nella storia ormai sessantennale dell’Europa faticosamente unita, che un Paese decide di abbandonare il percorso comune. Le celebrazioni, l’anno prossimo, dell’anniversario del trattato di Roma – cui il governo Renzi tiene in modo particolare – assumerebbero un significato diverso. La tristezza di un probabile declino dell’Unione velerebbe le espressioni di orgoglio per i tanti successi ottenuti. Uno su tutti: il più lungo periodo di pace mai avuto nell’Europa degli eterni conflitti fratricidi. La memoria del Novecento delle ideologie totalitarie e delle generazioni perdute è sbiadita. Le ferite non bruciano più. Ma la pace non è uno stato naturale. Si discute di altro.

Ma che cosa accadrà se Londra decidesse di salutarci? Posti di fronte a questa domanda, nella quiete del festival dell’Economia di Trento, due banchieri centrali come Francois Villeroy de Galhau (Banque de France) e Ignazio Visco (Banca d’Italia) hanno disegnato scenari foschi. Seri contraccolpi sui mercati e necessità di un intervento della Banca centrale europea (Villeroy); probabile effetto domino che non esclude che altri membri dell’Unione facciano altrettanto (Visco). Ma forse le conseguenze potrebbero essere meno traumatiche. I mercati stanno già scontando, almeno in minima parte, il Leave. La sterlina si è già indebolita sull’euro, rispetto al suo picco del luglio 2015 (0,6971). Potrebbe perdere, con la Brexit, un ulteriore 15-20 per cento. Qualcuno pensa che si arriverà alla parità con l’euro. Il prodotto interno lordo britannico accusa già nella prima parte dell’anno un indebolimento di mezzo punto percentuale rispetto alle stime. Senza la Brexit rimarrebbe comodamente sopra il 2 per cento. Vette vertiginose per chi, come noi, si agita per un decimale in più o in meno. La Bank of England ha già previsto un fondo di stabilità – come peraltro è pronta con tutte le sue munizioni la Bce – sia per i mercati valutari sia per quelli obbligazionari. L’attesa di mosse espansive della banca centrale inglese ha portato il rendimento dei titoli di Stato a dieci anni al minimo storico (1,218 per cento). Sul mercato azionario i volumi non sono alti. I grandi investitori si sono già prudentemente allontanati da titoli con attività troppo esposte sul Regno Unito. In un periodo assolutamente straordinario di tassi negativi, la tendenza a tenere posizioni liquide aiuta.

Una vittoria del Leave potrebbe scuotere l’Europa e accelerare, una volta sciolta la decennale ambiguità inglese, l’integrazione e l’unione politica? Ferdinando Nelli Feroci, ex ambasciatore italiano a Bruxelles e commissario, ora alla guida dell’Istituto affari internazionali, è convinto che la tesi possa avere un fondamento. Ma solo nel medio periodo. Nelli Feroci paventa un periodo di incertezza e sbandamento nelle istituzioni europee, innestato anche dal cambio di governo a Londra con la sconfitta di Cameron (e il candidato alla successione è Johnson). Un guado difficile in acque sconosciute. “L’articolo 50 del Trattato – dice – prevede un periodo transitorio di due anni nel quale andrebbero rinegoziati tutti gli accordi bilaterali”. Il Regno Unito fuori dall’euro potrebbe avere uno status simile a quello della Norvegia, nello spazio economico europeo. O paragonabile a quello svizzero, tenendo conto che dopo il referendum elvetico a favore dei limiti all’immigrazione del 9 febbraio del 2014, tutti gli accordi tra Berna e Bruxelles sono sub judice. Ma in una intervista a Der Spiegel il ministro delle Finanze Wolfgang Schauble lo ha escluso. Effetto domino su altri Paesi? Nelli Feroci lo teme, vede l’emergere di irresistibili voglie nazionaliste, specie nei Paesi dell’Est. Guarda con timore il lento scivolamento polacco dai principi democratici dell’Unione. Stefano Sannino, ex ambasciatore italiano presso l’Unione e ora a Madrid, è persuaso che anche un’auspicabile vittoria del Remain non sarebbe senza effetti indesiderati. Il Paese comunque si troverebbe spaccato in due. C’è chi addirittura parla di un nuovo referendum. «La futura e necessaria evoluzione dell’Eurozona dovrebbe fare i conti con lo status speciale concesso, con gli accordi di febbraio, a Londra. Si dovrà ragionare, per esempio, su come rendere compatibile un bilancio di chi sta nell’euro con chi ne è fuori. La Commissione ne presenterebbe due? E il Parlamento ne voterebbe due?». Ipotesi e scenari nella fragile e disorientata Europa. In attesa del 23 giugno. Intanto a Padstow, in Cornovaglia, hanno già votato: il gemellaggio con un Paese bretone non lo faranno mai e poi mai.

Ferruccio de Bortoli

Corriere della Sera 11 giugno 2016

http://www.corriere.it/esteri/16_giugno_12/01-esteri-aaacorriere-web-sezioni-877c6c64-300e-11e6-99a1-699f8214af13.shtml

Quanto costa un’ora di lavoro

Uno dei principali obiettivi del governo di Matteo Renzi – insieme all’aumento del peso delle buste paga per gli italiani meno abbienti – è quello di abbassare il costo del lavoro. Una necessità invocata ormai storicamente dalle imprese, che si ritrovano ogni giorno a denunciare l’incidenza di imposte, contributi e affini sulla voce del costo del loro personale, con evidenti restrizioni alla possiblità di assumere nuovi lavoratori. 

Una fotografia comparata della situazione a livello europeo arriva da recenti dati di Eurostat. Secondo le statistiche comunitarie, nel 2013 il panorama continentale è stato estremamente variegato: nella media dell’Unione a 28 membri un’ora di lavoro costa 23,7 euro, che diventano 28,4 nella zona della moneta unica. Ma le differenze sono enormi, visto che si passa dai 3,7 euro della Bulgaria agli oltre 40 euro della Svezia e fino ai 48,5 della Norvegia. In questa classifica, a sorpresa l’Italia è lontana dalle posizioni di vertice se si considera il costo nel suo complesso, cioè come risultante dei salari veri e propri e del peso del Fisco. Nel Belpaese, infatti, il costo del lavoro si è attestato a 28,1 euro l’ora poco, appunto poco sotto la media dell’Eurozona e molto al di sotto di Francia (34,3) e Germania (31,3). Il Belgio, tra quelli che condividono l’euro, si trova in vetta con 39 euro l’ora; dalla parte opposta la Slovacchia.

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http://www.repubblica.it/economia/2014/03/30/news/eurostat_costo_del_lavoro-82303237/?ref=HRLV-5

 

 

Arriva la Lettonia

La Lettonia sarà il diciottesimo Paese ad entrare nella zona euro, con ogni probabilità già dal prossimo gennaio. Oggi arriva il via libera della Commissione Ue, che presenterà la sua raccomandazione dopo aver verificato il rispetto dei parametri richiesti per l’accesso a Eurolandia, cioè inflazione, debito, deficit e tasso di cambio stabile.

Riga ha già affrontato un programma di risanamento, uno dei più duri imposti da Bruxelles, dopo che la crisi del 2008-2009 ha polverizzato un quinto del suo pil. E il piano ha dato i suoi frutti, visto che anche la Bce ha pronto un rapporto che accende il semaforo verde.

 L’ultima parola spetta comunque ai leader dell’Ue, che la pronunceranno al vertice di giugno. Anche il Parlamento deve essere consultato (ma il suo parere non è vincolante), mentre l’accesso sarà formalizzato a luglio dall’Ecofin. 

Il lat ( moneta lettone) è ancorato dall’euro dal 2005. In questo lasso di tempo, la repubblica baltica ha compiuto ampi progressi. Secondo le stime della Commissione, avrà un rapporto debito pil del 44,4% nel 2013 e un deficit/pil a 1,1%. Dopo essere crescita del 5,8% nel 2012, quest’anno dovrebbe fermarsi al 3,8.

I sondaggi dicono che due terzi della popolazione è contraria all’euro ma il governo di centrodestra di Valdis Dombrovskis ha deciso di non ascoltarli. E’ un segnale di sostegno per Eurolandia, purtroppo l’unico per adesso sul fronte allargamento. Anche Polonia e Cechia pensano di entrare, infatti. Però con una fretta sempre decrescente.

http://www.lastampa.it/2013/06/05/blogs/straneuropa/lettonia-cosi-eurolandia-fa-gwo44J7CAaHhbdMlmcZssK/pagina.html