«Il Papa da Don Milani è un bel segno. Non era un marxista, ma un prete vero».

«Salii da Firenze con un compagno di seminario, su una Lambretta. Andare a trovare Don Milani a Barbiana era proibito. Appena ci ha visti, per prima cosa ha chiesto: “Voi due, avete il permesso del rettore?”. E noi: no. Aveva uno sguardo che ti inchiodava. “Male”, ci fa. “Già solo per questo vi sbatterei fuori, perché siete disobbedienti!”». Il cardinale Gualtiero Bassetti sorride, «era fatto così, ti aggrediva per metterti alla prova, “L’ho sempre detto, io, che sarei l’unico a poter fare l’educatore in seminario!”, ma poi ci fece entrare…».
I tempi cambiano. Il giovane seminarista di allora è appena stato scelto dal Papa come presidente della Conferenza episcopale italiana. E domattina Francesco andrà a Barbiana e prima ancora a Bozzolo, nel Mantovano, per pregare sulle tombe di don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari, ovvero il prete trentunenne che nel ’54 fu mandato in esilio ecclesiastico nel Mugello e il parroco che ad ogni libro veniva messo all’indice dal Sant’Uffizio.
Che cosa significa per la Chiesa italiana, eminenza?
«È un segno molto bello. Il Papa parla anche attraverso i segni. E vuole indicare ai sacerdoti e ai vescovi di oggi due modelli di “Chiesa in uscita”, due pastori che “hanno l’odore delle pecore”, capaci di cogliere i segni dei tempi e sempre dalla parte dei dimenticati, degli ultimi. Le più belle pagine della Chiesa sono state scritte da anime inquiete, diceva don Mazzolari. Vale anche per don Lorenzo. Erano diversi ma entrambi profetici, lontani dalle etichette cui si tenta talvolta di ridurli».
Quali etichette?
«A don Milani, per esempio, hanno cucito addosso dei vestiti che non erano suoi. È una personalità complessa, difficile da afferrare perché aveva un pensiero fermo nei principi ma in costante evoluzione. L’hanno definito ribelle, disobbediente alla sua Chiesa, il prete rosso. Ma lui, come don Mazzolari, è sempre stato fedele alla sua Chiesa, anche nei momenti più difficili. Ed era temuto non solo dai conservatori. Ricordo che una volta disse: il vescovo mi proibisce di parlare alla casa del popolo di Vicchio e io obbedisco, ma faccio un piacere ai comunisti».
E perché?
«Perché parlava chiaro, e non era tenero con nessuna parte. La verità era quella e la diceva. Già nelle esperienze pastorali, del ’54, accusava i comunisti di tradimento nei confronti dei poveri: nelle case del popolo date giochi e valigette borghesi! Li invitava a trasformarle in scuole, piuttosto».
Per quale ragione fu esiliato a Barbiana?
«Talvolta è destino dei profeti il non essere compresi. Dava fastidio la sua scelta radicale per i poveri, la scuola, il suo lottare contro le ingiustizie. Ragazzi sfruttati, in fabbrica per sedici ore con salari minimi. Aveva capito che i ricchi possono scegliere quello che vogliono ma per i poveri c’è solo un destino bieco. E il Vangelo lo portava a stare dalla parte degli ultimi, i dimenticati, non perché fosse un sociologo né tantomeno un marxista, ma perché era un prete. Tanti fanno confusione: poteva arrivare a conclusioni simili, ma diverse erano le premesse. Penso alla tonaca…».
La tonaca?
«Quando Paolo VI autorizzò il clero a indossare il clergyman, credo sia stato l’unico della nostra diocesi che rimase in tonaca. Forse aveva letto Bernanos, il curato di campagna che dice: porto una veste da beccamorto, ma annuncio il Risorto. Un prete fino in fondo. In una lettera del 25 febbraio 1952 scrive che l’ingiustizia sociale non è cattiva anzitutto perché danneggia i poveri ma perché è peccato, offende Dio e ritarda il suo regno. Anche la cultura diventava per lui uno strumento per evangelizzare i poveri. La scuola per i poveri, gli operai, i contadini, divenne il mezzo di questa sua catechesi: crescere i giovani per farne uomini più liberi, più giusti e in fondo più cristiani».
Il Vangelo «sine glossa»…
«Don Milani veniva da una famiglia altoborghese, colta. Arrivò a Barbiana e non c’era nulla, niente acqua, né luce, né gas, né strade. Bisognava vederla, a quei tempi: solo una piccola canonica in cima a un poggio in mezzo al bosco, e 84 anime. La madre gli scrisse: vedrai, il cardinale ti ha mandato là per tenerti lontano dalle chiacchiere, ma poi torni. Lui le rispose: hai capito male, la dignità di un prete non sta nel numero di fedeli, ma nel modo in cui si rapporta al Vangelo».

Gian Guido Vecchi

Corriere della Sera, 19 giugno 2017

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/17_giugno_18/papa-don-milani-bel-segno-8d3f8c18-546a-11e7-b88a-9127ea412c57.shtml

Tutti i don Milani del mondo

dmilanSe n’è andato per il mondo, «a cercare tutti i don Milani — spiega —. Tutti coloro che mettono in pratica quella lezione». Ma forse il fatto più sorprendente è che li abbia trovati davvero: a Benares, a Pechino, a Volgograd, in Gambia, a Città del Messico, a New York, a Berlino. E anche dentro se stesso ma, questo, Eraldo Affinati tutt’al più lo lascia intendere.

Ha incontrato i don Milani di oggi, ed è andato a risvegliare il don Lorenzo di ieri, scomparso quasi cinquant’anni fa e già un po’ appannato nella memoria collettiva. Ne ha ascoltato gli ultimi allievi, ne ha visitato i luoghi d’infanzia e di maturità, ne ha ripercorso i sentieri «come un rabdomante che cerca di resuscitare le energie — sorride di sé lo scrittore e insegnante —. Perché ci sono spazi magnetici, luoghi che possono essere avvicinati soltanto secondo categorie religiose. Esempi? I primi che mi vengono in mente: Auschwitz e Hiroshima».

In questo caso, anche Barbiana. E Castiglioncello. E il quadrilatero d’oro di Milano. O la periferia di Firenze. Soprattutto Montespertoli, «una delle stazioni di partenza di Lorenzo», la superba tenuta di campagna della famiglia, oggi un agriturismo: «Avevi letto i libri, preso atto delle biografie, consultato gli archivi, scorso gli elenchi di titoli, interrogato i testimoni — si dice Affinati —; ma se non fossi venuto a Montespertoli, se non avessi visto questi poderi, sentito questo profumo di fiori, fotografato il cipresso al quale Laura Milani, la nonna letterata, dedicò perfino una poesia, non avresti capito il viaggio intrapreso da don Lorenzo verso le strade storte, i tetti sfondati, il fango rappreso, le porte rotte, le stanze fredde, i sandali bucati, la vita senza parole, le croste sui ginocchi dei bambini balbuzienti».

Bisogna andare sul posto, vedere per capire. O almeno tentare. Vale per i giornalisti, vale per gli scrittori. Se Barbiana, con la sua scuola, è diventata negli anni «il luogo del culto», dove tutto pare essere stato spiegato, Montespertoli racchiude ancora quasi intatto il mistero della vocazione del «Signorino», che non si perdonò mai di essere nato benestante e borghese. E se davvero soffrì, come ipotizzava Indro Montanelli, di «un complesso d’inferiorità nei confronti del proletariato», seppe come riscattarsi. «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello passa nella cruna di un ago» avrebbe detto don Milani ai suoi allievi, un paio di giorni prima di spirare.

 Il frutto del lungo pellegrinaggio di Affinati «sulle strade di don Lorenzo Milani», e dei suoi imprevedibili peregrinaggi in quattro continenti alla ricerca degli inconsapevoli eredi spirituali, sono 180 pagine, appena pubblicate da Mondadori, sotto un titolo che suona pieno di fiducia e ottimismo: L’uomo del futuro.

Il priore quarantenne che, poco prima di morire, disse a un cardinale, il cardinale Ermenegildo Florit, in risposta alla disapprovazione del prelato per il suo fervore sociale, «lo sapete, eminenza, che differenza c’è fra me e lei? Io sono avanti di cinquant’anni», non peccava di presunzione, perché era già nell’avvenire e sapeva vedere perfino oltre il mezzo secolo.

«Don Milani ha anticipato tante idee, tanti avvenimenti — testimonia l’autore della meditata biografia —. Lo si capisce guardando la sua foto con un bambino congolese in braccio, leggendo quanto aveva scritto nella sua Lettera a una professoressa. Oggi i ragazzi di Barbiana vengono dall’Africa, dal Medio Oriente. Lorenzo poteva immaginare che li avremmo accolti così? Sì, avrebbe potuto sospettarlo. Era l’uomo del futuro soprattutto perché aveva sognato una scuola che oggi stentiamo ancora a realizzare, ma cui non possiamo rinunciare. È la scuola del maestro che si mette in gioco e guarda negli occhi il suo scolaro. Uno a uno. Irrealizzabile? No, ho viaggiato molto nelle scuole italiane e tanti professori lavorano così».

Ha viaggiato molto l’anno scorso, Affinati, anche per trovare una nuova sede alla sua, di scuola. Chilometri e chilometri, senza uscire da Roma, di chiesa in chiesa, collezionando una serie di «no», decisi, desolati, imbarazzati, sempre irremovibili. Lo racconta nell’ultimo capitolo del suo libro: sembrava non esserci spazio nelle parrocchie romane per la Penny Wirton, la scuola di italiano per immigrati, quattro ore di lezione a settimana. Tutto il corpo insegnante è volontario, integrato da liceali che svolgono così il tirocinio attivo previsto dalla riforma scolastica: «Hanno 16 o 17 anni. Insegnano l’alfabeto e il verbo essere agli Omar, ai Faris — racconta Affinati —. Quando li vediamo trasformarsi, passare dal timore alla conoscenza reciproca, lì sentiamo don Milani». Il lieto fine arriva dopo l’ultima pagina: «È stato il liceo scientifico statale Keplero a offrirci infine sette aule nel pomeriggio».
L’uomo del futuro avrebbe previsto anche questo.

Elisabetta Rosaspina

Corriere della Sera 5 febbraio 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_febbraio_04/rosaspina-eraldo-affinati-uomo-del-futuro-don-milani-742e6df2-cb59-11e5-9200-b61ee59246a7.shtml

http://www.eraldoaffinati.it/

 

Don Milani , esperienza profetica

….. se è vero che il valore di una vicenda si misura anche con la capacità di anticipare i tempi della storia, allora quella di Lorenzo Milani resta un’esperienza “profetica” che ancora parla alla società, alla politica e alla Chiesa di oggi.

La scuola rimane l’ambito principale, ma non l’unico. Insieme ai suoi “ragazzi” ne denunciò il classismo in Lettera a una professoressa e la sperimentò come prassi liberatoria, sia nella scuola popolare serale per gli operai di Calenzano, 20 anni prima delle “150 ore” conquistate con lo Statuto dei lavoratori del ‘70, sia nella scuola di Barbiana per i piccoli montanari del monte Giovi….

. E «se le cose non vanno, sarà perché il bambino non è tagliato per gli studi», anche in prima elementare, come i 5 alunni bocciati nella scuola elementare di Pontremoli, pochi giorni fa. È dimenticata la lingua, «la lingua che fa eguali», e le lingue che, in un’ottica “internazionalista”, consentono agli oppressi di tutto il mondo di unirsi: a Barbiana studiamo «più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre». Milani mandava all’estero i giovanissimi studenti del Mugello, bambine comprese, vincendo paure e resistenze delle famiglie: ne è testimonianza vivente Francesco Gesualdi, ex allievo di Barbiana, a 15 anni spedito in Nord Africa ad imparare l’arabo, oggi infaticabile animatore del Centro nuovo modello di sviluppo per i diritti dei popoli del sud del mondo.

Non c’è solo la scuola. Ci sono anche i beni comuni: acqua e casa. È poco nota, ma di grande significato, la lotta fatta insieme ai montanari barbianesi per la costruzione di un acquedotto che avrebbe dovuto portare l’acqua a nove famiglie. Una battaglia persa, perché un proprietario terriero rifiutò di concedere l’uso di una sorgente inutilizzata che si trovava nel suo campo, mandando così all’aria, scrive Milani in una lettera pubblicata nel ‘55 dal Giornale del Mattino di Firenze (allora diretto da Ettore Bernabei) «le fatiche dei 556 costituenti», «la sovranità dei loro 28 milioni di elettori e tanti morti della Resistenza», madre della Costituzione repubblicana. Di chi è la colpa? Della «idolatria del diritto di proprietà». Quale la soluzione? Una norma semplice, «in cui sia detto che l’acqua è di tutti»…..

http://temi.repubblica.it/micromega-online/don-milani-l%e2%80%99esplosiva-profezia-del-benecomunismo/