Assuefatti alla crescita “zero virgola”

deffflLa doccia fredda è arrivata il 15 marzo dall’Istat: l’inflazione a febbraio segna un meno 0,3 per cento su base annua, siamo in deflazione. Segue l’altra cattiva notizia di pochi giorni prima: la stima di un aumento del Pil nel primo trimestre dell’anno solo dello 0,1 per cento. E c’era stata pure la lettera di richiamo della Commissione europea a causa del rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento dei conti pubblici verso l’obiettivo di medio termine del pareggio strutturale di bilancio. “L’Italia deve ridurre il debito”, ha precisato perentorio il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis. Nel mezzo, c’è stato il potenziamento del programma di quantitative easing della Bce di Mario Draghi.

Ma ormai siamo assuefatti a una crescita da “zero virgola”. Hai voglia a dire la recessione è finita. Tecnicamente è così, dopo anni di segni meno. Ma la delusione da attese tradite è cocente. Il rischio vero da cui guardarsi, a questo punto, è la deflazione delle aspettative.
Tutti presi a misurare le variazioni al rialzo degli indicatori economici, per poi smorzare la disillusione per aver constatato che il campo di oscillazione stentava nell’ordine di qualche decimale di punto percentuale, i commentatori hanno dato poca attenzione a due cose importanti che sono successe negli anni della crisi.

La prima è che, mentre gran parte dell’informazione mainstream batteva sul tasto della retorica pauperista del “non arriviamo alla fine del mese”, gli italiani diventavano l’azienda più liquida d’Italia. Il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie (quindi esclusa la ricchezza patrimoniale concentrata negli immobili di proprietà) si è gonfiato fino a un ammontare complessivo di 4.000 miliardi di euro (cioè due volte e mezza il valore del Pil). Giù le quote di azioni e obbligazioni, boom di contante e depositi bancari: valevano un quarto della torta nel 2007, sono diventati oggi il 31 per cento del totale.

Certo, siamo stati tutti scottati dalla crisi. Ci siamo detti: meglio tenere i soldi in tasca o fermi sui conti correnti, pronti all’uso per ogni evenienza. E intanto i consumi flettevano del 7,5 per cento nel periodo 2007-2014 e i volumi del mercato immobiliare si dimezzavano (siamo passati da 800mila a 400mila compravendite di abitazioni all’anno). In sintesi, la bolla del risparmio e del cash cautelativo, insieme alla bassa propensione all’assunzione individuale  del rischio, rappresentano per noi la legacy della crisi, il suo lascito.

Per evitare la sclerotizzazione su questo atteggiamento difensivo della gran parte degli italiani, si è provato a stimolare la domanda interna attraverso misure come il bonus Irpef di 80 euro o il taglio della Tasi. Risultato, conti alla mano: i soldi ci sono ma non girano, i consumi non decollano, la produzione industriale non ritrova slancio, la ripresa occupazionale è ancora debole, l’inflazione resta inchiodata intorno allo zero (nonostante il fiume di liquidità iniettato nel sistema dalla Bce) e gli investimenti si fanno col contagocce. Per la verità, siamo ai minimi dal dopoguerra in termini di incidenza degli investimenti sul Pil: nel 2015 in Italia hanno pesato per il 16,5 per cento del prodotto interno lordo, rispetto al 17,3 per cento del Regno Unito, il 20 per cento della Germania, il 21,2 per cento della Francia.

Quello che più conta è che c’è stato un vero cambiamento di paradigma con cui oggi fare i conti, che va al di là dei dati macroeconomici, senza sconfinare però in teorie di parapsicologia collettiva (manca la fiducia! manca la fiducia!). Il punto cruciale è che il grande assente sulla scena ormai da parecchio tempo è il rischio. Rischio calcolato, beninteso. Il problema è che gli italiani non tornano a una confidente assunzione del rischio individuale, consapevoli che l’azzardo lascerebbe impresse cicatrici profonde sulle proprie solitarie biografie personali. Solitarie? Perché? Il fatto è che nella percezione collettiva è svaporata la figura dello Stato come garante di ultima istanza delle “avventure” individuali ‒ quel ruolo che nei decenni passati, trascorsi nel segno dell’accrescimento della società affluente, l’autorità statuale aveva saputo esercitare tramite gli strumenti redistributivi di welfare finanziati con il debito pubblico, fomentando la grande saga della “cetomedizzazione”, che si basava proprio sull’assunzione individuale del rischio (mi compro la casa, apro un negozio, metto su un’impresa, e così via).

Quando lo Stato debitore è quotato sui mercati finanziari internazionali e i conti pubblici sono sottoposti al giudizio delle agenzie di rating, c’è la rottura di paradigma. Naturalmente, questo è un processo di lunga deriva. C’è stato però un preciso momento in cui tutti hanno definitivamente aperto gli occhi, costretti a farlo dall’esperienza traumatica della crisi del debito sovrano (ricordate lo spread rispetto ai Bund tedeschi schizzato alle stelle? E il rischio di default per la Grecia?). In quel momento abbiamo perso l’innocenza. Da allora i cittadini sottilmente disconoscono ai politici nazionali la piena autorità deliberativa: sanno che le loro azioni verranno sottoposte a un giudizio finale, dei mercati o di Bruxelles (vedasi le estenuanti trattative sulle clausole di flessibilità sui conti pubblici).

La seconda cosa che è successa durante gli anni della crisi è l’affermazione del nuovo ciclo della economia della disintermediazione digitale, che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali tradizionali in nuovi ambiti. In questi anni gli italiani hanno risparmiato praticamente su tutto, tenendo stretti i cordoni della borsa all’insegna di una riscoperta sobrietà (adieu ai fasti del consumismo, solo un lontano ricordo). Ma non hanno lesinato sulle tecnologie digitali. Che anzi sono state premiate dal processo selettivo dei consumi innescato dalla crisi e hanno assunto una connotazione anticiclica: hanno conosciuto una fase espansiva in controtendenza, come dimostra il vero e proprio boom di smartphone e connessioni mobili. Tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2014, la spesa per telefoni e traffico dati è più che raddoppiata (più 146 per cento: parliamo di 27 miliardi di euro nell’ultimo anno).

Insomma, gli italiani hanno evitato di spendere su tutto, ma non sui media digitali connessi in rete. Perché? Perché grazie ad essi hanno aumentato il loro potere individuale di disintermediazione, che ha significato un risparmio netto finale nel loro bilancio personale e familiare. Grazie alle piattaforme digitali, scompare la mediazione tra il fornitore dei servizi e l’utente finale, visto che non è più necessario recarsi all’agenzia turistica per prenotare un viaggio oppure in un negozio di calzature per comprare un paio di scarpe. Usare internet per informarsi, per acquistare beni e servizi, per prenotare viaggi e vacanze, per guardare film o seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche, ha significato spendere meno soldi, o anche solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa.

Nel frattempo, i big player della rete si attrezzavano per presidiare in maniera sempre più efficace la nuova frontiera, cioè i tre perni fondamentali del commercio: la fase dell’acquisto (di ogni cosa), la gestione di strumenti di pagamento tramite smartphone (alternativi ai tradizionali circuiti bancari), la logistica (robot nei magazzini, droni nei cieli). Ai vertici mondiali per fatturato e capitalizzazione di Borsa – le prime cinque aziende Ict messe insieme valgono un paio di migliaia di miliardi di dollari, pari al Pil di una media potenza europea come l’Italia –, rappresentano il nuovo volto del capitalismo del XXI secolo. La continuità personalizzata tra online advertising e e-commerce è il segreto del successo. Internet sembra così proiettata a diventare una nuova, gigantesca piattaforma commerciale taylor-made: un grande villaggio digitale, con le sue piazze, i cinema e la city hall, gli uffici pubblici e le banche, i centri commerciali.

Che cosa hanno in comune le due novità che ci ritroviamo dopo i lunghi anni della crisi? Risposta: il trionfo dell’individualismo. Orfani di uno Stato nazionale solido, sostituito da una governance sovranazionale che non ha retto alla prova della depressione economica e della gestione degli esodi migratori, l’individuo si ritrova solo. E anche i processi di disintermediazione digitale, basati su un ricentraggio soggettivo e sulla disarticolazione delle filiere del lavoro tradizionali, vanno in questa direzione, nell’inveramento dello slogan planetario della piattaforma video più popolare sul web: broadcast yourself!

Nessuno rimpiange uno Stato che accumula debito pubblico (i conti, prima o poi, bisogna pagarli). Ma ad oggi non abbiamo ancora trovato un valido rimpiazzo per quel ruolo che spingeva ad assumersi i rischi. Per riattivare i circuiti dell’economia reale la politica monetaria non basta, bisogna tornare a investire, cioè a rischiare. Di qui l’impasse in questa fase di transizione epocale. Che durerà fino a quando non avremo riscoperto una nuova cultura del rischio.

 

Assuefatti alla crescita “zero virgola”, che durerà finché non riscopriremo la cultura del rischio

Massimiliano Valerii

Direttore generale del Censis

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/03/17/assuefatti-alla-crescita-zero-virgola-che-durer-finch-non-riscopriremo-la-cultura-del-rischio___1-v-139526-rubriche_c328.htm

Investimenti: un grafico eloquente

 

Il dato del Pil statunitense è stato uno schiaffo per l’Europa. Come è possibile che l’economia americana cresca del 5% mentre in Europa consideriamo un grande risultato riuscire a superare lo zero di qualche decimale? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo analizzare la dinamica degli investimenti, una variabile chiave per misurare lo stato di salute e di fiducia di un’economia. E per farlo un grafico vale più di mille tweet.

Tutte le decisioni economiche sono frutto di valutazioni intertemporali, anche le scelte di “consumo”. Ma se c’è una variabile macroeconomica dove le aspettative giocano un ruolo cruciale questa è rappresentata dagli Investimenti, che nient’altro sono che la cerniera tra presente e futuro. Già Keynes una ottantina di anni fa aveva compreso che la politica monetaria può anche abbattere i costi di finanziamento ma, se non c’è fiducia nel futuro, nessun imprenditore investirà, nemmeno se i tassi d’interesse vengono azzerati.

Nel grafico sottostante è rappresentato l’andamento della componente Investimenti del Pil di tre paesi: Stati Uniti (linea blu con triangolini), Germania (linea arancione con palline) e Italia (linea grigia continua). Per tutti e tre i paesi la serie storica è stata ribasata, in modo che ad inizio 1999 si parta tutti dallo stesso livello, cioè da 100.

investimenti italia, germania, usa

Investimenti in Usa (blu), Germania (arancio) e Italia (grigio) (1998=100)

Per vedere il grafico in formato ingrandito, cliccare qui

Si può notare come l’adozione dell’euro abbia determinato, nella prima parte dello scorso decennio, una crescita degli investimenti in Italia pari a quella americana. È l’effetto del “dividendo dell’euro” che ci ha regalato tassi d’interesse incredibilmente bassi – lo spread rispetto ai Bund era praticamente nullo -, una moneta stabile e l’illusione di poter competere con i paesi “seri” senza l’arma della svalutazione. Si nota come gli investimenti in Italia continuino a crescere anche durante la mini-recessione che segue allo scoppio della bolla dot.com. Erano gli anni in cui la Germania veniva additata come la “malata d’Europa”. Con il senno di poi, però, la frenata era dovuta alle riforme strutturali che consentirono di porre le basi per il successo del Made in Germany.

Anche noi avremmo dovuto usare quel periodo d’oro; per ridurre velocemente il debito pubblico, ad esempio, e per fare qualche importante riforma strutturale. Non lo abbiamo fatto e le cose sono andate come sappiamo. La crisi del 2007-2008 determina in tutti i paesi un crollo degli investimenti, ma mentre in Germania e negli USA il punto di minimo viene raggiunto nel 2009, l’Italia imbocca un sentiero discendente da cui non sembra in grado di uscire. Quale la causa? Ad ognuno la preferita: tuttavia, il timore circa la sostenibilità del debito pubblico ed il rischio di una sua ristrutturazione è una chiave di volta importante, per provare a capire questa enpasse. La crisi del debito sovrano in Europa colpisce duramente il nostro paese e blocca anche la ripresa degli investimenti in Germania. Tuttavia, la Germania, dopo che l’azione di Draghi fa recedere il rischio di euro break-up, riprende il trend ascendente, mentre prosegue il crollo degli investimenti in Italia nonostante lo spread si riduca e i tassi crollino ai minimi storici degli ultimi 200 anni…..

http://www.linkiesta.it/investimenti-italia-germania-usa

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I genitori sognano un figlio medico

E’ un mito che resiste alla crisi, alla disoccupazione giovanile e all’ondata di precariato che sta invadendo anche il settore sanitario: non c’è nulla da fare, i genitori sognano il figlio dottore. Il medico resta la professione più amata dalle famiglie italiane, che continuano a sperare nell’arrivo in casa di un camice bianco. E se con l’anatomia non c’è alcun feeling, resta la speranza del figlio imprenditore.

Quindi è in ospedale o in azienda che i genitori vedono il futuro della loro prole: il 22 per cento punta sul figlio dottore, il 20 sull’uomo d’industria. Molti sono attratti anche dal settore finanziario (13 per cento) e in diversi casi (7 per cento) – forse anche grazie alla sovraesposizione televisiva della professione – non dispiace nemmeno l’idea del figlio chef.

Speranze che i ragazzi condividono solo in parte: nella top ten delle professioni più amate dai figli, ai primi due posti, infatti, ci sono sì quella del dottore e dell’imprenditore (pur se in posizione inversa: 16 e 20 per cento), ma trovano spazio in graduatoria anche professioni considerate meno solide, ma più legate a passioni personali. Come quella dell’agente di viaggio (10 per cento), dello sportivo, dell’impiegato in una organizzazione benefica o addirittura del politico (ruoli desiderati dall’8 per cento dei ragazzi).

A stilare le due classifiche dei sogni è un’indagine di Linkedin, il maggior network professionale al mondo (259 milioni di iscritti di cui 5 in Italia), realizzata pochi giorni fa – con un sondaggio on line ….

Quanto ai ragazzi italiani, massacrati da una disoccupazione giovanile insostenibile (40,4 per cento) considerano che la possibilità di svolgere la professione dei sogni resti una delle cose più importanti della vita. Ne è convinto il 48 per cento del campione intervistato, la percentuale più alta fra i giovani europei

http://www.repubblica.it/economia/2013/11/17/news/i_genitori_spingono_per_avere_un_figlio_medico_i_giovani_inseguono_la_professione_dei_sogni-71214598/

Nobel per l’Economia 2013 a Fama, Hansen e Shiller

nobel mL’economia si conferma l’unica disciplina in cui due persone possono dividere un premio Nobel dicendo cose opposte. È successo già nel 1974 con Friedrich Von Hayek, un ostinato antisocialista e liberista convinto. Il quale si ritrovò sul palco dell’Accademia di Svezia in compagnia di Gunnar Myrdal, che oltre ad essere un brillante economista era stato anche ministro del partito socialdemocratico svedese.

Stavolta ad essere premiati a Stoccolma da Re Gustavo per i loro studi sull’andamento del prezzo delle azioni saranno tre prestigiosi economisti americani: Roger Fama, Lars Peter Hansen e Robert Shiller.

Se nessuno ha da eccepire sulla qualità dei lavori dei tre premiati, qualche commento in più si può fare sulla curiosa accoppiata fra Fama e Schiller. Il primo è stato il pioniere di quella che è tradizionalmente conosciuta come la teoria dei mercati finanziari perfetti. Il secondo è invece noto soprattutto come uno dei suoi più famosi e brillanti critici………..

Quella che sembra una bizzarria dell’Accademia di Svezia ci consente di ricordare una cosa troppo spesso dimenticata: gli economisti non sono paragonabili ai dentisti. Su tantissime patologie del nostro sistema economico non solo non c’è condivisione sulle cure, ma nemmeno sulle diagnosi. E – a dispetto di quanto affermato dal comitato che assegna il Premio Nobel – non sono nemmeno dei buoni indovini se, 150 anni dopo il celebre «Calcul de Chances» di Jules Regnault, non sono ancora riusciti a trovare una spiegazione soddisfacente della dinamica dei prezzi delle azioni.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/economia-nobel-bifronte/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+MicroMega-online+%28MicroMega.net%29

http://www.linkiesta.it/premio-nobel-economia-2013

VIDEO : Gli spiriti animali

Il premio Nobel per l’Economia è andato a tre americani: Eugene Fama, Lars Peter Hansen e Robert Shiller. Quest’ultimo è autore del rivoluzionario “Spiriti animali, come la natura può salvare l’economia”. Il commento di Eugenio Occorsio

http://video.repubblica.it/rubriche/rnews/rnews-occorsio-l-economia-e-emotiva-parola-del-nobel-shiller/142937/141473

Quaranta anni di Nobel per l’economia (2012)

http://www.liceoeconomicosociale.it/wp-content/uploads/2013/04/LEZIONE-FINI-PREMI-NOBEL.pdf

Famiglie: 2 su 3 in difficoltà.

rispLe famiglie italiane hanno sempre più difficoltà a risparmiare e per due su tre il reddito non è sufficiente. I nuclei più vulnerabili sono quelli formati da giovani e da locatari. È questa la fotografia scattata dalla Banca d’Italia in un Quaderno di Economia e Finanza dedicato al risparmio.

Emergono chiari segnali di difficoltà delle famiglie nel riuscire a risparmiare la quantità di risorse desiderata, in presenza di una marcata contrazione del reddito disponibile e del contestuale obiettivo di contenerne l’impatto sul proprio tenore di vita. La quota di famiglie che ritengono di avere effettive possibilità di risparmio si è collocata su livelli storicamente bassi, intorno al 30% dalla metà dello scorso decennio (era sul 50% all’inizio degli anni novanta.

La crisi ha  «comportato una riduzione della propensione al risparmio delle famiglie italiane. Tra il 2008 e il 2010 il tasso di risparmio delle famiglie consumatrici è sceso dal 12,1 al 9,7% del loro reddito disponibile lordo. Nel 1991 il tasso era più del doppio, pari al 23,8%».

http://www.lastampa.it/2013/03/05/economia/crisi-bankitalia-lancia-l-allarme-due-famiglie-su-tre-in-difficolta-8dN8A8YzYREHG8U4n8NF0K/pagina.html

Le rinunce nel 2013

spesa famigliaCalano gli spread e torna l’ottimismo ma per quasi la metà delle famiglie italiane, nell’anno appena iniziato, la situazione economica è destinata a peggiorare, mentre migliorerà solo per il 10%. È quanto emerge da una analisi Coldiretti/Swg sulle prospettive economiche delle famiglie italiane nel 2013

 Secondo l’indagine, le famiglie nel 51% dei casi dichiarano già adesso di riuscire a pagare appena le spese senza potersi permettere ulteriori lussi, mentre una percentuale dell’8% non ha un reddito sufficiente nemmeno per l’indispensabile. C’è però anche – continua la Coldiretti – un 40% di italiani che vive serenamente senza particolari affanni economici e l’1% che si può concedere dei lussi

La maggioranza delle famiglie nonostante i saldi ricicla dall’armadio gli abiti smessi nel cambio stagione, con il 53% degli italiani che ha rinunciato o rimandato gli acquisti di abbigliamento ed accessori, che si classificano come i prodotti dei quali si fa maggiormente a meno nel tempo della crisi. Sul podio delle rinunce insieme ai vestiti si collocano anche – sottolinea la Coldiretti – i viaggi e le vacanze che sono stati ridotti o annullati dal 51% degli italiani e la frequentazione di bar, discoteche o ristoranti nel tempo libero, dei quali ha fatto a meno ben il 48%. A seguire nella classifica del cambiamento delle abitudini di consumo c’è l’acquisto di nuove tecnologie al quale hanno dovuto dire addio il 42% degli italiani, le ristrutturazioni della casa (40%), l’auto o la moto nuova (38%) e gli arredamenti (38%), ma anche le attività culturali (37%) la cui rinuncia preoccupa particolarmente in un Paese che deve trovare via alternative per uscire dalla crisi.  …

http://www.lastampa.it/2013/01/06/economia/consumi-gli-italiani-a-viaggi-e-svaghi-difficile-per-il-delle-famiglie-oR7HopWLfumFBU06jfooEN/pagina.html