350mila euro e una casa di lusso in eredità all’amica: “Ma devi accudire la mia gatta”

BOLOGNA – Lunga vita al gatto, anzi alla gatta. E’ proprio il caso di dirlo vista la “fortuna” che una gatta ha rappresentato per un’anziana signora cha ha beneficiato di un’eredità niente male – 350 mila euro -, più un appartamento in pieno centro a Bologna in comodato d’uso gratuito, proprio con il compito di accudire la gatta della proprietaria dell’immobile.

L’IMMOBILE DI LUSSO
La storia è ricostruita nella sentenza del tribunale civile del capoluogo emiliano cha ha dovuto dirimere una controversia tra gli eredi naturali della donna deceduta e la beneficiaria del testamento. In via Farini, pieno centro storico di Bologna e a pochi passi da piazza Maggiore, c’è un immobile di lusso nel quale fino al giugno del 2013 vivevano la proprietaria dell’appartamento, una sua amica e la gatta della prima. Due signore di una certe età, entrambe vedove, che si facevano compagnia e con le quali conviveva anche una bella gatta. Nel 2013 la padrona di casa viene meno lasciando una sorpresa agli eredi.

LA SORPRESA NEL TESTAMENTO
All’apertura del testamento il notaio legge ai congiunti gli ultimi desideri della defunta: “Desidero, inoltre, che la Signora M. rimanga di diritto, per tutta la vita, nell’abitazione di via Farini, Bologna, I e II piano, che già condivide con me a titolo di comodato gratuito. Per le spese condominiali, di manutenzione, le utenze e il mantenimento della mia gatta (se mi sopravvive) desidero sia fissato un deposito di 350.000 (trecentocinquantamila) euro, a questo scopo, presso la Banca Popolare di Milano, a disposizione della Signora M. Alla quale chiedo di predisporre una persona che, in caso di sua morte, le succeda nei diritti e doveri di comodato fino alla morte della suddetta gatta”.

I PARENTI FANNO CAUSA
In altri termini all’amica viente garantito l’uso dell’appartamento vita natural durate, i soldi per ogni necessità e persino l’incarico di individuare un’altra persona che si prenda cura della gatta qualora il felino dovesse sopravviverle. Inutile dire la grande sorpresa e, forse, anche la delusione, degli eredi che, magari sperano di poter godere della proprietà dell’immobile e del patrimonio economico della signora. Non a caso, pochi mesi dopo arriva il ricorso al tribunale civile di una cugina dell’anziana che chiede al giudice del tribunale di Bologna (che ironia della sorte è di fronte all’appartamento) di mettere mano a quella che le appare come un’ingiustizia.

MA IL GIUDICE DA’ RAGIONE ALL’AMICA
Vada per l’appartamento nel quale l’amica della defunta può rimanere fin che vuole, ma che almeno sia lei a metterci i soldi per le spese e per il mantenimento della gatta. Così l’erede, con tanto di certificato di famiglia, che ne attesta il grado di parentela, chiede alla giustizia il sequestro delle 350 mila euro e la consegna del denaro che ritiene le spetti. Di altra opinione la giudice Matilde Betti che, codice alla mano, ha ritenuto non sufficienti le ragioni dalla cugina condannandola persino alle  pese di lite, circa 6 mila euro. Dunque lunga vita alla gatta.

GIUSEPPE BALDESSARRO

La Repubblica, 5 novembre 2017

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/11/05/news/lascia_in_eredita_350mila_euro_all_amica_con_quei_soldi_devi_accudire_la_mia_gatta_-180312619/

Più facile dirsi addio

didivChe ci si sia sposati in Comune o in Chiesa da qualche giorno dirsi addio è diventato più facile. Almeno in apparenza.

Una nuova legge – approvata definitivamente dalla Camera la settimana scorsa (il 6 novembre, pubblicato in Gazzetta) – ha, infatti, aggiunto due riti a quello tradizionale che prevede il passaggio dalle aule del Palazzo di Giustizia. Ma anche la Chiesa, per voce di Papa Francesco, ha deciso di rendere più semplice e soprattutto non costoso l’annullamento del matrimonio per vizio di fondo, l’unica forma di fine dell’unione concessa dalla Chiesa. Non è, invece, ancora passata la riduzione da tre a un anno del tempo che deve passare tra il momento della separazione a quello del divorzio. L’obiettivo dichiarato dal ministro della Giustizia Orlando è quello di rendere più veloce la separazione e il divorzio, per i quali oggi si possono impiegare anche anni.

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Le nuove possibilità
Vediamo, dunque, di fare il punto della situazione insieme ad Anna Galizia Danovi, avvocato presidente del Centro per la riforma del diritto di famiglia, e Riccardo Pesce, avvocato presso lo studio Danovi.

1) Separazione dall’avvocato – I coniugi, assistiti da almeno un avvocato per parte, per prima cosa devono sottoscrivere un accordo con il quale si impegnano a cooperare in buona fede e con lealtà per risolvere in via amichevole la controversia. Superata questa prima fase, i legali trattano e se l’accordo sulla separazione o sul divorzio (che in Italia sono due fasi diverse) viene finalmente trovato, questo deve essere trasmesso al Procuratore della Repubblica. Deve essere trasmesso sempre: sia se vi sono figli minori sia se non vi siano. «Nel testo approvato dal governo, il vaglio del procuratore della Repubblica era previsto solo in presenza di figli minori o maggiorenni equiparati a minori, ovvero non economicamente indipendenti o portatori di handicap – dice Anna Galizia Danovi -. Chi non aveva figli, invece, non era sottoposto ad alcun controllo dell’autorità giudiziaria. Anche se per le coppie senza figli si tratta di un solo controllo formale, di fatto è tornato in essere il principio della non completa disponibilità delle parti dei propri diritti».

Nel caso di coppie con figli minori o equiparati il controllo è nel merito, ovvero che l’accordo corrisponda all’interesse dei figli. Sarà, poi, l’avvocato a trasmettere entro 10 giorni (non è chiaro da quando partano i 10 giorni) l’intesa all’ufficiale di stato civile del Comune in cui il matrimonio è iscritto.

2) Separazione dal sindaco – La possibilità è riservata solo a una minoranza di coppie: devono essere senza figli e l’accordo non deve contenere un “trasferimento patrimoniale”. «Il testo approvato non è chiaro – dice Galizia Danovi – e sembrerebbe prevedere una procedura in due tempi: i coniugi prima depositano l’accordo e la domanda di separazione/divorzio in Comune e, successivamente, ma non prima di 30 giorni, vengono chiamati per la conferma. Bisognerà vedere come si orienterà la prassi, ma non sembra una procedura rapida e snella».

Il giudizio
Bene o male questa riforma? «Sicuramente un elemento positivo è che si voglia velocizzare il procedimento – risponde la presidente del Centro per la riforma del diritto di famiglia – . Vi sono però alcuni elementi negativi, o quantomeno di insoddisfazione, per una legge che – come d’uso, purtroppo – non riforma organicamente il sistema ma si limita ad aggiungere norme senza un vero coordinamento. E così, il testo approvato evitava – in assenza di figli – ogni passaggio giudiziale, di fatto rendendo istantanea l’entrata in vigore dell’accordo. Oggi invece si prevede in ogni caso una trasmissione dell’accordo al Procuratore della Repubblica, il che inevitabilmente comporterà una dilatazione dei termini, e se il carico sarà enorme – come prevedibile – sarà da vedere se i tempi saranno effettivamente inferiore all’attuale. È evidente che la legge modificherà completamente quanto oggi accade riportando al pubblico ministero il potere e le competenze che oggi spettano al giudice. Inoltre, la nuova legge non pare sufficientemente cautelante per le parti c.d. “deboli” (pensiamo soprattutto ai figli ma anche al coniuge che a volte, per la complessità del caso, non riesce a comprendere pienamente il passo che sta per affrontare)».

«È evidente – conclude – che questa norma ha il solo scopo di alleggerire il carico del Tribunale. Inoltre, questa è un’ulteriore prova del fatto che lo Stato intende sempre più liberarsi delle difficoltà – in larga parte create dallo Stato stesso – attribuendo alla parte privata il compito di risolverle. Queste sono tutte indicazioni che ci portano a concludere che l’intento della legge è quello di privatizzare ulteriormente la giustizia, obiettivo in alcuni ambiti apprezzabile ma di estrema delicatezza per quanto concerne il diritto di famiglia. L’eliminazione – ovvero il sostanziale ridimensionamento – del controllo dell’autorità giudiziaria avrà l’effetto di rovesciare, e senza che sia detto esplicitamente, l’impianto connesso al diritto di famiglia che tra l’altro più volte è stato difeso dalla Corte Costituzionale. Si tratta di un impianto che certamente andava riformato, ma che avrebbe meritato una riforma organica e con ampie garanzie di protezione per le parti deboli».

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http://27esimaora.corriere.it/articolo/separazione-e-divorzio-consensualee-davvero-piu-facile/

Semplicemente figli

Da domani i figli saranno semplicemente figli, senza aggettivi ulteriori. Cancellate le distinzioni tra «legittimi» e «naturali», tutti saranno sullo stesso piano e avranno medesimi diritti (a partire da quelli ereditari).

I tempi cambiano e i codici si adeguano. La riforma del diritto di famiglia, contenuta nel decreto legislativo 154 firmato dal capo dello Stato quattro giorni prima di Capodanno e in vigore da domani, non modifica soltanto termini e definizioni, ma rivoluziona la prospettiva con cui guardare ai legami tra i genitori e le loro creature.

Non solo: anche i nonni si guadagnano uno spazio di rilievo nell’ordinamento, il loro desiderio di non separarsi dai nipoti è adesso riconosciuto per legge. Il corpo delle nuove regole, introdotte dalla legge 219 del 2012 e messe a punto da una Commissione guidata dal giurista Cesare Massimo Bianca, rappresenta una svolta.

Una tappa fondamentale dopo il divorzio, la grande riforma del 1975 e la riforma delle adozioni.

Molti principi sono in realtà già entrati nella prassi, consolidata nelle aule dei tribunali o imposta dagli organismi europei. Il decreto adesso fa ordine, cancella norme obsolete, sancisce concetti innovativi. Alcune associazioni, come Crescere insieme o Colibrì, sostengono che la Commissione ha travalicato i limiti posti dal Parlamento, squilibrando di fatto i rapporti a favore di un solo genitore (che è quasi sempre la madre).

Dibattito aperto, sarà la pratica a chiarire chi ha torto o ragione. Di sicuro, le novità non sono poche: come la possibilità del minore di essere «ascoltato» dal giudice, o il dovere dei genitori di «occuparsi» dei figli anche se sono maggiorenni e finché non raggiungono l’indipendenza economica (qualcuno lo chiamerà il diritto del bamboccione). O ancora l’obbligo del giudice a cercare tutti gli aiuti concreti possibili per far crescere i bambini nelle loro famiglie, anche in caso di gravi difficoltà economiche. La chiave del decreto può essere trovata nella sostituzione della parola «potestà» con «responsabilità». Non più il «potere» dei genitori, ma il dovere di prendersi cura di chi hanno messo al mondo.

http://27esimaora.corriere.it/articolo/famiglia-si-cambiadallaffido-condiviso-in-caso-di-divorzio-ai-diritti-dei-nonni/

IN DETTAGLIO:

http://www.corriere.it/foto-gallery/cronache/14_febbraio_05/famiglia-si-cambia-e6596cf6-8eac-11e3-afb4-50ae7364e5b3.shtml#1

Figli naturali e legittimi con gli stessi diritti
Basta discriminazioni in caso di eredità

Quando il Consiglio dei ministri, lo scorso luglio, diede il via libera al decreto che aggiornava il diritto di famiglia, il premier Enrico Letta annunciò trionfante: «Scompare dal Codice civile la distinzione tra figli di serie A e B. È un grandissimo fatto di civiltà». L’equiparazione tra tutti i nati, adesso distinti soltanto se «fuori» o «all’interno» del matrimonio, è il cardine stesso della riforma avviata con la legge 219 del 2012 (completata appunto dal decreto che entra in vigore domani). Le conseguenze sono tante, e investono in primo luogo il campo dell’eredità, cancellando ogni discriminazione. Spiega l’avvocato Anna Galizia Danovi, presidentessa del Centro per la riforma del diritto di famiglia: «È stata eliminata la facoltà di commutazione, che prevedeva la possibilità per i figli legittimi di escludere dalla comunione ereditaria i figli naturali. Tanto per capirci: loro si tenevano il castello e agli altri davano solo una somma in denaro». Chi nasce all’esterno del matrimonio ha un legame giuridico non solo con il genitore, ma anche con i relativi familiari che saranno a tutti gli effetti suoi «parenti» (ancora una volta con evidenti ricaschi in caso di successione). È stato portato a dieci anni il termine di prescrizione per l’accettazione dell’eredità da parte degli ex figli naturali. Se invece l’erede è un nascituro, l’amministrazione dei beni spetta sia al padre che alla madre. «Intendiamoci — chiarisce Gloria Servetti, presidente della IX Sezione civile del Tribunale di Milano — il principio di uguaglianza dei figli era già immanente nel nostro ordinamento. Con il decreto legislativo viene reso effettivo e riconoscibile all’interno del Codice».

Le vecchie parole cancellate dalla norma
“Potestà genitoriale” e “adulterini”

È uno degli ultimi articoli del decreto legislativo, il numero 105 su un totale di 108. Ma ha un’importanza centrale anche se riguarda solo una «sostituzione di termini», quindi un problema prettamente linguistico. Per esempio scompare il concetto di «potestà», sostituito dalla «responsabilità genitoriale». «L’impegno del padre e della madre — commenta l’avvocato Danovi — cessa di essere un potere sul figlio minore e diviene un’assunzione di responsabilità nei suoi confronti, tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni». È esattamente un capovolgimento di visuale, i genitori non hanno (solo) diritti ma anche (e soprattutto) doveri. Nonostante riforme e svecchiamenti, nel Codice civile erano rimasti termini antichi, che evocavano giudizi spregiativi. Come la definizione di «figlio adulterino», rimosso negli anni da quasi tutte le norme ma rimasto ancora nelle disposizioni attuative del Codice. O ancora l’espressione «figlio incestuoso», eliminata dalla legge 219 del 2012. «Oggi l’articolo 251 del Codice Civile — commenta l’avvocato Anna Galizia Danovi, — fa riferimento al “figlio nato da persone tra le quali esiste un vincolo di parentela in linea retta all’infinito o in linea collaterale nel secondo grado, ovvero un vincolo di affinità in linea retta”. Il figlio ex incestuoso oggi “può essere riconosciuto previa autorizzazione del giudice avuto riguardo all’interesse del figlio”, mentre prima il riconoscimento era possibile solo se il genitore o i genitori ignoravano la propria parentela». Conclude la presidentessa del Centro per la riforma del diritto di famiglia: «Come è evidente, non sono modifiche solo lessicali»……………..

 

 

 

Vipera, vipera, vipera!!!!

Dopo le condanne di primo e secondo grado per ingiuria a carico di un genero siciliano – Michele D.A., 45 anni – che aveva definito «vipera» la suocera, ribadendo tre volte il “concetto” agli agenti intervenuti a sedare il clima di litigiosità familiare, ci ha pensato la Cassazione a scagionare le espressioni che si risolvono solo «in dichiarazioni di insofferenza» che non possono portare a processare chi le ha pronunciate. Dunque, la Suprema Corte – con la sentenza 5227 – ha annullato senza rinvio la condanna inflitta nel 2012 dal Tribunale di Nicosia (Enna) a Michele, giudicato colpevole per aver spiegato ai poliziotti che la suocera Santina era «scesa» nel suo appartamento «come una vipera, come una vipera, come una vipera!» dopo averlo sentito litigare con la moglie.

Ad avviso del Tribunale, l’espressione era senz’altro offensiva e per questo, su denuncia della “vipera” Santina, il genero era stato condannato a una pena (la cui entità non è nota) e anche al risarcimento dei danni morali. In Cassazione, il difensore di Michele – l’avvocato Piergiacomo La Via – ha sostenuto la tesi della inoffensività della parola “vipera”, pronunciata dopo «un’aspra discussione, in un contesto litigioso ed ostile» e «comunque non indirizzata all’interessata, ma agli agenti intervenuti al fine di descrivere la scena».

Per i supremi giudici, l’obiezione è «fondata». «Se è vero che il reato di ingiuria si perfeziona per il solo fatto che l’offesa al decoro o all’onore della persona avvenga alla sua presenza, è altrettanto vero – scrive l’alta Corte – che non integrano la condotta di ingiuria le espressioni che si risolvano in dichiarazioni di insofferenza rispetto all’azione del soggetto nei cui confronti sono dirette e sono prive di contenuto offensivo nei riguardi dell’altrui onore e decoro, persino se formulate con terminologia scomposta e ineducata».

Da tali premesse – conclude il verdetto – «discende che la frase sopra riportata, pronunciata dopo un contrasto che aveva determinato l’intervento delle forze dell’ordine e per descrivere, nella concitazione del momento, le modalità dell’azione di Santina, non si connota in termini di offensività idonei a giustificare l’attivazione della tutela penale». Condanna cancellata: il fatto «non sussiste».

http://www.corriere.it/cronache/14_febbraio_04/chiama-vipera-suocera-assolto-cassazione-1cbf18c4-8db1-11e3-9737-22dadb171b02.shtml

Un Decreto per la lotta al femminicidio

scarpe-contro-la-violenza-delle-donne-638x425[1]Il «pacchetto» di provvedimenti è stato approvato stamani in Consiglio dei ministri, e come ha sottolineato il presidente del Consiglio Enrico Letta, «essendo un decreto legge è immediatamente attuativo». «Nel Paese – ha sottolineato il premier – c’era bisogno di dare un segno fortissimo, e questo non è solo un segno ma un cambiamento radicale sul tema» oltre che «un chiarissimo segnale di lotta senza quartiere» al fenomeno del femminicidio e «contro ogni forma di violenza sui più deboli, ogni forma di machismo e di bullismo».

Un provvedimento agile, di soli 12 articoli e che, ha spiegato il ministro dell’Interno Angelino Alfano, persegue tre obiettivi: «prevenire la violenza di genere, punirla in modo certo e proteggere le vittime». «Su questi obiettivi, che recepiscono la Convenzione di Istanbul, abbiamo organizzato una serie di norme che hanno lo scopo di: intervenire tempestivamente prima che il reato venga commesso, proteggere la vittima se il reato viene commesso, punire il colpevole e agire affinché la catena persecutoria non arrivi all’omicidio».

PENE PIÙ SEVERE

È stata aumentata la pena di un terzo se alla violenza assiste un minore di 18 anni (ora solo se minori di 14 anni), se la donna è incinta o se l’autore della violenza è il coniuge, anche se separato o divorziato, o il partner, pure se non convivente. Aggravanti anche per lo stalking: per questo tipo di reato, analogamente a quanto già accade per la violenza sessuale, una volta presentata la querela è irrevocabile: «così sottraiamo la vittima al rischio di una nuova intimidazione tendente a farle ritirare la denuncia» ha spiegato il ministro. «Nell’ambito di questo sistema, abbiamo voluto ricordare che c’è una vicenda delicatissima legata alle molestie, il cyberbullismo, cioè atti di molestie tra ragazzi attuati attraverso Internet, che viene punito severamente» ha detto aggiunto Alfano.

VIA DI CASA I VIOLENTI

«Le forze di polizia, su autorizzazione della magistratura, potranno buttare fuori di casa, con urgenza, il coniuge violento, se vi è il rischio che dalle molestie possa derivare un pericolo per l’incolumità della vittima», e verrà impedito al violento di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima.

ARRESTO IN FLAGRANZA

È previsto l’arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti contro familiari e conviventi o per stalking. A questi tipi di reato i tribunali dovranno dare una corsia preferenziale, così come è previsto il gratuito patrocinio alla vittima a prescindere dal reddito. «Lo Stato si schiera senza se e senza ma dalla parte delle vittime di questo genere di violenze» ha sottolineato Alfano. Altra novità, la vittima deve essere costantemente tenuta al corrente dell’ evoluzione del processo. Inoltre, quando a un processo di questo tipo è prevista la testimonianza di un minorenne o di un maggiorenne vulnerabile, questa persona sarà protetta. Ancora, «chi sente o sa di una violenza in corso, può telefonare alla polizia e dare tranquillamente il suo nome sapendo che lo Stato garantisce l’anonimato»: si può dunque intervenire anche se la denuncia della violenza non arriva dalla vittima ma da terzi.

PERMESSO DI SOGGIORNO ALLE VITTIME

Verrà concesso un permesso di soggiorno per motivi umanitari ai cittadini stranieri che subiscano violenze di questo tipo. «Monitoreremo costantemente con un osservatorio della polizia l’andamento di questi delitti, in modo da avere sempre un riflettore acceso sul fenomeno» ha concluso Alfano.

NON SOLO REPRESSIONE

Il decreto, ha spiegato il viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali Maria Cecilia Guerra, declina buona parte dei principi della Convenzione di Istanbul che l’Italia ha recentemente ratificato. Non c’è solo repressione, ha detto, nel decreto è stato inserito anche un piano d’azione straordinario di protezione delle vittime di violenza sessuale e di genere che prevede azioni di intervento multidisciplinari per prevenire il fenomeno, potenziare i centri antiviolenza e i servizi di assistenza, formare gli operatori. …….

http://www.lastampa.it/2013/08/08/italia/politica/contrasto-duro-e-forte-al-femminicido-il-governo-vara-la-stretta-sulla-sicurezza-z2PIzXLRGcPE5mpKEVq70I/pagina.html

Il CONSIGLIO DEI MINISTRI N.19 DELL’ 8 AGOSTO 2013

http://www.governo.it/Governo/ConsiglioMinistri/dettaglio.asp?d=72539

Per i turisti che ignorano le leggi USA………

new-york-1984-un-grande-fratello-senziente-os-L-pbe1HV[1]Nel suo ufficio legale al 250 di Park Avenue passa la maggioranza dei turisti italiani che infrangono la legge nella Grande Mela.

GermanaGiordano infatti è una penalista o meglio, forse l’unica penalista fra gli avvocati italiani che affiancano il Consolato nel soccorrere i connazionali in difficoltà. «I reati più comuni sono di quattro tipi – esordisce – urinare in pubblico, rubare nei negozi, bere in pubblico e fumare in luoghi dove è proibito». Da un punto di vista strettamente numerico coloro che «urinando in pubblico vengono arrestati sul fatto» sono i più numerosi: fra i 20 e 30 casi l’anno. Si tratta di uomini, giovani e adulti, che si comportano a New York come in una qualsiasi città italiana. Si appartano in un luogo e fanno i loro bisogni. «Ma un agente li vede, li avvicina, li ferma e li arresta» nella loro «più totale incredulità e spesso fra vivaci proteste».

Poiché a volte si tratta di un reato penale che a New York comporta fino a un massimo di 12 mesi di reclusione i responsabili vengono portati in tribunale e quando l’avvocato Giordano entra in azione si trova a gestire cause che portano nella maggior parte ad «assoluzioni e patteggiamenti» attraverso battaglie legali che restano negli archivi dell’immigrazione. «Anche se in caso di assoluzione la fedina penale è pulita, negli archivi dell’immigrazione resta traccia dell’arresto – spiega l’avvocato – e ciò significa che quando la persona interessata tornerà a fare richiesta di visto per gli Stati Uniti dovrà indicare nel modulo l’arresto, altrimenti affermerebbe una bugia andando incontro a ulteriori complicazioni» destinate a rendere difficile il ritorno negli Stati Uniti. 

Un altro reato tipico degli italiani in vacanza è bere in pubblico – spiega Giordano – vengono fermati per strada con bottiglie o lattine di birra che non nascondono nella tipica “brown bag” e ricevono i fogli rosa di comparizione». Sono almeno dieci ogni anno i connazionali in tali condizioni. «Infine ci sono gli arresti per fumo», più ridotti di numero, e qui Giordano si sofferma sul racconto di un «professionista italiano che viene spesso a New York e fumava seduto in un parco». Ignaro delle nuove ordinanze del sindaco Michael Bloomberg, è stato fermato e «ha tentato di risolvere subito l’incidente andando a versare di persona la multa». Ma il risultato è stato «un boomerang» perché «la sua confessione ha complicato di molto la gestione di un caso che rimane aperto».

La vicenda è esemplare di un altro aspetto degli arresti di italiani, ossia che gli interessati «tardano a chiamare un avvocato» e di conseguenza commettono l’errore di «andare da soli all’interrogatorio con la polizia» con il risultato spesso di contraddirsi e peggiorare la situazione. «Un altro degli errori più comuni è sottovalutare i foglietti gialli, bianchi o rosa che la polizia recapita, pensano che si tratti della notifica di una banale multa». In realtà sono avvisi di comparizione in tribunale e indicano l’inizio di un procedimento penale……

http://www.lastampa.it/2012/12/03/blogs/finestra-sull-america/l-avvocato-che-salva-gli-italiani-a-new-york-vM9qEUJHOSu2L5P3S9pKeO/pagina.html

Diffamazione al supermercato…

E’ stata condannata alla sanzione di 200 euro, oltre al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni, la contessa L.C.B.
Questa mattina la donna, imputata in un procedimento davanti al giudice di pace di Missaglia, è intervenuta in aula raccontando la sua verità rispetto ai fatti a lei contestati. Una versione che sembra però non aver convinto il dottor B., che l’ha ritenuta responsabile. L’episodio risale al 2005 quando la donna, oggi 92enne, porta un mobiletto antico da restaurare a un esperto, uno dei querelanti appunto, e al momento del ritiro non lo riconosce e ritiene che sia stato sostituito con un altro di minor valore e comunque non con gli stessi pregi del primo.
Pochi giorni dopo la nobildonna incontra la moglie dell’uomo, commessa in un supermercato del centro di Merate, e pronuncia frasi offensive, alla presenza di altre persone, raccontando quanto accaduto con il mobile sostituito. La donna, allora, tornata a casa, riferisce al marito l’accaduto che presenta querela per diffamazione.
Questa mattina come dicevamo, è stata sentita l’imputata che ha negato di aver offeso la querelante mentre era alla cassa del supermercato. ”La signora non c’entrava nulla con quella storia, perchè avrei dovuto inveire contro di lei?” ha domandato la nobildonna. ”Quel linguaggio oltretutto non rientra nel mio vocabolario”.
Il pubblico ministero L. P. ha chiesto per l’imputata il pagamento di una sanzione di 200 euro, in considerazione della presenza di clientela all’interno del supermercato, situazione tale da ritenere fondata l’accusa di diffamazione.
Il legale della difesa invece ha affermato di non concordare sull’esposizione dei fatti contestati all’anziana. ”Nessuno oltre alla querelante è venuto qui a confermare di aver assistito alla scena. La signora non ha mai proferito quelle parole perchè non le appartengono, non le ha mai pronunciate in vita sua. Chiedo quindi l’assoluzione per la mia assistita”. Il giudice B., come da richiesta del Pm, ha invece ritenuto la donna colpevole.

http://www.merateonline.it/articolo.php?idd=28995