I paletti dell’Europa. Così è cambiata l’economia dopo Maastricht

Croce o delizia? Austerità miope o grande spinta al risanamento? L’insieme delle regole europee che dal 1992 governano i nostri conti pubblici, e che ora l’ex premier Renzi propone di cambiare, sono state viste dal nostro Paese alternativamente come anticamera del baratro o come via di salvezza. Da quel freddo 7 febbraio di venticinque anni fa, quando i dodici paesi dell’allora Comunità europea gettarono le basi della futura Unione monetaria e dell’euro in una elegante cittadina olandese chiamata Maastricht, lo Stato italiano ha cominciato a dover rispondere all’Europa di come spendeva e tassava, di quanti deficit creava, di quanto debito accumulava. Cinque anni dopo, quelle prime regole sulla finanza pubblica – deficit non oltre il 3% del Pil, debito non oltre il 60% sia pure con qualche deroga – furono ribadite dal Patto di stabilità e di crescita, seguito dall’elenco dei Paesi che, rispettando quei vincoli e altri ancora, sarebbero entrati nell’euro. In una turbolenta notte tra il 24 e il 25 marzo del ’98, Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro del governo Prodi, respinse l’ultimo colpo di coda tedesco e olandese contro il nostro ingresso nella moneta unica, e qualche giorno dopo Chirac lo rese pubblico in conferenza stampa: «Il n’y a pas d’Europe sans l’Italie». Oggi possiamo misurare gli effetti positivi che quella prima stagione di unione monetaria ha prodotto sui nostri conti pubblici.
La strada solitaria compiuta dall’Italia fino ai primi anni ’90 l’aveva portata ad accumulare un debito già allora pari a quasi tutto il Pil. Era il risultato di un galoppo delle spese non compensato da un uguale balzo delle entrate, che restavano nettamente al di sotto di quelle degli altri Paesi europei. E il bubbone scoppiò inevitabile nel ’92, con l’Italia a un passo dalla bancarotta e la maxi manovra di Amato. Il governatore Ciampi, approdato un anno dopo a Palazzo Chigi, completò il salvataggio nazionale. Allora nessuno però avrebbe scommesso una lira sul fatto che nel giro di qualche anno avremmo preso al volo il treno dell’euro, al pari delle nazioni più forti, rientrando nel 3% di deficit e cominciando ad abbassare il debito. Ma se eravamo già incamminati lungo un percorso virtuoso prima di aderire al Patto di stabilità e all’euro, quale è stato allora il contributo dell’Europa? In realtà, quelle prime regole dell’unione monetaria ci hanno obbligato a non sbandare, a restare sul sentiero intrapreso. E ci hanno anche consentito, grazie al ribasso dei tassi, di abbattere gli interessi da pagare (più che dimezzati in dieci anni), e quindi di ridurre il debito stesso, sceso di una decina di punti dal ’97 al 2007.

Tutto è cambiato però con la crisi mondiale del 2008, che in Europa ha visto il Pil scendere ovunque e il debito pubblico gonfiarsi per assorbire i salvataggi bancari e per compensare la recessione. Fu allora che le autorità europee, spaventate dal rischio di perdere il controllo dei conti pubblici, decisero di dare un giro di vite alle stesse regole di Maastricht. Il segnale della svolta fu dato nel febbraio del 2010 dai Sette Grandi, riuniti nell’isola canadese di Baffin. Lo stimolo all’economia andava interrotto. Bruxelles si preparò a irrigidire i suoi vincoli: non più margini al disavanzo fino al 3%, ma con il nuovo trattato del Fiscal Compact obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, ossia azzeramento del deficit, sia pure depurato dagli effetti della congiuntura.

L’Italia del governo Monti, di fatto commissariata da Bruxelles e da Francoforte, obbedì e inserì nel 2012 quell’obbligo in Costituzione. Era ovvio che il nostro paese non avrebbe potuto cancellare il suo disavanzo nel mezzo di una crisi che nel frattempo proseguiva. Ma venne obbligata a un faticoso percorso di avvicinamento al pareggio. Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack: con un accordo dietro l’altro, ai vincoli sul deficit si aggiunsero quelli sulle spese e sul debito. Insomma, in piena crisi ci si chiedeva di fare sacrifici, in virtù di una curiosa teoria, quella dell’ “austerità espansiva”: tagliare la spesa pubblica avrebbe convinto i mercati che il nostro Paese sarebbe stato in grado di ripagare il suo debito, i tassi sarebbero scesi, le famiglie sarebbero tornate a consumare e le imprese a investire. Tutto grazie al gioco delle aspettative.

I dieci punti di Pil persi dall’Italia sono lì a smentire clamorosamente quella teoria. Ma la beffa finale è stata che l’austerità non solo non ha migliorato i conti pubblici ma al contrario ha fatto schizzare in alto il rapporto debito-Pil. Tra il 2007 e oggi è salito dal 103 al 133%. Di questi 30 punti in più, una metà va attribuita alla crisi perché si è accumulata durante la recessione. Ma l’altra metà è legata alle politiche di austerità realizzate dopo il 2010. Che l’Italia è riuscita parzialmente a schivare negli ultimi anni grazie a deroghe di emergenza (vedi terremoto e immigrati). Ecco perché adesso si chiede di cambiare quelle politiche e di tornare a Maastricht.

MARCO RUFFOLO

La Repubblica, 12 luglio 2017

La lunga crisi economica europea e la politica che non muove un dito

eurbruxDa Bruxelles, l’Italia ha ottenuto, pare, un po’ più di fiato sul bilancio, ma interpretare la concessione come un segnale in più che l’Europa si è lasciata alle spalle l’epoca dell’austerità è sbagliato. Il bollettino appena pubblicato dalla Bce spiega che il 2016 è un anno in cui, collettivamente, i governi europei, al contrario, hanno stretto la cinghia, con un taglio pari allo 0,5 per cento del Pil dell’eurozona. Non bruscolini: sono stati complessivamente drenati 500 miliardi di euro dall’economia. Nel 2017, andrà solo un poco meno peggio: un salasso di 2-300 miliardi. Qualcosa sarà ridato, poi, nel 2018 e 2019. In buona sostanza, nei prossimi tre anni la finanza pubblica registrerà un ruolo zero nell’economia dell’eurozona.

Visto che lo sviluppo è inchiodato ad un magro 1,6-1,7 per cento l’anno e che l’inflazione, ancora nel 2019, viaggerà su ritmi simili, uno si chiede in che bolla mentale viva la classe dirigente europea. Infatti, il bollettino della Bce reclama iniziative di spesa da parte di paesi come la Germania e l’Olanda, che hanno risorse da spendere. La Commissione di Juncker ha fatto un passo in più proponendo di rovesciare la tendenza, restituendo nel 2017 quello che è stato tolto nel 2016, con uno stimolo fiscale, pari allo 0,5 per cento del Pil europeo. Ma dai governi è venuto un secco “nein”. L’Europa continuerà a guardare alla propria economia, senza muovere un dito. Anche se la posizione di finanza pubblica “neutrale” (nessuno stimolo) come piace ai tedeschi, non significa impatto zero: perché, intanto, il conto corrente con l’estero dell’eurozona continua a muoversi a livello di attivi record, segno di un economia che, anche nel settore privato, complessivamente risparmia più di quanto investa.

Niente di tutto questo è una novità. Nella lunga crisi del progetto europeo, questo scontro totale e insormontabili fra rigoristi e no, questa interminabile paralisi decisionale e strategica che blocca ogni svolta decisa in un senso o nell’altro (a prescindere dai meriti delle due opzioni) rischia di avere un peso sempre più decisivo. Forse, infatti, lo scenario di un progetto europeo preso d’assalto da torme di populisti e da una demagogia da quattro soldi non riesce più a rappresentare tutta la realtà. Dubbi, riserve, paure, insofferenze sono assai più diffuse. Nei giorni scorsi, la Deutsche Bank, ovvero la più grossa e la più internazionale delle banche tedesche, ha diffuso un rapporto sui “Fondamenti del successo tedesco”. Firmato dai due massimi responsabili del servizio studi, il rapporto ha un tono trionfalistico e una pervicace sordità alle critiche al modello tedesco (tipo quelle di Draghi o Juncker) che può innervosire. Ma conta la conclusione: la Germania continua a trarre dall’euro più vantaggi che svantaggi. Senza moneta unica svanirebbero 1 miliardo di euro di crediti con gli altri paesi e bisognerebbe scontare una rivalutazione del 20-30 per cento di una nuova moneta nazionale. Però “l’assenza di aggiustamenti o sviluppi politici in altri paesi che mettessero in discussione le basi dell’intero progetto” potrebbero portare “ad un riesame a medio termine”.

Raramente era stato detto in modo così chiaro. C’è anche chi è più netto. Un sondaggio dell’Ifo poneva la domanda (probabilmente non casuale) “l’Italia resterà nell’euro?” a cento economisti tedeschi, non politici usciti dal nulla, ma professori universitari. La maggioranza è contraria ad una uscita dell’Italia dalla moneta unica, una ancora più grande ne teme gli effetti negativi e, comunque, la ritiene improbabile. Quello che colpisce, però, sono i numeri. Il 26 per cento di questi professori ritiene l’uscita dell’Italia un evento probabile e il 30 per cento lo considera auspicabile. Per l’interesse dell’Italia, peraltro: più del 60 per cento pensa che il nostro paese ci guadagnerebbe a giocare in un campionato più adatto alle sue potenzialità.
Maurizio Ricci

La Repubblica, 24 dicembre 2016

La Vallonia non firma il Ceta e disintegra l’Europa: la colpa è tedesca

cetakAlla fine, gli storici diranno forse che la colpa è di Schaeuble. Per ora si può dire che la costruzione europea si sta sfarinando davanti ai nostri occhi, mese dopo mese. Non per le leggi dell’economia, come da sempre pensano tanti americani, ma per esaurimento interno. L’ultimo campanello d’allarme è il rifiuto di una regione del Belgio, la Wallonia, a firmare il Ceta, l’accordo di commercio euro-canadese. E’ passato, infatti, il principio che il trattato debba essere approvato da tutti gli attori politici europei, ciò che, in base alla costituzione belga, significa il voto di sette diverse entità e regioni. Non bastano, insomma, i 28 sì dei 28 governi, ma ce ne vogliono una quarantina. E la Wallonia ha puntato i piedi.

Ai molti avversari di accordi che vanno a toccare assai più regolamenti e norme che tariffe, e, dunque, mettono sul tavolo le tutele igieniche e sanitarie a cui l’Europa ci ha abituato, la resistenza di Mons, Namur, Liegi è benvenuta. E’ una ulteriore prova che l’assai più pervasivo Ttip, l’accordo commerciale con un partner più scomodo e potente dei canadesi, gli Usa, probabilmente non arriverà mai alla fine di un tunnel del genere. Ma, comunque, vada a finire, nei prossimi giorni, la vicenda del trattato euro-canadese, deve essere chiaro che c’è un prezzo da pagare e che, in parte, è stato già pagato: la capacità della Ue di fare politica.

Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo,osserva che, se fallisce il Ceta, la Ue non sarà più in grado di firmare un accordo commerciale. Primo fra tutti, quello che sancirà la Brexit: stenderlo sarà difficile, farlo approvare da tutti un incubo. Ma non c’è solo il commercio. E’ assai difficile pensare che una nuova politica dell’energia o le sanzioni alla Russia possano passare con 40 sì. La Ue rischia la paralisi. O, più esattamente, l’impotenza. Se non addirittura l’irrilevanza, come sta avvenendo per la politica dell’immigrazione, dove le proposte di Bruxelles per la condivisione e la solidarietà sono cadute nel vuoto, quando non ridicolizzate.

Aspettiamoci lo stesso per i richiami ad Austria e Germania a sbaraccare i controlli, formalmente temporanei, alle frontiere che svuotano Schengen. E, per quanto siano fondati e ragionevoli gli appelli di Renzi a superare l’austerità, che questo avvenga chiudendo un occhio su bilanci fuori linea o rinunciando alle multe, come già avvenuto con Spagna e Portogallo, invece che con un ripensamento  esplicito della strategia economica della Ue è un ulteriore indebolimento della leadership comunitaria.

Abbastanza paradossalmente, a lagnarsene oggi e, ancor più in futuro, sono e saranno quelli che hanno reso possibile lo svuotamento dei poteri della Commissione, invocando – ancor prima che ci pensassero gli inglesi – poteri e prerogative sempre maggiori a favore dei Parlamenti nazionali, ritenuti i veri depositari della democrazia europea, a scapito degli organismi comunitari. In prima fila, il Bundestag e la magistratura tedesca, gelosi custodi della supremazia della legislazione nazionale. Ma, sull’onda del populismo euroscettico, molti governi trovano oggi conveniente sparare su Bruxelles.

Ed è qui che viene in ballo Schaeuble. La frattura fra Ue e opinione pubblica è avvenuta anzitutto sul testardo tentativo di imporre all’intera Europa una dottrina economica, quella dell’austerità, a cui, peraltro, assai pochi economisti (e nessuno fuori dalla Germania) credono. E’ allora che l’Europa è apparsa a molti matrigna e nemica e anche assai difficilmente difendibile. Lo scontro sui migranti avrebbe potuto essere diverso in una situazione economica diversa. La frattura decisiva, in Europa, è avvenuta prima, di fronte all’accanimento quasi sadico con cui Berlino ha amministrato il dossier Grecia, decretando il collasso economico del paese e prolungandolo ancora, in nome degli equilibri politici interni alla Germania, in vista delle prossime elezioni.

Maurizio Ricci

 

La Repubblica 23 ottobre 2016

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2016/10/22/news/ceta_eurobarometro-150299617/?ref=HRLV-4

Cos’è il CETA

L’accordo economico e commerciale globale (CETA) è un trattato tra l’UE e il Canada negoziato di recente. Una volta applicato, offrirà alle imprese europee nuove e migliori opportunità commerciali in Canada e sosterrà la creazione di posti di lavoro in Europa.

Eliminerà i dazi doganali, porrà fine alle restrizioni nell’accesso agli appalti pubblici, aprirà il mercato dei servizi, offrirà condizioni prevedibili agli investitori e, cosa non meno importante, contribuirà a prevenire le copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali dell’UE.

http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/index_it.htm

http://europa.eu/!FN83jX

Cos’è la Vallonia

Dal 1993 è uno Stato federale, nel quale trovano riconoscimento le regioni autonome di Fiandra, Vallonia e Bruxelles e le tre comunità linguistiche francese, nederlandese e tedesca. La comunità tedesca è unita amministrativamente alla Vallonia.

http://www.treccani.it/enciclopedia/belgio/

 

 

Quello che l’Europa non ha capito

 

 

aggL’AMERICA deve ancora conseguire una piena ripresa dagli effetti della crisi del 2008. Tuttavia, abbiamo recuperato buona parte del terreno perduto, anche se non tutto. Altrettanto non si può affermare, invece, della zona euro, nella quale il Pil reale pro capite è ancora oggi inferiore a quello del 2007, ed è inferiore del 10 per cento rispetto a dove si supponeva dovesse trovarsi. Una prestazione peggiore di quella che l’Europa ebbe negli anni Trenta. Perché l’Europa si è comportata così? Ho ascoltato discorsi e letto articoli nei quali si ipotizza che il problema stia nell’inadeguatezza dei nostri modelli economici — nel fatto che dovremmo riformulare la teoria macroeconomica che durante la crisi non è riuscita a offrire una guida politica. Ma è proprio così? No. È vero: pochi economisti avevano annunciato la crisi. Tuttavia, il piccolo segreto dell’economia è che da allora i modelli di base spiegati nei libri di testo hanno funzionato bene. Il guaio è che i dirigenti politici europei hanno deciso di respingere quei modelli di base a favore di approcci alternativi più innovativi, più entusiasmanti e del tutto errati.

Sto rianalizzando i dibattiti di politica economica e ciò che mi colpisce in modo evidente dal 2010 in poi è la divergenza di pensiero tra Stati Uniti ed Europa.

In America, la Casa Bianca e la Federal Reserve sono rimaste fedeli all’economia keynesiana tradizionale. L’Amministrazione Obama ha sprecato tempo e fatica per perseguire una “grande intesa” sul bilancio, pur continuando però a credere nella tesi sostenuta nei libri di testo, ossia che in un’economia depressa la spesa in deficit di fatto è una cosa positiva. La Fed ha ignorato gli ammonimenti secondo i quali stava “svalutando il dollaro”, ed è rimasta aderente all’opinione secondo la quale le politiche di basso tasso di interesse non avrebbero provocato inflazione, almeno fino a quando la disoccupazione fosse rimasta alta.

In Europa, al contrario, la leadership politica si è dimostrata disposta, quasi con impazienza, a gettare i libri di economia dalla finestra per prediligere nuovi criteri. La Commissione Europea, a Bruxelles, ha accolto con entusiasmo le presunte prove sull’utilità della “austerità espansiva”, respingendo le argomentazioni tradizionali a favore della spesa pubblica in deficit, e ha preferito sposare la tesi secondo cui tagliare le spese in un’economica depressa porterebbe alla creazione di posti di lavoro perché alimenterebbe la fiducia. La Bce ha preso a cuore i moniti sul rischio di inflazione e nel 2011 ha alzato i tassi di interesse, anche se la disoccupazione era alta. Ma mentre i politici europei possono aver immaginato di dare prova di apertura nei confronti di nuove idee economiche, gli economisti ai quali hanno dato retta dicevano loro proprio ciò che volevano sentirsi dire. Cercavano giustificazioni per le rigide politiche che erano decisi a imporre alle nazioni debitrici; e così hanno trattato come celebrità economisti quali Alberto Alesina, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff che parevano offrire proprio quella giustificazione. Invece, come si è scoperto, quella ricerca nuova ed entusiasmante presentava grosse pecche.

E così, mentre le nuove idee si sono rivelate un fallimento, la teoria economica dei vecchi tempi si è dimostrata più forte. Furono derise le previsioni di economisti keynesiani, me incluso, secondo i quali i tassi di interesse sarebbero rimasti bassi nonostante i deficit di bilancio, l’inflazione sarebbe stata frenata nonostante gli acquisti di bond da parte della Fed e i tagli alla spesa pubblica — lungi dall’innescare espansione alimentata da fiducia — avrebbero provocato un’ulteriore crollo della spesa dei privati. Queste previsioni, al contrario, si sono avverate. È un errore sostenere, come fanno molti, che quella politica è fallita perché la teoria economica non ha fornito le linee guida di cui avevano bisogno i policy maker . In realtà, la teoria ha costituito una guida eccellente, se solo i policy maker fossero stati disposti ad ascoltare. Purtroppo, non l’hanno fatto. E continuano a non farlo. Se volete deprimervi sul futuro dell’Europa, leggete l’intervento di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, mercoledì sul New York Times. Troverete un ripudio di ciò che sappiamo di macroeconomia, delle intuizioni che l’esperienza europea degli ultimi cinque anni avvalora. Nel mondo di Schäuble l’austerità conduce alla fiducia, la fiducia genera crescita e, nel caso in cui per il vostro Paese ciò non funzionasse, significa solo che lo state facendo nel modo sbagliato. Torniamo alle nuove idee e al loro ruolo in politica: è difficile argomentare a sfavore delle nuove idee. Negli ultimi anni, tuttavia, lungi dal fornire una soluzione, le idee economiche innovative spesso sono state parte del problema. Se avessimo continuato ad aderire alla macroeconomia dei vecchi tempi staremmo di gran lunga meglio.

Traduzione di Anna Bissanti

© 2-015, The New York Times

La Repubblica 19 aprile 2015

 

Gli Usa sono ripartiti davvero

locomGli Stati Uniti sono ripartiti davvero. Il Pil del terzo trimestre è stato rivisto clamorosamente al rialzo ed è ora pari al +5%, contro il +3,9% originario, mentre la fiducia dei consumatori a dicembre segna il massimo dal 2007, a 93,6 punti. Il dato è il risultato migliore da 11 anni e segue il +4,6% registrato nel periodo aprile-giugno di quest’anno: la dimostrazione di come la ripresa americana sia «reale», come l’ha definita la settimana scorsa il presidente Barack Obama nella sua ultima conferenza dell’anno.

Il contrasto con l’Europa, e soprattutto con l’Italia che arranca, stretta nella morsa del rigore, non potrebbe essere più eclatante: e Matteo Renzi coglie la palla al balzo. «I dati americani dimostrano che puntare su investimenti e crescita funziona – scrive il premier su Twitter -. Altro che austerità. Ecco perché l’Europa deve cambiare #2015 ».

Anche Wall Street mette il turbo: il Dow Jones supera quota 18.000 punti per la prima volta nella sua storia. Le Borse europee si mettono sulla scia e chiudono in rialzo, guidate da Piazza Affari (+1,46%). Ma l’euro fa le spese dell’exploit americano: il dollaro s’impenna e la moneta unica scende sotto quota 1,22, ai minimi da 28 mesi sul biglietto verde, per poi attestarsi a 1,2264 dollari.

A spingere la crescita degli Usa sono stati i consumi, aiutati dal ribasso dei prezzi petroliferi che ha dato respiro ai bilanci familiari, ma anche gli investimenti, compresa la spesa governativa per il settore della difesa, salita a livelli record. Positive anche le previsioni per il futuro: a fine 2014, il Pil americano, stando alle stime degli analisti, crescerà del 2,5%, nel 2015 la crescita è prevista al 3%. E il mercato si interroga sulle politiche future della Federal Reserve, aspettando il rialzo dei tassi nel prossimo anno: Standard & Poor’s punta addirittura sul prossimo giugno.

Per gli Stati Uniti, dunque, il 2014 è stato davvero un «anno di svolta», come affermano gli economisti della Casa Bianca. Il settore privato ha creato almeno 200mila posti di lavoro per dieci mesi consecutivi, per la prima volta dal 1990. L’occupazione totale è in aumento da 50 mesi, la serie più lunga registrata: 2,65 milioni di unità in più nei primi undici mesi di quest’anno, 231mila nuovi posti di lavoro nel solo mese di novembre, il miglior risultato dal 2011. Ma «c’è ancora molto da fare per consentire a tutti gli americani di condividere la ripresa»……

http://www.ilgiornale.it/news/economia/pil-volo-5-cos-lamerica-d-laddio-crisi-1078223.html

I costi dell’Europa non politica

images[7]Fiscal compact, six paks, two paks, semestre europeo: queste espressioni disegnano i contorni della politica europea Con quei vincoli auto-imposti dai governi di ieri, e subiti da quelli di oggi. Questo statodi fatto e di diritto pone due interrogativi: uno politico, l’altro economico. II primo attiene alla strana democrazia che caratterizza i Paesi dell’Eurozona, i cui cittadini conservano il diritto di cambiare governo, ma non quello di cambiare politica. In altri termini, una democrazia di forma, ma non di sostanza. Nasce da qui la questione economica. Se la politica attuata secondo i termini del Trattato avesse avuto esiti felici per l’occupazione e il tenore di vita, sarebbe razionale continuare sulla stessa strada; ma se al contrario portasse l’economia europea sull’orlo dell’abisso, sarebbe almeno il caso di interrogarsi sulla sua fondatezza. Certo, si potrebbe obiettare che questa politica non è finalizzata al benessere delle popolazioni, bensì alla riduzione del debito. Ma persino in rapporto a quest’obiettivo i risultati sono fallimentari. Non solo l’inflazione resta al di sotto dell’obiettivo indicato dalla Banca centrale europea, ma la deflazione che già colpisce alcuni Paesi sta minacciando l’Eurozona nel suo complesso. I governi che comprendono l’aritmetica ( il rapporto tra debito pubblico, crescita e inflazione) si sono «timidamente» azzardati a chiedere che questo circolo vizioso sia interrotto; ma sono stati subito richiamati all’ordine. Come si spiega quest’ostinazione delle istituzioni europee? Siamo quasi alla metafisica: «I vostri sforzi non sono ancora sufficienti per raccoglierne i benefici: perseverate, e sarete ricompensati». Ma le promesse di un futuro radioso hanno fatto cilecca. Non esiste alcuna teoria, né alcune prova empirica a indicare che dall’austerità possa emergere un mondo migliore. L’Europa è ammalata della dottrina da lei stessa iscritta nei suoi Trattati, in nome della quale va perseguendo a qualunque costo — sia economico che sociale — il Graal dell’equilibrio di bilancio.

 Eppure una politica del genere non ha alcuna prospettiva di successo. E ciò per i motivi che ho esposto nel Teorema del lampione ( Einaudi ). Ai governi non rimane più alcun margine di manovra, tranne che per l’attuazione di riforme strutturali, il cui risultato «involontario» potrebbe essere la deflazione. Privati degli strumenti del potere — la politica monetaria, di bilancio, di cambio e la politica industriale — non hanno oramai altra risorsa che quella di portare avanti una politica di competitività a breve termine, il cui strumento privilegiato è la cormpressione dei costi salariali. Per raggiungere quest’obiettivo possono disporre di alcune leve: sovvenzioni alle imprese sotto forma di riduzione degli oneri sociali, liberalizzazione del mercato del lavoro ( o meglio, se vogliamo dir pane al pane, minori tutele per i lavoratori ) e tagli alla spesa sociale della nazione. Ma se un Paese guadagna in competitività, vuol dire che altri l’hanno persa. Eppure esiste un’altra strategia, assai meno rischiosa, dato che non può in nessun caso portare alla deflazione; un modo più cooperativo per comprimere il costo unitario del lavoro e migliorare cosi i livelli di cornpetitività, non attraverso la riduzione dei salari, ma accrescendo la produttività del lavoro. Il suo strumento privilegiato: gli investimenti, sia privati che pubblici; i quali ultimi portano infatti a migliorare l’efficienza del settore privato ( basti pensare alle reti dei trasporti e delle comunicazioni ). Ma questa strategia è preclusa alla maggior parte dei Paesi dell’Eurozona dai vincoli di bilancio. L’aspetto più sconvolgente di queste politiche europee, irragionevoli sul piano economico, è la loro durezza sul quello sociale. Le tutele vengono ridotte nel momento stesso in cui la società ha più bisogno di essere protetta. fl modello sociale europeo, concepito in un periodo di piena occupazione viene progressivamente smantellato nel momento del maggior bisogno. In altri termini: quando c’è lavoro per tutti si promettono alte indennità ai disoccupati, per poi ridurle, col pretesto di una buona gestione finanziaria, via via che la disoccupazione aumenta.

Meglio sarebbe, per uscire dal binario morto su cui ci troviamo, riconoscere che l’architettura europea è fragile in ragione dei suoi vizi di costruzione, e tentare di porvi rimedio. Il principale di questi vizi sta nell’aver concepito l’Unione politica e monetaria come uno spazio ove i debiti nazionali sono sovrani, mentre la moneta non ha sovrano. Non si tratta di una formula. Gli stati membri dell’Eurozona emettono prestiti in una valuta sulla quale non hanno alcun controllo. In questo modo si lascia libero corso agli umori e alle profezie autorealizzatrici dei mercati. Se questi ultimi diffidano — anche se a torto — di un dato Paese, i capitali si affretteranno a lasciarlo, creando al suo interno una crisi di liquidità (diminuzione della sua massa monetaria ). La quale però non suscita alcun meccanismo di correzione ( una svalutazione ) e si trasforma di conseguenza in una crisi di solvibilità. A quel punto, lo Stato potrà ottenere prestiti solo a tassi notevolmente più alti, dato che non può costringere la propria banca centrale e sottoscrivere i suoi titoli. Ma c’è di peggio: questa minaccia sulla solvibilità di uno Stato mette in pericolo il suo si-sterna bancario, se i titoli pubblici che detiene si svalutano e i depositi bancari diminuiscono per effetto della riduzione della massa monetaria. E si vieta alla Banca centrale europea, pure consapevole di questo problema, di porvi rimedio. Le soluzioni sono facili da enunciare, ma politicamente difficili da attuare. La più logica sarebbe quella di chiudere lo spazio speculativo nel quale i mercati si stanno ingolfando; o in altri termini, creare nell’Eurozona un titolo di debito unico, e al tempo stesso assegnare un sovrano alla moneta. Fu indubbiamente la creazione della moneta unica a porre fine alla speculazione sui mercati di cambio, e quindi allo spread dei tassi d’interesse. Ma piuttosto che rischiare una maggior integrazione, i Paesi dell’Eurozona hanno preferito l’austerità di bilancio.

Quella che ho raccontato è una storia triste. La storia di un deficit di democrazia crescente, della distruzione di un capitale umano e sociale, di un deprezzamento del futuro. Eppure l’Europa è ricca, per le sue risorse, la sua qualità di vita, il suo capitale di conoscenze, la competenza delle sue donne e dei suoi uomini. Una politica diversa avrebbe potuto rivelare queste ricchezze. Per quanto tempo pagheremo ancora i costi economici e sociali dell’assenza di un’Europa politica?

Repubblica 24 novembre 2014 

I costi dell’Europa non politica

di Jean Paul Fitoussi
Quasi tutti conoscono la storia del tizio che cercava le chiavi sotto un lampione non perché le avesse perse lì, ma perché quello era l’unico punto illuminato della strada….
Il teorema del lampione

Le promesse del G20

g22220No, Barack Obama non ha piegato le resistenze di Angela Merkel, il G20 non segna l’inizio di un ripensamento dell’euroausterity. Al massimo ha fornito legittimità a Mario Draghi per accelerare e amplificare gli acquisti di bond sul modello seguito in America. Nel comunicato finale del vertice di Brisbane c’è infatti un richiamo a politiche monetarie che contrastino le pressioni deflazionistiche». Il summit in Australia ha anche riservato un’amara sorpresa al nuovo presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Nel testo approvato dai leader c’è una chiara condanna del tipo di esenzioni fiscali occulte offerte alle multinazionali dal Lussemburgo, proprio quando Juncker ne era premier e ministro delle Finanze. Quel passaggio rilancia le polemiche sulla credibilità di Juncker appena giunto alla guida della Commissione di Bruxelles.

Mentre l’invasione russa dell’Ucraina crea nuovi ostacoli alla crescita europea e il premier britannico David Cameron paventa i «costi enormi di un nuovo conflitto glaciale sull’Europa intera..

Il comunicato del G20 annuncia uno sforzo congiunto per accelerare la crescita, i Paesi che rappresentano insieme l’85%del Pil mondiale s’impegnano a realizzare un sovrappiù di sviluppo pari al 2,1%, aggiuntivo rispetto alla tendenza attuale, di qui al 2018. Gli strumenti? Investimenti in infrastrutture, riforme strutturali per la concorrenza e nuove misure per la liberalizzazione degli scambi. «Aumenteremo il Pil mondiale di oltre 2.000 miliardi di dollari, creando milioni di nuovi posti di lavoro», promette l’accordo. Ma gli investimenti infrastrutturali non saranno necessariamente pubblici. Possono essere attivati con capitali privati, attivati grazie alle banche di sviluppo e alle organizzazioni internazionali. C’è posto dunque per il cosiddetto piano Juncker di 300 miliardi d’investimenti europei. Non significa che i Paesi membri abbiano deciso di sforare i vincoli di bilancio, come 3% di deficit/Pil. Non significa neppure che Berlino abbia deciso di rilanciare la domanda interna con fondi pubblici per le grandi opere. II nome di Juncker aleggia implicitamente nel documento finale dove si parla della «ottimizzazione fiscale delle multinazionali». E’ un eufemismo per descrivere la massiccia elusione d’imposte attraverso accordi sottobanco negoziati coi governi dei paradisi bancari e fiscali come il Lussemburgo. Lo scandalo Lux-leaks, che espone le responsabilità di Junker, ha spinto il G20 a promuovere «la trasparenza contro queste pratiche nefaste». Viene adottata una proposta dell’Ocse, che renderebbe quasi impossibili i comportamenti come quelli del Lussemburgo, costringendo i governi a divulgare alla luce del sole le con dizioni di favore pattuite con le multinazionali. Il G20 promette contro l’elusione risultati concreti e definitivi a breve termine, addirittura nel 2015  …..

 

Federico Rampini

Obama non piega la Merkel – Dai Grandi solo promesse

Repubblica 17 novembre 2014