Il giocattolo perfetto che resiste al digitale e alla crisi

legorQualche tempo fa la rivista americana Fortune organizzò un concorso per scegliere il giocattolo del secolo. A vincere, senza discussioni, e con distacco, furono i piccoli mattoncini colorati della Lego. Dagli anni Cinquanta a oggi, almeno all’apparenza, non sono cambiati. Chi, da allora, ne avesse conservato una scatola di qualche zio o addirittura nonno, potrebbe metterli insieme a quelli di oggi e scatenarsi: la compatibilità è perfetta. Ma il più tradizionale tra i passatempi per bambini è riuscito nella quadratura del cerchio: rimanere sempre uguale adeguandosi ai tempi. Un esempio: nel 2008 i manager dell’azienda decisero di abbattere il muro che da sempre frenava le vendite. I mattoncini per costruire piacevano più ai maschietti che alle bambine, che rappresentavano solo il 10% dei clienti. Avviarono uno studio su scala mondiale e l’esito fu una nuova serie di prodotti: Lego & Friends, ambienti Lego arricchiti da mini bamboline, con vestiti sfiziosi, colori brillanti e accessori frou-frou. Tra le pre-adolescenti di mezzo mondo il boom fu immediato. Per i maschietti, invece, l’accoppiata vincente è stata quella con la saga di Star Wars: personaggi e astronavi realizzati pezzo a pezzo come da tradizione. Destinati ai costruttori più sofisticati, invece, sono le serie di Lego Architecture: le riproduzioni, in centinaia di piccoli elementi, dei più famosi simboli architettonici mondiali, dalla Porta di Brandeburgo al Big Ben.
MARCIA TRIONFALE
Il risultato di questo fuoco di fila è che la crescita delle vendite è stata travolgente: con 5,2 miliardi di dollari di fatturato (più o meno il doppio di cinque anni fa), la Lego contende alla Mattel, l’azienda della Barbie, il primo posto tra i costruttori mondiali. Per gli analisti è la Apple dei giocattoli, il modello che i concorrenti inseguono per capacità innovativa e redditività.
Oggi, come al momento della fondazione, la capitale dei mattoncini è in uno sperduto paesino dello Jutland danese: Billund, in tutto 6mila abitanti. Qui, nel 1932, è iniziata la storia dell’azienda. I primi capitoli parlano di un falegname, Ole Kirk Kristiansen, messo ko dalla crisi economica del 1929. Alle prese con clienti che non ordinano più mobili e che, comunque, non pagano, deve darsi da fare per trovare una nuova fonte di reddito. Tenta la via dei giocattoli in legno: è una delle poche cose che può fare con la materia prima che conosce; in più i giocattolai tedeschi, grandi esportatori in Danimarca, sono tutti o quasi falliti e hanno lasciato scoperta una nicchia di mercato. Quanto al nome, Ole sceglie un’espressione danese «leg godt», in italiano «gioca bene». Solo anni più tardi si scoprirà l’assonanza con il verbo latino «lego», scelgo, raccolgo e anche «metto insieme». L’azienda si trova in casa un marchio che è già un lasciapassare per l’internazionalizzazione. La svolta successiva è della fine degli anni ’40: il legno viene abbandonato a favore della modernissima plastica e per i mattoncini iniziano gli anni del boom. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei 2000 arriva, però, la crisi: le perdite raggiungono le centinaia di milioni, fioccano le lettere di licenziamento.
L’ORA DELLA SVOLTA
Il nipote del fondatore, che di nome fa Kjeld Kirk Kristiansen, decide di farsi da parte e di affidare la prima linea a un giovane poco più che trentenne, brillante consulente di McKinsey ma senza particolari esperienze al timone di un grande gruppo. La scelta si rivela indovinata: il «ragazzino», Jorgen Vig Knudstorp, diventa il protagonista di uno dei più grandi turnaround aziendali del business europeo. Quanto a Kjeld Kirk Kristiansen, si gode i frutti della crescita del gruppo fondato dal nonno: oggi è l’uomo più ricco di Danimarca con un patrimonio di 12,5 miliardi di euro. La sua famiglia possiede anche il 30% della Merlin Entertainment, titolare di società famose, come i musei delle cere di Madame Tussauds.
Il motto che guida il boom del fatturato è semplice: «non vendiamo plastica, ma storie». E allora, tanto vale le storie raccontarle. Anziché aver timore della nuova era digitale, l’azienda mette lo zampino nell’ideazione di più di 40 videogiochi per bambini. Tutti, chi più chi meno, contribuiscono a vendere i mattoncini. A coronare la nuova immagine è addirittura un film The Lego Movie, prodotto da Warner Bros, e diventato un successo planetario (vedi l’altro articolo in pagina). La società decide di presidiare ogni settore di mercato: da quello dei più piccoli, con la linea Duplo (mattoni più grandi) a quelli più hi-tech, con il lancio di modelli di auto e aerei telecomandati.
ARRIVANO I ROBOT
L’ultima frontiera è la linea Mindstorm, kit programmabili con motori e sensori sofisticati, utilizzati spesso, nell’Europa del Nord e negli Stati Uniti, come sussidio didattico nelle classi di scienze e informatica. Non è un caso che insieme ai bambini appassionati di mattoncini aumentino anche i cosiddetti Afol (Adult fan of Lego), spesso serissimi impiegati e professionisti di mezza età che, riuniti in circoli di appassionati, applicano la loro creatività alle creazioni del gruppo danese e contribuiscono a fornire nuove idee. In Italia, per esempio, è attivo l’ItLug (Italian Users Lego group), agguerrita associazione nata informalmente nel 1999 e formalizzata nel 2010, che aderisce al network internazionale degli appassionati. I tradizionali prodotti della società, sono ormai diventati, insomma, una sorta di oggetto di culto. Come dimostra il successo della mostra «The art of the bricks», attualmente alla Fabbrica del Vapore di Milano: la creazione di un artista americano, Nathan Sawaya, che ha usato un milione di mattoncini per riprodurre, con effetti sorprendenti, alcuni tra i maggiori capolavori figurativi, dalla Venere di Milo all’autoritratto di Van Gogh. Anche questa è una delle spiegazioni del successo. Che secondo molti analisti è legato pure alla capacità di interpretare al meglio una sorta di miracolosa «convergenza» tra mondo dei videogiochi e del digitale, caro ai bimbi di oggi, e mondo «fisico» in cui si trovano più a loro agio i genitori.
POLEMICHE AMERICANE
Certo, anche su questa marcia trionfale non manca qualche polemica. I puristi della pedagogia made in Usa, vedono nei nuovi prodotti, accompagnati da dettagliate istruzioni, un tradimento della vena creativa degli inizi, ispirata a una totale libertà. Un’accusa che però l’azienda respinge: le spiegazioni sono un suggerimento e un punto di partenza, la creatività si arricchisce attraverso il coordinamento delle capacità manuali con quelle di ragionamento.
Di sicuro i progetti sono quelli di crescere ancora. Da gennaio l’azienda ha un nuovo capo, il primo non danese: Bali Padda, nato in India e cittadino australiano. E in novembre è stata inaugurata una enorme fabbrica in Cina. L’obiettivo: far diventare i mattoncini una tradizione anche in Asia. 

Angelo Allegri
Il Giornale 23 gennaio 2017
THE ART OFTHE BRICK

L’isola che non c’è.

utopiaThomas More creò “Utopia” cinquecento anni fa, nel 1516, in età matura e mentre si stava avviando a una brillante carriera politica che lo avrebbe portato a essere cancelliere di Enrico VIII. Il divorzio del re segnò la rottura dell’Inghilterra con la Chiesa di Roma e la fine della carriera e della vita del cardinale cattolico More, giustiziato il 6 luglio del 1535 (santificato da Pio XI nel 1935 e proclamato da Giovanni Paolo II protettore dei politici). “Utopia” é il capolavoro di questo grande umanista cristiano che Erasmo da Rotterdam descrisse come un credente ansioso di una fede verace e nemica di ogni superstizione, e che i bolscevichi immortalarono in un monumento posto davanti al Cremlino accanto a quello di Tommaso Campanella. Prima opera che porta questo nome, Utopia non é un libro semplice e sulle intenzioni del suo autore (che riconobbe la schiavitù e la subordinazione delle donne) gli studiosi non si trovano ancora d’accordo. Certamente, si trattò di un progetto che rifletteva le condizioni storiche dell’Inghilterra del tempo, afflitta dall’intolleranza religiosa (alle soglie della Riforma protestante) ma prima ancora dalla miseria delle classi povere e dall’opulenza di un’oligarchia abituata al privilegio di rapina.
Utopia non disegna però un sogno d’evasione nella terra dell’abbondanza. Racconta una società in sintonia con l’etica dei moderni, dove il lavoro è onorato, anche se nessuno è costretto alla stessa mansione per tutta la vita; dove si rispetta un tempo lavorativo di sei ore giornaliere affinché ognuno abbia il tempo dello svago e possa coltivare rapporti affettivi e sociali, l’arte e la scienza. In
Utopia, la legge è uguale per tutti; la giustizia segue un dosaggio di oneri e di onori misurato secondo il servizio reso alla società, non l’appartenenza a un ceto o una classe; la vita pubblica aborre la retorica perchè menzognera; e infine, il popolo non è una platea addomesticata da retori e da legulei. Nelle città federate di Utopia si promuovono la cultura, la letteratura e l’arte; sono abolite le sofisticherie teologiche e metafisiche, si educano i giovani secondo i principi del metodo sperimentale, il più adatto a un popolo che si autogoverna e ha il potere ultimo delle decisioni; i cittadini delegano l’amministrazione a magistrati che sono scrupolosamente controllati; le amicizie e le parentele sono bandite da ogni relazione pubblica.
L’utopia non è propriamente un luogo di evasione dal presente, ma un esercizio di immaginazione che denuncia il disordine della società esistente e mostra i principi a partire dai quali è possibile correggerlo. L’isola che non c’è di More illustra le norme del ben vivere collettivo e privato secondo un ideale che appartiene alla natura umana come un dover essere che la ragione indica – non un assurdo, non un disegno che sta fuori della nostra portata. L’utopia è, in questo senso, la matrice delle costituzioni moderne, delle leggi che i popoli scrivono nella loro fase creatrice, quando emergono da grandi sofferenze e sanno ragionare per grandi visioni, pensando non a quel che conviene a loro in quel momento e alla loro generazione, ma a quel che farà dignitoso il paese per le generazioni a venire. Insieme al cinquecentesimo anniversario dell’Utopia di More, nel 2016 si celebrerà anche il settantesimo anniversario della nostra Repubblica, la matrice utopica della nostra società. L’Assemblea che si insediò dopo il 2 giugno 1946 segnò il carattere della nostra Costituzione, nata dalla lotta partigiana e guidata da partiti politici, da cittadini, cioè, con diverse idee politiche e capaci di convenire pur dissentendo. La capacità di immaginare il futuro è innervata nel presente, come un punto di riferimento senza il quale non ci è possibile fare scelte. L’utopia è una creazione esemplare di questa capacità. Un luogo che non c’è del quale non si può fare a meno.

Nadia Urbinati

Utopia, quell’isola che non c’è diventata madre di tutte la Costituzioni.

Repubblica 8 gennaio 2016

openUtopia

http://theopenutopia.org/