Le favole da evitare sul debito pubblico

In campagna elettorale si stanno avanzando proposte di riduzione del debito pubblico ( rapporto tra debito pubblico e PIL) e di abolizione della riforma pensionistica, la cosiddetta legge Fornero.

Ecco l’estratto di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera dell’11 gennaio 2018

 

Trenta-quaranta punti di taglio sul Pil in 10 anni non sono impossibili ma richiedono almeno un paio di cose: dei surplus di bilancio notevoli (altro che aumenti di spese e abolizione della legge Fornero!), e dei tassi di interesse reali che rimangano assai bassi, e questo non dipende da noi.
La storia e la teoria economica ci spiegano che per ridurre il debito ci sono tre modi

Il primo è svalutare il valore reale del debito con una «botta di inflazione». L’iperinflazione tedesca degli anni 20 cancellò l’enorme debito pubblico che la Germania aveva accumulato durante la Prima guerra mondiale, contribuendo a provocare eventi sociali e politici drammatici. Anche dopo la Seconda guerra mondiale l’inflazione svalutò, seppure in modo meno drammatico, il valore reale del debito, sia negli Stati Uniti che in Italia. Oggi però l’idea che il debito pubblico possa essere svalutato dall’inflazione è un’assurdità: non appena i risparmiatori lo sospettassero, i tassi di interesse salirebbero molto più dell’inflazione rendendo il debito ancora più costoso.

Il secondo modo è un ripudio. Se il nostro debito fosse detenuto solo da italiani, un ripudio comporterebbe una ridistribuzione di ricchezza da chi possiede titoli pubblici ai contribuenti. Ma questo non è il nostro caso. Il 40 per cento circa del debito italiano è detenuto da investitori internazionali. Un ripudio creerebbe una crisi di fiducia verso i nostri mercati, il blocco degli investimenti esteri, fallimenti bancari e una nuova crisi finanziaria. Un ripudio dopo l’altro, l’Argentina è passata da essere uno dei Paesi più ricchi del mondo a un caso quasi disperato.

La terza alternativa è una crescita del denominatore del rapporto debito/Pil più rapida della crescita del numeratore, cioè il deficit dei conti pubblici. In certi periodi storici – ad esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dopo la Seconda guerra mondiale – la crescita del Pil è stata cosi alta che il rapporto debito/Pil si è ridotto relativamente in fretta. Purtroppo tassi di crescita elevati come durante il boom degli anni Cinquanta e Sessanta non sono all’orizzonte. La conclusione è che ridurre il debito richiede molto tempo, grande pazienza e politiche che riducano il numeratore, cioè conti pubblici in attivo, o per lo meno un avanzo di bilancio al netto degli interessi e un tasso di crescita del Pil più alto del costo del debito.
Un avanzo nel bilancio pubblico si può ottenere o riducendo le spese o aumentando le imposte. L’evidenza empirica dimostra che un aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese riduce la crescita, così tanto che alla fine il rapporto debito/Pil anziché diminuire sale ancor di più. Invece, tagli alla spesa pubblica hanno l’effetto desiderato, cioè riducono il rapporto debito/Pil perché non rallentano la crescita, o al massimo la influenzano di poco e per poco tempo. Questo è vero soprattutto per quelle riforme che bloccano l’aumento automatico di certe spese come le pensioni, soprattutto quando diventano incompatibili con l’allungamento della vita e il calo della natalità. È per questo motivo che cancellare la legge Fornero renderebbe ancor più difficile ridurre il debito.
Questo è ciò che si impara leggendo i libri di storia e qualche manuale di economia. Purtroppo questa campagna elettorale è piena di favole. In parte è inevitabile, ma a noi pare che si stiano superando limiti assai pericolosi.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_11/favole-evitare-debito-pubblico-campagna-elettorale-f418b50a-f63f-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Il posto miglore in cui nascere nel 2013

nascitaQuale è il paese migliore in cui nascere nel 2013 (l’anno in cui verrà al mondo anche il “royal baby”, il bebè erede al trono, figlio di William e Kate, nipote della regina Elisabetta)? Il settimanale Economist ha provato a fornire una risposta “scientifica” nel supplemento speciale “The World in 2013” che esce ogni fine anno con previsioni e statistiche sul futuro prossimo venturo.

Gli specialisti dell’autorevole rivista inglese hanno messo insieme una montagna di dati, dal reddito medio al tasso di disoccupazione, dal livello dei criminalità all’assistenza sanitaria, dalla demografia al clima, dal senso di comunità alle scuole, dagli investimenti esteri all’aspettativa di vita media, per calcolare il luogo dove un neonato avrebbe le migliori opportunità, il posto dove potrebbe crescere meglio, insomma il biglietto vincente alla lotteria della vita. I risultati non sono particolarmente sorprendenti. In testa alla classifica c’è la Svizzera, una delle nazioni più pacifiche, meglio governate e più ricche della terra, con una posizione geografica al centro dell’Europa  – // senza peraltro farne parte, cosicché le ansie dell’euro non la riguardano. Al secondo posto, l’Australia, ribattezzata da tempo da alcuni “Australia Felix”, calamita di immigrati e dinamismo, una società aperta, giovane, ottimista, sebbene “down under”, come si autodefiniscono i “canguri”, ovvero situata “là sotto” nelle carte geografiche, lontana da tutto. Poi seguono i “soliti noti”, i paesi dell’Europa del nord, in particolare gli scandinavi, dove si sa che il benessere è alto e l’ordine sociale pure, nell’ordine Norvegia, Svezia, Danimarca (tutti fuori dall’euro, tra parentesi). In  effetti l’unico paese dell’eurozona nelle prime dieci posizioni è l’Olanda, all’ottavo posto della graduatoria. 

L’Europa del sud attira di meno, come luogo per nascere e sentirsi fortunati, nel 2013, ma nemmeno questa è una sorpresa, a dispetto delle migliori condizioni climatiche rispetto alla Scandinavia. Ai problemi strutturali di questa parte del mondo si sono aggiunti quelli portati dalla crisi dell’euro, per cui l’Italia è al 21esimo posto, la Spagna al 28esimo, la Grecia al 34esimo. Ma c’è da notare che non figurano molto meglio i “big 3” dell’Unione Europea, la Germania (al 16esimo posto), la Francia (al 26esimo), la Gran Bretagna (al 27esimo)

 

http://www.repubblica.it/esteri/2012/12/04/news/la_lotteria_della_vita-48052926/?ref=twhr&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Europa contro resto del mondo

I numeri dell’Europa se fosse uno Stato solo….

Uniti, non ci battono neanche gli Usa: il Pil della Ue-27 a prezzi correnti nel 2010 arrivava a 12.260 miliardi di euro, contro i 10.898 degli Stati Uniti. E comunque si tratta degli unici due valori a cinque cifre per il prodotto interno lordo: per gli altri Paesi del G-20 si scende a quattro o a tre cifre: 4329 miliardi per la Cina, 4118 per il Giappone, 1576 per il Brasile. In percentuale, il Pil della Ue-27 costituisce oltre un quarto del Pil mondiale (25,8%). Il dato è stato pubblicato oggi da Eurostat, in un interessante insieme di statistiche dal titolo “Comparing demographic, economic and social trends among the G-20 members”.

 Il più grande debito pubblico del mondo è quello del Giappone: 229,8% del Pil. Quello della Ue è “solo” dell’82,5% (ma è noto che quello italiano tenda ormai al 120%). Il debito più basso del mondo è quello dell’Arabia Saudita: un ridicolo 7,5% del Pil. Un record che si ripete per il deficit: non c’è, il Paese registra un invidiabile avanzo del 15,2% (gli altri due segni più sono della Corea del Sud, +2,3%, e della Russia, +1,6%).

In Europa vive il 7,3% della popolazione mondiale (501,8 milioni di abitanti), una quisquilia rispetto ai 1.341,3 milioni della Cina e ai 1224,6 milioni dell’India. Inoltre questa quota si ridurrà (visto che abbiamo uno dei tassi di fertilità più bassi del mondo, 1,6 figli per donna contro una media mondiale di 2,5) al 5,4% della popolazione mondiale entro il 2060.L’Unione Europea vanta un’aspettativa di vita molto alta: 76,1 anni per gli uomini, 82,1 per le donne. Ci battono però il Canada ((78,2 per gli uomini, 82,8 per le donne) e il Giappone (79,3 per gli uomini, 86,1 per le donne). Non se la passa male neanche la Corea del Sud, con 76,5 anni per gli uomini e 83,3 per le donne…….

http://amato.blogautore.repubblica.it/2012/11/28/unione-europea-contro-il-resto-del-mondo-primi-in-pil-tra-gli-ultimi-per-le-nascite/?ref=HROBA-1

Il Paese più vecchio d’Europa

L’Italia è il paese più vecchio d’Europa. La notizia emerge dal Libro Bianco 2012 `La salute dell’anziano e l’invecchiamento in buona salute´, presentato questa mattina in Senato e secondo il quale l’aspettativa di vita della popolazione europea è salita di 8 anni e le proiezioni demografiche prevedono un ulteriore aumento di 5 anni nel corso dei prossimi 40.  

 L’indagine restringe il focus sull’Italia che, come prodotto della combinazione di una fecondità particolarmente bassa e una durata media di vita tra le più elevate, risulta essere (lo sarà ancor di più nel futuro), il Paese più vecchio d’Europa. Anche nell’area Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), è l’Italia l’unico Stato ad aver già raggiunto quota 20% come proporzione di persone di 65 anni e oltre sulla popolazione totale e livelli inferiori al 25% della quota di popolazione under 25 (Ocse 2005). 

 L’Ufficio Statistico Europeo ha stimato che nella Ue entro il 2060 ci saranno solo due persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni over 65, rispetto al rapporto di 4 a 1 di oggi. La forte spinta in questa direzione dovrebbe avvenire durante il periodo 2015-2035, in cui i baby boomers, la generazione nata nei due decenni dopo la II guerra mondiale, inizierà ad andare in pensione (Eurobarometer, 2012).  

http://www.lastampa.it/2012/11/22/societa/e-l-italia-il-paese-piu-vecchio-d-europa-NwyH7fefjwKDFGXlEqrTQJ/pagina.html