Quanto ci costa il debito (e perché ci rende meno credibili)

I dati usciti nelle ultime settimane, che hanno rimarcato una crescita inaspettata del nostro Pil, vanno accolti con ottimismo e devono essere utilizzati per alimentare quella fiducia la cui scarsità è la reale malattia che frena non solo i consumi, ma anche la voglia più profonda di investire e di rischiare. Ma nello stesso tempo vanno inquadrati secondo una giusta prospettiva che non ci faccia dimenticare quali (e quante) riforme vadano attivate per sostenere lo sviluppo e quali fattori di rischio caratterizzano il nostro Paese.
Il costo del debito pesa come un macigno e di fatto consuma ben più di quel Pil che faticosamente stiamo facendo crescere: proprio su queste pagine , ho analizzato come il debito pubblico sia il vero mostro addormentato dell’Italia che, in presenza di segnali di risveglio guidati da una possibile e futura crescita dei tassi, possa affossare qualsiasi velleità di affermazione e di guida condivisa della nuova Europa con Francia e Germania. Il tema del debito è peraltro inserito in un contesto più ampio che attraversa i nodi della spending review (selettiva e voce per voce, come ricordato dal governatore Visco) e della riforma fiscale (con o senza flat tax), come analizzati nelle ultime settimane da L’Economia del Corriere.
Le due facce 
Il tema del debito ha due facce, collegate fra loro ed estremamente critiche: quella della sostenibilità e quella del segnale dato al mercato. La prima osserva come l’ammontare del debito trascini una continua esigenza di rinnovo (alla scadenza il debito viene finanziato con altro debito) e generi una spesa da interessi che distrugge risorse utilizzabili per altri fini o addirittura richieda l’emissione di nuovo debito per il pagamento. 
La seconda vede l’importo del debito rispetto al Pil e la sua capacità di riduzione come elementi in grado di segnalare la qualità e l’affidabilità del Paese, sia in una prospettiva politica di rispetto delle regole di appartenenza all’Unione Europea, sia nella prospettiva degli investitori.
A questi temi si aggiunge il fatto che lo stesso costo del debito diventa più in generale il fattore su cui si scaricano i giudizi e le tensioni speculative sull’affidabilità e sulla tenuta del Paese. Una maggiore cultura del confronto con gli altri Stati membri dell’Unione Europea, a livello di opinione pubblica e non solo, sarebbe auspicabile per mettere a fuoco la portata reale dei problemi che attraversano l’Italia e per stimolare un reale percorso virtuoso di miglioramento.
Come si posiziona allora l’Italia in termini di costo nel confronto con i principali Paesi europei? La prospettiva non è lusinghiera, sia in termini statici che dinamici. Dati alla mano del 2016, siamo il Paese europeo che spende la cifra più elevata in assoluto per interessi: circa 66,5 miliardi di euro, che ci mettono al primo posto di questa classifica. Vicino troviamo solo il Regno Unito (58,3 miliardi di euro), mentre Germania e Francia spendono rispettivamente 43,3 e 41,9 miliardi di euro.
Questo significa che non solo l’Italia deve produrre un avanzo di bilancio di almeno 66,5 miliardi per non ricorrere a debito ulteriore per pagare interessi ma, usando un’altra lettura, che Germania e Francia hanno oltre 20 miliardi di euro in più rispetto a noi da spendere in altro modo.
Il peso di questi interessi in rapporto al Pil vede sempre l’Italia perdente nel 2016 con un valore del 3,98%, ben lontano dall’1,4% e 1,9% di Germania e Francia. Solo il Portogallo con il 4,2% ha un valore superiore al nostro mentre Grecia, Slovenia e Ungheria hanno valori paragonabili a quelli italiani e la media europea a 28 paesi oppure a 19 dell’area euro di assestano rispettivamente al 2,1% e al 2,2%. Estonia (0,1%), Lussemburgo (0,3%), Svezia (0,4%), Bulgaria (0,8%) e Repubblica Ceca (0,9%) sono invece i Paesi più virtuosi, con un percentuale inferiore all’1%.
Se analizziamo secondo una prospettiva storica, l’Italia ha vissuto sicuramente tempi peggiori: i 115,5 miliardi di spesa per interessi del 1996 (l’11,08% del Pil) suonano come un ricordo agghiacciante, così come il picco assoluto del 12,66% del Pil registrato nel 1993. Negli anni successivi al 1996, i vari governi che si sono succeduti hanno sicuramente seguito non solo una politica di riduzione del debito (in particolare il governo dell’Ulivo 1996-2001, quello di Berlusconi del 2001-2006 e quello ancora di Prodi del 2006-2008) ma anche un progressivo allungamento delle scadenze, che ha colto la discesa dei tassi grazie alla manovra sapiente del Tesoro.
Ma l’ultima fase del terzo governo Berlusconi (2008-2010), che ha avuto la responsabilità di una nuova forte salita del debito e che ha pagato un gap di credibilità a livello internazionale, ha dimostrato quanto pesante possa essere l’effetto sulla spesa per interessi: dai 66,7 miliardi del 2004 (che segnano il punto di minimo della spesa per interessi dal 1990) agli 83,5 miliardi nel 2012.
La parola spread così citata in quel momento critico e mai da dimenticare, si materializza molto chiaramente in una maggiore spesa per interessi.
Oggi, il livello più contenuto di spesa per interessi, per effetto dello straordinario basso livello dei tassi, non può farci dimenticare quanto possa essere salato il conto se venisse di nuovo meno la credibilità dell’Italia.
Strumenti 
La credibilità politica e l’autorevolezza nei confronti del mercato internazionale sono quindi fattori chiave per la difesa della nostra spesa per interessi.
Ma più forte – e irreversibile —deve essere il processo di riduzione della vera causa della spesa per interessi, ossia l’ammontare del debito. Il governo che nascerà dalle prossime elezioni dovrà impegnarsi su questo fronte per scegliere quale possa essere il mix più adeguato di strumenti per incidervi, guardando peraltro sempre alla tenuta sociale e alle spinte di natura depressiva.
Il terreno di gioco presenta una serie di strumenti noti: la cessione di patrimonio dello Stato, prevalentemente di natura immobiliare, attraverso la quotazione di un veicolo societario costruito ad hoc; un’azione decisa, ma voce per voce, della spesa pubblica; l’attacco al tema dell’evasione dell’Iva; la ristrutturazione del debito stesso, attraverso un’adesione volontaria dei contribuenti all’incasso di un minore importo di capitale a scadenza a fronte di benefici futuri, certi e contrattualmente fissati, in termini di minori imposte. Quest’ultima strada, che si basa su una logica di scambio equa – ossia minore capitale incassato e quindi riduzione del debito, in cambio di minori imposte per un certo periodo di tempo – darebbe un segnale molto forte sulla nostra capacità interna di ristrutturazione del debito. E ci darebbe tutto il tempo di riformare nel modo corretto il sistema fiscale ed agire con quelle (tante) riforme che renderebbero il Paese finalmente diverso. Cioè comparabile con gli altri.

STEFANO CASELLI

l’Economia, 2 ottobre 2017

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=59d21811bdd5c

Il debito non fa più paura

 

 

debt pblLe condizioni economiche e il Quantitative easing della Banca centrale europea ci offrono per quasi due anni uno scenario favorevole per riforme strutturali che innalzino il tasso di crescita e che quindi possono ridurre lo stock di debito. Non vale più la relazione alto debito, alta crescita: la nuova politica economica può essere sintetizzata nello schema: 2/2/2. Vale a dire, 2 per cento di crescita, 2 per cento di inflazione e 2 per cento di disavanzo complessivo. Di questi temi si è discusso ieri a Roma durante un seminario organizzato da Crusoe e dall’associazione Crusoe e dal centro di ricerca economica Cerm sul risanamento della finanza pubblica in Italia alla presenza del ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, e del giudice costituzionale Giuliano Amato, presente anche il commissario governativo alla revisione della spesa Yoram Gutgeld.
La riduzione del debito pubblico resta la priorità essenziale per il nostro paese. I governi italiani da circa venticinque anni hanno effettuato sforzi notevoli per ridurre il debito e il disavanzo pubblico ed effettuato manovre di aggiustamento molto serie e impegnative; ma al di là di miglioramenti anche significativi – ma non sempre duraturi – il problema è ancora lì. Si sono raggiunti infatti indubbi progressi e si sono messe in campo misure importanti, ma anche a causa della crisi finanziaria del 2009 e del 2011, il debito negli ultimi anni è ripreso a salire e ha superato il 130 per cento del pil.

I dati essenziali sono chiari: al dicembre 2014, il debito pubblico delle amministrazioni pubbliche era pari a 2.135 miliardi di euro, quindi circa 36.000 euro per italiano. Di questi 2.135, 2.047 miliardi sono il debito delle amministrazioni Centrali (95,9 per cento) mentre 140 appartiene a quelle locali (4,1 per cento). Il debito lordo (senza detrarre le attività finanziare) è per il 64,4 per cento detenuto da italiani, mentre il 35,6 è detenuto all’estero (era 51,4 per cento nel 2006). La duration è aumentata in tempi recenti arrivando a 5,7 anni.

La storia e la teoria economica non ci forniscono un criterio assoluto per decidere quando un debito pubblico è troppo alto. La regola economica essenziale dimostra che la capacità di ripagare il debito dipende, non tanto dal valore del rapporto debito/pil ma dall’evoluzione di questo rapporto, anche a valori relativamente elevati. Infatti, data la differenza tra tasso di interesse reale e tasso di crescita reale del pil, ad essere cruciale è l’avanzo primario (la differenza tra entrate tributarie e spesa pubblica al netto del pagamento degli interessi) e ovviamente il tasso di crescita reale dell’economia. La mancanza di una regola e di un limite preciso non impediscono però che, di fatto, esista una regola di buon senso: la sensazione cioè che, al di là di un certo valore relativamente elevato, ci si trovi in una situazione difficile e che qualcosa potrebbe accadere… ma non è possibile sapere cosa e quando…

Naturalmente, molto importanti sono la dimensione del debito, la sua crescita nel tempo, la dimensione dell’avanzo primario. In Italia adesso il rapporto debito/pil è elevato sia rispetto alla sua storia, sia rispetto ai confronti internazionali. La storia presenta casi molto diversi: nel Regno Unito è stato superiore al 100 e anche al 200 per cento in alcune fasi storiche. In Francia nel 1922, il rapporto raggiunse il 180 per cento e restò sopra il 100 per cento fino al 1930. Negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, rimase sopra al 100 per cento fino al 1950. L’Italia ha raggiunto valori come quelli attuali tra il 1870 e il 1880, tra il 1925 e il 1936, e alla fine della Seconda guerra mondiale. Nel primo caso fu l’inflazione, durante il fascismo due consolidamenti forzosi, e tra il 1947 e il 1952 furono ancora l’inflazione e la crescita forte del pil nominale a far ridurre drasticamente il valore reale del debito. L’Argentina e altri paesi sono andati in default con valori inferiori a 100 per cento, mentre non si parla negli stessi termini del debito pubblico lordo del Giappone, pur con rapporto rispetto al pil del 250 per cento circa.

La storia e la teoria dimostrano che vi sono 4 metodi per ridurre il debito pubblico: a) l’inflazione b) un default; c) un’imposta straordinaria/patrimoniale; infine, d) il perseguimento di avanzi primari consistenti per molti anni, ovvero il rimborso.

La monetizzazione del debito e il default ci sono ovviamente preclusi nel contesto economico attuale europeo: i costi economici e politici sarebbero insostenibili.

Un’imposta patrimoniale sarebbe ipoteticamente possibile, data l’elevata ricchezza finanziaria netta degli Italiani, concentrata soprattutto in attività reali. Ma è emerso dal seminario che non è più tempo di misure straordinarie. Infatti, gli effetti depressivi, distributivi e il danno che arrecherebbe alla reputazione dello stato le rendono impercorribili. Peraltro in questi anni, le politiche di tassazione immobiliare e del risparmio gestito hanno di fatto già comportato elementi di un’imposta patrimoniale.

Resta quindi la quarta soluzione: quella del perseguimento di avanzi primari consistenti e duraturi. L’avanzo primario potrebbe naturalmente essere accompagnato da cessioni del patrimonio mobiliare e immobiliare pubblico, come anche dalla razionalizzazione delle spese fiscali, troppo elevate e spesso forme di sussidio a lobbies e gruppi di interesse.

La via maestra è dunque la riorganizzazione della spesa pubblica, che se perseguita con efficacia – adozione di costi standard sulla sanità, riforma efficace della pubblica amministrazione, riduzione delle partecipate locali – consentirà la riduzione della pressione fiscale.

Non ci sono scorciatoie, né soluzioni magiche: è necessario instradarsi su un sentiero di riduzione progressiva dello stock di debito. Per fare questo serve dunque innalzare in modo duraturo il tasso di crescita dell’economia, che è anche la soluzione più efficiente per ridurre il rapporto debito/pil.

Mauro Marè

Il Foglio 25 maggio 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/05/24/perch-il-debito-non-fa-pi-paura___1-v-129065-rubriche_c319.htm