Lo Stato è finito

techLa Danimarca ha deciso di mandare un ambasciatore in Internet. Un ambasciatore vero, come l’ambasciatore in Cina o in Italia o in Russia. Soltanto che invece di trattare con gli Stati e coi governi tratterà con Google, Apple e Facebook e coi loro amministratori delegati. Secondo il ministro degli Esteri di Copenaghen, l’economia dei colossi del digitale vale più di quelle di Grecia o Portogallo, perciò è necessario stabilire con loro rapporti diplomatici. Piacerà o dispiacerà, ma è questo il mondo cui andiamo incontro, dove le nazioni contano sempre di meno e non soltanto per lo strapotere del denaro sulla politica, ma perché ogni volta che ci connettiamo a Twitter o comunichiamo con WhatsApp o sentiamo musica su Spotify o vediamo una serie su Netflix, noi espatriamo, attraversiamo i continenti, accettiamo il sistema senza frontiere e dogane. Lo facciamo quando acquistiamo su Amazon o eBay, ogni volta che ingoiamo famelici l’ultima app, e cioè siamo noi della comunità connessa a essere multietnici e globalizzati e apolidi. La fine dello Stato era stata descritta con qualche rammarico dieci anni fa da Eric Hobsbawm, serio marxista inglese, che fra l’altro sottolineava lo sbriciolarsi dei confini. E nel frattempo che spuntano Donald Trump e Marine Le Pen con l’idea di rafforzarli, i confini stanno semplicemente diventando inutili, ci si vola sopra, ci si passa attraverso: siamo noi stessi ad amare e ingrassare il mostro che ci terrorizza. Ora, davvero crediamo di rimediare con Matteo Salvini?
Mattia Feltri
La Stampa, giovedì 9 febbraio 2017

In Danimarca nasce l’ambasciatore digitale per trattare con i giganti tech

Entro breve la Danimarca, primo paese al mondo, avrà un «ambasciatore digitale». Lo ha annunciato il ministro degli Esteri danese Anders Samuelsen, 49 anni, in carica dallo scorso novembre. Il ruolo di questo speciale ambasciatore, che dev’essere ancora nominato, sarà quello di mantenere le relazioni e stipulare accordi con le aziende tecnologiche, sull’onda di quella che Samuelsen chiama la «TechPlomacy» (termine che si potrebbe tradurre in italiano come «TecnoDiplomazia»).

I compiti dell’ambasciatore digitale

L’ambasciatore digitale svolgerà incarichi simili a quegli degli altri ambasciatori danesi – con cui lavorerà a stretto contatto, probabilmente condividendone lo staff – e porterà avanti negoziati per conto del Paese. Inoltre, discuterà con le aziende tech su tematiche quali la sicurezza dei dati e la privacy. «La tecnologia fa parte della vita quotidiana dei cittadini danesi», ha detto il ministro in un’intervista al Washington Post. «Dobbiamo smetterla di guardare al passato e iniziare a pensare a come potrebbe essere il mondo nel futuro».

Le compagnie tech come grandi nazioni

A detta di Samuelsen, società come Apple, Facebook e Microsoft possono essere considerate delle vere e proprie nazioni. Nel 2015 le compagnie tech statunitensi hanno incassato 215,6 miliardi di dollari (circa 200,8 miliardi di euro), una cifra superiore all’intero Pil annuo di Grecia e Portogallo. «Apple, per esempio, ha un valore maggiore di tutte le aziende italiane quotate in borsa messe insieme», ha osservato il ministro. I giganti della Silicon Valley, sostiene il Samuelsen, hanno creato ricchezza e posti di lavoro in quantità maggiore rispetto ad alcuni dei paesi con cui la Danimarca intrattiene rapporti diplomatici. Recentemente Apple e Facebook hanno annunciato che hanno intenzione di costruire grandi data center nel paese scandinavo. «Penso che [l’istituzione di un ambasciatore digitale] rappresenterà un immenso successo per la Danimarca», ha commentato il ministro al Washington Post. «E sono convinto che presto molti altri paesi ci copieranno questa idea».

Accordo sul Tpp

tppppp I lavori per il Ttip, l’accordo di libero scambi tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, procedono al rilento. Gli Usa, però, possono consolarsi con l’intesa raggiunta questa mattina con 11 Paesi del Pacifico sul Trans-Pacific Partnership (Tpp) dopo 9 giorni di intense trattative. L’intesa abbatterà le barriere al commercio e – secondo i negoziatori – aumenterà il lavoro e gli standard ambientali tra le nazioni che rappresentano circa il 40% della produzione economica mondiale. L’accordo dovrà essere approvato ora dal Congresso Usa e dai rispettivi governi degli altri 11 Paesi.

Tra i paesi asiatici è coinvolto il Giappone, ma non la Cina. L’ultima disputa risolta ha riguardato la protezione di brevetti farmaceutici, sulla quale insistevano gli americani. Trattative difficili sono inoltre avvenute sul settore auto, sui latticini e in generale sulla proprietà intellettuale. L’accordo alla fine apre mercati agricoli di Canada e Giappone e rende più severe la norme sui brevetti a vantaggio di società farmaceutiche e tecnologiche. Soprattutto crea un blocco per contenere la crescente influenza economica della Cina nella regione. Il patto rappresenta una sofferta vittoria per il presidente americano Barack Obama, che ne aveva fatto una priorità sfidando l’opposizione di esponenti del suo stesso partito democratico.

Non tutti, però, sono entusiasti dell’accordo. E in molti già denunciano che il libero scambio distruggerà posti di lavoro anziché crearne di nuovi. Nel dettaglio, l’accordo sul Tpp prevede l’eliminazione delle barriere tariffarie e non-tariffarie e l’adeguamento degli standard commerciali in una vasta area dell’Asia-Pacifico, associando l’economia statunitense a quella di altri undici Paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. I partner si impegnano a cooperare anche sul fronte delle valute.

Obama però esulta: “Ho passato ogni giorno della mia presidenza a combattere per far crescere la nostra economia e rafforzare la classe media. In un momento in cui il 95% dei nostri clienti vivono fuori dai confini degli Stati Uniti, non possiamo far scrivere a paesi come la Cina le regole dell’economia globale. Dobbiamo scrivere queste regole, aprendo nuovi mercati ai prodotti americani e allo stesso tempo fissare alti standard per proteggere i lavoratori e conservare il nostro mercato”. Poi il presidente ha aggiunto: “questo è quello che l’accordo raggiunto oggi ad atlanta farà”.

“La chiusura del negoziato è un passo fondamentale verso la costruzione di un’ampia area di libero scambio di importanza globale che, una volta concluso anche il Ttip metterà insieme il 63 per cento del Pil mondiale” dice in una nota il vice ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda: “E’ una svolta fondamentale nella globalizzazione – sottolinea il vice ministro – che mira a un riequilibrio dei rapporti economici e commerciali rispetto alla prima fase della stessa. Per i Brics sarà molto più difficile continuare a indulgere in pratiche protezionistiche e di dumping. Ora dobbiamo lavorare rapidamente per completare il negoziato per il Ttip prima delle elezioni presidenziali americane”.
L’inchiesta sul Ttip.

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/05/news/ttp_asia_usa_pacifico-124384385/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/05/tpp-raggiunto-laccordo-sul-trattato-di-libero-scambio-tra-11-paesi-del-pacifico/2098406/