La Banca centrale europea striglia i governi, stimoli invariati fino a marzo 2017

dadiNella prima riunione dopo la pausa estiva, la Banca centrale europea ha lasciato invariate le misure di stimolo, compresi i tassi di interesse che restano al minimo storico, e ha avvertito i governi che dovrebbero fare di più per stimolare la crescita nell’Eurozona e spingere l’inflazione al rialzo. La Bce ha tenuto i tassi invariati e ha deciso di non estendere, al momento, la durata del programma di acquisto di titoli pubblici, il Quantitative leasing, mentre monitora da vicino le condizioni dell’economia che sono minacciate da rischi globali e politici. Il presidente Mario Draghi, durante la conferenza stampa, ha risposto a quanti da più parti si domandavano quali sarebbero le armi che la Bce potrà sfoderare in futuro per contrastare una crescita anemica e un’inflazione ostinatamente bassa. Draghi ha detto che alcune misure circolate sulla stampa – vedi l’acquisto di azioni oltre alle obbligazioni statali e societarie che già rientrano nel programma di stimoli della Bce – oppure molto dibattute dagli esperti e dagli accademici – come l’helicopter money – non sono state discusse. Draghi ha però detto che il programma di acquisto di titoli di stato da 80 miliardi di euro al mese continuerà fino a marzo 2017 o oltre se sarà necessario.

La situazione è quella di una ripresa graduale ma incerta, in uno “scenario base che rimane soggetto a rischi al ribasso”. E proprio per questo il presidente della Bce ha aggiunto che è stato formato un comitato di esperti per studiare eventuali strade per estendere, se necessario, gli stimoli monetari, qualora si registrassero segnali di deflazione – che “al momento non ci sono” –, nell’economia europea. Un’economia che, nonostante “la trasmissione degli effetti della politica monetaria a quella reale non abbia mai funzionato così bene come oggi”, sta ripartendo a stento, tanto che l’istituto bancario europeo ha abbassato le stime di crescita del pil dell’Eurozona per il 2017 (dall’1,7 all’1,6 per cento), alzando però quelle del 2016 all’1,7 per cento (era all’1,6 per cento).

Per questo motivo Draghi ha strigliato i governi degli stati membri dell’Ue a mettere in cantiere quelle riforme strutturali “necessarie in tutti a paese per aumentare la produttività”, favorendo politiche di bilancio che possano sostenere al ripresa “pur rimanendo nel rispetto delle regole di bilancio dell’Unione europea”: “Altre aree della politica devono contribuire sia a livello nazionale che internazionale per ridurre la disoccupazione strutturale e aumentare la crescita potenziale”, effettuando investimenti pubblici nelle infrastrutture, soprattutto in virtù degli effetti benefici sull’occupazione. Ha inoltre aggiunto che i paesi, come la Germania, “che hanno uno spazio di bilancio devono poterli utilizzare”.

Il presidente della Bce ha poi affrontato la questione banche spiegando che è errato pensare che “i tassi di interessi bassi siano l’unica spiegazione a tutto quello che non va nel settore bancario”.

Il Foglio 9 settembre 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/09/08/mario-draghi-bce-stimoli-invariati___1-v-147104-rubriche_c431.htm

Il rebus della Bce: potenziare il bazooka se l’inflazione delude

bzzkkDopo un anno e mezzo di colpi di bazooka della Banca centrale europea sul mercato, con il Quantitative easing, l’inflazione annuale nella zona euro è appena dello 0,2 per cento. E le aspettative del mercato sul carovita fra 10 anni non sono mai state così basse. Ciò fa capire che se laBce non avesse agito per contrastarla, la deflazione sarebbe stata disastrosa. Eppure nella riunione del Consiglio direttivo di oggi e domani Mario Draghi e il board dell’istitutodi Francoforte constateranno che, da sola, la Bce per ora non ha ancorato la dinamica dei prezzi su equilibri stabili.
Mario Draghi sarà ricordato a lungo per il «whatever it takes» del 2012: la Banca centrale europea presieduta da lui – assicurò – avrebbe fatto «qualunque cosa serva» per preservare l’euro. Ma il successo di quelle tre parole rischia di oscurarne altre. Nel novembre 2015 Draghi disse che la banca era disposta a fare «tutto il necessario», un mese che avrebbe agito «senza limiti né indebiti ritardi», e il mese ancora successivo ricordò: «Non molliamo». Parlava della diga che stava alzando contro una minaccia di deflazione sempre più evidente nell’area euro.
Draghi in seguito è passato dalle parole ai fatti. Nel 2015 la lanciato un piano di acquisti di titoli in gran parte pubblici, un anno dopo lo ha rafforzato e in questi giorni quel programma ha superato quota mille miliardi di euro. Eppure queste azioni della Bce non hanno avuto lo stesso successo schiacciante del «whatever it takes», per un motivo che Draghi stesso ricorda di frequente: la Bce, da sola, non può risolvere la carenza di investimenti nell’area euro.
Queste settimane stanno confermando che una banca centrale non è onnipotente neanche a pieno regime. Dopo un anno e mezzo di colpi di bazooka della Bce sul mercato, l’inflazione annuale nella zona euro è appena di 0,2% malgrado prezzi del petrolio stabili rispetto a 12 mesi fa. Le aspettative del mercato sul carovita fra dieci anni non sono mai state così basse. Ciò fa capire che se la Bce non avesse agito per contrastarla, la deflazione sarebbe stata disastrosa: quando i prezzi in tutta l’economia cadono, famiglie e imprese rinviano le spese in attesa di migliori affari domani, mentre il peso dei vecchi debiti aumenta rispetto ai ricavi di chi deve rimborsarli.
La Bce lo ha evitato. Eppure nella riunione del Consiglio direttivo di oggi e domani constaterà che, da sola, per ora non ha ancorato la dinamica dei prezzi su equilibri stabili. Lo zoccolo dell’inflazione di base in area euro oggi è persino più sottile di pochi mesi fa, al punto che il bazooka sembra ogni mese meno efficace. Un sostegno dai governi aiuterebbe, se favorissero un programma di investimenti coordinati almeno da 800 miliardi di dollari sul modello dell’amministrazione americana nel 2009. Ma quell’aiuto non arriverà: l’Italia e la Francia hanno bilanci già troppo carichi di stress e di sprechi; in Germania solo i 40 miliardi impegnati per 1,1 milioni di rifugiati impedirà al governo di chiudere l’anno con un colossale surplus non speso. La Bce dovrà continuare a contrastare la marea della deflazione con le proprie armi, oltre l’attuale scadenza nel programma d’interventi nel marzo prossimo. Il problema è che deve cambiare al più presto le proprie stesse regole, perché in base a quelle attuali tra non molto non ci saranno più titoli tedeschi (e portoghesi) da comprare sul mercato. Ma non sarà facile. Concentrare gli acquisti solo sui bond di alcuni Paesi può suscitare tensioni politiche; anche accettare bond tedeschi a rendimenti molto negativi creerebbe problemi, perché per la banca centrale questo provocherebbe forti perdite. Altre soluzioni tecniche non mancano, eppure sembra sempre più difficile che la Bce possa continuare a comprare nuovi titoli di Stato oltre la fine del 2017. A quel punto,secondo Goldman Sachs, la Banca d’Italia per conto della Bce avrà già incamerato titoli di Roma equivalenti a cinque anni dell’attuale deficit pubblico. Il vero vincolo per lo Stato, più del Patto di stabilità Ue, sarà riuscire a vendere debito sul mercato quando questa grande mano protettrice di Francoforte si sarà ritirata.

Federico Fubini
Corriere della Sera 6 settembre 2016

 

http://www.corriere.it/economia/16_settembre_06/rebus-bce-potenziare-bazooka-se-l-inflazione-delude-784cf632-746a-11e6-b267-7b6340139127.shtml

Deflazione e la moneta che piove dal cielo

helmonNegli anni ’70, l’inflazione dovette superare il 10% o addirittura il 20% prima che molti Paesi si convincessero a cambiare l’assetto istituzionale della politica monetaria, scoprendo le banche centrali indipendenti e altri accorgimenti per tenere a bada l’inflazione.

Ora in quasi tutti i Paesi avanzati la sfida è opposta: come far salire un’inflazione troppo bassa o negativa. Ma come negli anni ’70, alla base delle difficoltà incontrate dalla politica monetaria sta anche un assetto istituzionale non più adeguato.

Le tendenze deflazionistiche hanno più cause, alcune benigne, altre meno: il rallentamento dell’economia cinese che contribuisce a far scendere il prezzo delle materie prime; l’innovazione tecnologica che riduce i costi del commercio; l’invecchiamento della popolazione che aumenta i risparmi; l’eccesso di debito che scoraggia la spesa. Indipendentemente dalle cause, tuttavia, la ricetta per contrastare queste tendenze è una sola: aumentare la domanda aggregata. Ma con i tassi di interesse a zero o negativi, gli strumenti tradizionali di politica monetaria non funzionano più. E anche gli strumenti non-convenzionali a disposizione delle banche centrali sono quasi esauriti (con la parziale eccezione della Federal Reserve americana).

Eppure, dal punto di vista tecnico, uno strumento per aumentare la domanda aggregata esiste anche nella situazione attuale: è la cosiddetta “moneta distribuita con l’elicottero”, per usare le parole di Milton Friedman. Cioè la banca centrale stampa moneta e la distribuisce ai cittadini, non in cambio di qualcosa (titoli di stato o la promessa di una restituzione futura), ma in modo permanente e a fondo perduto.

Le obiezioni nei confronti di questo strumento non sono economiche, ma politiche. Dal punto di vista economico non c’è dubbio che sarebbe efficace. Una parte della moneta addizionale verrebbe risparmiata, ma certamente vi sarebbero cittadini che si affretterebbero a spenderla, facendo salire la domanda aggregata e i prezzi.

Anzi, la moneta con l’elicottero avrebbe minori contro-indicazioni rispetto ai tassi di interesse negativi (che mettono a repentaglio la solidità patrimoniale di assicurazioni e banche), e al Quantitative Easing (che alimenta bolle speculative e assunzione eccessiva di rischi).

La vera obiezione è che in questo modo la banca centrale si metterebbe a fare politica fiscale. Anziché intervenire sui mercati finanziari, la banca centrale si troverebbe a decidere entità e modalità di un trasferimento ai cittadini, senza alcuna legittimazione politica o istituzionale. Anche se non fosse proibito dalla legge, una banca centrale che effettuasse trasferimenti permanenti ai cittadini si troverebbe presto privata della sua indipendenza e della sua legittimità.

L’obiezione naturalmente è corretta. Ma non per questo l’idea va scartata. Il problema infatti non è lo strumento economico, ma l’attuale assetto istituzionale, che impedisce un coordinamento efficace tra politica monetaria e fiscale. Come hanno scritto Adair Turner (ex Presidente della Financial Service Authority inglese) e Ben Bernanke (ex Presidente della Federal Reserve), l’indipendenza e legittimità della banca centrale possono essere pienamente preservate, in questo modo: in circostanze eccezionali, la banca centrale può dichiarare che ha esaurito gli strumenti convenzionali, e che pertanto effettuerà un trasferimento permanente a favore del governo (o dei governi nell’area Euro). L’importo trasferito è scelto discrezionalmente dalla banca centrale, può essere diluito nel tempo, ed è motivato dalle circostanze economiche. Il governo (o i governi) non possono in alcun modo interferire con la decisione unilaterale della banca centrale, ma scelgono liberamente come disporre della somma trasferita: se e come distribuirla ai cittadini, se usarla per finanziare particolari voci di spesa, o per ritirare debito pubblico o semplicemente se accantonarla per il futuro. Naturalmente, se davvero le circostanze sono eccezionali, la pressione politica costringerebbe i governi a distribuire o spendere questa somma, raggiungendo così l’obiettivo di un effettivo coordinamento tra politica monetaria e fiscale.

Rispetto all’assetto attuale, non verrebbe stravolta la divisione dei compiti. La banca centrale resterebbe indipendente a avrebbe la responsabilità tecnica di decidere che è giunto il momento di fare ricorso a questo strumento eccezionale. E il governo avrebbe la responsabilità politica di scegliere se e come allocare le risorse a sua disposizione. Rispetto alle politiche seguite finora, tuttavia, l’efficacia sarebbe molto maggiore. Il QE infatti allenta il vincolo di bilancio del governo solo per la parte relativa agli interessi, e non costituisce un trasferimento permanente a favore dei governi. Nell’area Euro, in particolare, i governi rimangono soggetti ai vincoli sul debito pubblico. E anche se questi vincoli fossero allentati, in nome della “flessibilità”, l’attenzione dei mercati impedirebbe ai paesi più indebitati di spendere la liquidità immessa sui mercati dalla banca centrale, perché anche il debito comprato dalla Bce con il QE prima o poi andrà ripagato. Un trasferimento permanente, invece, non sarebbe soggetto a questi vincoli e sarebbe assai più efficace nel sostenere la domanda aggregata. Inoltre, la consapevolezza che politica monetaria e fiscale possono essere attivate con questo nuovo strumento contribuirebbe a ridare fiducia all’economia, rendendo con ciò meno necessario ricorrervi.

Per rendere trasparente e concreta questa modalità di coordinamento tra politica monetaria e fiscale, è necessario intervenire sull’assetto istituzionale della banca centrale, prevedendo esplicitamente questa possibilità di attuazione anche nei trattati europei. Il Trattato di Maastricht fu scritto quando i problemi economici erano ben diversi. Chi avrebbe immaginato allora che il tasso di interesse sui depositi presso la Bce sarebbe stato il -0.40%, così come il rendimento sui titoli di stato tedeschi a 5 anni? Non c’è una ragione valida per non cambiare quel Trattato, se non l’inerzia politica dell’Europa. Ma i costi dell’inerzia sono sempre più alti.

Guido Tabellini

ILSOLE24ORE, 19 aprile 2016

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-04-19/deflazione-e-moneta-che-piove-cielo-071642.shtml?uuid=ACUMYYAD

Un commento all’articolo

http://www.agoravox.it/Helicopter-money-Invece-della.html

Come funziona il bazooka

bzzzAcquistare una montagna da almeno 1.140 miliardi di euro di titoli, in gran parte di Stato, per rimettere in linea di galleggiamento l’Europa. E dare beneficio ai Paesi membri, come l’Italia, ma anche la Germania che l’ha osteggiato. E’ questo l’effetto atteso dal Quantitative easing della Bce, annunciato da Mario Draghi a fine gennaio e ora pronto a partire. Francoforte armerà le Banche centrali nazionali per acquistare 60 miliardi di obbligazioni al mese, almeno fino al settembre 2016, una quarantina dei quali saranno bond sovrani. L’intento è riportare l’Eurozona, sulla quale pesa la deflazione, verso l’obiettivo di una crescita dei prezzi vicina al 2% nel medio termine, fissato nel mandato della Bce stessa. Far risalire i prezzi serve a rompere il circolo vizioso di rinvio dei consumi e stagnazione economica. Ma aiuta anche a far sentire di meno il costo del denaro: è vero che ora i rendimenti dei Btp sono ai minimi ma, in caso di inflazione a zero, un tasso nominale dell’1% pesa interamente sul portafoglio del debitore. Se il Qe rilancerà l’inflazione, ad esempio all’1%, allora il costo reale dello stesso Btp sarà azzerato. Così facendo, Draghi spera anche di stimolare l’economia. E l’Italia si prepara a raccogliere il dividendo dell’operazione: potrebbe ritrovarsi a risparmiare fino a 6 miliardi già quest’anno, in minore spesa per interessi. Senza considerare i ben accetti effetti collaterali: la svalutazione dell’euro e il relativo vantaggio competitivo per le imprese esportatrici. Proprio quelle imprese che spingono la locomotiva tedesca: Berlino ha fatto di tutto per bloccare il piano della Bce, ma con l’Olanda ne beneficierà più di altri. Ecco come funziona il bazooka di Draghi………..

http://www.repubblica.it/economia/2015/03/04/news/ecco_il_bazooka_di_draghi_da_mille_miliardi-108724035/?ref=HREC1-1

 

Stampare moneta

qeeDopo una gestazione di almeno due anni e un dibattito infinito e, a volte, anche acido, Mario Draghi e il board della Bce faranno partire nei prossimi giorni, sulla scia del modello americano, il Qe, il Quantitative easing all’europea. Una decisione presa a maggioranza, che ha lasciato veleni ancora non completamente riassorbiti. Per l’Europa, infatti, è una strategia rivoluzionaria. Ridotta all’osso, consiste nello stampare moneta per comprare titoli e debiti di Paesi stra-indebitati. Le monarchie di una volta cercavano lo stesso effetto di liquidità riducendo la quantità di oro e argento nelle monete. Per l’ortodossia monetaria cara ai tedeschi il Quantitative easing, insomma, prima ancora che rivoluzionario, è eretico.
E perchè l’hanno accettato?
Perchè tutte le altre strade per fermare la deflazione che interessa l’Europa non hanno funzionato. E i tedeschi hanno dovuto accettare che la Bce realizzi il Qe, comprando proprio i titoli di Stato, perchè non ci sono abbastanza titoli di altro tipo sui mercati. Draghi, infatti, rastrellerà titoli in misura massiccia: più di 40 miliardi di euro al mese, almeno fino al settembre 2016. Cioè 800 miliardi di euro. Più altri 340 in titoli di altro tipo. È una valanga di carta moneta.
E fra un anno e mezzo si ferma?
Niente affatto. Questo è un punto chiave, su cui molto avevano insistito gli economisti. La Bce continuerà a comprare titoli fino a quando l’inflazione, dallo zero di oggi, non sarà tornata vicino al 2%. I mercati lo sanno e possono quindi gestire i propri affari, sapendo che ci sarà denaro disponibile in abbondanza e a lungo.
È perchè c’è questa montagna di carta moneta in più che si chiama Quantitative easing, cioè allentamento quantitativo?
Esatto. Normalmente, la politica monetaria rilancia l’economia abbassando i tassi di interesse. Stavolta non si può, perchè sono già a zero. E allora si stampa carta moneta.
Ma se i tassi sono già a zero a che serve?
Probabilmente, se fosse partito prima, il Qe sarebbe stato più efficace. Comunque, anche così, agirà sui tassi. A zero sono i tassi nominali. Quelli che contano, cioè quelli reali, no. Se c’è una deflazione dell’1%, il tasso nominale zero diventa un tasso reale dell’1%, perchè prezzi e redditi sono scesi. Al contrario, se il Qe rilancia l’inflazione, il tasso reale scende: con l’inflazione all’1%, il tasso nominale zero diventa un tasso reale meno 1.
È a questo che serve il Qe?
Non solo. Anzitutto, quando la Bce compra, come pare, 120 miliardi di euro di titoli di Stato italiani alleggerisce il peso del debito sul bilancio, diminuendone il costo e lasciando più spazio alle misure di rilancio dell’economia. Qualcuno ha fatto anche notare che se Francoforte concentrasse i suoi acquisti su titoli ventennali o trentennali, l’effetto sarebbe quello di allungare le scadenze del debito, aumentando il respiro dell’economia. Chi vende quei titoli a Draghi (banche, assicurazioni, fondi) impiegherà il ricavato per comprare altri titoli, facendo salire i loro prezzi e generando un “effetto ricchezza”.
Quale ricchezza?
Se prima avevo in cassaforte titoli che valevano 100 euro e, adesso, quei titoli valgono 120, sono più ricco. Soprattutto, ho riserve più ampie e posso aumentare gli investimenti.
Questo vale anche per le banche?
Certo. Poichè in Europa l’80% dei finanziamenti alle imprese passa per le banche, è decisivo che le banche si sentano sufficientemente tranquille da fare prestiti. Il Qe, liberandoli dei grossi pacchetti di titoli di Stato e aumentando il valore delle riserve dovrebbe consentire proprio questo.
Intanto, però, il valore dell’euro è sceso E meno male. Con l’euro a 140 sul dollaro le esportazioni erano strangolate. Per essere competitivo, l’export italiano, calcolavano gli esperti aveva bisogno di un cambio sul dollaro a 117. Oggi è a 112 e le esportazioni stanno andando bene, anche se chi ci guadagna di più sono proprio i tedeschi, che esportano più di noi. Eppure i tedeschi, dopo essersi opposti, ora rischiano di sabotare il Qe, sia pure senza volerlo.
Come è possibile?
È un paradosso, figlio della testardaggine con cui la Merkel si rifiuta di fare, in patria, una politica espansiva. Il risultato è che la Germania si avvia al pareggio di bilancio, nel momento peggiore.
Perchè?
Come compra 120 miliardi di euro di titoli italiani, la Bce vuole comprare 200 miliardi di titoli tedeschi. Ma se lo Stato tedesco non spende, non si indebita, resta in pareggio e non emette titoli sul mercato, quei 200 miliardi di titoli, semplicemente, non ci sono. Si rischia un testa-coda.
Se farà il suo corso, il Qe è la svolta attesa?
Draghi l’ha già detto: la politica monetaria non basta. Puoi mettere soldi a disposizione, ma se le imprese non li chiedono perchè hanno paura ad investire, il meccanismo si inceppa e siamo al punto di partenza. Occorrono le riforme, si dice. Ma, soprattutto, occorre una politica economica che rilanci la domanda, invogliando le imprese ad investire perchè possono tornare a guadagnare.

Da Repubblica  del 2 marzo 2015

Gli euro di Draghi e l’eco del Faust

 

mefffCon il quantitative easing voluto da Mario Draghi, governatore della Banca centrale europea, è stato varato un massicio piano d’acquisto di titoli di Stato che, nei fatti, rappresenta un formidabile incremento della quantità di moneta in circolazione, un sostegno ai Paesi più indebitati (tra cui l’Italia è in prima linea) e, certamente, anche un aiuto a tutte quelle banche che in questi anni si sono riempite di titoli pubblici. Al di là di taluni specifici risvolti tecnici (sempre un po’ differenti e legati ai vari contesti storici e finanziari), la decisione della Banca centrale europea non rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo. Al contrario, si tratta dell’ennesimo tentativo di uscire da una grave situazione economica in questo caso legata ad elevati debiti pubblici di taluni Paesi membri dell’Unione usando artifici di natura monetaria: in particolare, facendo ricorso a una moltiplicazione della valuta in circolazione che dovrebbe stimolare una ripresa. Ma è lecito essere scettici.

Fin dai tempi di Copernico e Jean Bodin coloro che hanno esaminato il rapporto tra la moneta e il suo valore si appoggiano su quella che a un certo punto è stata chiamata “teoria quantitativa della moneta”. In parole molto semplici l’idea è che un incremento della massa monetaria (in questo caso, degli euro in circolazione) produrrà fenomeni inflattivi. D’altro canto, non si immettono più di mille miliardi di euro nell’economia senza che l’euro non veda ridursi, e si presume in maniera rilevante, il proprio potere d’acquisto. Ciò significache quanti hanno un reddito pagato nella valuta comunitaria o risparmi in euro saranno più poveri. Chi ogni mese guadagnamille o duemilaeuro sappia che questa massiccia iniezione di moneta tanto magnificata dai media e dai politici farà sì che il suo reddito reale calerà.

Gli esempi storici
Gli esempi storici sono numerosi. Il più noto è quello tedesco, dove nel 1923 si ebbe una crisi drammatica, anche legata ai “debiti” conseguenti ai trattati di pace e caratterizzata da iperinflazione.
In brevissimo tempo ci vollero miliardi di marchi anche per acquistare un chilo di pane e tale choc mise in ginocchio la società nel suo insieme, ponendo pure le premesse per l’avvento, un decennio dopo, del regime nazista.
Sul piano numerico appare ancor più incredibile quanto è accaduto recentemente nello Zimbabwe, dove l’illusione di poter impunemente manipolare la moneta ha finito per generare politiche che hanno prodotto un’inflazione a moltissimi zeri e del tutto fuori controllo. Alle 5 pomeridiane del 7 luglio 2008 una birra costava 100 miliardi di dollari locali, ma solo un’ora dopo il prezzo era già di 150 miliardi.
Entrambe queste situazioni sono estreme, quasi ai confini della realtà, e al momento non c’è motivo di descrivere scenari di questo tipo per l’Europa. Ma processi inflattivi si sono però già visti un po’ ovunque, soprattutto da quando, a inizio anni Settanta, l’America ha definitivamente sganciato il dollaro da un rapporto fisso con l’oro. Al tempo del gold standard, la convertibilità imponeva che ogni produzione di moneta fosse accompagnata dalla disponibilità, da parte della banca centrale, di un determinato quantitativo in oro; poi si é passati a una moneta detta fiduciaria, che poggia soltanto su se stessa e che quindi può essere prodotta in maniera illimitata: ad libitum.

Dal dopoguerra a oggi
La stessa Italia del dopoguerra ha conosciuto una significativa inflazione, se si considera che una banconota da diecimila lire del 1960 aveva un potere di acquisto di circa 100 euro attuali e veniva scambiata, 50 anni dopo, a soli 5 euro. Il che sta a dire che in mezzo secolo l’inflazione ha ero so circa il 95% del valore della valuta italiana. Ora da parte della Bce si annuncia l’arrivo di una “buona inflazione”, che dovrebbe collocarsi intorno al 2%. Il linguaggio è un poco orwelliano, dal momento che non si capisce come un’inflazione (anche moderata) possa essere “buona”, se riconsidera che si tratta di una sottrazione di ricchezza sotto altra forma e di una redistribuzione che segue logiche assai perverse: punendo i risparmiatori e favorendo quei Paesi che sono vissuti al di sopra delle loro possibilità, ad esempio. In questo senso non è fuori strada chi, come il quotidiano tedesco “Handelsbatt”, paragona il quantitative e asing di Draghi a una droga e sostiene che con questa politica monetaria “agevoliamo anche chi fa debiti”.
Una buona moneta è una moneta stabile e quindi in grado di svolgere al meglio le sue funzioni principali: facilitando gli scambi, permettendo la capitalizzazione e fungendo da unità di conto. Ma una moneta che svanisce come neve al sole non è più in condizione di operare correttamente in tal senso. Il risultato finale è il paradosso di un mercato globale che si basa su monete totalmente politicizzate, manipolate dalle banche centrali, moltiplicabili a piacere e usate anche per operare massicce redistribuzioni.

Quando nel “Faust” di Goethe un diavolo assai scaltro come Mefistofele incontra un re alle prese con difficoltà di bilancio, il suo consiglio consiste proprio nell’usare la leva monetaria, creando (falsa) ricchezza dal nulla. E un consiglio diabolico, però, dal momento che mina una base importante della vita sociale e rappresenta una variante legalizzata del ladrocinio.
In effetti, come già nel diciottesimo secolo fu evidenziato da Richard Cantillon, ogni espansione della moneta arricchisce alcune impoverisce altri. La prima valuta nuova che viene utilizzata ha ancora un valore pieno, non dissimile da quello che aveva prima della creazione di denaro. Ma quando poi la valuta inizia a circolare, la gente percepisce quanto sia stata aumentata la quantità di moneta: e ogni singolo titolo perde capacità di acquisto. A trarre beneficio, allora, sono i primi utilizzatori della moneta, mentre a pagarne lo scotto sono gli ultimi.

Prospettive grigie
Per giunta, nessuno sa a quale effettivo livello si definirà la perdita di potere d’acquisto della moneta a seguito dell’iniziativa della Bce. La teoria quantitativa è solida quando afferma che quanto più vi sono euro nel mercato tanto minore sarà il potere d’acquisto di ogni singolo euro, ma bisogna sempre tenere in considerazione che ogni valore è connesso al credito, alla reputazione, alle prospettive previste. E certamente il cosiddetto “bazooka” utilizzato da Draghi non promette nulla di buono per il prestigio della moneta comune e per le prospettive dell’economia di tutto il continente.

di Carlo Lottieri
Da La Provincia, 26 gennaio 2015