L’economia va meglio? Ecco i numeri del 2017

L’economia dei numeri e quella percepita

Ma alla fine, l’economia italiana nel 2017 è migliorata o no? E i numeri vanno d’accordo con la percezione che ne hanno gli italiani? La contraddizione è riesplosa dopo che l’Istat ha diffuso i numeri più recenti su conti pubblici ed economia: bene il rapporto deficit/pil, inflazione che si risveglia, risparmi che ritornano. Eppure il clima con il quale il Paese sta imboccando l’ultimo miglio della campagna elettorale è ben diverso: crisi, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà, giovani che non hanno un lavoro stabile, pensioni incerte. Insomma, la realtà percepita appare ben diversa. Cerchiamo di mettere a fuoco i numeri che possono tirare un bilancio del 2017.

I conti pubblici migliorano (per la Ue non abbastanza)

L’Istat ha reso noto che il rapporto deficit pil è stato pari al 2,1% nel terzo trimestre dell’anno appena chiuso contro il 2,4% dello stesso periodo del 2016. Si tratterebbe di un sensibile miglioramento dei conti pubblici; se calcolato su base annua il rapporto diventa del 2,3% che secondo l’istituto di statistica è la migliore performance dal 2007 . I dati sul debito pubblico italiano (vale a dire la somma di quanto si è andato accumulando negli anni) sono meno netti. Nel 2017 lo Stato ha dovuto ancora emettere per finanziare il suo funzionamento titoli per poco più di 400 miliardi di euro; secondo il Tesoro questa cifra calerà nel 2018 di circa 20 miliardi. Ma il debito pubblico italiano complessivo italiano fatica a scendere, anzi, nel 2017 ha avuto qualche preoccupante «fiammata» tanto da provocare la chiamata del vicepresidente della UE Katainen: era pari a 2018 miliardi a gennaio, era salito a 2.301 a luglio per poi calare a 2289 a ottobre. E attenzione perché nel 2018 la Bce smetterà progressivamente di acquistare titoli pubblici italiani. La pressione fiscale, infine, è calata a 40,3%, in discesa di pochi decimali.

Su Pil e industria, boom dell’export

Poco prima di Natale il presidente della Bce Mario Draghi ha reso note le cifre sul Pil italiano, che risulta in sensibile crescita: +2,4%; la previsione è che il grafico continuerà a salire anche durante l’anno nuovo raggiungendo il +2,3% . Una forte spinta è venuta dal settore industriale che secondo l’Istat a ottobre stava crescendo a un ritmo del 2,9% annuo. Nicola Nobile economista di Oxford, prevede che a fine anno il dato sarà del 3%, in linea con la velocità di crescita della Francia e superiore a quello della Germania. Non tutta l’economia però è cresciuta; a trarre vantaggio dalla congiuntura sono le imprese votate ai mercati esteri: basti dire che l’export italiano, secondo il rapporto Ice-Prometeia è cresciuto del 7,3% rispetto al 2016 (+25% le vendite sul mercato cinese). Detto questo la ripresa italiana resta complessivamente tra le più deboli dell’area euro e il pil resta ancora di 6-7 rispetto all’inizio della crisi.

Disocupazione ferma (e record di precari)

L’indicatore più controverso resta il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia a ottobre era calcolato dall’Istat stabile all’11,2%, comunque l’indice più basso dal 2012. Se si fa il confronto con il 2016, il numero dei posti di lavoro è aumentato di 303.000 unità ma la spinta principale arriva dai contratti a tempo determinato che nel 2017 in Italia hanno raggiunto il record assoluto: 2 milioni e 784 mila unità. Anche in questo caso il panorama del mercato del lavoro è a «macchia di leopardo»: secondo Unioncamere le imprese denunciano difficoltà a reperire figure professionali di alto profilo (fino a uno su cinque) mentre nel segmento di età 15-24 anni la percentuale di disoccupati balza al 35,1%. Il tasso di occupazione complessivo (58,1% della popolazione) resta tra i più bassi della Ue.

Comsumi: «miglioramento, ma fragile»

Tutto questo come si traduce sulla spesa delle famiglie italiane? L’indicatore dei consumi di Confcommercio registrava ad agosto 2017 una crescita dello 0,8% su base annua . Un dato definito «in miglioramento ma fragile». Un’altra fonte, il rapporto Coop-Nomisma prevede per il 2018 un aumento del potere di acquisto delle famiglie dell’1%. Previsione corroborate ieri dall’ottimistico dato comunicato dall’Istat, in base al quale il reddito disponibile per le famiglie è mediamente cresciuto nel 2017 del 2,1%.

Si risveglia l’inflazione (ma non la busta paga)

Negli anni ‘70 e buona parte degli ‘80 lo spauracchio dell’economia italiana era l’inflazione che galoppava in doppia cifra; negli ultimi anni il timore degli economisti era stato di segno opposto, vale a dire che i prezzi si erano completamente raffreddati, «termometro» di una complessiva sfiducia sulle prospettive di crescita. Ora l’istituto di statistica segnala un risveglio dell’inflazione che in Italia toccherà il +1,2%, un dato che mancava da anni. Peccato che l’incidenza sulla busta paga sia ancora impalpabile: Eurostat comunica che nel 2017 lil costo del lavoro in Italia sia lievitato solo dello 0,5%, contro il 2,2 della Germania e l’1,7 della Francia. In fatto di miglioramento delle retribuzioni l’Italia resta il quart’ultimo paese d’Europa (davanti solo a Finlandia, Portogallo e Spagna

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/economia/cards/economia-va-meglio-ecco-numeri-2017/economia-numeri-quella-percepita_principale.shtml

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Quella spinta del fattore «T» (tasse e tassi d’interesse)

Quando i mercati partono con questa velocità viene da chiedersi se si tratta di una fiammata o di un aumento duraturo. La risposta è più complicata di quanto appaia, però si può tentare di analizzare i segnali. Primo: nel corso del 2017 la Fed ha fatto capire che i tassi di interesse aumenteranno gradualmente. Secondo, Donald Trump ha varato la riforma fiscale che prevede un forte abbassamento delle imposte (cosa che piace sempre ai mercati finanziari). Terzo: la Banca centrale europea ha avviato il dimezzamento della politica di acquisto di titoli del debito pubblico (quantitative easing) ma non ha intenzione di rendere più costoso il denaro. Segnali che per le società quotate rappresentano uno scenario di tranquillità. Si fanno poi sempre più robusti i dati sulla ripresa dell’economia e l’andamento delle aziende, soprattutto negli Stati Uniti, stanno evidenziando forti progressi negli utili. Risultato: l’attesa di un aumento dei dividendi piace sempre agli investitori.

Ma veniamo all’Italia: i segnali intermittenti che arrivano dallo spread, che oscilla intorno a 160 punti, sono legati da un lato alle scelte della Banca centrale europea, dall’altro al voto del 4 marzo. Quanto più lo scenario si farà incerto tanto più la Borsa si metterà a fibrillare. Con un elemento che è cambiato, questo sì, profondamente. La crisi delle 11 banche (da Veneto Banca a Etruria), in qualche modo, alla fine, è stata governata e dunque il sistema del credito potrà dare più attenzione alle esigenze di sviluppo delle imprese. In un momento nel quale, tanto per osservare un dato, le esportazioni crescono al ritmo del 7%. E il Prodotto interno lordo, timidamente, ha imboccato la via della crescita superiore all’1,5%.

Come dire: la crisi morde ma le aziende più solide (alcune quotate) hanno risposto molto bene. E non è un caso se nel corso del 2017 le matricole che si sono affacciate sul listino di Piazza Affari sono state ben 39 e nel corso del 2018 ne sono attese almeno una cinquantina. Segno che la Borsa rappresenta un meccanismo di finanziamento dello sviluppo che viene di nuovo preso in considerazione (anche se deve competere con la nuova febbre dei tulipani-bitcoin).

A questo punto il tema sono gli investitori internazionali: ormai il 51% del capitale delle società per azioni quotate è detenuto da fondi pensione, gestioni patrimoniali, banche che hanno modificato (in positivo) la loro percezione sull’Italia. Il nodo sarà conservare questo clima nei prossimi mesi perché, come recita un adagio di Borsa, gli investitori hanno una memoria d’elefante e le gambe da lepre. Le inversioni possono essere molto rapide nella scelta di diversificazione del portafoglio. Non a caso quando scattano le vendite, Milano è sempre il listino più penalizzato, per certi versi il più fragile quando si scatenano le speculazioni al ribasso.

Una vecchia regola di Borsa era questa: se il dollaro sale le Borse salgono, se il dollaro scende le Borse vanno giù. In questi giorni. con l’euro ai massimi da tre anni (circa 1,21). la regola è stata contraddetta. Si tratta di vedere quanto durerà o se i manuali degli operatori andranno cambiati

Nicola Saldutti

Corriere della Sera , 5 gennaio 2018

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_05/quella-spinta-fattore-t-tasse-tassi-d-interesse-10669c48-f1e7-11e7-97ff-2fed46070853.shtml

 

Euro e fragilità, le 4 lezioni di una crisi

La grande crisi globale del 2008 e la crisi del debito europeo del 2010-2012 che ne è figlia, sono state il vero test per la solidità dell’Unione Monetaria e l’adeguatezza delle istituzioni che la sostengono. Un test ma anche un insegnamento su cosa debba essere fatto per rafforzare la nostra Unione e quale possa essere la base di un negoziato non velleitario con i nostri partner europei. Questo articolo, che segue quello di ieri sull’origine dell’euro e il suo governo economico, analizza gli anni della crisi.

Sono quattro – a mio avviso – le lezioni della crisi. Primo. Per essere credibile, il principio stabilito dal Trattato di Maastricht, del «no bail-out» combinato all’impossibilità di uscire dall’euro, deve essere accompagnato dalla possibilità di ristrutturare il debito sovrano in caso di insolvenza. «No bail-out» (nessuno Stato dell’Unione può salvarne un altro) «no exit» (dall’euro), «no restructuring» è stata giustamente chiamata dall’economista Willem Buiter una trinità impossibile. La trinità implica che, di fronte a un caso di insolvenza — pensiamo qui alla Grecia — il solo strumento disponibile sia un consolidamento di bilancio draconiano che finisce per ammazzare l’economia. Questo sistema, inoltre, non è credibile tanto è vero che, alla fine, il debito greco è stato ristrutturato. Il ritardo e il modo caotico con cui questo è stato fatto hanno comportato enormi costi non solo per la Grecia, ma anche per tutti i contribuenti europei

Secondo. Un’Unione Monetaria è vulnerabile ad attacchi speculativi sul debito sovrano i quali creano crisi di liquidità che si auto-alimentano potendo diventare, se non si hanno strumenti per arrestarli, crisi di insolvenza. Ne ho parlato nella prima puntata. È interessante osservare come i mercati siano passati improvvisamente dalla situazione degli anni 1999-2010, in cui valutavano il debito pubblico di tutti gli Stati membri come egualmente rischioso, a un eccessivo pessimismo nei confronti dei Paesi più deboli, negli anni seguenti. Nel primo periodo il rischio Paese era sottovalutato perché si credeva ad una garanzia implicita della Banca Centrale Europea. Nel secondo, viene sopravvalutato perché nasce il dubbio che non ci sia un’istituzione in grado di erogare liquidità in caso di stress di finanziamento. L’esempio più tangibile per noi è stato la speculazione contro il debito sovrano italiano del 2011 e 2012.

Terzo. In un’Unione Monetaria, le banche «cross-border» sono essenziali alla diversificazione del rischio poiché permettono l’ottimizzazione della liquidità in caso in cui i Paesi siano colpiti diversamente da una crisi. Ma affinché possano svolgere questa funzione, si ha bisogno di strumenti federali per la loro risoluzione e di una assicurazione sui depositi anch’essa federale. In assenza di questi strumenti il rischio della banca resta legato a quello del Paese singolo e anche le istituzioni «cross-border» si rinazionalizzano.

Quarto. Una crisi finanziaria in una Unione Monetaria, se non accompagnata da strumenti che convincano gli investitori dell’integrità della moneta unica, crea il cosiddetto rischio di ridenominazione, cioè il rischio di un ritorno alle monete nazionali. Quest’ultimo spinge gli investitori stranieri a tornare a casa. Il mercato finanziario, quindi, si balcanizza. In questa situazione le banche — se in crisi — diventano dipendenti dalla capacità di intervento dei loro governi nazionali e i Paesi che hanno bisogno di rifinanziare il loro debito, dalle loro banche nazionali. Questo crea una correlazione tra rischio bancario e rischio sovrano. L’effetto è che le banche dei Paesi a rischio hanno maggiori difficoltà a rifinanziarsi e di conseguenza impongono tassi più alti alla clientela innestando un meccanismo in cui, invece della condivisione del rischio che avviene naturalmente in mercati integrati, il rischio si concentra. A questo punto i vantaggi della moneta comune spariscono e la politica monetaria ha grandi difficoltà ad operare.

Questa ultima lezione non va sottovalutata. L’integrazione dei mercati finanziari ha un ruolo fondamentale per la condivisione del rischio tra Stati. Un altro strumento per la condivisione del rischio è quello fiscale che opera attraverso una tassa federale progressiva. A differenza che negli Usa noi non ce l’abbiamo e il dibattito pubblico si è spesso focalizzato sulla necessità di questo strumento. Tuttavia, anche negli Usa il ruolo fondamentale per la condivisione del rischio lo svolgono i mercati finanziari e non il fisco ed è per questo che i progetti di riforma in Europa devono prestare molta attenzione a questo aspetto. Un’Unione Monetaria non può funzionare se non si preserva l’integrazione dei mercati finanziari. Le regole fiscali combinate alla balcanizzazione dei mercati e alla impossibilità di usare la leva del cambio, creano, in caso di crisi, una pro-ciclicità della politica economica che ammazza l’economia come ormai riconosce anche il Fondo Monetario Internazionale.

Se queste sono le lezioni, domandiamoci quindi cosa sia stato fatto dal 2008 ad oggi per risolvere i problemi individuati, quali siano le priorità e la relazione tra queste e le varie proposte sul tavolo: quelle francesi, tedesche, della Commissione europea e dell’Italia. Lo sforzo di costruzione di nuovi strumenti fatto negli scorsi anni per garantire la stabilità dell’euro non va sottovalutato. La riforma più significativa è stata l’unione bancaria ed in particolare la supervisione unica. Altri pezzi importanti sono stati la creazione del Meccanismo Europeo di Stabilità e l’arricchimento degli strumenti di sorveglianza macroeconomica.

Purtroppo tutto ciò, ancora una volta, pone l’enfasi sulla prevenzione e non sul management delle crisi. Dobbiamo quindi domandarci cosa succederebbe oggi alla zona euro se fossimo colpiti da una nuova crisi finanziaria. Anche se un evento del genere non sembra essere prossimo, non possiamo non porci questa domanda perché, la storia insegna, le economie di mercato subiscono crisi periodicamente.

Un altro limite del nuovo framework è la sua eccessiva complessità. Per quanto riguarda la parte macroeconomica, le regole sono sempre meno trasparenti e intrusive e hanno perso credibilità. Per la parte finanziaria, abbiamo oggi una frammentazione eccessiva del processo decisionale specialmente deleterio nel caso di banche a rischio di risoluzione.

La sensazione che il sistema così come è sia fragile ce la hanno tutte le parti in gioco. Macron ha infatti fatto della riforma del governo della moneta unica uno dei pilastri della sua campagna elettorale. Lo stesso Schäuble, prima di lasciare il ministero delle finanze tedesco, ha fatto proposte di cambiamento e Juncker ne ha fatto delle sue anche piuttosto radicali. Tuttavia c’è una mancanza di chiarezza – o comunque di consenso – su quale sia il problema da risolvere e su cosa sia possibile e legittimo fare. Nella prossima puntata analizzerò la logica delle varie proposte alla luce dell’analisi qui presentata sulle lezioni della crisi.

Lucrezia Reichlin

Corriere della sera 23 ottobre 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_ottobre_23/euro-crisi-debito-lezioni-il-futuro-a23fbabc-b74c-11e7-9b0d-a33e3b4f370f.shtml

 

Puntata precedente

https://liceoeconomicosociale.wordpress.com/2017/10/22/la-crisi-di-maturita-delleuro/

Puntata successiva

Euro, il futuro tra regole e mercato

http://www.corriere.it/economia/17_ottobre_24/euro-futuro-regole-mercato-a4135234-b834-11e7-aa18-cabdc275da27.shtml#

Supereuro, chi guadagna e chi perde

L’euro continua a correre, ma potrebbe crescere ancora di più. Da inizio anno la nostra valuta ha guadagnato il 13% sul dollaro: mercoledì sera ha infatti chiuso a quota 1,19. Un livello che non toccava dal 2015. Ieri c’è stato un piccolo calo a 1,1878, ma poco cambia.
Chi sta per partire per le vacanze negli Stati Uniti, ovviamente si frega le mani. Per la nostra economia invece il supereuro inizia a rappresentare un problema, soprattutto per le imprese che esportano. Ed in prospettiva potrebbe esserlo per l’intera economia dell’Eurozona come segnala anche al Bce, che proprio ieri ha indicato i «fattori globali» come uno dei rischi che tengono in bilico la possibilità che le nostre economie continuino a crescere in maniera più robusta di quando non stia già avvenendo.
«Sicuramente se il cambio si rafforza troppo può rappresentare un problema, perché fa perdere competitività alle nostre aziende – spiega Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria con delega all’internazionalizzazione -. Però non farei allarmismo: ci troviamo di fronte alle tipiche fluttuazioni dei mercati e non dimentico che l’anno scorso Goldman Sachs prevedeva un cambio bassissimo della nostra valuta. Per dirla all’americana siamo in una situazione unpredictable. Sicuramente se restassimo agli attuali livelli la forza dell’euro ci potrebbe mettere in difficoltà, ma non sono ancora sicura che la tendenza venga confermata: ci sono ancora tante fluttuazioni, c’è molta volatilità».
L’incognita Trump
Secondo Andrea Goldestein, chief economist di Nomisma, è difficile fissare una soglia del cambio euro/dollaro oltre il quale far scattare l’allarme. I movimenti dei mercati valutari – spiega – sono abbastanza imperscrutabili: le teorie sono tante e nessuna è valida. Ancora uno o due mesi fa si parlava di parità, mentre ora l’euro è esploso. Le ragioni? Sta crescendo la preoccupazione per la situazione politica americana: cose che anche solo sei mesi fa erano inimmaginabili stanno entrando nel campo degli eventi che si possono verificare, penso ad esempio al rischio di impeachment di Trump. La situazione è sotto gli occhi di tutti e mette fortemente in dubbio la capacità del presidente americano di affrontare una crisi internazionale, come ad esempio potrebbe essere quella con la Corea». Tra i motivi di questo rialzo, l’economista del think thank emiliano segnala anche i forti segnali che arrivano dall’economia europea, che sta registrando una velocità di crescita abbastanza inusuale rispetto agli ultimi anni, e quindi la possibilità che la Bce possa anticipare prima del previsto la riduzione del programma di acquisti di titoli messo in campo col quantitative easing.
Made in Italy in affanno
Contraccolpi sulle nostre industrie? Chiaramente per le nostre imprese esportatrici il supereuro è un fattore di preoccupazione – risponde Goldstein – in alcuni settori più che in altri. Quelli che competono coi tedeschi, o con altri produttori europei o svizzeri, hanno poco da temere perché per loro cambia poco. Quelli che invece se la devono vedere con cinesi, giapponesi e coreani, penso innanzitutto al comparto della meccanica strumentale, sono più a rischio. A soffrire di più potrebbero essere però le esportazioni di vino: in questo campo i nostri concorrenti sono sempre di più i paesi emergenti, Cile, Argentina e Sudafrica, ed in questa fase le loro esportazioni diventano certamente più competitive. È chiaro però che per l’Italia anche cambiamenti minimi rappresentano un problema – conclude l’economista – perché o il nostro di gran lunga il paese più fragile tra i grandi paesi europei è quello che ha più da perdere da un rafforzamento ulteriore dell’euro».
Oltre quota 1,20
Chi azzarda invece una previsione è Alberto Gallo, che a Londra è capo strategie macro di Algebris Investments e gestore del fondo Algebris Macro Credit. «L’euro sale – sostiene – ma rimane sottovalutato nei mercati. Per due motivi: primo, gli investitori ancora non hanno ben prezzato il miglioramento politico nell’Eurozona e la maggior integrazione che Merkel e Macron pianificano. Inoltre, i mercati mantengono ancora la speranza che l’amministrazione Trump implementi delle riforme fiscali anche se questo appare sempre meno realizzabile date le divisioni all’interno della Casa Bianca. Il risultato è un capovolgimento dello scenario che i mercati vedevano a inizio anno: l’Europa è passata dall’essere la più fragile ad una delle economie più forti, dove i leader hanno ancora la testa sulle spalle». Risultato? Secondo Gallo «c’è ancora spazio per l’euro, anche oltre 1,20 contro il dollaro».

Paolo Baroni

La Stampa, 4 agosto 2017

http://www.lastampa.it/2017/08/04/economia/supereuro-chi-guadagna-e-chi-perde-j0alrS9CwlhjpQI6wkNLsL/pagina.html

Ripresa più solida, ma pressioni sui prezzi ancora insufficienti

 La ripresa “si sta irrobustendo”. E siccome è anche sospinta dalla domanda interna, Mario Draghi ritiene sia “meno vulnerabile” rispetto ad eventuali “shock esterni”, ossia agli scossoni geopolitici che stanno agitando il mondo da mesi. Ma a fronte delle pressioni crescenti, sopratutto dei Paesi nordeuropei, Germania in testa, perché la Bce esca dal lungo periodo di emergenza, Draghi ha messo le mani avanti. 

Il presidente della Bce ha ricordato qual è l’obiettivo principale dei guardiani della moneta – l’inflazione al 2% – e ha sottolineato che le pressioni sui prezzi sono ancora insufficienti per abbassare la guardia: “Abbiamo ancora bisogno di politiche monetarie molto accomodanti”. I salari “crescono ancora troppo lentamente”, per dirne una. Alcuni analisti hanno cominciato a scommettere su una diminuzione degli acquisti dei bond da 60 miliardi già a settembre – il presidente della Bce li ha invitati a mantenere il sangue freddo.

A una settimana da una riunione della Bce che rivedrà le stime sul Pil e sull’inflazione dell’eurozona e che molti analisti attendono con ansia per avere indicazioni sull’avvio dell’uscita dal Quantitative easing – l’acquisto di bond pubblici e privati da 60 miliardi di euro al mese – e persino l’orizzonte in cui Francoforte potrebbe ricominciare ad alzare i tassi, Draghi ha raffreddato le aspettative. 

Il presidente della Bce, solitamente restìo a fare commenti politici (a una domanda sulle elezioni in Italia ha risposto infatti di non essere la persona adatta per un commento sul tema), ha ribadito che l'”euro è irreversibile”, ma soprattutto che “non bisogna avere paura di cambiare i Trattati”, con evidente riferimento all’attuale ripartenza del motore franco-tedesco e ai piani annunciati da Angela Merkel ed Emmanuel Macron di voler rafforzare l’eurozona anche rivedendo i Trattati. “Dobbiamo assicurare l futuro dell’eurozona attraverso una costruzione più stabile e resistente”, ha detto.

Draghi, europeista di ferro, ha puntualizzato che “la vulnerabilità dell’eurozona” può anche essere ricondotta “una mancanza di autonomia fiscale – e la questione ora è capire come arrivarci”: Ma i due pilastri per raggiungerla sono “la fiducia e la convergenza”, secondo il presidente della Bce. D’altra parte, per il banchiere centrale italiano è chiaro che l’eterogeneità dei tassi di crescita tra le varie economie dell’area dell’euro rappresentino una fragilità e che siano riconducibili ai ritardi nelle riforme strutturali. Dunque, “servirebbe una discussione sulle riforme strutturali come quella che si fa sul bilancio”. 

Tonia Mastrobuoni

La Repubblica 29 maggio 2017

http://www.repubblica.it/economia/2017/05/29/news/mario_draghi_parlamento_europeo-166723528/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

 

La Bce: tassi giù ancora a lungo

La Bce non ha intenzione di rialzare i tassi di interesse, ancora per lungo tempo, anzi potrebbe addirittura abbassarli. Tutto il contrario di quello che temono i mercati. La rassicurazione arriva dal bollettino della Banca centrale europea, secondo cui non è vero che la deflazione è già sconfitta. A tener già l’indice dei prezzi sono le componenti volatili come i prezzi del petrolio e degli alimentari.

Comunque la politica espansiva dà i suoi frutti e contribuisce a migliorare il quadro economico generale. La Bce nota che la disoccupazione nell’eurozona « è in calo ormai da quattordici trimestri consecutivi. Il tasso di disoccupazione ha continuato a scendere nel quarto trimestre del 2016, dopo aver toccato il massimo agli inizi del 2013». In gennaio è rimasto al 9,6 per cento, il livello minimo dal secondo trimestre del 2009. Ma, avverte l’Eurotower, anche se l’andamento è positivo, «permane un considerevole eccesso di offerta sul mercato del lavoro e di sottoutilizzo. Sebbene i disoccupati nel mercato del lavoro siano diminuiti, sono ancora molti quelli che non sono considerati disoccupati ma potrebbero competere per i posti di lavoro, limitando quindi le pressioni salariali». Anche questo deprime l’inflazione, e rappresenta una tendenza di fondo, non volatile come i prezzi del petrolio o degli alimentari.

Luigi Grassia

La Stampa, 23 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/23/economia/la-bce-tassi-gi-ancora-a-lungo-8MtxRQqFI4IK9YyK59bebL/pagina.html

 

Perché cresciamo poco, nonostante Yellen e Draghi

yell-dragLa politica invia segnali confusi ai cittadini. E spesso scambia la forza dei suoi slogan con la solidità delle argomentazioni. È per questo che quando si muovono con le parole o le scelte Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, e il suo collega Mario Draghi alla Banca centrale europea, diventano argomento di riflessione nei Paesi e non solo tra economisti, finanzieri, imprenditori, politici. Da Washington la prima e da Francoforte il secondo, hanno fatto in modo che la crisi peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale avesse effetti meno devastanti possibili. All’indomani delle dichiarazioni di Yellen, che ha arricchito la serie di indizi che parlano di un imminente probabile rialzo dei tassi americani, l’attesa è ora per le parole di Draghi giovedì prossimo. I tassi bassi per l’economia sono lo strumento più efficace nei periodi legati a crescita stagnante. Le imprese e gli Stati possono chiedere crediti pagando meno il costo del denaro. Questo facilita la spesa per gli investimenti dando una spinta allo sviluppo. Il fatto che in America la tendenza sia al rialzo fa pensare che l’economia abbia raggiunto un punto di svolta. Le Borse americane sono ai massimi storici. La disoccupazione è al 4,8%, l’inflazione è attorno all’obiettivo stabilito del 2%. Donald Trump continua a indicare in tre assi la sua politica di sviluppo: taglio delle tasse al ceto medio, meno regole e più spesa per le infrastrutture.

Il passaggio dal messaggio della Casa Bianca all’azione concreta sarà meno semplice, ma è quello che vogliono sentirsi dire le imprese e la finanza per continuare a scommettere sulla crescita. Analoghi segnali sembrano potersi rintracciare in Europa. L’inflazione in Germania ha superato il 2%. Persino in Italia ha toccato quota 1,5%. La fiducia delle imprese in Germania, Francia e Italia è in aumento costante. La Spagna continua a segnare buoni livelli di crescita. Tanto che si dice possano aumentare le pressioni su Mario Draghi affinché tolga il piede dell’acceleratore della politica espansiva per evitare pericolose fiammate dell’inflazione. Cosa che produrrebbe per un Paese come l’Italia, fortemente indebitato, conseguenze negative sugli interessi da pagare sui titoli di Stato e quindi sui conti pubblici. Al di qua e al di là dell’Atlantico i segnali positivi ci sono e non vanno sottovalutati. Ma sono molto sulla carta. O meglio tutt’altro che soddisfacenti. Le aree di disagio sembrano allargarsi invece che diminuire. La stessa elezione di Trump ne è il sintomo più evidente. Nonostante e il costo del capitale sia così basso il livello degli investimenti non è stato del livello atteso. Sir John Cunliffe, vice governatore della Banca d’Inghilterra in un discorso riportato da The Economist di questa settimana ha notato come negli ultimi quarant’anni prima del 2007 la crescita media degli investimenti è stata del 3%, mentre da quell’anno in poi è scesa all’1,5%. Ci potrà essere stata difficoltà nell’accesso al credito sicuramente. Ma altrettanto sicuramente c’è la percezione di un aumento dei pericoli o perlomeno di una loro non riduzione.

Il disagio del quale si parlava è riferito non al momento che stiamo vivendo , quanto al futuro. Le famiglie e i lavoratori sono portati a risparmiare piuttosto che a spendere. E analogamente si muovono le imprese che custodiscono ingente liquidità preferendo distribuirla ai propri soci invece di metterla a rischio investendo senza sufficienti ritorni. È come se gli attori economici, cittadini, aziende, istituzioni finanziarie stessero perdendo la pazienza. Forse si dimentica che negli ultimi anni proprio grazie all’azione delle banche centrali americane, europee, ma anche cinesi e giapponesi, si sono superati choc internazionali importanti. La crisi russa nel 2014, come quella delle materie prime con i prezzi del petrolio in forte discesa, la cinese nel 2015 e, in misura minore, quella finanziaria del 2016. Senza contare le tensioni in medio Oriente e le successive ondate di migranti. Crisi che hanno spostato in avanti il recupero atteso. È evidente che averle superate e registrare gli evidenti segnali di ripresa non basta in poche settimane a consolidare la fiducia necessaria che spinge a investire a guardare con più serenità al futuro. È per questo che la cautela con la quale usano le parole Yellen e Draghi associata alle loro forti azioni di sostegno alle economia, la si vorrebbe ritrovare nelle istituzioni e nei protagonisti della politica. Sarebbe il segnale della comprensione che fiducia e riforme sono da sempre i veri motori di riprese più solide.

DANIELE MANCA

Corriere della Sera, 3 marzo 2017

http://www.corriere.it/economia/17_marzo_03/perche-cresciamo-poco-nonostante-yellen-draghi-fcddcc16-0054-11e7-92b1-e1f58b14debd.shtml