Riserve in valuta, due terzi sono in dollari

Il dollaro resta – di gran lunga – la valuta più gettonata per le riserve ufficiali in moneta estera. E i numeri addirittura crescono. Secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale, al 30 giugno 2017 le riserve mondiali in dollari sono salite a 5.909 miliardi. Seguono l’euro con 1.844 miliardi di dollari (i dati del Fmi sono riportati nella valuta Usa), lo yen con 429 miliardi di dollari e la sterlina con 408 miliardi di dollari. Tutti in aumento, tra variazioni negli stock e oscillazioni nei tassi di cambio. Dietro, molto indietro, ci sono le altre monete, inclusi il renminbi cinese e il franco svizzero. In percentuale la quota dei dollari sul totale delle cosiddette «riserve allocate» è del 64%. In altre parole, quasi due terzi sono in dollari. Certo, è molto importante anche chi li ha in cassaforte, questi soldi. E molti fanno capo a Pechino. Ma resta il fatto che è ancora il dollaro la valuta che si conquista in gran parte la fiducia di istituzioni e mercati. Non è sempre stato così, naturalmente. La sterlina era più gettonata del dollaro, allo zenit dell’impero britannico. E non solo. Tutti i confronti, con gli alti e bassi storici, sono in un grafico del libro (in inglese) «Come funzionano le valute: passato, presente e futuro» ( How Global Currencies Work: Past, Present, and Future ) di Barry Eichengreen, Arnaud Mehl e Livia Chitu, appena pubblicato da Princeton University Press. È un viaggio nel mondo del denaro, dove diverse monete possono aggiudicarsi insieme lo status di valuta internazionale. Ma, almeno per ora, con pesi differenti.

GIOVANNI STRINGA

Corriere della Sera, 26 ottobre 2017

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=59f19c5089b90

 

Pil, consumi e mattone: chi sta pagando di più il conto della Brexit

glovrbtiyNegli uffici studi delle istituzioni finanziarie nella City si stanno disegnando gli scenari economici del dopo Brexitcon cui David Cameron stava tentando di vincere il referendum, oggi quei dubbi sul martellamento di minacce gridate ai quattro venti sono superati. La realtà suggerisce che il divorzio di Londra regala instabilità, incertezza e la prospettiva di una robusta frenata.
È vero che il primo ministro ora dimissionario e con lui tutte le grandi banche nelle ultime settimane hanno messo in campo armi di dissuasione di massa, la dissuasione dalla Brexit, dai contenuti esageratamente allarmistici. Ed è vero che quel tipo di campagna non è servita perché certe visioni apocalittiche hanno infastidito e spinto alla reazione opposta. Ma, ora che il voto è alle spalle, i conti bisogna farli sul serio e non sui numeri di fantasia o sulle proiezioni virtuali. è e costringe a riprogrammare i piani della politicaeconomia, a osservare e studiare le ricadute che già ha e che potrà avere sulla vita quotidiana. Chi ci perde?
Due analisti dell’ufficio studi della Barclays, Michael Gavin e Ajay Rajadhyaksha, certificano che la contrazione degli investimenti è cominciata e che alla fine del 2016 sarà pari all’ 1,6%. Ancora maggiore nel 2017 con un meno 2,6. Questo si tradurrà in un raffreddamento del Pil che per l’anno prossimo era stimato in un più 1,9. Si fermerà invece a un modesto 0,4. Pesante lo scivolamento sulla forza lavoro: il tasso di disoccupazione che si sarebbe dovuto attestare sul 5% sarà più alto di oltre un punto, al 6,1. Ma, attenzione, rimarcano: «Data la dimensione della potenziali difficoltà di business, non è difficile immaginare un quadro ancora più negativo».

Il catastrofismo non aiuta. E non siamo neppure di fronte a circostanze che lo giustifichino. Il governatore della Banca d’Inghilterra ha usato un’immagine suggestiva ed esemplificativa: «Non è che in una notte, la notte del 23 giugno, la nostra economia-Rolls Royce si è trasformata in una economia-Trabant (la berlina della Germania comunista dell’Est ndr )». Mark Carney, che molto si era speso contro la Brexit, ha il compito anche di fare il pompiere e di evitare che si crei il panico. Ciò non toglie che sia suo dovere accendere la spia della luce rossa quando si manifestano i sintomi della malattia. Già nei primi mesi dell’anno la banca centrale aveva tagliato dello 0,7% le stime di crescita. La Brexit ha complicato la situazione. «Non sappiamo con esattezza quanto sarà profonda la flessione ma nessuno può sottostimare l’impatto che il voto ha e avrà». L’instabilità politica e il vuoto di leadership generano preoccupazione, inducono gli investitori a cambiare rotta e addensano nubi sulla ruota del credito all’impresa e alle famiglie. Sfidando la platea dei suoi interlocutori, la scorsa settimana Carney ha chiesto: «Qualcuno in questa stanza è in grado di affermare che i rischi da noi illustrati prima della Brexit non abbiano già cominciato a manifestarsi?». Si è dato una risposta: «Io vedo che il rallentamento materiale della crescita è partito». Spia rossa.
È sempre difficile passare da allarmi generici ad allarmi più concreti ma le parole del governatore hanno, ovviamente, più di un fondamento. A parte il crollo della sterlina, ampiamente previsto, sono altri i sintomi che il virus Brexit ha evidenziato. Sette fondi immobiliari inglesi, in pochi giorni dal 4 luglio, hanno dovuto sospendere i rimborsi delle quote. Sono colossi che hanno capitalizzato nel mattone commerciale e residenziale: Aviva, Standard Life, M&G, Henderson Global Investor, Columbia Threadneedle, Canada Life e Aberdeen Asset Management. Gli investitori e i risparmiatori, spaventati dal circo della politica, hanno sollecitato la liquidazione dei loro capitali. I volumi sono stati così ampi che i fondi hanno chiuso le casse: 13 miliardi di sterline restano dove sono, misura precauzionale. Ma il settore immobiliare è sotto stress.
Da tempo il mercato della casa è in fibrillazione. La domanda è cresciuta fino al 2015 sia perché arrivavano arabi, russi, cinesi, indiani, europei pronti a comperare (quasi il 50% degli investimenti immobiliari nel Regno Unito è di origine internazionale), sia perché la facilità di mutuo incentivava le famiglie a indebitarsi (la Banca d’Inghilterra calcola che il debito privato complessivo sia vicino al 140% del Pil). Con la Brexit la bolla viene a galla. I capitali stranieri sono in pausa meditazione o in ritirata. Ancora una volta è l’ansia del vuoto politico e istituzionale che pesa e induce alla riflessione. All’indomani del voto sono andati in fumo accordi per compravendite pari a 650 milioni di sterline. Di punto in bianco è stata cancellata l’intesa da 465 milioni che prevedeva l’acquisizione di un palazzo per uffici nel cuore della City da parte del fondo tedesco Union Investment (a vendere era il gruppo americano Hines). Il mattone è l’anello debole della catena. Se si congelano i flussi di capitali stranieri e i prezzi calano, se il valore delle case acquisite dalle famiglie col mutuo va in caduta, allora cosa può accadere? Sembra di tornare al 2008, al quadro pre-crisi globale. Stavolta, per fortuna, le difese immunitarie esistono. La Banca d’Inghilterra si sussurra abbia in mente un ulteriore ritocco al ribasso dei tassi per creare una cinghia di sicurezza sui mutui che se dovessero diventare insostenibili per le famiglie farebbero saltare la baracca.
La sfiducia dei consumatoriLa principale preoccupazione del governatore Carney, in questo momento, è assicurare che l’offerta di moneta non si blocchi in modo che il salvagente per l’economia reale sia pronto ed efficace. Un conto è che si mettano in posizione di attesa i grandi investitori e un conto che sia la gente comune a schiacciare il freno per le preoccupazioni sul futuro da decifrare (quale governo? quale divorzio dall’Ue?) e a causa di un eventuale blackout finanziario. Nell’immediato post Brexit, le immagini che ritraggono la vita quotidiana non sono rassicuranti. L’indice di GfK, società che misura la fiducia dei consumatori, è crollato di 8 punti nella settimana dal 30 giugno al 5 luglio. Il livello più basso dal ‘94. I cittadini con reddito medio (da 25 a 50 mila sterline annue) manifestano timori di impennata nei prezzi e hanno avviato la revisione di spesa al ribasso. A conferma il Financial Times, che ha costruito il «barometro Brexit», segnala alcune ricadute nel commercio al dettaglio (con la contrazione dell’1% circa nelle vendita ai grandi magazzini John Lewis), negli annunci di lavoro online (nella settimana dopo il 23 giugno erano 800 mila, la metà rispetto allo stesso periodo del 2015), nelle vendite di abbigliamento sportivo, con una perdita di quasi 6 punti. Nel Regno Unito una delle parole più gettonate nelle ricerche su Google è stata «recessione». Solo una coincidenza?
Eccoli i piccoli e grandi segnali «di rallentamento della crescita» che sottolineava la Banca d’Inghilterra. Il sistema britannico ha la forza per reggere all’urto. Ma la luce rossa è accesa. La Brexit è un «mostro» da domare con cautela. A Londra anche i più accaniti antieuropeisti non sorridono più.

Fabio Cavalera

Corriere della Sera 11 luglio 2016

 

 

 

 

 

 

 

Stagnazione cinese e stagnazione secolare

cina borzPuò sembrare strano ma con tutta probabilità il nuovo pesante tonfo della Borse di Shanghai e Shenzhen – il terzo in due mesi, con un meno sei per cento nella sola giornata di martedì 18 agosto – non dipende dall’economia.

Certo, i segni di indebolimento della locomotiva cinese – e un indebolimento molto più rapido del previsto – abbondano. I dati ufficiali indicano un sette per cento di crescita del Pil per il primo semestre dell’anno, cioè un numero perfettamente in linea con le attese e con gli obiettivi indicati nel dodicesimo piano quinquennale 2011-15 delle autorità di Pechino. Sullo sfondo, però, altri indicatori – meno manipolabili dagli uffici statistici – come i consumi di energia elettrica, le vendite di automobili e i dati sull’interscambio commerciale sembrano riflettere una crescita molto inferiore, vicina al cinque per cento annuo. Per la Cina significa la metà del più dieci per cento su cui per trent’anni la società e la politica cinese avevano tarato i loro piani di spesa e di investimento pubblico. Ce ne sarebbe abbastanza per preoccupare le Borse.

Eppure ci sono ragioni per ritenere che a motivare la nuova ondata di vendite sui mercati azionari cinesi non sia stata tanto l’economia ma la politica. La principale preoccupazione per gli operatori di Borsa cinesi non viene infatti dal calo delle esportazioni di luglio (meno 8 per cento rispetto al luglio 2014, un dato terribile) ma da altri due eventi politici.

Il primo riguarda il piano governativo di riordino delle aziende di Stato quotate in Borsa che il governo vuole rendere più efficienti. Queste imprese oggi assorbono più del 70 per cento dei prestiti delle banche, e dunque riducono sensibilmente la disponibilità di credito per le aziende private. Il governo vuole porre fine a questa situazione riorganizzando queste imprese in modo da ridurne le necessità di finanziamento e accrescerne la competitività. Ma il piano del governo – lo hanno riscontrato alcuni analisti finanziari – vuole anche dire meno profitti per queste aziende pubbliche che rappresentano una grande componente del listino di Shanghai. Un po’ paradossalmente, la Borsa cinese soffre dunque dei piani del governo di rendere la crescita più sostenibile e più «privata».

C’è poi anche un secondo elemento dietro il crollo dei mercati borsistici cinesi, e cioè la troppo tiepida reazione della Banca centrale cinese di fronte alle cattive notizie dell’economia. In questo quadro, l’iniezione di 120 miliardi di yuan (18 miliardi di dollari) di nuova liquidità decisa di recente dalla Banca centrale cinese è stata interpretata negativamente dai mercati che hanno giudicato l’intervento una mossa insufficiente a ridare davvero fiato all’economia. Un segno che anche la Banca centrale (oltre al governo di Pechino) non è pronta a offrire ai profitti aziendali delle imprese cinesi quotate il sostegno diretto da essi ritenuto necessario alla continuazione della crescita.

Ecco dunque la storia in poche parole: la Borsa va a picco non perché l’economia rallenta ma perché il governo e la Banca centrale cinesi esitano a esaudire la richiesta dell’ennesimo salvataggio. Non è una storia solo a Pechino. Anzi, se guardiamo agli ultimi anni, è una regolarità che la politica conti più dell’economia nel determinare l’andamento dei mercati finanziari.

Per l’ex rettore di Harvard Larry Summers il rischio è che il mondo intrappolato nell’attesa del prossimo salvataggio sprofondi nell’abisso di una «stagnazione secolare». Famiglie molto indebitate risparmiano e rimborsano i debiti accumulati più che consumare il loro reddito. Banche con bilanci in disordine accumulano riserve anziché prestare alle aziende. E aziende che fanno profitti si tengono la loro liquidità anziché distribuire dividendi o investire in nuove attività. Nel frattempo, la (poca) crescita che si vede la fanno le banche centrali. Non ci sarà una nuova Grande depressione, ma il capitalismo globale di oggi non è certo il mondo prefigurato da Adam Smith. 

Borsa Shangai, rallentamento pilotato l’illusione del governo
Rischio stagnazione globale

Francesco Daveri

Corriere della Sera  19 agosto 2015

http://www.corriere.it/economia/15_agosto_19/borsa-shangai-rallentamento-pilotato-l-illusione-governo-rischio-stagnazione-globale-d8676846-4639-11e5-979c-557f4d93ec30.shtml

Banconote immateriali

 

 

doolllllLA LEGGE di Moore non è mai stata approvata in Parlamento, neanche con la fiducia, ma è pienamente in vigore e i suoi effetti sono ovunque: prevede che la potenza dei microprocessori raddoppi ogni diciotto mesi. La progressione della tecnologia accelera a una rapidità esponenziale, penetra nelle nostre vite, cancella abitudini e interi settori industriali, ma ne crea di nuovi capaci di una crescita esplosiva.

È successo anni fa alla musica, che si è progressivamente smaterializzata fino a entrare nei cellulari, ma ora sta per succedere al denaro. In questi giorni il governo danese ha proposto una misura che forse in futuro verrà ricordata come il punto di non ritorno: nel 2016, commercianti e imprese avranno diritto per legge di rifiutare pagamenti in monete e banconote di carta o in metallo. Ad eccezione di medici, dentisti, negozi di alimentari e pochi altri servizi essenziali, sarà obbligatorio saldare con un mezzo elettronico se richiesto da chi incassa. Banche e imprese potranno risparmiare i rischi e le spese, molto ingenti, che ora sostengono per gestire e trasportare il denaro fisico.

Non è del tutto una novità, ovviamente. Già oggi in Svezia gli autobus non accettano pagamenti in contanti e la diffusione di carte digitali di ogni tipo, con il rarefarsi della moneta fisica in circolazione, fa sì che le rapine di banca siano crollate da 110 nel 2008 a 16 nel 2011.
In Canada la banca centrale ha smesso un anno e mezzo fa di stampare banconote, anche per incoraggiare i pagamenti con carta.
In Kenya un terzo della popolazione è abbonato a M-Pesa, il sistema di bonifici via telefono con cui si versano salari o bollette, da poco esportato anche in Romania.
E persino in Somaliland, tra Etiopia, Somalia e Eritrea, nel 2012 il numero di pagamenti via telefonino è stato pari a quello di pagamenti per carta di credito in Italia nel 2013: in entrambi i casi, 34 per abitante.
Ma c’è sempre un momento in cui tutto accelera e la qualità tecnologica cambia. Nella musica la Sony incastonò i compact disk in piccoli lettori con cui si poteva correre nel parco, ma pochi anni dopo la Apple di Steve Jobs distrusse quel modello con l’iPod: il contenuto non solo diventava più piccolo, ma si smaterializzava e portava con sé nuovi modi di ascoltare, produrre e vendere una canzone.
Con il denaro sta succedendo lo stesso, e la sola certezza è che abbiamo visto solo l’inizio. In Italia, per la verità, giusto quello. Con la Grecia, questo resta il Paese nel quale le transazioni elettroniche rappresentano la quota più bassa in Europa: appena il 13% del totale, contro una media del 40%. Nel frattempo però c’è un italiano che sta già guidando quella che ha tutta l’aria di essere la prossima rivoluzione tecnologica nel denaro immateriale, così come l’innovazione dei lettori digitali in Mp3 presero il posto di quelli di compact disk.
Per ora la moneta elettronica è sempre stata «scritturale»: un pagamento con bancomat in pizzeria corrisponde a una modifica nelle scritture contabili su due conti, di chi paga e di chi è pagato. In questo caso ogni transazione implica un passaggio dal sistema bancario. Roberto Giori, un imprenditore italo-svizzero erede di una dinastia di grandi produttori di macchine per la stampa di banconote, ha sviluppato un algoritmo per portare la smaterializzazione del denaro un passo più in là: non più con trasferimento fra due conti bancari, come accade con Visa, M-Pesa, Pay-Pal o la rete Bancomat, ma con la digitalizzazione della moneta «fiduciaria ». Nel progetto di Giori, ormai in fase di lancio, diventano immateriali le banconote stesse emesse dalla banca centrale.
L’autore del progetto conosce questo mondo da sempre: la De la Rue Giori, il gruppo di macchine da stampa di carta moneta che lui stesso ha gestito fino al 2001, controllava fino a pochi anni fa il 90% del giro d’affari globale delle macchine da stampa di denaro. Vi hanno fatto ricorso la Federal Reserve per i dollari, l’Italia, la Francia, il Giappone e centinaia di Paesi a ogni livello di reddito. Da qualche anno però Giori ha venduto l’azienda e ha sviluppato un nuovo modello di emissione di moneta digitale da parte delle banche centrale. Ogni banconota è numerata e tracciabile, mentre gli enormi costi di produzione e distribuzione materiale del denaro (100 miliardi l’anno nel mondo) vengono azzerati. Basta un numero di cellulare, e diventa possibile spostare con i gesto del dito sul touchscreen le banconote ridotta a icona al destinatario. Non c’è passaggio fra i conti bancari, è semplicemente un pagamento in moneta immateriale.
L’Uruguay sta sperimentando il “Giori Digital Money” e intende introdurlo in circolazione in autunno. Equador e Bangladesh

hanno reso legale l’emissione di banconote elettroniche, nelle Filippine il progetto è allo studio. Sono più avanti della Danimarca. Forse perché chi arriva dopo, salta direttamente alla tappa successiva: magari in futuro succederà anche all’Italia.
Parte dalla Danimarca la crociata anti-cash: ora il denaro è virtuale
Federico Fubini – Repubblica

Rublo ko

imagesQ086ZYXS

 

 

 

 

1 -Il crollo  

Dopo l’ennesimo “lunedì nero”, il rublo è oggi la valuta con la peggiore performance al mondo: dall’inizio del 2014 si è svalutato di più del 50%. Il 1 gennaio 2014 un dollaro Usa valeva 32,66 rubli, oggi 66. Solo il 15 dicembre ha perso il 10% del suo valore contro il dollaro Usa in un giorno. 

2-Le regole

Il cambio del rublo viene stabilito dalla Banca Centrale russa sulla base delle contrattazioni valutarie alla Borsa di Mosca. Fino a un mese fa vigeva un “corridoio” del cambio, superati i limiti del quale la Banca Centrale interveniva comprando o vendendo valuta, ma ora il cambio è libero. Negli ultimi 12 mesi la Banca Centrale ha speso 80 miliardi di dollari di sue riserve per frenare la caduta del rublo. 

3-La corsa verso il dollaro e l’euro

Il rublo può essere scambiato liberamente con il dollaro e l’euro, e nelle città russe si incontrano a ogni angolo punti di cambio di contante. Oggi i pagamenti contanti in valuta estera e i cartellini dei prezzi in dollari, comuni negli anni ’90, sono proibiti, ma possedere monete estere e tenervi i propri risparmi è legale, e molto diffuso. Il ricordo della iperinflazione spinge ancora molti russi a cambiare i rubli che guadagnano in dollari o euro per tenerli a casa, oppure sul conto in banca. 

4-Il cambio del rublo  

E’ un indicatore di salute fondamentale per un’economia basata sulle materie prime come quella russa. La Russa ricava i tre quarti delle sue esportazioni dalle materie prime, in primo luogo petrolio e gas, i proventi dai quali vanno a comporre metà del bilancio dello Stato. Con i profitti energetici Mosca si paga più o meno tutto il resto: quasi la metà degli alimentari consumati dai russi vengono importati, e la quota delle componenti importate, e pagate in valuta estera, è molto alta anche per le industrie localizzate in Russia. Perciò una fluttuazione del cambio del rublo si riflette subito sui prezzi al dettaglio, e interi settori stanno risentendo della svalutazione.

5-Le cause  

Lo stop della crescita alimentata dal petrolio era stato pronosticato dal governo e dalle istituzioni economiche internazionali già l’anno scorso. Ma la crisi ucraina ha accelerato il declino: dall’inizio dell’anno la fuga di capitali da un Paese che gli investitori consideravano a rischio politico sempre maggiore ha superato i 100 miliardi di dollari. Di questi più di un terzo viene stimato sia stato comprato dai russi stessi, privati e società, che volevano mettere in sicurezza i loro soldi sbarazzandosi dei rubli.

6-Le sanzioni  

L’embargo dell’Ue e degli Usa contro la Russia per l’annessione della Crimea e l’ingerenza militare nell’Est ucraino ha ulteriormente aggravato la situazione: le banche e le grandi società statali russe si sono viste impedire l’accesso ai prestiti occidentali. Le scadenze dei pagamenti di fine anno – valutati in decine di miliardi di dollari – hanno aumentato la domanda di valute estere, senza più la possibilità di cercare credito all’estero. Tra le teorie del complotto che circolano a Mosca c’è anche quella che a far franare ieri il rublo sia stata la major petrolifera statale Rosneft, che avrebbe convertito precipitosamente in dollari i 625 miliardi di rubli di prestito ottenuto dal governo per far fronte alle sanzioni.

7-Il prezzo del petrolio  

E’ stato l’ultimo colpo. La precipitosa caduta del rublo negli ultimi due mesi è infatti quasi parallela a quella del prezzo del barile. Per un’economia basata sul petrolio non è difficile stimare le mancate entrate dalle esportazioni di greggio e gas (il cui prezzo viene calcolato in base a quello petrolifero). E siccome la Russia non offre praticamente nient’altro che possa interessare i mercati esteri, le sue prospettive vengono valutate negativamente dagli investitori.

8-La reazione

Le mosse del governo non hanno rassicurato i mercati. Due mesi fa Vladimir Putin aveva detto che la discesa del prezzo del barile a 80 dollari sarebbe stata “una catastrofe per l’economia mondiale”, e i suoi ministri consideravano impossibile un calo a 60. Oggi il barile viaggia verso i 55$, ma Putin ha firmato la finanziaria per il 2015 che si basa sulla previsione del prezzo medio per l’anno prossimo a 95$. Il presidente russo ha anche dato la colpa della caduta del rublo agli “speculatori”, rifiutandosi di ammettere la crisi. Solo dieci giorni fa il ministero dello Sviluppo economico ha ammesso che la Russia poteva entrare in recessione, stimandola al 0,8% e contando che il peggio sarebbe passato già per la metà del 2015. Oggi invece la Banca Centrale stima la recessione in un 5%, e questo oscillare dei pronostici non fa che spaventare ulteriormente i mercati.

9-Le conseguenze  

Il governo ha già varato tagli lineari del 10% alla spesa pubblica, già sforbiciata nei mesi scorsi soprattutto nella sanità e nell’istruzione. Mentre gli economisti discutono sull’entità della riduzione dei redditi reali dei russi, avvenuta per la prima volta in 15 anni di governo Putin, la vicepremier Olga Golodez prospetta un ricalcolo delle pensioni e pronostica un aumento del numero dei poveri, già stimati in 16 milioni su una popolazione di 144 milioni di persone. Il welfare basato sul petrolio è a rischio, anche se Putin qualche giorno fa ha consolato i russi: la svalutazione del rublo rispetto alle monete estere aiuterà il bilancio russo a quadrare nonostante le perdite dalle entrate petrolifere. In effetti la tassazione sull’esportazione di idrocarburi in Russia è calcolata in dollari, e quindi le minori entrate vengono in parte coperte dal cambio del rublo precipitato. Ma è una questione solo di numeri, mentre la svalutazione ha già colpito diversi settori, soprattutto legati alle importazioni. Le multinazionali presenti in Russia cambiano ogni giorno i cartellini dei prezzi, le prenotazioni per i viaggi all’estero per le vacanze di Natale sono più che dimezzate, e nei banchetti di cambio è frequente la scritta “dollari ed euro esauriti”, a dimostrazione che il panico non accenna a diminuire. 

10-Le prospettive  

La mossa della Banca Centrale di aumentare il costo del denaro dal 10,6% al 17% rischia, secondo molti esperti, di uccidere definitivamente le prospettive di crescita rendendo i crediti per banche e imprese troppo costosi. E’ a rischio anche il sistema dei mutui, che aveva contribuito negli anni precedenti al boom dei consumi. L’inflazione, già raddoppiata al 9% rispetto agli obiettivi della Banca Centrale per il 2014, non accenna a diminuire, mentre quasi tutte le statistiche sull’economia russa, dall’indice degli investimenti alla produzione industriale, segnano un meno. Anche se il Cremlino decidesse, come auspicano gli esperti internazionali, di fermare l’escalation con l’Occidente e lanciare riforme strutturali del sistema per renderlo più trasparente, liberalizzato e aperto, gli effetti non sarebbero certo immediati.

http://www.lastampa.it/2014/12/16/economia/crollo-del-rublo-le-cose-da-sapere-iR3ynxasGRsVJibA3WQFFJ/pagina.html

Crolla il rublo

images[5]Continua la caduta del rublo, che venerdì mattina in apertura delle contrattazioni ha toccato un nuovo record storico negativo a causa delle sanzioni occidentali per la crisi ucraina e il calo del prezzo del petrolio. Per la prima volta l’euro ha superato il valore di 60 rubli, mentre la valuta di Mosca si indebolisce anche contro il dollaro, fino a un minimo di 48,47. La banca centrale russa, ha di recente alzato i tassi di interesse portandoli dall’8 al 9,5% per arginare la flessione della moneta, mercoledì però ha annunciato che avrebbe drasticamente limitato gli interventi in difesa della valuta nazionale a un massimo di 350 milioni di dollari al giorno per sostenere il rublo. …

http://www.corriere.it/economia/14_novembre_07/crolla-rubo-riunione-d-emergenza-la-banca-centrale-russa-a897fd90-6667-11e4-a5a4-2fa60354234f.shtml

 

Finanza, un trilione di dollari che soffoca l’economia reale

trilionLa più sintetica fotografia del nostro tempo difficile è nel rapporto tra due numeri, nella cui gigantesca differenza si annidano gran parte dei pericoli che ci minacciano.  l primo è 75 bilioni di dollari, 75 mila miliardi, l’ammontare del prodotto lordo mondiale nel 2013. Il secondo è 993 bilioni di dollari, 993 mila miliardi, l’ammontare delle attività finanziarie globali alla fine dello scorso anno. Oggi ambedue i numeri sono già più alti, e quando nei prossimi mesi avremo i dati del 2014 dovremo cominciare a familiarizzarci con un nuovo termine: trilione, fino ad oggi utilizzato solo dagli informatici per contare i bit della capacità di calcolo e dagli astronomi per misurare la distanza tra le stelle. Dal 2015 lo useremo anche in economia per dare un nome a quella inquietante montagna di attività finanziarie che avrà superato il picco del milione di miliardi, un trilione appunto. Il primo motivo per il quale quella montagna ci inquieta, oltre alla sua dimensione, è la dinamica: in dieci anni il prodotto lordo mondiale è raddoppiato mentre il volume delle attività finanziarie è triplicato. Il secondo motivo è la struttura di quella montagna: di quei 993 mila miliardi di dollari solo 283 mila sono finanza primaria, ovvero azioni, obbligazioni e attivi bancari; tutto il resto, 710 mila miliardi di dollari, sono invece prodotti derivati scambiati fuori dai mercati regolamentati, dei quali solo una piccola quota è legata a transazioni che hanno a che fare con l’economia reale.

Il grosso sono scommesse: sui tassi di interesse, sulle valute, sui prezzi delle materie prime, sull’andamento degli indici azionari, sul fallimento di stati o di grandi imprese. All’interno di quei 710 mila miliardi si annidano, secondo le stime della Banca dei Regolamenti Internazionali, rischi massimi pari a circa 19 mila miliardi, una cifra superiore al prodotto interno lordo degli Stati Uniti. I derivati inoltre, il grosso di quella montagna, sono la parte che negli ultimi dieci anni è cresciuta più rapidamente surclassando la finanza primaria, il cui rapporto con il pil si è mantenuto sostanzialmente stabile intorno a un multiplo di quattro, mentre i derivati sono passati da cinque a dieci volte il pil.

La finanza non è un nemico dell’economia, è anzi fondamentale per la sua crescita, e non lo è neanche l’innovazione finanziaria in sé. Il problema è che la finanza è diventata un competitore dell’economia reale nell’attrazione delle risorse, un potentissimo elemento di distorsione dei processi e delle politiche, un ancora più potente fattore di instabilità i cui rischi sono amplificati dalla velocissima mobilità dei capitali e dalla volatilità delle scelte, oltre che dalla dimensione delle risorse in gioco. ….

Il problema della competizione tra la finanza e l’economia reale non si porrebbe se negli ultimi quindici anni non si fosse sviluppata impetuosamente quella che potremmo definire “finanza sintetica” o “finanza di carta”, che cioè vive di vita propria e assorbe risorse senza trasferirle all’economia reale e quindi alla crescita. C’è molto rischio in questo tipo di finanza, ma ci sono anche guadagni colossali e assai poche tasse (spesso nessuna), il che la rende assai attraente per i capitali in cerca di opportunità. E’ la ragione per cui il Fondo Monetario (….) segnala come primo fattore di instabilità lo squilibrio tra gli investimenti finanziari e gli investimenti reali e indica nella costruzione di nuovo equilibrio la ricetta necessaria per avere un futuro più tranquillo. Il Fondo non avrebbe nessun bisogno di segnalare questo squilibrio se la finanza fosse al servizio dell’economia reale, perché l’investimento finanziario (e il rischio connesso) sarebbero collegati all’investimento (e al rischio) economico. Se lo segnala è perché quel collegamento non più così forte anzi è diventato assai debole, tanto da porre un problema ulteriore, quello della efficacia delle politiche monetarie e del rischio della loro distorsione. E’ il problema che cerca di affrontare la Bce per esempio con la recente asta di crediti alle banche finalizzati all’economia reale, e che presto potrebbe fare un ulteriore passo con l’acquisto di “asset baked securities” (abs). Le politiche monetarie espansive adottate dalle banche centrali per contrastare la crisi delle economie infatti hanno avuto una efficacia limitata (o annullata) dal fatto che i miliardi immessi nel sistema non sono andati a finanziare investimenti delle imprese e consumi delle famiglie ma soprattutto operazioni finanziarie. Che notoriamente non aumentano l’occupazione, non si trasformano in pil e neanche in gettito fiscale aggiuntivo per le esauste casse degli stati. Di qui il paradosso che la politica monetaria per raggiungere i suoi obiettivi deve oggi ricorrere a strumenti non convenzionali: come la finanza ha sempre innovato per trovare il modo di aggirare i vincoli posti dalle banche centrali, ora sono le banche centrali a dover innovare per trovare il modo di aggirare le sabbie mobili della finanza. Ma, come ci ricorda Draghi a ogni piè sospinto, la politica monetaria – anche se come tutti (salvo la Germania) speriamo, riuscirà ad essere innovativa ed efficace – non basta. L’economia reale deve trovare in se stessa la capacità di competere con la finanza per attrarre risorse, cioè investimenti. …..

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/10/27/news/finanza_un_trilione_di_dollari_che_soffoca_leconomia_reale-99097465/

 

E se la Scozia votasse per l’indipendenza?

scottishCosa succederebbe in concreto se fra nove giorni la Scozia votasse per l’indipendenza? Bbc, Times ed esperti cercano affannosamente le risposte, ora che l’ipotesi è diventata reale, con i sondaggi che danno i “sì” (alla secessione dalla Gran Bretagna) e i “no” testa a testa per il voto del 18 settembre.

Governo britannico
Ci sarebbero pressioni su David Cameron da parte del suo stesso partito conservatore per costringerlo a dimettersi, come responsabile della perdita della Scozia. Il sindaco di Londra, Boris Johnson, sarebbe il favorito per sostituirlo, non appena venisse eletto deputato (è in calendario un’elezione supplettiva che potrebbe liberare un seggio per lui), dunque senza bisogno di attendere le prossime elezioni generali, che sono comunque non lontane: previste per il maggio 2015, potrebbero essere anticipate o anche posticipate.

Opposizione
Guai in vista anche per il partito laburista, che in Scozia solitamente conquista tutti i seggi o quasi per il parlamento nazionale. Senza la Scozia, il Labour rischia di essere condannato all’opposizione perpetua.

Parlamento
Il governo scozzese si propone di negoziare in due anni tutte le questioni legate all’indipendenza. Significa che fino al 2016 la Scozia resterebbe di fatto parte della Gran Bretagna. Dunque gli scozzesi voterebbero per eleggere la loro quota di deputati al parlamento nazionale nelle elezioni del 2015, ma quei deputati dovrebbero poi dimettersi quando l’anno seguente la Scozia non farebbe più parte del Regno Unito. Un bel rompicapo per chiunque dovrà formare una maggioranza parlamentare e un governo.

Mercati e sterlina
Il giorno dopo il referendum la Banca d’Inghilterra e i governi britannico e scozzese dovrebbero lanciare un’azione congiunta per impedire il crollo della sterlina e della borsa. Molte aziende con base in Scozia, specie in campo finanziario, si trasferirebbero probabilmente a Londra per continuare a usufruire dei crediti della Banca d’Inghilterra. La Scozia cercherebbe di conservare la sterlina come propria valuta nazionale, ma il governo britannico per ora si oppone: non è chiaro cosa accadrebbe.

Petrolio
E’ la principale risorsa economica scozzese e una delle ragioni che spingono il governo di Edimburgo verso l’indipendenza, per creare una piccola e ricca nazione di stampo scandinavo, tipo la Norvegia (queste le intenzioni, perlomeno). Sulla base della divisione delle acque del mare del Nord per l’industria della pesca, decisa dopo la devolution varata da Blair, alla Scozia andrebbe circa il 91 per cento dei pozzi petroliferi.

Armi nucleari
Le forze atomiche britanniche, basate su sottomarini, sono situate a Faslane, in Scozia. Ma il governo indipendentista scozzese vuole un paese “nuclear free”. Spostare la flotta nucleare costerebbe miliardi alla Gran Bretagna e non è nemmeno chiaro dove potrebbe ricollocarsi: un’ipotesi è che finisca addirittura all’estero, in Francia o negli Usa.

Nome del paese e titolo della sovrana
Non potrebbe più chiamarsi “Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord”. La denominazione “Gran Bretagna” risale al 1707, quando l’Inghilterra si unì alla Scozia. Un nuovo nome potrebbe essere “Regno Unito di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord” – ma non è escluso che anche l’Irlanda del Nord organizzi nel prossimo futuro un referendum per staccarsi dal Regno Unito e ricongiungersi con la repubblica d’Irlanda. Cambierebbe di conseguenza anche il titolo della regina Elisabetta, che tuttavia potrebbe restare capo di stato della Scozia: così dicono per ora gli indipendentisti. Una dozzina di ex-colonie britanniche attuali membri del Commonwealth, tra cui Canada e Australia, hanno la regina Elisabetta come capo di stato.

Unione Europea
La Scozia aspira a rimanere membro dell’Unione Europea. Ma non potrebbe diventarlo automaticamente: necessita il voto unanime di tutti i 28 membri e basta il veto di un paese per bloccarne l’ingresso. Voterebbe a favore la Spagna, con il rischio che Catalogna e Paesi Baschi seguano poi l’esempio della Scozia? Ma non è questo l’unico dilemma. Senza il voto degli scozzesi, mediamente assai più europeisti degli inglesi, è più probabile che il referendum che Cameron vuole indire nel 2017 sull’appartenenza della Gran Bretagna all’Unione Europea produrrebbe un divorzio del Regno Unito dalla Ue. Così in futuro potrebbe esserci un’Europa a chiazze, con l’Inghilterra che non ne fa parte, la Scozia e l’Irlanda sì.

http://www.repubblica.it/economia/2014/09/09/news/bye_bye_scozia_gli_effetti_dell_indipendenza-95347177/?ref=HREC1-18

Grandissima crisi

Sette anni di crisi infinita mai una depressione è stata così devastante

di Maurizio Ricci

Le parole cominciano a farsi pesanti. Di fronte alla crisi europea, il premio Nobel Joseph Stiglitz parla ormai, apertamente, non più di semplice recessione, ma di vera e propria depressione: il cupo scenario di un’economia che affonda sempre di più e non sembra capace di scuotersi. Al confronto, il «decennio perduto» del Giappone, a cavallo del secolo, appare quasi una prospettiva benigna. E ci sono confronti anche più imbarazzanti. Se quella degli anni ‘30 viene chiamata la Grande Crisi, forse bisogna cominciare a chiamare quella in corso la Grandissima Crisi: a sette anni dal suo innesco, l’economia dell’eurozona sta peggio di quanto stesse l’economia europea a sette anni dal 1929.
«Magari fossero gli anni ‘30» ha scritto Nicholas Craft, lo storico inglese dell’economia che ha messo a confronto l’Europa dopo il «venerdì nero» di Wall Street e l’Europa dopo la domenica buia del collasso Lehman. L’impatto iniziale della crisi fu più brusco, ottant’anni fa, ma la ripresa più vivace e veloce. Soprattutto, in una parte d’Europa. I paesi del blocco della sterlina (Regno Unito e paesi scandinavi, in sostanza) decisero già nel 1931 di abbandonare il collegamento con l’oro. La sterlina fu svalutata, ma i governi furono in grado di varare decisive misure di stimolo monetario e fiscale. Al contrario, i paesi dell’oro (Francia, Italia, Olanda) restarono ancorati al gold standard, sottoponendosi ad un bilancio d’austerità dopo l’altro, fino a che il circolo vizioso fra prezzi in caduta, disoccupazione crescente e tagli di bilancio sempre più grandi non li costrinse a mollare l’oro e a svalutare.
Era l’autunno del 1936: la ripresa comincia allora. Oggi, l’economia europea è ferma, ancora al di sotto ai livelli pre-crisi. Con la Germania che perde anch’essa colpi, praticamente nessuno prevede un rimbalzo nella seconda metà dell’anno. Il risultato è che, a fine 2014, guardando indietro
di sette anni, l’eurozona risulterà più lontana dalla ripresa anche dei fanatici del gold standard del secolo scorso, alla stessa fase della traiettoria post-crisi.
I giudizi di una parte crescente della comunità degli economisti sono aspri. Ad un recente convegno di premi Nobel, in Germania, Stiglitz e i suoi colleghi hanno escluso circostanze eccezionali e hanno parlato esplicitamente di «fallimento della politica», cioè della strategia di austerità imposta da Berlino. Chiamata in causa, Angela Merkel ha risposto a muso duro, ribadendo che è possibile crescere e, contemporaneamente, tagliare i bilanci. Tuttavia, l’attaccamento, in particolare della Germania, al rigido rispetto dei parametri dell’austerità sta giànproducendo risultati paradossali e le contraddizioni rischiano di esplodere. La lunga crisi, infatti, ha ridotto il Pil potenziale (cioè quello che risulterebbe con il massimo di occupazione e investimenti) ad esempio dell’Italia, perché ha intaccato, con la chiusura di impianti e l’espulsione di manodopera, la sua capacità produttiva. Potrebbe essere una curiosità da econometristi, ma il Pil potenziale è cruciale per determinare il deficit strutturale, cioè il disavanzo pubblico che ci sarebbe, anche con la congiuntura più favorevole. E il deficit strutturale è il parametro chiave delle nuove regole europee. Il risultato è perverso. Se il Pil potenziale si abbassa, si allarga il deficit strutturale, cioè il disavanzo che ci sarebbe anche con l’economia a pieno regime, visto che quel pieno regime non è poi granché. Deficit strutturale più alto significa austerità più severa, come rischia di sperimentare l’Italia nei prossimi mesi.
In altre parole, un devastante circolo vizioso in cui le regole sull’austerità impongono automaticamente sempre più austerità, mentre l’economia va in catalessi.
Finora, le speranze di rompere il circolo vizioso si sono appuntate sulla Bce, ma i margini di manovra di Mario Draghi appaiono ristretti. Il compromesso raggiunto a giugno fra falchi e colombe, nel board di Francoforte, ha dato via libera a massicce iniezioni di liquidità attraverso le banche, ma con l’intesa di aspettare fine anno, prima di decidere nuove e più
incisive misure. In una parola, prima di sparare la cartuccia del «quantitative easing», l’acquisto massiccio di titoli (in particolare di Stato) sui mercati, nel tentativo di inondare e drogare l’economia, come hanno già fatto le banche centrali negli Usa, in Gran Bretagna e in Giappone. Tuttavia, di fronte all’avanzare della crisi, anche il «quantitative easing » non appare più, ad alcuni, l’arma decisiva. «La Bce — ha detto un analista — ha perso l’attimo ». Avrebbe dovuto essere varata un anno fa, con i tassi ancora positivi e un’economia ancora immune dalla spirale psicologica della deflazione.
Se i margini della politica monetaria si sono esauriti, cosa resta? Dall’ala keynesiana degli economisti si alza, per la prima volta, in modo esplicito l’appello ad una massiccia manovra espansiva di bilancio: investimenti pubblici, rimpolpamento dei redditi. Perché, anche se, in prospettiva, le riforme di struttura sono importanti, qui ed ora quello che si impone è un massiccio rilancio della domanda, che rianimi subito una congiuntura esangue, nella più pura ortodossia keynesiana. L’appello è abbastanza convinto da aver spinto un economista autorevole come Willem Buiter (capoeconomista a Citigroup) a pubblicare un ponderoso saggio accademico, denso di equazioni, per valutare l’efficacia di quello che gli americani chiamano «helicopter money», soldi buttati dall’elicottero (in una versione più elegante, assegni che arrivano dal Tesoro a casa dei contribuenti). Funziona, assicura Buiter. Sempre.

La Repubblica 24 agosto 2014

http://rassegna-stampa.veneziepost.it/stories/italy/36422_sette_anni_di_crisi_infinita_mai_una_depressione__stata_cos_devastante/#.U_oLrCzlrIU

 

 

Di chi è Banca d’Italia?

bankitaliaIl decreto riordina l’assetto proprietario della Banca d’Italia, che è un ente di diritto pubblico, dopo anni di discussioni e di tentativi andati a vuoto. Il primo passo per farlo è stata la rivalutazione del capitale rimasto fermo alla cifra – 300 milioni di lire – versata alla costituzione dell’Istituto, nel 1936.

La conversione in euro ha reso forse più evidente l’esiguità del valore pari a 156 mila euro, anche di fronte a quello delle altre banche centrali europee che si sono invece adeguate nel tempo. Il decreto propone quindi la rivalutazione di quei 156 mila euro a 7,5 miliardi. L’ammontare è stato definito direttamente dagli esperti della Banca d’Italia coadiuvati da 3 «saggi» – Franco Gallo, Andrea Sironi, Lucas Papademos – sulla base della rivalutazione di quella parte del capitale (che è minima rispetto al patrimonio complessivo della nostra banca centrale) legata all’attività cosiddetta di signoraggio, cioè quella di battere moneta e farla circolare. In altre parole, all’attività centrale originaria dell’ex Istituto di emissione. Tutto il resto, e soprattutto le attività istituzionali di politica monetaria, erano e sono fuori dal capitale rivalutato che il decreto prende in considerazione.

Al momento della costituzione il capitale di Bankitalia suddiviso in 300 mila quote di partecipazione nominative da 1000 lire ciascuna (convertite in 0,56 euro) era stato distribuito presso enti finanziari di rilevanza pubblica – assicurazioni, enti previdenziali, banche e casse di risparmio- cioè nella grandissima parte aziende che a seguito del processo di trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni e di privatizzazione dei primi anni Novanta, hanno cambiato pelle. In particolare le banche che oltre ad essere state privatizzate si sono riorganizzate e unite fra loro per restare sul mercato.

Il risultato è che le banche più grandi, come Intesa Sanpaolo soprattutto e poi Unicredit, si ritrovano in portafoglio quote rilevanti del capitale. Ecco perché il panorama degli azionisti di Bankitalia è privato (succede anche in altre banche centrali, Giappone, Usa in testa) ed ecco perché- appunto per evitare che ci siano soci troppo forti – il decreto prevede un tetto del 3% al possesso consentendo che sia la stessa Banca centrale ad acquisire la quota eccedenti, in via temporanea per rimetterli in tre anni sul mercato. Un mercato nuovo e limitato comunque a soggetti «idonei» indicati dalla legge e sui quali Palazzo Koch manterrà una sorta di potere di veto. C’è da dire che i partecipanti avranno diritto ad un dividendo per le loro quote da 25 mila euro ciascuna, un rendimento misurato sul valore come è stato finora, ma continueranno a non avere alcuna voce sull’attività istituzionale della Banca……..

http://www.corriere.it/economia/14_gennaio_30/cosa-dice-decreto-riassetto-banca-d-italia-921b8fc6-89a1-11e3-be5b-d457abaa7165.shtml