I paletti dell’Europa. Così è cambiata l’economia dopo Maastricht

Croce o delizia? Austerità miope o grande spinta al risanamento? L’insieme delle regole europee che dal 1992 governano i nostri conti pubblici, e che ora l’ex premier Renzi propone di cambiare, sono state viste dal nostro Paese alternativamente come anticamera del baratro o come via di salvezza. Da quel freddo 7 febbraio di venticinque anni fa, quando i dodici paesi dell’allora Comunità europea gettarono le basi della futura Unione monetaria e dell’euro in una elegante cittadina olandese chiamata Maastricht, lo Stato italiano ha cominciato a dover rispondere all’Europa di come spendeva e tassava, di quanti deficit creava, di quanto debito accumulava. Cinque anni dopo, quelle prime regole sulla finanza pubblica – deficit non oltre il 3% del Pil, debito non oltre il 60% sia pure con qualche deroga – furono ribadite dal Patto di stabilità e di crescita, seguito dall’elenco dei Paesi che, rispettando quei vincoli e altri ancora, sarebbero entrati nell’euro. In una turbolenta notte tra il 24 e il 25 marzo del ’98, Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro del governo Prodi, respinse l’ultimo colpo di coda tedesco e olandese contro il nostro ingresso nella moneta unica, e qualche giorno dopo Chirac lo rese pubblico in conferenza stampa: «Il n’y a pas d’Europe sans l’Italie». Oggi possiamo misurare gli effetti positivi che quella prima stagione di unione monetaria ha prodotto sui nostri conti pubblici.
La strada solitaria compiuta dall’Italia fino ai primi anni ’90 l’aveva portata ad accumulare un debito già allora pari a quasi tutto il Pil. Era il risultato di un galoppo delle spese non compensato da un uguale balzo delle entrate, che restavano nettamente al di sotto di quelle degli altri Paesi europei. E il bubbone scoppiò inevitabile nel ’92, con l’Italia a un passo dalla bancarotta e la maxi manovra di Amato. Il governatore Ciampi, approdato un anno dopo a Palazzo Chigi, completò il salvataggio nazionale. Allora nessuno però avrebbe scommesso una lira sul fatto che nel giro di qualche anno avremmo preso al volo il treno dell’euro, al pari delle nazioni più forti, rientrando nel 3% di deficit e cominciando ad abbassare il debito. Ma se eravamo già incamminati lungo un percorso virtuoso prima di aderire al Patto di stabilità e all’euro, quale è stato allora il contributo dell’Europa? In realtà, quelle prime regole dell’unione monetaria ci hanno obbligato a non sbandare, a restare sul sentiero intrapreso. E ci hanno anche consentito, grazie al ribasso dei tassi, di abbattere gli interessi da pagare (più che dimezzati in dieci anni), e quindi di ridurre il debito stesso, sceso di una decina di punti dal ’97 al 2007.

Tutto è cambiato però con la crisi mondiale del 2008, che in Europa ha visto il Pil scendere ovunque e il debito pubblico gonfiarsi per assorbire i salvataggi bancari e per compensare la recessione. Fu allora che le autorità europee, spaventate dal rischio di perdere il controllo dei conti pubblici, decisero di dare un giro di vite alle stesse regole di Maastricht. Il segnale della svolta fu dato nel febbraio del 2010 dai Sette Grandi, riuniti nell’isola canadese di Baffin. Lo stimolo all’economia andava interrotto. Bruxelles si preparò a irrigidire i suoi vincoli: non più margini al disavanzo fino al 3%, ma con il nuovo trattato del Fiscal Compact obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, ossia azzeramento del deficit, sia pure depurato dagli effetti della congiuntura.

L’Italia del governo Monti, di fatto commissariata da Bruxelles e da Francoforte, obbedì e inserì nel 2012 quell’obbligo in Costituzione. Era ovvio che il nostro paese non avrebbe potuto cancellare il suo disavanzo nel mezzo di una crisi che nel frattempo proseguiva. Ma venne obbligata a un faticoso percorso di avvicinamento al pareggio. Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack: con un accordo dietro l’altro, ai vincoli sul deficit si aggiunsero quelli sulle spese e sul debito. Insomma, in piena crisi ci si chiedeva di fare sacrifici, in virtù di una curiosa teoria, quella dell’ “austerità espansiva”: tagliare la spesa pubblica avrebbe convinto i mercati che il nostro Paese sarebbe stato in grado di ripagare il suo debito, i tassi sarebbero scesi, le famiglie sarebbero tornate a consumare e le imprese a investire. Tutto grazie al gioco delle aspettative.

I dieci punti di Pil persi dall’Italia sono lì a smentire clamorosamente quella teoria. Ma la beffa finale è stata che l’austerità non solo non ha migliorato i conti pubblici ma al contrario ha fatto schizzare in alto il rapporto debito-Pil. Tra il 2007 e oggi è salito dal 103 al 133%. Di questi 30 punti in più, una metà va attribuita alla crisi perché si è accumulata durante la recessione. Ma l’altra metà è legata alle politiche di austerità realizzate dopo il 2010. Che l’Italia è riuscita parzialmente a schivare negli ultimi anni grazie a deroghe di emergenza (vedi terremoto e immigrati). Ecco perché adesso si chiede di cambiare quelle politiche e di tornare a Maastricht.

MARCO RUFFOLO

La Repubblica, 12 luglio 2017

Uno a uno

jeoSiamo uno a uno. Ma è uno di quei pareggi che comportano il rischio di retrocessione, perché rivelano un equilibrio sempre più precario: per ogni abitante pensionato, disoccupato o così scoraggiato che vorrebbe lavorare ma non cerca neanche più, in Italia c’è solo un’altra persona che un posto di lavoro lo ha. Per l’esattezza ce ne sono 1,06. Altrimenti detto centosei adulti si danno da fare ogni giorno per produrre e sostenere (direttamente o attraverso lo Stato) altri cento adulti che, per vari motivi, si limitano a ricevere e consumare.
Magari sembrerà normale, ma non lo è. Ammesso che l’Europa di oggi possa ancora essere identificata con l’ordinarietà, nel confronto con gli altri Paesi è semplicemente abnorme: insieme alla Grecia, l’Italia è ultima nell’unione monetaria per il rapporto di forze fra ch i produce e chi non lo fa (o non lo fa più). E questo è uno dei rari aspetti della vita nazionale che la lunga crisi dell’euro ha cambiato poco: l’Italia era già ultima prima del contagio finanziario, dell’austerità e della tripla recessione, al punto che paradossalmente risulta oggi fra le economie in cui meno è successo dal 2007 in poi.

Già otto anni fa questo Paese aveva ufficialmente così poche persone al lavoro che persino oggi nessun Paese europeo (tolta la Grecia) risulta in un equilibrio così precario come quello che contrassegnava l’Italia già prima del grande crac.
Ora la manovra in arrivo per l’autunno sta sollevando un gran numero di ipotesi: il taglio delle tasse sulla casa, la flessibilità per anticipare il pensionamento, gli sgravi sul lavoro o sulle imprese. Per cercare di capirne il senso, il «Corriere» ha condotto un piccolo test: ha messo a confronto il numero di occupati in ogni Paese dell’area euro con altri adulti, quelli che in pensione, o disoccupati oppure invisibili nei dati di disoccupazione anche se vorrebbero lavorare, perché non cercano più. Il test è condotto prima sui dati Eurostat 2007 e poi su quelli 2014 (quelli più recenti sulle pensioni, peraltro stabili nel tempo, sono disponibili per il 2012).
Ne emergono alcune lezioni. La più evidente è che la Germania ha avuto un’ottima crisi: è la sola economia di Eurolandia che in questi otto anni sia riuscita a incrementare il numero di persone che lavorano rispetto a chi dipende da trasferimenti monetari da parte di qualcun altro. Nella Repubblica Federale 163 occupati sostenevano cento perso ne dell’altro gruppo nel 2007, ma nel 2014 gli occupati erano già dodici di più. Malgrado le tensioni nel Bundestag per il salvataggio di Atene, l’euro sta funzionando egregiamente per i tedeschi e i tedeschi si sono dimostrati bravi nel farlo funzionare per sé.

Poi ci sono gli altri. Nei restanti 18 Paesi oggi membri del club dell’euro, nordici inclusi, dal 2007 al 2014 il numero dei lavoratori è invariabilmente diminuito rispetto al numero dei «consumatori» (vedi grafico). Spesso molto diminuito : come in Finlandia, in Olanda, in Lussemburgo e non solo a Cipro, in Spagna, in Grecia, Portogallo o Irlanda. C’è però nel gruppo un’economia che si dimostra notevolmente stabile da questo punto di vista: l’Italia. È il Paese che ha l a variazione più piccola, ed è anche quello già a fondo classifica quando l’economia andava meglio. Nel 2007 aveva appena 1,2 lavoratori per ogni pensionato, disoccupato o scoraggiato e ne ha pochi di meno oggi. Il malessere dunque pre-esiste al contagio del debito e spiega il crollo dei consumi molto meglio dell’austerità: in ogni via, quartiere e città del Paese, non ci sono abbastanza buste paga.
Un panorama del genere solleva domande molto se rie sul numero di persone che lavorano in Italia nell’illegalità. Eppure lo stesso vale per la Spagna, o il Portogallo, che pure vivono squilibri meno drammatici. Qualunque sia la realtà, il lavoro sommerso resta una patologia che erode la tenuta del welfare e dei conti pubblici – una patologia mai abbastanza aggredita – non la forza nascosta che spesso si fa credere.

Passata la grande recessione, ci si può ora chiedere se l’Italia abbia toccato il fondo e da ora in poi avrà più lavoratori attivi. La risposta è: non sarà facile. L’Istat stima che nei prossimi quindici anni il Paese perderà tre milioni di persone fra i 30 e i 50 anni, l’età più produttiva, e ne acquisirà oltre tre di più di 65 anni. L’orologio dell’invecchiamento degli italiani avanza rapido e inesorabile, dunque il momento per mettere più persone al lavoro è adesso. Per questo non aiutano gli 80 euro in busta paga o il taglio della Tasi, misure che costano molto ma non riusciranno mai a risollevare i consumi in un’economia così povera di salari. Sono utili invece gli sgravi sui nuovi assunti o sulle imprese, che il governo intende confermare o accentuare. Del resto siamo in zona Cesarini: resta poco tempo per scongiurare il più inglorioso dei pareggi.

L’Italia che produce perde sempre più terreno (e solo la Grecia fa peggio)

Di Federico Fubini

Corriere della Sera

11 agosto 2015

http://www.corriere.it/economia/15_agosto_11/italia-che-produce-perde-sempre-piu-terreno-solo-grecia-fa-peggio-8cdd67ca-3ff1-11e5-a1d8-4e4de2e3fad8.shtml

Quello che l’Europa non ha capito

 

 

aggL’AMERICA deve ancora conseguire una piena ripresa dagli effetti della crisi del 2008. Tuttavia, abbiamo recuperato buona parte del terreno perduto, anche se non tutto. Altrettanto non si può affermare, invece, della zona euro, nella quale il Pil reale pro capite è ancora oggi inferiore a quello del 2007, ed è inferiore del 10 per cento rispetto a dove si supponeva dovesse trovarsi. Una prestazione peggiore di quella che l’Europa ebbe negli anni Trenta. Perché l’Europa si è comportata così? Ho ascoltato discorsi e letto articoli nei quali si ipotizza che il problema stia nell’inadeguatezza dei nostri modelli economici — nel fatto che dovremmo riformulare la teoria macroeconomica che durante la crisi non è riuscita a offrire una guida politica. Ma è proprio così? No. È vero: pochi economisti avevano annunciato la crisi. Tuttavia, il piccolo segreto dell’economia è che da allora i modelli di base spiegati nei libri di testo hanno funzionato bene. Il guaio è che i dirigenti politici europei hanno deciso di respingere quei modelli di base a favore di approcci alternativi più innovativi, più entusiasmanti e del tutto errati.

Sto rianalizzando i dibattiti di politica economica e ciò che mi colpisce in modo evidente dal 2010 in poi è la divergenza di pensiero tra Stati Uniti ed Europa.

In America, la Casa Bianca e la Federal Reserve sono rimaste fedeli all’economia keynesiana tradizionale. L’Amministrazione Obama ha sprecato tempo e fatica per perseguire una “grande intesa” sul bilancio, pur continuando però a credere nella tesi sostenuta nei libri di testo, ossia che in un’economia depressa la spesa in deficit di fatto è una cosa positiva. La Fed ha ignorato gli ammonimenti secondo i quali stava “svalutando il dollaro”, ed è rimasta aderente all’opinione secondo la quale le politiche di basso tasso di interesse non avrebbero provocato inflazione, almeno fino a quando la disoccupazione fosse rimasta alta.

In Europa, al contrario, la leadership politica si è dimostrata disposta, quasi con impazienza, a gettare i libri di economia dalla finestra per prediligere nuovi criteri. La Commissione Europea, a Bruxelles, ha accolto con entusiasmo le presunte prove sull’utilità della “austerità espansiva”, respingendo le argomentazioni tradizionali a favore della spesa pubblica in deficit, e ha preferito sposare la tesi secondo cui tagliare le spese in un’economica depressa porterebbe alla creazione di posti di lavoro perché alimenterebbe la fiducia. La Bce ha preso a cuore i moniti sul rischio di inflazione e nel 2011 ha alzato i tassi di interesse, anche se la disoccupazione era alta. Ma mentre i politici europei possono aver immaginato di dare prova di apertura nei confronti di nuove idee economiche, gli economisti ai quali hanno dato retta dicevano loro proprio ciò che volevano sentirsi dire. Cercavano giustificazioni per le rigide politiche che erano decisi a imporre alle nazioni debitrici; e così hanno trattato come celebrità economisti quali Alberto Alesina, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff che parevano offrire proprio quella giustificazione. Invece, come si è scoperto, quella ricerca nuova ed entusiasmante presentava grosse pecche.

E così, mentre le nuove idee si sono rivelate un fallimento, la teoria economica dei vecchi tempi si è dimostrata più forte. Furono derise le previsioni di economisti keynesiani, me incluso, secondo i quali i tassi di interesse sarebbero rimasti bassi nonostante i deficit di bilancio, l’inflazione sarebbe stata frenata nonostante gli acquisti di bond da parte della Fed e i tagli alla spesa pubblica — lungi dall’innescare espansione alimentata da fiducia — avrebbero provocato un’ulteriore crollo della spesa dei privati. Queste previsioni, al contrario, si sono avverate. È un errore sostenere, come fanno molti, che quella politica è fallita perché la teoria economica non ha fornito le linee guida di cui avevano bisogno i policy maker . In realtà, la teoria ha costituito una guida eccellente, se solo i policy maker fossero stati disposti ad ascoltare. Purtroppo, non l’hanno fatto. E continuano a non farlo. Se volete deprimervi sul futuro dell’Europa, leggete l’intervento di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, mercoledì sul New York Times. Troverete un ripudio di ciò che sappiamo di macroeconomia, delle intuizioni che l’esperienza europea degli ultimi cinque anni avvalora. Nel mondo di Schäuble l’austerità conduce alla fiducia, la fiducia genera crescita e, nel caso in cui per il vostro Paese ciò non funzionasse, significa solo che lo state facendo nel modo sbagliato. Torniamo alle nuove idee e al loro ruolo in politica: è difficile argomentare a sfavore delle nuove idee. Negli ultimi anni, tuttavia, lungi dal fornire una soluzione, le idee economiche innovative spesso sono state parte del problema. Se avessimo continuato ad aderire alla macroeconomia dei vecchi tempi staremmo di gran lunga meglio.

Traduzione di Anna Bissanti

© 2-015, The New York Times

La Repubblica 19 aprile 2015

 

I compiti a casa e la casalinga sveva

compitacasaIn principio furono gli Hausaufgaben, gli ormai famosi “compiti a casa” sollecitati da Angela Merkel. Non ci sono però solo quelli: nella prima economia di Eurolandia il dibattito politico e giornalistico sulla Grecia e sul futuro dell’Eurozona è plasmato da frasi fatte, immagini stereotipate, espressioni retoriche o singoli termini che arrivano direttamente dal linguaggio o dal sentire quotidiano e incarnano una serie di comportamenti auspicabili oppure inaccettabili per i tedeschi stessi. Sono espressioni che, a volte, finiscono per ostacolare una discussione aperta e non ideologica e possono aiutare in parte a comprendere alcune posizioni o rigidità tanto biasimate all’estero. Ecco una breve panoramica, che non ha pretesa di esaustività.

Über seine Verhältnisse leben (vivere al di sopra delle proprie possibilità): “Il problema è che la Grecia vive da tempo al di sopra delle proprie possibilità e che non c’è più nessuno che voglia prestarle soldi senza le garanzie altrui”, ha spiegato all’inizio della scorsa settimana il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble in un’intervista alla radio Deutschlandfunk. “Non si può vivere alla lunga al di sopra delle proprie possibilità”, ha aggiunto. Il principio, che vede nei debiti qualcosa da evitare in quanto rischioso e destabilizzante, trova il suo corrispettivo svevanell’immagine della schwäbische Hausfrau, (la “casalinga sveva”), assurta a virtuosa incarnazione della gestione parsimoniosa delle proprie finanze. Un’immagine particolarmente popolare nella Cdu: “Sarebbe bastato chiedere a una casalinga sveva, ci avrebbe detto una massima di vita tanto breve quanto giusta: alla lunga non si può vivere al di sopra delle proprie possibilità. Questo è il nocciolo della crisi”, spiegava Merkel a fine 2008.

Mia madre era una vera casalinga sveva, ricorderà in seguito lo stesso Schäuble: una volta non aveva monete per il parchimetro, ha parcheggiato lo stesso e il giorno dopo è tornata per pagare.

Ben meno poetica l’immagine che riassume le conseguenze per chi non ha ascoltato i consigli della casalinga sveva: den Gürtel enger schnallen, cioè tirare la cinghia, in quanto a lungo andare non si può “vivere a spese degli altri” (auf Kosten anderer leben). Quella di aver vissuto per anni a spese degli altri è un’accusa rivolta ai greci che circola da tempo ad esempio tra i commenti dei lettori di quotidiani e siti tedeschi. ……….

Austerität è invece un termine che è entrato soltanto di rimbalzo nel dibattito politico e giornalistico tedesco. “Nella lingua tedesca la parola ‘Austerität’ neanche esiste”, spiegava nel maggio del 2013 l’allora ministro degli Esteri Guido Westerwelle, nel tentativo di confutare l’immagine di una Germania indifferente alle ragioni della crescita e legata al “dogma dell’austerità”. Nel corso degli ultimi cinque anni, chiariva un mese prima Angela Merkel, “ho imparato due parole che non avevo mai utilizzato prima”. La prima è ‘economia reale’, “la seconda è stata ‘austerità’. Fino ad allora si diceva ‘consolidamento di bilancio’ ‘amministrare in modo solido’ o ‘non fare debiti'”.

di Alessandro Alviani | 24 Febbraio 2015  Il Foglio

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/125957/rubriche/un-breviario-di-tedesco-per-capire-la-crisi-greca.htm

Gli Usa sono ripartiti davvero

locomGli Stati Uniti sono ripartiti davvero. Il Pil del terzo trimestre è stato rivisto clamorosamente al rialzo ed è ora pari al +5%, contro il +3,9% originario, mentre la fiducia dei consumatori a dicembre segna il massimo dal 2007, a 93,6 punti. Il dato è il risultato migliore da 11 anni e segue il +4,6% registrato nel periodo aprile-giugno di quest’anno: la dimostrazione di come la ripresa americana sia «reale», come l’ha definita la settimana scorsa il presidente Barack Obama nella sua ultima conferenza dell’anno.

Il contrasto con l’Europa, e soprattutto con l’Italia che arranca, stretta nella morsa del rigore, non potrebbe essere più eclatante: e Matteo Renzi coglie la palla al balzo. «I dati americani dimostrano che puntare su investimenti e crescita funziona – scrive il premier su Twitter -. Altro che austerità. Ecco perché l’Europa deve cambiare #2015 ».

Anche Wall Street mette il turbo: il Dow Jones supera quota 18.000 punti per la prima volta nella sua storia. Le Borse europee si mettono sulla scia e chiudono in rialzo, guidate da Piazza Affari (+1,46%). Ma l’euro fa le spese dell’exploit americano: il dollaro s’impenna e la moneta unica scende sotto quota 1,22, ai minimi da 28 mesi sul biglietto verde, per poi attestarsi a 1,2264 dollari.

A spingere la crescita degli Usa sono stati i consumi, aiutati dal ribasso dei prezzi petroliferi che ha dato respiro ai bilanci familiari, ma anche gli investimenti, compresa la spesa governativa per il settore della difesa, salita a livelli record. Positive anche le previsioni per il futuro: a fine 2014, il Pil americano, stando alle stime degli analisti, crescerà del 2,5%, nel 2015 la crescita è prevista al 3%. E il mercato si interroga sulle politiche future della Federal Reserve, aspettando il rialzo dei tassi nel prossimo anno: Standard & Poor’s punta addirittura sul prossimo giugno.

Per gli Stati Uniti, dunque, il 2014 è stato davvero un «anno di svolta», come affermano gli economisti della Casa Bianca. Il settore privato ha creato almeno 200mila posti di lavoro per dieci mesi consecutivi, per la prima volta dal 1990. L’occupazione totale è in aumento da 50 mesi, la serie più lunga registrata: 2,65 milioni di unità in più nei primi undici mesi di quest’anno, 231mila nuovi posti di lavoro nel solo mese di novembre, il miglior risultato dal 2011. Ma «c’è ancora molto da fare per consentire a tutti gli americani di condividere la ripresa»……

http://www.ilgiornale.it/news/economia/pil-volo-5-cos-lamerica-d-laddio-crisi-1078223.html

La nuova squadra Ue

fleuCita De Gaulle. E fa sapere di non voler essere “un dittatore”. Piuttosto, si muoverà come un “coordinatore tra coordinatori”. Ed eccoli, dunque, i nomi di coloro che affiancheranno Jean-Claude Juncker, presidente eletto della Commissione europea, snocciolati uno a uno in un delicato equilibrio di ruoli. L’esecutivo europeo che entrerà in funzione dal 1° novembre. Quella che lui, ex primo ministro lussemburghese designato in quota Ppe (centrodestra), definisce la sua “squadra vincente”, ma con una sottolineatura precisa: i commissari “non dovranno confondere gli interessi nazionali con la politica comunitaria”. Poi lo ammette: a differenza del passato, stavolta non è stato “il solo padrone delle scelte”. La dice lunga.

Di certo c’è che, in queste nomine, ha inciso il braccio di ferro tra il partito dell’austerità targato Angela Merkel e quello della flessibilità sostenuto dall’asse Roma-Parigi. I falchi del rigore contro le colombe della ragionevolezza. Alla fine, Francia e Gran Bretagna si aggiudicano le due ‘top positions’ per le politiche economiche e finanziarie, con un posto sul podio anche per la Germania che porta a casa un portafoglio di rilievo. Ma il compromesso con l’apertura accordata a Parigi c’è, ed è il ruolo del rigorista finlandese Katainen (fedelissimo della Cancelliera tedesca) che avrà pure potere di veto.

I commissari. Dopo il pressing socialista e l’insistenza, dall’Eliseo, di Francois Hollande (con l’appoggio italiano di Palazzo Chigi) e nonostante le resistenze dei Paesi del Nord, l’ex ministro francese Pierre Moscovici sarà il commissario agli Affari economici, finanziari, alla tassazione e alle dogane del prossimo esecutivo Ue (senza gli Affari monetari, di competenza della Bce). Tuttavia, il finlandese ‘rigorista’ Jyrki Katainen sarà il vicepresidente coordinatore di tutti i principali portafogli economici (Lavoro, crescita, investimenti e competitività), e l’inglese Jonathan Hill sarà il commissario alla Stabilità finanziaria, servizi finanziari e unione dei mercati dei capitali (secondo il Guardian, un colpo da maestro per David Cameron, mentre l’Ukip di Nigel Farage chiosa: “Che colpaccio, ha un inglese come boia dell’industria finanziaria britannica”). E ancora: l’olandese Frans Timmermans è il primo vicepresidente della Commissione, vale a dire il “braccio destro” di Juncker, ben più di un semplice collaboratore del presidente. Il greco Dimitris Avramopoulos, invece, sarà il primo commissario europeo per l’Immigrazione.   La danese Margrethe Vestager è il nuovo commissario europeo alla Concorrenza. La belga Marianne Thyssen è il nuovo commissario europeo al Lavoro, affari sociali e mobilità. Lo spagnolo Miguel Arias Canete sarà il commissario per l’Azione per il clima e la politica energetica (i due portafogli, sinora separati, sono stati unificati). La svedese Cecilia Malmstrom è stata indicata come prossimo Commissario europeo al Commercio. Il tedesco Guenther Oettinger sarà commissario alla Digital economy. La romena Corina Cretu sarà il prossimo commissario Ue per le Politiche regionali. L’irlandese Phil Hogan, in quota Ppe, sarà il prossimo commissario all’Agricoltura (che nel bilancio complessivo dell’Ue rappresenta un’ampia fetta). L’austriaco Johannes Hahn sarà commissario a Vicinato europeo e negoziati per l’allargamento. Il maltese Karmenu Vella è il nuovo commissario Ue all’Ambiente, pesca e affari marittimi. All’ungherese Tibor Navracsics l’Educazione, al lituano Vytenis Andriukaitis la Salute, al cipriota Christos Stylianides gli Aiuti umanitari, alla polacca Elzbieta Bienkowska il Mercato interno e l’industria, al croato Neven Mimica la Cooperazione internazionale. La ceca Vera Jourova è indicata commissaria alla Giustizia, il portoghese Carlos Moedas alla Ricerca e innovazione, lo slovacco Maros Sefcovic ai Trasporti e lo spazio …….

 

http://www.repubblica.it/esteri/2014/09/10/news/ue_juncker_presenta_la_nuova_commissione_europea-95419119/?ref=HREC1-4

Grandissima crisi

Sette anni di crisi infinita mai una depressione è stata così devastante

di Maurizio Ricci

Le parole cominciano a farsi pesanti. Di fronte alla crisi europea, il premio Nobel Joseph Stiglitz parla ormai, apertamente, non più di semplice recessione, ma di vera e propria depressione: il cupo scenario di un’economia che affonda sempre di più e non sembra capace di scuotersi. Al confronto, il «decennio perduto» del Giappone, a cavallo del secolo, appare quasi una prospettiva benigna. E ci sono confronti anche più imbarazzanti. Se quella degli anni ‘30 viene chiamata la Grande Crisi, forse bisogna cominciare a chiamare quella in corso la Grandissima Crisi: a sette anni dal suo innesco, l’economia dell’eurozona sta peggio di quanto stesse l’economia europea a sette anni dal 1929.
«Magari fossero gli anni ‘30» ha scritto Nicholas Craft, lo storico inglese dell’economia che ha messo a confronto l’Europa dopo il «venerdì nero» di Wall Street e l’Europa dopo la domenica buia del collasso Lehman. L’impatto iniziale della crisi fu più brusco, ottant’anni fa, ma la ripresa più vivace e veloce. Soprattutto, in una parte d’Europa. I paesi del blocco della sterlina (Regno Unito e paesi scandinavi, in sostanza) decisero già nel 1931 di abbandonare il collegamento con l’oro. La sterlina fu svalutata, ma i governi furono in grado di varare decisive misure di stimolo monetario e fiscale. Al contrario, i paesi dell’oro (Francia, Italia, Olanda) restarono ancorati al gold standard, sottoponendosi ad un bilancio d’austerità dopo l’altro, fino a che il circolo vizioso fra prezzi in caduta, disoccupazione crescente e tagli di bilancio sempre più grandi non li costrinse a mollare l’oro e a svalutare.
Era l’autunno del 1936: la ripresa comincia allora. Oggi, l’economia europea è ferma, ancora al di sotto ai livelli pre-crisi. Con la Germania che perde anch’essa colpi, praticamente nessuno prevede un rimbalzo nella seconda metà dell’anno. Il risultato è che, a fine 2014, guardando indietro
di sette anni, l’eurozona risulterà più lontana dalla ripresa anche dei fanatici del gold standard del secolo scorso, alla stessa fase della traiettoria post-crisi.
I giudizi di una parte crescente della comunità degli economisti sono aspri. Ad un recente convegno di premi Nobel, in Germania, Stiglitz e i suoi colleghi hanno escluso circostanze eccezionali e hanno parlato esplicitamente di «fallimento della politica», cioè della strategia di austerità imposta da Berlino. Chiamata in causa, Angela Merkel ha risposto a muso duro, ribadendo che è possibile crescere e, contemporaneamente, tagliare i bilanci. Tuttavia, l’attaccamento, in particolare della Germania, al rigido rispetto dei parametri dell’austerità sta giànproducendo risultati paradossali e le contraddizioni rischiano di esplodere. La lunga crisi, infatti, ha ridotto il Pil potenziale (cioè quello che risulterebbe con il massimo di occupazione e investimenti) ad esempio dell’Italia, perché ha intaccato, con la chiusura di impianti e l’espulsione di manodopera, la sua capacità produttiva. Potrebbe essere una curiosità da econometristi, ma il Pil potenziale è cruciale per determinare il deficit strutturale, cioè il disavanzo pubblico che ci sarebbe, anche con la congiuntura più favorevole. E il deficit strutturale è il parametro chiave delle nuove regole europee. Il risultato è perverso. Se il Pil potenziale si abbassa, si allarga il deficit strutturale, cioè il disavanzo che ci sarebbe anche con l’economia a pieno regime, visto che quel pieno regime non è poi granché. Deficit strutturale più alto significa austerità più severa, come rischia di sperimentare l’Italia nei prossimi mesi.
In altre parole, un devastante circolo vizioso in cui le regole sull’austerità impongono automaticamente sempre più austerità, mentre l’economia va in catalessi.
Finora, le speranze di rompere il circolo vizioso si sono appuntate sulla Bce, ma i margini di manovra di Mario Draghi appaiono ristretti. Il compromesso raggiunto a giugno fra falchi e colombe, nel board di Francoforte, ha dato via libera a massicce iniezioni di liquidità attraverso le banche, ma con l’intesa di aspettare fine anno, prima di decidere nuove e più
incisive misure. In una parola, prima di sparare la cartuccia del «quantitative easing», l’acquisto massiccio di titoli (in particolare di Stato) sui mercati, nel tentativo di inondare e drogare l’economia, come hanno già fatto le banche centrali negli Usa, in Gran Bretagna e in Giappone. Tuttavia, di fronte all’avanzare della crisi, anche il «quantitative easing » non appare più, ad alcuni, l’arma decisiva. «La Bce — ha detto un analista — ha perso l’attimo ». Avrebbe dovuto essere varata un anno fa, con i tassi ancora positivi e un’economia ancora immune dalla spirale psicologica della deflazione.
Se i margini della politica monetaria si sono esauriti, cosa resta? Dall’ala keynesiana degli economisti si alza, per la prima volta, in modo esplicito l’appello ad una massiccia manovra espansiva di bilancio: investimenti pubblici, rimpolpamento dei redditi. Perché, anche se, in prospettiva, le riforme di struttura sono importanti, qui ed ora quello che si impone è un massiccio rilancio della domanda, che rianimi subito una congiuntura esangue, nella più pura ortodossia keynesiana. L’appello è abbastanza convinto da aver spinto un economista autorevole come Willem Buiter (capoeconomista a Citigroup) a pubblicare un ponderoso saggio accademico, denso di equazioni, per valutare l’efficacia di quello che gli americani chiamano «helicopter money», soldi buttati dall’elicottero (in una versione più elegante, assegni che arrivano dal Tesoro a casa dei contribuenti). Funziona, assicura Buiter. Sempre.

La Repubblica 24 agosto 2014

http://rassegna-stampa.veneziepost.it/stories/italy/36422_sette_anni_di_crisi_infinita_mai_una_depressione__stata_cos_devastante/#.U_oLrCzlrIU

 

 

Anni sprecati

images8NXCIMFMSi riportano alcuni passi dell’articolo di L. Gallino “Quattro anni sprecati”, pubblicato su Repubblica il 19 agosto 2014

….. Dal 2009 ad oggi il Pil è calato di dieci punti.
QUALCOSA come 160 miliardi sottratti ogni anno all’economia. L’industria ha perso un quarto della sua capacità produttiva. La produzione di autovetture sul territorio nazionale è diminuita del 65 per cento. L’indicatore più scandaloso dello stato dell’economia, quello della disoccupazione, insieme con quelli relativi alla immensa diffusione del lavoro precario, ha raggiunto livelli mai visti. La scuola e l’università sono in condizioni vergognose. Sei milioni di italiani vivono sotto la soglia della povertà assoluta, il che significa che non sono in grado di acquistare nemmeno i beni e i servizi di base necessari per una vita dignitosa. Il rapporto debito pubblico-Pil sta viaggiando verso il 140 per cento, visto che il primo ha superato i 2100 miliardi. …..
Si possono formulare varie ipotesi circa le origini del disastro. La più nota è quella avanzata da centinaia di economisti europei e americani sin dai primi anni del decennio. È un grave errore, essi insistono, prescrivere al cavallo maggiori dosi della stessa medicina quando è evidente che ad ogni dose il cavallo peggiora. La medicina è quella che si compendia nelle politiche di austerità, richieste da Bruxelles e praticate con particolare ottusità dai governi italiani. Essa richiede che si debba tagliare anzitutto la spesa pubblica: in fondo, a che cosa servono le maestre d’asilo, i pompieri, le infermiere, i ricercatori universitari? In secondo luogo bisogna privatizzare il maggior numero possibile di beni pubblici. Il privato, dicono i medici dell’austerità, è sempre in grado di gestire qualsiasi attività con superiore efficienza: vedi, per dire, i casi Ilva, Alitalia, Telecom. Infine è necessario comprimere all’osso il costo del lavoro, rendendo licenziabile su due piedi qualunque tipo di lavoratore. I disoccupati in fila ai cancelli sono molto più disposti ad accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi condizione, se sanno che al minimo sgarro dalla disciplina aziendale saranno buttati fuori come stracci. Altro che articolo 18.
Nell’insieme la diagnosi appare convincente. Le politiche di austerità sono un distillato delle teorie economiche neoliberali, una macchina concettuale tecnicamente agguerrita quanto politicamente misera, elaborata dagli anni 80 in poi per dimostrare che la democrazia non è che una funzione dell’economia. La prima deve essere limitata onde assicurare la massima espansione della libertà di mercato (prima di Draghi, lo hanno detto senza batter ciglio Lagarde, Merkel e perfino una grande banca, J. P. Morgan). La mente e la prassi di tutto il personale che ha concorso a governare l’economia italiana negli ultimi anni è dominata sino al midollo da questa sofisticata quanto grossolana ideologia; non c’è quindi da stupirsi che essa abbia condotto il Paese al disastro. Domanda: come mai, posto che tutti i governanti europei decantano e praticano i vantaggi delle politiche dell’austerità, molti dei loro Paesi se la passano meglio dell’Italia? La risposta è semplice: perché al di sotto delle coperture ideologiche che adottano in pubblico, le iniziative che essi prendono derivano piuttosto da una analisi spregiudicata delle reali origini della crisi nella Ue. ….
Si prenda il caso Germania; non a caso, perché la Germania è al tempo stesso il maggior peccatore economico d’Europa (copyright Flassbeck), e quello cui è meglio riuscito a far apparire virtuoso se stesso e peccatori tutti gli altri. Il motivo del successo tedesco è noto: un’eccedenza dell’export sull’import che col tempo ha toccato i 200 miliardi l’anno. Poco meno di due terzi di tale somma è dovuta ad acquisti da parte di altri paese Ue. Prodigio della tecnologia tedesca? Nemmeno per sogno. Prodigio, piuttosto, della formula “vai in malora te e il tuo vicino” (copyright Lapavitsas) ferreamente applicata dalla Germania a tutti i Paesi Ue. Grazie alle “riforme” dell’Agenda 2010, dalla fine degli anni 90 i lavoratori tedeschi non hanno visto un euro in più affluire ai loro salari; il considerevole aumento complessivo della produttività verificatosi nello stesso periodo si è tradotto per intero nella riduzione dei prezzi all’esportazione. In un regime di cambi fissi come quello imposto dall’euro, questo meccanismo ha trasformato la Germania in un Paese a forte surplus delle partite correnti e tutti gli altri Paesi dell’Eurozona in Paesi deficitari. Ha voglia la Cancelliera Merkel di decantare le virtù della
“casalinga dello Schlewig-Holstein”, che spende soltanto quel che incassa e non fa mai debiti. La virtù vera dei tedeschi è consistita, comprimendo i salari interni per favorire le esportazioni, nel diventare l’altezzoso creditore d’Europa, mettendo in fila tutti gli altri Paesi come debitori spreconi. È vero che negli incontri ufficiali è giocoforza che ognuno parli la neolingua del regime neoliberale che domina la Ue. Invece negli incontri dove si decidono le cose serie bisognerebbe chiedere ai governanti tedeschi che anziché della favola della casalinga si discuta magari delle politiche del lavoro — quelle tedesche — che hanno disastrato la Ue. …..

http://www.dirittiglobali.it/2014/08/anni-sprecati/

 

L’austerità fa male

I partigiani delle politiche di austerità imputano i mali dell’Europa, e in particolare di alcuni paesi, a governi ipertrofici e inefficienti, che mantengono stati sociali insostenibili e soffocano l’economia in una ragnatela di norme e regolamentazioni impedendo innovazione e dinamismo. L’austerità, e le riforme strutturali, dovrebbero secondo questa visione consentire di liberare le forze vive del mercato e rilanciare la crescita. Così, mentre il resto del mondo contrastava la crisi con politiche monetarie e fiscali espansive, l’Europa si avvitava in una recessione amplificata da politiche fiscali procicliche (e da un’eccessiva timidezza della Bce). 

E’ chiaro che la maggior parte dei paesi dell’eurozona, tra il 2009 e il 2012, hanno avuto un impulso fiscale negativo (vale a dire hanno globalmente ridotto il deficit al netto delle componenti cicliche). I dati mostrano chiaramente che che l’austerità è negativamente correlata con la crescita del Pil. La favola dell’”austerità espansiva”, la dottrina portata avanti da economisti di successo secondo cui tagliare le spese aumenta il Pil, si è rivelata per quello che era. Una favola, appunto.

Gli effetti negativi dell’austerità hanno rilanciato il dibattito sulla dimensione dei moltiplicatori fiscali. Il moltiplicatore misura l’effetto di una variazione del deficit pubblico sul Pil. Può essere elevato se la spesa pubblica innesca, aumentando occupazione e potere d’acquisto del settore privato, spese aggiuntive da parte di quest’ultimo. Ma può essere inferiore a uno se la spesa pubblica non va ad aggiungersi a quella privata ma a sostituirla (crowding out).

A sua volta, il deficit pubblico è influenzato dal Pil: nei periodi di bassa crescita diminuiscono le entrate fiscali e aumenta la spesa sociale, aumentando il deficit. Se il moltiplicatore è elevato, un consolidamento delle finanze pubbliche avrà un effetto recessivo importante. E la recessione può avere impatto negativo sul deficit, se questo è sensibile al ciclo. L’austerità può essere recessiva e controproducente.  Prima della crisi, il Fondo monetario internazionale, la Bce e la Commissione, tradizionalmente scettici sul ruolo dell’intervento pubblico in economia, si accordavano su un valore del moltiplicatore abbastanza basso, intorno a 0,5. Una riduzione del deficit di un punto comporterebbe cioè una riduzione del Pil di mezzo punto. I piani di salvataggio per i Paesi in difficoltà si basavano su queste stime: per quanto draconiana, l’austerità avrebbe provocato al più una blanda recessione, e avrebbe rimesso in sesto le finanze pubbliche, così stimolando domanda privata e crescita. Non è andata così. Il valore del moltiplicatore dipende da fattori che i modelli di Fondo e Commissione tendono a sottostimare, come per esempio l’interazione con la politica monetaria, o gli effetti di programmi di austerità condotti in più paesi simultaneamente.(è ormai famoso il mea culpa del Fondo Monetario, nell’autunno 2012, che ha riconosciuto di aver sottostimato i valori dei moltiplicatori, e quindi l’impatto negativo dell’austerità). E così i paesi in difficoltà si sono trovati a gestire crisi del Pil oltre le peggiori aspettative.

C’è di peggio. Non solo l’austerità non porta crescita, ma fatica anche a raggiungere il proprio obiettivo principale, vale a dire il ristabilimento della sostenibilità delle finanze pubbliche.  I paesi che hanno condotto le politiche più restrittive sono quelli che hanno visto il loro debito (in rapporto al Pil) crescere di più. Ovviamente, una correlazione non significa causazione. Rimane tuttavia il fatto che il modo più efficace di garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche è una robusta crescita dell’economia. È celebre la frase di Keynes per cui è il boom, non la recessione, il momento giusto per l’austerità.

Ai partigiani dell’austerità rimane un ultimo argomento. È vero, l’austerità è recessiva; ed è vero che proprio per questo fatica a stabilizzare il debito. Essa rimane tuttavia l’unica politica possibile per liberare le forze vive del mercato e ritrovare una crescita sostenibile nel lungo periodo. Si tratterebbe insomma di soffrire oggi per avere più crescita domani. Ma anche questo sembra un argomento opinabile. …..

Francesco Saraceno

http://www.pagina99.it/news/idee/3580/L-austerita-fa-male–Lo.html

 

Un ko per i fautori dell’austerity

 Ecco alcuni passi di un articolo del premio Nobel Paul Krugman

austerityRARO che i dibattiti economici si concludano con un ko tecnico. Tuttavia, il dibattito che oppone keynesiani ai fautori dell’austerità si avvicina molto a un simile esito. quanto meno a livello ideologico. La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità. Due grandi interrogativi, tuttavia, persistono. Il primo: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell’austerity? E il secondo: cambierà la policy, adesso che le rivendicazioni fondamentali dei sostenitori dell’austerità sono diventate oggetto di battute nei programmi satirici della terza serata?

Riguardo alla prima domanda: l’affermazione dei fautori dell’austerità all’interno di cerchie influenti dovrebbe infastidire chiunque ami credere che la policy si debba basare sull’evidenza dei fatti, o essere da questi fortemente influenzata. Dopotutto i due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione intellettuale … sono state ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione. Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. …

E tuttavia, la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché?La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno “peccato” bastano a convincerli che le cose stanno diversamente.

Ma non si tratta di opporre semplicemente la logica all’emotività. L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza.

Dopotutto, cosa chiede la gente a una policy economica? Come dimostrato da un recente studio condotto dagli scienziati politici Benjamin Page, Larry Bartels e Jason Seawright, la risposta cambia a seconda degli interpellati. La ricerca mette a confronto le aspettative nutrite riguardo alla policy dagli americani medi e da quelli molto ricchi — e i risultati sono illuminanti. Mentre l’americano medio è per certi versi preoccupato dai deficit di budget (cosa che non sorprende, considerato il costante incalzare dei racconti allarmistici diffusi dalla stampa), i ricchi, con un ampio margine, considerano il deficit come il principale problema dei nostri giorni. In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza — ovvero sui “programmi assistenziali” — mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata.

Avete capito: il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare. Gli interessi dei ricchi sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente un’economia prospera è un bene per tutti. Ciò che invece è vero, è che da quando abbiamo optato per l’austerità i lavoratori vivono tempi cupi, ma i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall’incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione. L’un per cento della popolazione non auspica forse un’economia debole, ma se la passa sufficientemente bene da rimanere arroccato sui propri pregiudizi. …..
Paul Krugman
 La Repubblica, 27 aprile 2013

http://www.eddyburg.it/2013/04/lausterity-e-finita-ko.html