La finestra del debito

debyIl nuovo Quantitative easing della Bce introdurrà misure che renderanno meno difficile la gestione del nostro debito. Aprendo una finestra di intervento sui conti pubblici, per ridurre spesa e tasse.

Succede alle montagne, quando gli strati geologici slittano sotto la superficie senza che l’impatto sia visibile subito. Anche nel debito pubblico dell’Italia certi cambiamenti rischiano di passare inosservati mentre in Europa se ne discute accanitamente. A Bruxelles resta sotto sorveglianza la sua enorme taglia rispetto all’economia del Paese, in Germania preoccupa l’esposizione delle banche su di esso, in Italia la politica parla d’altro come se quella montagna non ci fosse.

Nel frattempo pochi notano un dettaglio sempre più determinante: stanno cambiando i proprietari. Fra i detentori di titoli di Stato italiani si sta imponendo un soggetto la cui presenza è destinata ad aprire la finestra di un’opportunità di quelle che si presentano poche volte in un secolo. Se l’Italia ci salterà dentro, potrà uscirne avendo radicalmente diluito il veleno del debito che la intossica da tre decenni. In caso contrario le antiche vulnerabilità sono destinate a riemergere tra pochi anni, specie quelle che oggi crescono inosservate sotto la superficie. In vista del Documento di economia e finanza che il governo deve varare a metà a aprile, è questo l’aspetto forse più rilevante eppure meno discusso.

Il soggetto che sta emergendo non è nuovo: si trova a meno di tre chilometri dal dipartimento del Tesoro. Da oltre un anno la Banca d’Italia compra sul mercato, in media, circa otto miliardi al mese di titoli di Stato del proprio Paese in esecuzione di un mandato della Banca centrale europea. Il quantitative easing, il programma di acquisti di titoli varato dalla Bce nel 2015, funziona esattamente così: le decisioni sono prese a maggioranza dal Consiglio direttivo di Francoforte ma le operazioni sui titoli di Stato vengono delegate alle banche centrali nazionali, in modo che il rischio resti tutto confinato nei bilanci di queste ultime. I titoli del Tesoro italiano sono comprati solo dalla Banca d’Italia, e solo ad essa spettano tanto i rischi di perdite che i relativi rendimenti.

Con le ultime decisioni della Bce qualcosa cambia: da aprile il ritmo degli acquisti accelera da 60 a 80 miliardi al mese per l’area euro e per l’Italia salirà a circa 9 miliardi al mese in titoli sovrani. Entra così pienamente in azione una forza che rende la finanza pubblica meno difficile da gestire, perché la Banca d’Italia alla fine del 2017 finirà per detenere debito pubblico del Paese per (almeno) 215 miliardi di euro. È molto più di quanto investono in debito pubblico le famiglie italiane, più di quanto detengano le compagnie assicurative.

Questa progressione è iscritta nel quantitative easing. L’anno scorso la Banca d’Italia ha comprato titoli del Tesoro per circa 96 miliardi di euro, nel 2016 e almeno fino a marzo del 2017 accelererà al ritmo di 108 miliardi l’anno. Inoltre, la Bce si è impegnata a far reinvestire in nuovi titoli sia quelli che scadono che i relativi proventi d interessi versati dai governi: per la Banca d’Italia ciò equivale ad acquisti di titoli del Tesoro per altri sette miliardi.

Tutto ciò significa che il governo finirà presto per pagare ogni anno alla Banca d’Italia gli interessi su un decimo del proprio debito, circa 7 miliardi l’anno almeno fino a fine decennio; a sua volta poi la Banca d’Italia restituirà gran parte di quei fondi proprio al Tesoro sotto forma di profitti di esercizio e di tasse sulle plusvalenze. Già solo nel 2015 questi versamenti sono stati di oltre sei miliardi. È come se il debito fosse diventato di colpo più piccolo. Qualcosa di simile accade in tutti gli altri Paesi dell’euro (Germania inclusa) e ancora di più in Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti: come nota un rapporto di Goldman Sachs, la banca centrale di Tokyo detiene ormai quasi la metà del debito pubblico nazionale, quella di Londra il 25%, la Federal Reserve circa il 20% e presto anche la Bundesbank sarà a un livello simile.

Niente di tutto questo risolve il problema del debito ma il governo italiano oggi ha l’ultima occasione per ridurre la spesa e le tasse, e ridistribuire queste ultime in modo da rendere l’intero sistema più efficiente prima che la magia della Bce svanisca. Se sprecasse l’occasione distribuendo risorse a pioggia e dimenticando la spesa, il contraccolpo arriverebbe con l’esaurirsi del quantitative easing. Le faglie oggi in movimento aprirebbero nuove voragini nell’economia. Già oggi gli italiani vedono assorbiti in interessi sul debito pubblico ben nove euro ogni cento pagati in tasse, più che in Grecia. E gli investitori esteri ormai si tengono sempre più a distanza: ormai detengono solo il 39% dello stock dei titoli del Tesoro, uno dei livelli in assoluto più bassi d’Europa.

La Bce e la Banca d’Italia oggi aprono una finestra. Solo l’Italia può approfittarne, oppure no.

Resta il problema, ma per l’Italia è l’ultima occasione per ridurre spesa e tasse

Federico Fubini

Corriere della Sera 28 marzo 2016

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TURISMO E CONSUMI SE LA NOTTE DI PARIGI PUÒ GELARE LA RIPRESA

 parrCosa volete che sia un’ombra, qualche milligrammo di zucchero in più nel sangue, destinato, per giunta, ad essere rapidamente riassorbito? Be’, dipende. Se è un paziente appena uscito dalla rianimazione, tuttora in terapia intensiva, quel milligrammo è sufficiente a far scattare l’allarme e a convocare, attorno al capezzale, cardiologi con la fronte aggrottata. Li vediamo in queste ore. Il capezzale è quello dell’economia europea, il trauma sono i massacri di Parigi, i cardiologi sono i banchieri centrali.

«È aumentato il livello di incertezza», commenta amaro il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Gli attacchi di Parigi «potrebbero aver elevato i rischi di un indebolimento dell’area euro», concorda Peter Praet, il capoeconomista della Banca centrale europea. Mettete in conto che, nelle riunioni informali della stessa Bce, già ci si interrogava sull’opportunità di ritoccare in modo robusto, agli inizi di dicembre, le dosi di medicinali, vista la debole risposta dell’economia europea alle terapie in corso e capirete il nervosismo che circola a Francoforte.

Per una volta, i banchieri centrali sono più irrequieti degli stessi mercati. Le Borse non hanno ancora deciso da che parte muoversi. Il petrolio ha continuato a scendere, l’oro galleggia. D’altra parte, è difficile prevedere l’impatto effettivo di eventi tragici come quelli di Parigi. Il terrorismo — dicono gli economisti — tende ad avere conseguenze limitate e transitorie sull’economia. Il caso di scuola sono le due Torri di New York. Le stime parlano di oltre 20 miliardi di dollari di danni fisici a edifici e infrastrutture, una paralisi del turismo con 12 miliardi di dollari di profitti in meno per le compagnie aeree del mondo.

Tutto sommato, l’economia Usa crebbe nel 2001 mezzo punto in meno di quanto sarebbe avvenuto senza gli attentati, e creò 600 mila disoccupati in più. Dati che vanno visti in prospettiva: nel giro di un anno, l’America aveva recuperato il terreno perduto.

Gli attentati del 2001 non sono peraltro comparabili, per scala (di morti e di danni), a quanto è avvenuto la scorsa settimana a Parigi. Più vicino l’attacco dei terroristi ai treni dei pendolari a Madrid nel 2004, con 191 morti.

Gli economisti spagnoli hanno concluso che i costi dell’attacco furono equivalenti allo 0,03 per cento dell’economia nazionale. Nella situazione europea attuale, tuttavia, il dato complessivo può non essere sufficientemente indicativo.

Nei prossimi mesi, gli economisti guarderanno in particolare al turismo, che, per la Francia, che aspetta gli Europei di calcio, come per l’Italia, che aspetta il Giubileo, vale oltre il 7 per cento del Pil. Non si tratta solo di viaggi ed alberghi. Anche di consumi. Chi pensa che i ricchi facciano i loro acquisti sotto casa, ad esempio, si sbaglia. Oltre metà degli acquisti di lusso avviene in viaggio.

Perché turismo e lusso sono così importanti per l’Europa di oggi? Perché sono indicatori sui quali è facile leggere in fretta il clima psicologico delle economie nei mesi a venire, un dato che viene ritenuto cruciale per le speranze di ripresa. Ai vertici delle banche centrali europee sono, infatti, acutamente consapevoli delle difficoltà che sta incontrando la rianimazione dell’area euro.

Sotto gli occhi di tutti c’è il fatto che nell’economia continentale, in questi mesi, stanno venendo immessi stimoli di una intensità inedita. Un prezzo dell’energia ai minimi, come non si vedeva da anni.

E iniezioni massicce di liquidità di entità inedita, destinate a ripetersi ancora, almeno per altri dieci mesi. Tanto che, finalmente, si sta allentando la stretta al credito, anche nei Paesi più difficili: in Italia stanno crescendo i crediti alle imprese e ne diminuiscono i costi.

Ma le economie si muovono lo stesso a passo di lumaca. L’espansione, in Italia, sarà meno dell’1 per cento quest’anno e dell’1,5 per cento il prossimo. La Francia crescerà dell’1,1 per cento nel 2015 e dell’1,4 per cento nel 2015. Anche la Germania resterà sotto il 2 per cento.

A questi ritmi, se anche il terrorismo tosasse solo qualche decimale, l’impatto sarebbe brusco e sensibile. In Italia, ad esempio, anche uno 0,1 per cento in meno equivarrebbe a tagliare la crescita di un decimo.

Come osserva Moody’s, meno crescita significherebbe deficit e debito più pesanti, rendendo d’attualità manovre di bilancio all’insegna dell’austerità. E stroncherebbe sul nascere i germogli di ottimismo e fiducia su cui le autorità monetarie contavano per un sostanziale rilancio dei consumi interni, che compensi le debolezze della domanda estera.

Quei germogli erano già assai deboli, come confermano le aspettative di inflazione, ancora a ritmi troppo lontani dall’obiettivo del 2 per cento. Ora, come dice Praet, potrebbero essere ancora più avvizziti.

E, se l’impatto diretto del terrorismo è transitorio, nel momento in cui intacca ottimismo e fiducia si prolunga nel tempo. Sempre che rimanga contenuto e isolato. Una vera e propria ondata terroristica, infatti, avrebbe costi assai diversi. Si calcola, ad esempio, che, nei Paesi Baschi, la campagna di attentati dell’Eta sia costata fino al 10 per cento del Pil. E altrettanto ha pesato, sull’economia israeliana, l’Intifada.

Maurizio Ricci per “la Repubblica”

20 novembre 2015

Arriva il nuovo Pil

pilpilArriva il nuovo Pil del 2011 e rispetto al “vecchio” dato il livello risulta aumentato di 59 miliardi, ovvero del 3,7%. Lo stima l’Istat, che ha ricalcolato il Prodotto interno lordo secondo il nuovo Sistema europeo dei conti e introdotto alcuni significativi cambiamenti, tra i quali uno dei più attesi dall’opinione pubblica riguarda il conteggio di una stima del valore dell’economia “illegale“, per armonizzare i conti europei e includere quei valori che altrove sono frutto di economia “legale” (si pensi ai Paesi dove la prostituzione è regolamentata).

Il cambiamento dei conti. L’anno di riferimento è il 2011, la cui stima del Pil passa da 1.579,9 a 1.638,9 miliardi. In questo modo, il relativo rapporto deficit/Pil migliora di 0,2 punti percentuali al 3,5%. Tra gli altri elementi del conto economico emerge che il saldo primario resta invariato all’1,2% del Pil (sempre nel 2011) mentre la pressione fiscale migliora di 0,9 punti percentuali al 41,6%. Per quanto riguarda gli aggregati che compongono la formazione del Prodotto, aggiunge l’istat, la spesa per i consumi finali viene rivalutata del 3,1% (al suo interno quelle delle famiglie aumenta del 4%), mentre gli investimenti fissi lordi subiscono una rivalutazione del 6,9%. In flessione invece le revisioni delle importazioni e delle esportazioni, che rispettivamente, subiscono una revisione al ribasso pari al 2 e al 2,9%.

Il peso di sommerso e illegalità.

L’Istituto di Statistica coglie l’occasione per dare una nuova stima dell’economia sommersa, pari a circa 187 miliardi, l’11,5% del Pil 2011. Si tratta delle somme connesse a lavoro irregolare e sottodichiarazione. Secondo una stima di Bankitalia antecedente al lavoro dell’Istat, di cui aveva parlato Anna Maria Tarantola (allora vicedirettore) in Parlamento, tra il 2005 e il 2008 l’incidenza dell’economia sommersa sul Pil era pari al 10,9% cioè a circa 150 miliardi. A ciò, tornando ai dati odierni dell’Istituto, si può aggiungere l’illegalità (droga, prostituzione e contrabbando), per un combinato di “economia non osservata” di oltre 200 miliardi (12,4% del Pil). Nel dettaglio dell’economia illegale, 10,5 miliardi arrivano dalla commercializzazione della droga, 3,5 miliardi dalla prostituzione, 0,3 miliardi dal contrabbando di sigarette, 1,2 miliardi dall’indotto.

La critica. Questo ‘allargamento’ del Pil non è certo esente da critiche. Nonostante l’Istat abbia precisato che non si tratti dell’inclusione di “economia criminale” nei conti pubblici, resta forte la voce di economisti in dissidio. Esempio ne è Marcello Esposito, docente di International Financial Markets presso l’Università Cattaneo di Castellanza, che ha espresso la sua posizione in un intervento su Lavoce.info. “Come possiamo considerare Prodotto un valore economico che lo Stato si adopera per azzerare”, sintetizza a Repubblica.it riferendosi a quelle attività – come appunto prostituzione e vendita/consumo di droga – in merito alle quali l’attività di contrasto è mirata non alla loro emersione (come avviene per l’evasione fiscale), ma alla soppressione. “La filosofia di base di questa revisione poteva essere ammessa in un contesto che punta alla regolarizzazione e legalizzazione di queste attività, ma sono idee che ormai non hanno più cittadinanza”. Oltre a questo, ci sono “anche i livelli tecnici/statistici da verificare, in attesa di conoscere i dettagli dei calcoli Istat: come ci si comporta coi traffici internazionali? Sono considerate esportazioni?” domanda ancora con una vena ironica. La sostanza della critica è che “se si considera il Pil come quantificazione della base imponibile sulla quale può fare affidamento uno Stato per onorare i suoi impegni con i mercati (il debito), con questo allargamento siamo fuori strada”.

I nuovi principi. La revisione dei metodi contabili dell’Istat deriva dall’adozione dei principi internazionali del Sec 2010, dal precedente Sec 95: si tratta del Sistema europeo dei conti nazionali, l’insieme di regole che si devono usare per produrre la contabilità nazionale nella Ue. Al di là dell’aspetto che riguarda l’illegalità, che ha attirato l’attenzione pubblica per la sua particolarità, le novità introdotte sono molte e importanti. Sono tre, in sintesi, i cardini d’innovazione: le modifiche relative al Sec 2010 (che pesano per 1,6 punti del miglioramento complessivo del Pil); il superamento delle riserve europee alla implementazione del Sec 95 (tra le quali proprio l’inclusione delle attività illegali, per 0,8 punti di Pil); l’innovazione delle fonti e metodologie nazionali (1,3 punti di Pil).
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Le attese per il Def. Dal prossimo 22 settembre, in vista anche del Documento di economia e finanza, sarà possibile valutare l’impatto del Sec 2010 sui conti pubblici del periodo 2009-2013. Dalla revisione del conteggio del Pil si aspettano effetti “limitati” per il bilancio dello Stato.

A gennaio la Commissione Ue aveva stimato una variazione del Pil italiano compresa tra l’1 e il 2%, in relazione alle sole novità introdotte dal Sec 2010; in Germania è stata operata una rivalutazione del Pil del 3,4% (di cui 2,7 punti dovuti al nuovo Sec, anno 2010), in Francia del 3,2% (di cui 2,4 punti per il nuovo Sec, anno 2010), nel Regno Unito del 4,6% (di cui 2,3 punti attribuiti al nuovo Sec, anno 2009). Negli Stati Uniti la revisione, operata nel luglio 2013, ha dato luogo a una rivalutazione del Pil del 3,6% (anno 2012). Nel caso delle stime della Commissione, l’effetto sul deficit nominale sarebbe inferiore allo 0,1%, mentre il debito (che è sopra il 130% del Pil) ne risentirebbe maggiormente, nell’ordine di 2,6 – 2,7 punti percentuali.

Applicando per esempio la rivalutazione del 3,7% al Pil del 2013 (1.560 miliardi di euro), il nuovo rapporto Deficit/Pil per quell’anno scenderebbe dal 3,03 al 2,92%, mentre il debito ne beneficerebbe di più passando dal 132,63 al 127,89%. Ancora andando per ipotesi, e senza considerare le minori spese e tutte le altre voci del bilancio dello Stato, nell’anno in corso avere uno spazio sul deficit di 0,1 punti percentuali (che è la nuova “distanza” dal tetto del 3% imposto a Bruxelles e immaginando un Pil piatto nel 2014 sul 2013) significherebbe un “tesoretto” di circa 1,5 miliardi.
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http://www.repubblica.it/economia/2014/09/09/news/istat_pil_revisione-95355046/?ref=search

Perché non siamo diventati più ricchi

Di Tito Boeri su Repubblica del 10/9/2014

NON illudiamoci. Non siamo diventati, come d’incanto, più ricchi. Al contrario, gran parte (due terzi per la precisione) di quei 60 miliardi in più di reddito nazionale ieri certificati dall’Istat dobbiamo proporci di farli sparire, perché sono frutto di attività illegali o sono comunque realizzati con mezzi illeciti. Bene perciò che nessuno questa volta voglia imitare Bettino Craxi.
QUANDO nel 1987 brindava al sorpasso della Gran Bretagna da parte dell’Italia grazie alle nuove stime dell’economia sommersa. Non c’è proprio nessuna ragione per esultare. Anche perché questa rivalutazione non modificherà in modo sostanziale i nostri saldi di bilancio evitandoci aggiustamenti dolorosi. Al contrario, farà lievitare il nostro contributo al bilancio europeo.
Al massimo, ci potrà risparmiare una nuova manovra nel 2014 per stare sotto al 3 per cento nel rapporto deficit/pil. Ma nel 2015 dovremo pur sempre reperire 20 miliardi di tagli alla spesa, a meno di una brusca accelerazione nel cammino delle riforme.
La rivalutazione del prodotto interno lordo di cui ha dato ieri comunicazione l’Istat è un’operazione molto discutibile. Non se ne può dare colpa al solo istituto di via Balbo perché è stata decisa a livello europeo e l’Istat non ha fatto altro che conformarsi alle nuove regole contabili (Sec 2010). Ma il governo, valutando il tasso di crescita della nostra economia e gli effetti delle sue politiche, farà bene a continuare a prendere come riferimento le vecchie definizioni. Non vorremmo, infatti, che un domani il progresso nel reprimere l’attività criminale provocasse l’entrata del nostro paese in una recessione!
Una parte consistente della rivalutazione dipende dal fatto che vengono incluse nel reddito nazionale produzioni illegali di beni illegali. Sin qui solo l’economia sommersa — produzione di beni legali in modo illegale perché evadendo le tasse — veniva inclusa nel pil. Era un’operazione comunque discutibile perché, come gli italiani sanno bene, le statistiche sul prodotto interno lordo vengono comunemente utilizzate per valutare la capacità di un paese di ripagare il proprio debito. Il pil viene infatti preso come riferimento nei trattati internazionali sottoscritti dal nostro paese come una misura di base imponibile. Come tale, dovrebbe includere solo attività che contribuiscono a raccogliere tasse e contributi. Ora questa distorsione è stata ulteriormente accentuata, non solo con nuove e più generose stime dell’economia sommersa, ma anche con l’inclusione di “attività vietate dalle leggi nazionali, ma oggetto di uno scambio volontario”. Avremo così il paradosso di una riduzione del volume di attività proibite per legge, si presume sulla base di criteri condivisi dalla maggioranza dei cittadini, che comporta, di per sé, un calo del reddito nazionale.
Inutile sottolineare le difficoltà presenti nello stimare il volume di queste attività illegali. Basta prendere in mano il documento predisposto dall’ Office for National Statistics britannico per rendersene conto. Propone di stimare il valore aggiunto associato al traffico di droga moltiplicando il potenziale numero di consumatori di sostanze stupefacenti con congetture sulle dosi di cui fanno uso, senza preoccuparsi di controllare (sarebbe troppo complesso, si scrive) che queste cifre abbiano una qualche corrispondenza con gli accertamenti giudiziari e della polizia sul traffico di droga. Il contributo dato dalla prostituzione al prodotto interno lordo viene invece stimato guardando all’offerta anziché alla domanda, che sarebbe presumibilmente stata data dal numero di… utilizzatori finali. L’Ons ha così raccolto i dati sul consumo di preservativi, il numero di “abiti da lavoro” delle prostitute (ritenute fornitrici “volontarie” di questi servizi) e le abitazioni in affitto adibite a ricevere i clienti. Non sappiamo quale metodo abbia utilizzato l’Istat, ma le cifre diramate ieri implicano che ogni maschio italiano con più di 14 anni spenda circa 200 euro all’anno per andare con prostitute. Quale affidabilità possiamo attribuire a stime di questo tipo? Come possono essere comparabili tra paesi e nel corso del tempo?
Come già rimarcato, non si può attribuire all’Istat la responsabilità di questa operazione. Ma nessuno obbliga il nostro istituto di statistica a mettere in prima pagina del suo comunicato i nuovi dati sulla pressione fiscale. Che senso ha evidenziare il calo di un punto percentuale del peso delle tasse sul reddito nazionale quando è frutto soprattutto dell’inclusione nel denominatore di attività che, per definizione, non pagano le tasse e i contributi sociali? Per favore, ci risparmino questa presa in giro. Oltre al danno di pagare le tasse anche per chi conduce attività illegali o opera nel sommerso, dobbiamo subire la beffa di vederci certificare una pressione fiscale più bassa di quel che è. E magari qualche politico cercherà di approfittare di questa operazione contabile per rivendicare la sua capacità di tagliare le tasse.
Bene perciò che il governo resista fermamente alla tentazione di brindare a questa rivalutazione. Meglio che la usi il meno possibile. Dovremo, in ogni caso, monitorare gli effetti delle sue politiche guardando alla definizioni di pil che escludono l’economia illegale e possibilmente la stessa economia sommersa. E l’aumento dell’economia legale, quella che paga le tasse e opera legalmente, ciò che deve interessare nel valutare l’azione di un governo. Nel momento in cui si opera una scelta contabile così discutibile, che in qualche modo inficia la trasparenza dei nostri conti pubblici, importante anche fare un’azione di trasparenza a tutti i livelli. Come ricorda Marcello Esposito su lavoce. info, è stata proprio la Grecia a dare il cattivo esempio, rivalutando il proprio pil sulla base di stime gonfiate dell’economia sommersa pur di abbassare il rapporto deficit/pil……
Tito Boeri

Grandissima crisi

Sette anni di crisi infinita mai una depressione è stata così devastante

di Maurizio Ricci

Le parole cominciano a farsi pesanti. Di fronte alla crisi europea, il premio Nobel Joseph Stiglitz parla ormai, apertamente, non più di semplice recessione, ma di vera e propria depressione: il cupo scenario di un’economia che affonda sempre di più e non sembra capace di scuotersi. Al confronto, il «decennio perduto» del Giappone, a cavallo del secolo, appare quasi una prospettiva benigna. E ci sono confronti anche più imbarazzanti. Se quella degli anni ‘30 viene chiamata la Grande Crisi, forse bisogna cominciare a chiamare quella in corso la Grandissima Crisi: a sette anni dal suo innesco, l’economia dell’eurozona sta peggio di quanto stesse l’economia europea a sette anni dal 1929.
«Magari fossero gli anni ‘30» ha scritto Nicholas Craft, lo storico inglese dell’economia che ha messo a confronto l’Europa dopo il «venerdì nero» di Wall Street e l’Europa dopo la domenica buia del collasso Lehman. L’impatto iniziale della crisi fu più brusco, ottant’anni fa, ma la ripresa più vivace e veloce. Soprattutto, in una parte d’Europa. I paesi del blocco della sterlina (Regno Unito e paesi scandinavi, in sostanza) decisero già nel 1931 di abbandonare il collegamento con l’oro. La sterlina fu svalutata, ma i governi furono in grado di varare decisive misure di stimolo monetario e fiscale. Al contrario, i paesi dell’oro (Francia, Italia, Olanda) restarono ancorati al gold standard, sottoponendosi ad un bilancio d’austerità dopo l’altro, fino a che il circolo vizioso fra prezzi in caduta, disoccupazione crescente e tagli di bilancio sempre più grandi non li costrinse a mollare l’oro e a svalutare.
Era l’autunno del 1936: la ripresa comincia allora. Oggi, l’economia europea è ferma, ancora al di sotto ai livelli pre-crisi. Con la Germania che perde anch’essa colpi, praticamente nessuno prevede un rimbalzo nella seconda metà dell’anno. Il risultato è che, a fine 2014, guardando indietro
di sette anni, l’eurozona risulterà più lontana dalla ripresa anche dei fanatici del gold standard del secolo scorso, alla stessa fase della traiettoria post-crisi.
I giudizi di una parte crescente della comunità degli economisti sono aspri. Ad un recente convegno di premi Nobel, in Germania, Stiglitz e i suoi colleghi hanno escluso circostanze eccezionali e hanno parlato esplicitamente di «fallimento della politica», cioè della strategia di austerità imposta da Berlino. Chiamata in causa, Angela Merkel ha risposto a muso duro, ribadendo che è possibile crescere e, contemporaneamente, tagliare i bilanci. Tuttavia, l’attaccamento, in particolare della Germania, al rigido rispetto dei parametri dell’austerità sta giànproducendo risultati paradossali e le contraddizioni rischiano di esplodere. La lunga crisi, infatti, ha ridotto il Pil potenziale (cioè quello che risulterebbe con il massimo di occupazione e investimenti) ad esempio dell’Italia, perché ha intaccato, con la chiusura di impianti e l’espulsione di manodopera, la sua capacità produttiva. Potrebbe essere una curiosità da econometristi, ma il Pil potenziale è cruciale per determinare il deficit strutturale, cioè il disavanzo pubblico che ci sarebbe, anche con la congiuntura più favorevole. E il deficit strutturale è il parametro chiave delle nuove regole europee. Il risultato è perverso. Se il Pil potenziale si abbassa, si allarga il deficit strutturale, cioè il disavanzo che ci sarebbe anche con l’economia a pieno regime, visto che quel pieno regime non è poi granché. Deficit strutturale più alto significa austerità più severa, come rischia di sperimentare l’Italia nei prossimi mesi.
In altre parole, un devastante circolo vizioso in cui le regole sull’austerità impongono automaticamente sempre più austerità, mentre l’economia va in catalessi.
Finora, le speranze di rompere il circolo vizioso si sono appuntate sulla Bce, ma i margini di manovra di Mario Draghi appaiono ristretti. Il compromesso raggiunto a giugno fra falchi e colombe, nel board di Francoforte, ha dato via libera a massicce iniezioni di liquidità attraverso le banche, ma con l’intesa di aspettare fine anno, prima di decidere nuove e più
incisive misure. In una parola, prima di sparare la cartuccia del «quantitative easing», l’acquisto massiccio di titoli (in particolare di Stato) sui mercati, nel tentativo di inondare e drogare l’economia, come hanno già fatto le banche centrali negli Usa, in Gran Bretagna e in Giappone. Tuttavia, di fronte all’avanzare della crisi, anche il «quantitative easing » non appare più, ad alcuni, l’arma decisiva. «La Bce — ha detto un analista — ha perso l’attimo ». Avrebbe dovuto essere varata un anno fa, con i tassi ancora positivi e un’economia ancora immune dalla spirale psicologica della deflazione.
Se i margini della politica monetaria si sono esauriti, cosa resta? Dall’ala keynesiana degli economisti si alza, per la prima volta, in modo esplicito l’appello ad una massiccia manovra espansiva di bilancio: investimenti pubblici, rimpolpamento dei redditi. Perché, anche se, in prospettiva, le riforme di struttura sono importanti, qui ed ora quello che si impone è un massiccio rilancio della domanda, che rianimi subito una congiuntura esangue, nella più pura ortodossia keynesiana. L’appello è abbastanza convinto da aver spinto un economista autorevole come Willem Buiter (capoeconomista a Citigroup) a pubblicare un ponderoso saggio accademico, denso di equazioni, per valutare l’efficacia di quello che gli americani chiamano «helicopter money», soldi buttati dall’elicottero (in una versione più elegante, assegni che arrivano dal Tesoro a casa dei contribuenti). Funziona, assicura Buiter. Sempre.

La Repubblica 24 agosto 2014

http://rassegna-stampa.veneziepost.it/stories/italy/36422_sette_anni_di_crisi_infinita_mai_una_depressione__stata_cos_devastante/#.U_oLrCzlrIU

 

 

Sovranità e disunione europea

sovrIN UNA sua recente sortita Draghi ha affermato che i paesi come l’Italia non in condizione di attuare con tempestività e rigore le necessarie riforme dovrebbero rendersi disponibili a cedere una parte della loro “sovranità”. Tanto è bastato per suscitare la ferma reazione di Renzi, al quale la prospettiva del ripetersi della lezione impartita alla Grecia dalla troika fa rizzare i capelli in testa. Nei suoi termini più generali la sovranità è l’attributo di un organo decisionale che “sta sopra”, in grado di esercitare un potere supremo sulle varie componenti della sottostante società, dando e persino imponendo ad esse le regole atte ordinarne i modi di essere e di agire. L’intima vocazione della sovranità è di stabilire un’efficace gerarchia di comando, riconosciuta e dotata di una sua legittimazione, sui “poteri particolaristici”.

Tra il Cinque e il Settecento la sovranità ebbe il suo punto di forza nell’assolutismo dei monarchi legittimato da Dio; con le rivoluzioni americana e francese negli Stati liberali e liberaldemocratici la sua legittimazione venne fatta poggiare sul popolo che praticamente la delegava ai suoi rappresentanti nei parlamenti; negli Stati totalitari novecenteschi è stata riposta nella volontà plebiscitaria incarnata nei partiti unici, nelle oligarchie dominanti e nei loro capi supremi. Atti esemplari di imposizione di sovranità furono messi in atto in America da Lincoln quando pose fine alla rivendicazione del Sud secondo cui la sovranità dei singoli Stati era preordinata e superiore a quella dell’Unione; in Giappone nel 1860 con la rivoluzione Meiji; in Russia con lo scioglimento nel 1918 dell’Assemblea costituente da parte del partito bolscevico; in Germania con l’assunzione del potere totale ad opera di Hitler nel 1933.

Tipici Stati sovrani erano le grandi potenze del passato che rivendicavano il diritto, avendo la forza per farlo valere, di decidere in autonomia nei territori soggetti al loro ordinamento giuridico in tema di politica interna, politica economica e politica estera. La sovranità assoluta è ormai storia del passato, e il suo stesso concetto nei paesi liberaldemocratici è andato incontro al tramonto in seguito per un verso al rafforzarsi degli istituti del diritto internazionale e per l’altro al moltiplicarsi e rafforzarsi di una variegata rete di poteri. Nondimeno quote significative di sovranità continuano a esistere in paesi democratici e non democratici come in primo luogo l’Unione americana, la Russia, l’India e la Cina. Orbene, che cos’è l’Unione Europea? Si chiama Unione ma non è propriamente una Unione. Non una confederazione ma neppure una federazione. Non ha un governo politico comune; l’euro è la moneta di una parte soltanto dei suoi membri; ha una Banca centrale, ma priva dei poteri forti di cui è dotata la Federal Reserve americana; la sua politica estera resta in prima istanza nelle mani dei governi nazionali; di un esercito europeo neppure si parla. La sua legittimazione è andata a mano a mano affievolendosi, come mostrato dal sorgere di movimenti e partiti molti dei quali più che euroscettici sono decisamente nemici dell’Unione, dalle diffuse aspre contestazioni nei confronti delle tecno-burocrazie di Bruxelles, dalla minaccia della fuoriuscita addirittura di un paese dell’importanza del Regno Unito, dalle avversioni per il potenziarsi dell’egemonia della Germania. Nell’Unione è un cercare incessante di faticosi compromessi tra Bruxelles e i singoli Stati, tra Stati e Stati. In essa regna una malfunzionante “poliarchia”, sicché i richiami alla sovranità da una parte e dall’altra risultano essenzialmente sfoghi retorici. Quando nell’Unione si fanno sentire zampate di sovranità queste vengono semmai dalle oligarchie industriali e finanziarie che dominano il mercato globalizzato e trovano nell’Europa debole un ventre più molle che nei maggiori paesi dell’America e dell’Asia.

Le rivendicazioni di sovranità vuoi da parte degli organi dell’Unione nei confronti di Stati membri, vuoi di questi nei confronti di quelli e vuoi dei movimenti che contro l’Unione invocano la restituzione della sovranità ai singoli Stati sono in effetti assai significative: sono lo specchio parlante di un assetto istituzionale e politico ancora così malcostruito da apparire non a caso traballante. L’Unione Europea, quantomai lontana dal diventare “Stati Uniti d’Europa”, si presenta piuttosto come “Stati Disuniti d’Europa”. Tutto dice che, se pure l’idea e la pratica di un centro di sovranità forte secondo i canoni europei d’un tempo non sono pensabili, nondimeno il consolidarsi di una gerarchia di poteri definiti e legittimati è indispensabile all’Unione per superare il pantano creato della defatigante contrattazione generale e permanente che è sotto i nostri occhi.

M.L. Salvadori

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/08/23/sovranita-e-disunione-europea30.html?rss

Varato il DEF

def_documento_co_finanziario-600x300[1]Il governo è alla prima prova economica. Oggi 8 aprile, il Consiglio dei ministri ha varato il Documento di economia e finanza (Def) che delineerà il Piano nazionale delle riforme. Un documento con «numeri prudenti», chiarisce il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che spera che «siano smentiti dalla realtà»…..

Il passaggio del Def in Parlamento avverrà in Parlamento il 17 aprile. …

Confermato il taglio di 10 miliardi del cuneo fiscale su base annua. Per il 2014, partendo il provvedimento da maggio, serviranno 6,7 miliardi: 4,5 miliardi verranno dalla spending review, spiega Renzi, mentre altri 2,2 miliardi verranno dall’aumento del gettito Iva e dall’aumento della tassazione sulla rivalutazione di Bankitalia…..

L’effetto espansivo delle riforme si manifesterà «debolmente» nel 2014 per poi risultare «via via più pronunciato» negli anni successivi. Lo si legge nella bozza del Piano nazionale delle riforme (Pnr) allegato al Def. In particolare il Pil risulterebbe maggiore di 0,8 punti percentuali nel 2014, dell’1,3% nel 2015, dell’1,6% nel 2016, dell’1,8% nel 2017. Si tratta di una stima «ragionevole», secondo il ministro Pier Carlo Padoan. La morsa della disoccupazione dovrebbe, dopo un’ulteriore stretta, gradualmente allentarsi: a fronte di un 12,2%, registrato nel 2013, le previsioni parlano di un tasso che dovrebbe schizzare al 12,8% nel 2014, per poi scendere al 12,5% nel 2015, al 12,2% nel 2016. Per scendere sotto il 12% bisognerà aspettare il 2017 (stima 11,6%).Anche la pressione fiscale in una prima fase dovrebbe crescere, al 44% dal 43,8% del 2013, per poi scendere al 43,7% nel 2016 e al 43,5% nel 2017. Migliora lentamente anche il rapporto deficit-pil, che secondo le stime si attesterà quest’anno al 2,6% (era al 3% nel 2013), scendendo ulteriormente al 2% nel 2015. ….
http://www.corriere.it/economia/14_aprile_08/renzi-crescita-spese-terapia-d-urto-vicini-chi-guadagna-meno-98dcf5f2-bef8-11e3-9575-baed47a7b816.shtml

 IL TESTO DEL DEF

DEF-PNR-2014

Di chi è Banca d’Italia?

bankitaliaIl decreto riordina l’assetto proprietario della Banca d’Italia, che è un ente di diritto pubblico, dopo anni di discussioni e di tentativi andati a vuoto. Il primo passo per farlo è stata la rivalutazione del capitale rimasto fermo alla cifra – 300 milioni di lire – versata alla costituzione dell’Istituto, nel 1936.

La conversione in euro ha reso forse più evidente l’esiguità del valore pari a 156 mila euro, anche di fronte a quello delle altre banche centrali europee che si sono invece adeguate nel tempo. Il decreto propone quindi la rivalutazione di quei 156 mila euro a 7,5 miliardi. L’ammontare è stato definito direttamente dagli esperti della Banca d’Italia coadiuvati da 3 «saggi» – Franco Gallo, Andrea Sironi, Lucas Papademos – sulla base della rivalutazione di quella parte del capitale (che è minima rispetto al patrimonio complessivo della nostra banca centrale) legata all’attività cosiddetta di signoraggio, cioè quella di battere moneta e farla circolare. In altre parole, all’attività centrale originaria dell’ex Istituto di emissione. Tutto il resto, e soprattutto le attività istituzionali di politica monetaria, erano e sono fuori dal capitale rivalutato che il decreto prende in considerazione.

Al momento della costituzione il capitale di Bankitalia suddiviso in 300 mila quote di partecipazione nominative da 1000 lire ciascuna (convertite in 0,56 euro) era stato distribuito presso enti finanziari di rilevanza pubblica – assicurazioni, enti previdenziali, banche e casse di risparmio- cioè nella grandissima parte aziende che a seguito del processo di trasformazione delle banche pubbliche in società per azioni e di privatizzazione dei primi anni Novanta, hanno cambiato pelle. In particolare le banche che oltre ad essere state privatizzate si sono riorganizzate e unite fra loro per restare sul mercato.

Il risultato è che le banche più grandi, come Intesa Sanpaolo soprattutto e poi Unicredit, si ritrovano in portafoglio quote rilevanti del capitale. Ecco perché il panorama degli azionisti di Bankitalia è privato (succede anche in altre banche centrali, Giappone, Usa in testa) ed ecco perché- appunto per evitare che ci siano soci troppo forti – il decreto prevede un tetto del 3% al possesso consentendo che sia la stessa Banca centrale ad acquisire la quota eccedenti, in via temporanea per rimetterli in tre anni sul mercato. Un mercato nuovo e limitato comunque a soggetti «idonei» indicati dalla legge e sui quali Palazzo Koch manterrà una sorta di potere di veto. C’è da dire che i partecipanti avranno diritto ad un dividendo per le loro quote da 25 mila euro ciascuna, un rendimento misurato sul valore come è stato finora, ma continueranno a non avere alcuna voce sull’attività istituzionale della Banca……..

http://www.corriere.it/economia/14_gennaio_30/cosa-dice-decreto-riassetto-banca-d-italia-921b8fc6-89a1-11e3-be5b-d457abaa7165.shtml