Le gang degli economisti

bandbassttIl premio Nobel nasconde una malia: chi lo conquista troppo tardi non se lo gode (gli esempi abbondano e suscitano tristezza); chi lo ottiene troppo presto s’arrabatta per il resto della sua vita nel tentativo di dimostrare che lo meritava (clamoroso il caso di Barack Obama e la pace). Paul Krugman, invece, l’ha guadagnato all’età giusta, nel 2008, quando aveva 55 anni e ha saputo sfuggire alla maledizione. E’ vero, non ha più fornito contributi importanti alla scienza triste, tuttavia ha messo a frutto la sua intelligenza polemica trasformandosi in uno dei più brillanti ed efficaci editorialisti, per lo più da un pulpito di prim’ordine come il New York Times. Ha regalato argomenti di lusso agli anti austerity e agli anti euro che li hanno trasformati in polpette avvelenate. Ma Krugman non si preoccupa di chi lo utilizza, non smetterà mai di tirare sassi. E anche una delle ultime uscite ha sollevato in volo piccioni, falchi e gufi.

Goodbye, Chicago boys. Hello, Mit gang”, ha scritto nella sua colonna sul quotidiano newyorchese. Ciao ciao ai seguaci di Milton Friedman che hanno dettato legge, in teoria e nella prassi, per l’ultimo quarto del Novecento; benvenuta la banda del Massachusetts Institute of Technology che sta rimettendo le cose a posto, grazie all’intervento pubblico in economia, alla moneta facile stampata dalla banca centrale e alla fisarmonica del disavanzo pubblico che si allarga quando c’è la recessione e si restringe con la ripresa. L’America s’è risollevata così e cresce senza sosta da cinque anni; dunque è la ricetta giusta, lo dimostra il fatto che l’Unione europea egemonizzata dal rigorismo tedesco resta ancora nella palude della stagnazione.

Naturalmente, della gang del Mit fa parte lo stesso Krugman che nel prestigioso istituto di Boston ha preso il dottorato e ha poi insegnato per molti anni (oggi ha la cattedra a Princeton). Lì, nel remoto1991 l’ho intervistato per il Corriere della Sera, quando aveva appena vinto il premio dell’American Economic Association, la John Bates Clark Medal, dunque era un virgulto avviato a grandi cose, che pochi in Italia conoscevano. Come tutti i professori, anche i più rinomati, lavorava in un piccolo e spartano ufficio ripieno di libri e giornali accatastati. Poco lontano da lui c’era lo studio appena più spazioso di Franco Modigliani (anche lui premio Nobel) che può essere definito un decano della gang (subito dopo Paul Samuelson, fondatore della cattedra di Economia), anche per la sua influenza enorme sull’economia italiana, attraverso la Banca d’Italia (ha contribuito ad elaborare il modello econometrico con il quale viene calcolato il prodotto interno lordo e tutte le altre variabili collegate), i molteplici legami politici da Ugo La Malfa a Giorgio Napolitano, i talentuosi virgulti che da Roma o da Milano correvano a seguire i suoi insegnamenti: Tommaso Padoa Schioppa, Fiorella Kostoris, Ezio Tarantelli, Mario Baldassarri, Francesco Giavazzi, Giorgio La Malfa, Nicola Rossi e molti altri.

 

La banda del Massachusetts oggi s’estende a banchieri centrali di primo piano come Ben Bernanke, Stanley Fischer, Mario Draghi, Antonio Fazio, Raghuram Rajan, Lucas Papademos; c’è poi Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale e il suo neonominato successore Maurice Obstfeld, oltre a numerosi altri pluridecorati economisti. Ma ne hanno fatto parte anche uomini politici come Benjamin Netanyahu, David Miliband, Kofi Annan, Ahmed Chalabi, fondatori di imprese, persino astronauti. Una rete vasta che ha esercitato la sua influenza fin dall’età dorata dello sviluppo post-bellico e solo dopo è stata rimpiazzata dalla banda di Chicago che comprende George Stigler, Gary Becker, Ronald Coase, Robert Lucas, Robert Fogel, Lars Peter Hansen, Eugene Fama, per citare soltanto i vincitori del Nobel.

Sono stati questi ultimi a dettare l’agenda fino alla Grande recessione del 2008, ma non è avvenuto per caso, ammette Krugman. A metà degli anni Settanta il brusco innalzamento del prezzo del petrolio fece esplodere i costi delle materie prime e si innestò in un ambiente economico dove i prezzi erano già alti sotto l’effetto della spinta salariale da un lato e della spesa pubblica dall’altro. Ciò ha generato il mostro economico di quei tempi, la stagflazione, cioè la combinazione di inflazione, bassa crescita ed elevata disoccupazione. Gli economisti di Chicago hanno dimostrato che era frutto delle politiche economiche keynesiane e i monetaristi di quella scuola convinsero i banchieri centrali a innalzare i tassi d’interesse e ridurre la quantità di moneta. La ricetta, inaugurata negli Stati Uniti nel 1979 da Paul Volcker (che pure non è un monetarista ortodosso) e rilanciata da Ronald Reagan, cambiò non solo il punto di vista sull’economia, ma le priorità dei paesi occidentali.

I Chicago boys propriamente detti sono i politici e gli economisti dell’America Latina che realizzarono la frattura con il passato populista, marxista o peronista, imponendo, spesso con metodi dittatoriali, il primato del mercato. Ma anche Deng Xiaoping ha adottato le ricette della scuola di Chicago della quale è figlia la stessa globalizzazione. La crisi, invece, ha riportato sugli altari il Mit dove Keynes non è mai passato di moda, scrive Krugman, ma è stato sempre interpretato in modo aperto e creativo.

L’articolo ha irritato i più giovani epigoni di Friedman. Anche se liberismo, monetarismo e anti-statalismo sono il trittico che definisce il paradigma prevalente, diversi filoni attraversano l’università di Chicago dove insegna anche Luigi Zingales che vuole “salvare il capitalismo dai capitalisti”. Tim Worstall su Forbes con puntigliosa perfidia ricorda il discorso di Bernanke alla conferenza in onore di Friedman che si è tenuta a Chicago nel 2002. In quella occasione il governatore della Federal Reserve ha apprezzato e rilanciato l’insegnamento teorico e l’indicazione pratica del gran sacerdote monetarista: per combattere una lunga e profonda recessione che si trasforma in depressione economica la via maestra è stampare moneta, gettare dollari dall’elicottero come fosse acqua per spegnere il fuoco, secondo la metafora friedmaniana. Durante l’ultima crisi, Bernanke ha seguito esattamente questa indicazione, tanto che lo hanno chiamato Helicopter Ben. Secondo Krugman il banchiere centrale americano ha resistito alle pressioni della destra repubblicana (lui nominato da George W. Bush). In realtà, insiste Worstall, ha applicato la ricetta di Friedman.

Allora, come la mettiamo con il duello delle idee? Ci sono più cose in cielo e in terra di quante contengano le dottrine. Friedman da giovane, negli anni Trenta, era keynesiano, poi ha trascorso il resto della vita a dimostrare gli errori del “cattivo maestro”. Il tedesco Rudi Dornbusch ha insegnato a Chicago (portato da Robert Mundell) prima di approdare al Mit.
Le scuole di pensiero in competizione, del resto, sono certamente più di due. In fondo operano diverse bande nella stessa Boston. Modigliani ha cercato una sintesi tra la concezione classica dell’equilibrio generale e la Teoria generale di Keynes, predicando la politica dei redditi (i salari non debbono crescere più della produttività) e il rigore nei conti pubblici, fino a spingere, nel caso italiano, il capo della Cgil Luciano Lama e il segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer, sulla via dell’austerità combattuta dall’estrema sinistra anche con le P38 e le bombe (altro che Syriza).

E dove collocare la gang di Goldman Sachs (della quale ha fatto parte sia pur brevemente Draghi)? Fucina di idee oltre che di denaro, ha prodotto più segretari al Tesoro americani di ogni altra istituzione: democratici come Bob Rubin (ministro con Clinton) e repubblicani come Hank Paulson (ministro con Bush). La banca d’affari è la bestia nera di tutti gli antagonisti del mondo, rappresentata come una piovra, con tentacoli che si estendono in ogni angolo del globo e spostano masse ingenti di capitali alla velocità della luce. Realtà e leggenda. I Goldman boys hanno provocato la crisi del 2008 e ci hanno guadagnato. Hanno messo in croce i Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) solo per accumulare profitti sulle disgrazie degli stati sovrani. Quanto ad Atene, chi ha aiutato a truccare i conti se non il padrino della finanza mondiale? Gli economisti al soldo della Goldman Sachs si sono inventati formule astruse per riempire i portafogli degli ignari risparmiatori di vere schifezze, pezzi di carta che alla fine della fiera non valgono nulla. Tutto vero, però la banca ha perso milioni di dollari in speculazioni sbagliate. I debiti pubblici li hanno contratti i governi dei vari paesi per tacitare le masse e non pagarne i conti politici. I derivati, sia pur nella loro versione più semplice, risalgono agli albori delle transazioni finanziarie, lo sapeva persino Shakespeare (vedi “Il mercante di Venezia”). Eppure Goldman Sachs non smette mai di mestare nel torbido, inquinare le acque, pagare ex politici e mandare in politica ex finanzieri.

Ognuno ha la sua banda. C’è naturalmente la gang ordoliberista tedesca il cui gran sacerdote era Hans Tietmayer, gran capo della Bundesbank; annovera Axel Weber e il successore Jens Weidmann, ma il più pugnace assertore resta Hans-Werner Sinn, capo dell’istituto della congiuntura, Ifo, vate dei conservatori, gran paladino della Grecia fuori dall’euro. Un vero fuochista che getta benzina sulle fiamme e finisce per alimentare le idee e i buoni affari della gang catastrofista, il cui pontefice massimo resta Nouriel Roubini, l’uomo che avrebbe previsto la crisi del 2008 e da allora non finisce più di vaticinare.

 

Negli ultimi tempi s’è aggiunto un altro gruppo che aspira a diventare una scuola. Ne fanno parte i profeti della “stagnazione secolare”, teoria rilanciata da Larry Summers, anche lui un Mit boy passato a Harvard, un predestinato in quanto nipote di due Nobel come Paul Samuelson e Kenneth Arrow, ex segretario al Tesoro con Clinton. Gli dà man forte la Nuova normalità (in sostanza, non avremo mai più una crescita come quella conosciuta nel quarto di secolo concluso dal crack del 2008) elaborata da James Galbraith (amico e mentore di Varoufakis) figlio del più noto John Kenneth, autore della “Società opulenta”, narratore vivace e accurato del patatrac del 1929 e consigliere di John Kennedy.

 

I declinisti sono l’anello di congiunzione con le molteplici bande che usano il capitalismo per metterlo in discussione. C’è la pitonessa del no global e no logo, Naomi Klein, il nonno francese della decrescita felice, l’ex maoista Serge Latouche, e l’enfant terrible che ha concepito “Il capitale nel XXI secolo”, cioè Thomas Piketty, abilissimo nel cogliere lo Zeitgeist dal quale è nato l’effimero, ma graffiante movimento Occupy che, attraverso gli Indignados, ha figliato in Spagna Podemos e in Grecia Syriza.

 

Su una strada parallela si è avviato un giornalista economico inglese che con il suo libro appena uscito nel Regno Unito (“Postcapitalism, A Guide to our Future”) sta sollevando un polverone. Paul Mason, capo dell’economia alla rete televisiva Channel 4 ed editorialista del Guardian, ripete la solita solfa che il capitalismo, dominante per due secoli, è giunto al capolinea. Ma l’alternativa non è lo statalismo marxista, bensì il neoanarchismo favorito dalla tecnologia dell’informazione. Non la dittatura del proletariato, bensì la liberazione di Wikipedia. Chissà se Casaleggio lo ha già letto, potrebbe lanciare le Five Stars nelle isole britanniche.

 

Scienza triste l’economia? Forse Thomas Carlyle aveva ragione, ma certo non sono tristi gli economisti di successo, i santoni dei nostri tempi, i tempi del calculemus in cui tutto va misurato, persino la felicità. E’ stata la commissione guidata da un para-guru francese come Jacques Attali a lanciare l’idea di un nuovo concetto di prodotto lordo nel quale entrino anche le variabili psicologiche tanto importanti quanto quelle materiali, così avremo il pil dei soddisfatti ben diverso da quello degli ingrugnati. La realtà è che non c’è un economista per tutte le stagioni, ma ogni stagione ha i suoi economisti.

 

C’era la crescita favorita dall’apertura degli scambi mondiali: capitali liberi, occupazione flessibile, borse al galoppo, risparmi legati alle azioni, lo stato in ritirata e il mercato in espansione in tutti i campi, compresa la cultura. E sono fioccati i Nobel a chi inventava l’algoritmo più sofisticato per abolire gli alti e bassi dei cicli economici e prevedere uno sviluppo senza fine (Robert Merton e Myron Scholes) o a chi studiava la domanda e l’offerta di servizi e di beni indivisibili, oppure trasformava la battaglia per il potere politico in comportamenti rivolti alla massimizzazione del benessere del gruppo sociale di riferimento. Era il trionfo della microeconomia, della finanza privata (più o meno turbo) rispetto a quella pubblica. Mentre “Liberi di scegliere” dei coniugi Milton e Rose Friedman diventava il libretto rosso della generazione reaganiana.

 

Poi il vento è girato, sono esplosi i debiti delle famiglie e degli stati, la disoccupazione è tornata sopra il 10 per cento, la crescita s’è fermata. La risposta dell’occidente agli sceicchi e ai sindacati aveva avuto successo, ma ha generato nuovi squilibri e nuove contraddizioni. Così, l’armamentario ammuffito della politica economica è uscito dalle cantine ed è stata riaperta la cassetta degli attrezzi keynesiani, anche quelli arrugginiti. Perché, a differenza dagli anni Trenta o dagli anni Settanta, non c’è un pensiero economico dominante, preciso nella diagnosi ed efficace nella prognosi.

 

Confusion de confusiones, come scriveva Joseph Penso de la Vega a proposito della Borsa di Amsterdam nel 1688. L’economia si occupa della società nella sua versione mercantile e mette insieme discipline e tecniche diverse, dalla matematica alla psicologia fino allo show business. Fu proprio Keynes il primo a capire l’importanza degli economisti anche nel circo politico-mediatico del quale è stato un protagonista indiscusso. E sempre lui ha sentenziato che “gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”. Ma al passato, ormai, appartiene anche il circolo di Bloomsbury.

Stefano Cingolani

Il Foglio 17 agosto 2015

 

 

 

L’età dell’abbondanza

 

auttoooPotete chiamarla indifferentemente “L’Età dell’Abbondanza” o “Il Grande Freddo”. Sembra una contraddizione, ma, in realtà, l’uno spiega l’altra. Sulla scia della Grande Crisi del 2008, nuotiamo in un mare di petrolio, cotone, acciaio, automobili. Risparmi e capitale si ammucchiano, i lavoratori abili e disponibili sono decine di milioni. Insomma, tutti gli ingredienti di un’economia rombante sono sul tavolo, ma l’economia mondiale, invece, tossicchia e inciampa: dalla Cina agli Usa. E anche la ripresa europea appare assai pallida. Il risultato è che magazzini, depositi, casseforti scoppiano, in attesa di una domanda che non arriva. A Cushing, in Oklahoma, dove confluisce il grosso del petrolio estratto negli Stati Uniti, le cisterne, sono piene fino all’orlo: settimana dopo settimana, l’inventario delle scorte batte il record precedente e, ormai, sfiora i 500 milioni di barili. Sui mercati mondiali, del resto, ogni giorno arrivano 2 milioni di barili di greggio che faticano a trovare un compratore. Il surplus lo scontano i prezzi: dalla scorsa estate si sono dimezzati. Ma tutto il mondo delle materie prime si muove nella stessa direzione: 110 milioni di balle di cotone, nel mondo, restano nei depositi in attesa di essere venduti. Di conseguenza, il prezzo del cotone, rispetto ad un anno fa, è sceso di quasi il 30 per cento. E così per le altre derrate. Il Baltic Dry Index, che misura il traffico delle merci non liquide come il petrolio, è crollato, da ottobre, circa del 60 per cento. Per i prodotti agricoli, fermi nei silos e nei frigoriferi, il calo dei prezzi va dall’11 al 20 per cento. I metalli, dal ferro al rame, sono crollati di oltre il 18 per cento.
Eppure, di lavoratori per trasformare tutte quelle materie prime ce ne sono fin troppi. Eurolandia, con il suo tasso di disoccupazione che sfiora il 12 per cento, è la pecora nera, ma, nel mondo, una disoccupazione al 6 per cento significa che ci sono oltre 200 milioni di persone in cerca di un lavoro che non trovano. Nessuno si aspetta che diminuiscano presto: l’Onu prevede anzi che, nel 2019, saranno 212 milioni. Il problema è che anche del terzo elemento del triangolo dell’economia, quello cruciale perché mette in movimento gli altri due, materiali e lavoro, ce n’è troppo: c’è un surplus anche di capitale, fermo nei portafogli e nelle casseforti. Crédit Suisse censisce la ricchezza globale a circa 263 mila miliardi di dollari, più del doppio, rispetto ai 117 mila miliardi di appena 15 anni fa. Niente male, considerando che, nel frattempo, c’è stata la più grave crisi finanziaria da quasi un secolo. Ma il problema è che questi soldi sono incagliati, lamenta Ben Bernanke, l’ex presidente della Fed. Il mondo affoga in risparmi che ristagnano, invece di tradursi in investimenti. Nel 2000, i paesi ricchi dell’Occidente investivano nei loro confini 270 miliardi di dollari più di quanto avessero in cassa con i risparmi. Nel 2013, osserva Bernanke, i termini sono rovesciati: i paesi ricchi hanno risparmiato 157 miliardi in più di quanto abbiano investito. L’Europa è passata da un saldo negativo (più investimenti che risparmi) di 36 miliardi ad uno positivo (più risparmi che investimenti) di 356 miliardi. E anche la Cina, tradizionalmente risparmiatrice, si è fatta ancora più avara: fatti gli investimenti, le restavano in cassa solo 20 miliardi di dollari nel 2000. Adesso, il divario fra risparmi e investimenti interni è arrivato a 182 miliardi di dollari.
«Abbiamo di fronte uno scenario di bassa crescita, bassa inflazione, bassi tassi d’interesse» ha detto al Wall Street Journal Megan Greene, capo economista di John Hancock, un colosso della gestione finanziaria, e instancabile twittatrice. «E, dunque, dovremo forse impiegare tutti i prossimi dieci anni per smaltire questo ingorgo». Gli economisti avevano avvertito che, quando una crisi scoppia per un crack finanziario, che azzoppa i meccanismi del credito, la ripresa è lenta e stentata. L’ingorgo di risorse inutilizzate, fra capitale, lavoro, materie prime che preoccupa la Greene ne è la conferma ed è lo specchio del ritmo asfittico dell’economia mondiale, Il Fondo monetario internazionale prevede che il prodotto interno lordo globale continui a crescere, da qui al 2016, fra il 3,4 e il 3,8 per cento, un ritmo da lumaca, rispetto al decennio passato. Quello che preoccupa è la paralisi dei paesi emergenti, il motore dello sviluppo mondiale degli ultimi anni. Il Fmi prevede che il pil dei paesi emergenti, cresciuto del 4,6 per cento nel 2014, mantenga lo stesso ritmo di crescita – e niente più – nei prossimi due anni. Stentano il Brasile, la Russia, i paesi arabi. Il dato cruciale è il brusco rallentamento cinese. Già nel 2014, la surriscaldata macchina economica di Pechino era passata ad un tasso di sviluppo del 7,4 per cento, ma la frenata è solo cominciata: 6,8 per cento in più nel 2015, 6,3 per cento nel 2016, ben lontano dal 10 per cento degli anni scorsi. La tanto sospirata e, oggi, celebrata ripresa europea rischia di sbocciare nel vuoto e di dover trovare dentro la stessa Europa, anziché nelle esportazioni, il combustibile che la alimenti.
Finirà presto? Dobbiamo solo aspettare di smaltire l’ingorgo? O c’è qualcosa che non va con i tubi? Così la pensa Daniel Alpert, che, all’attuale sovrabbondanza ha dedicato un libro, “The Age of Oversupply”: il mondo – dice – ha attraversato, negli ultimi 30 anni, una rivoluzione epocale: la globalizzazione ha inserito nel mercato mondiale due miliardi di nuovi lavoratori, mentre il boom dell’informatica faceva esplodere la produttività. Il risultato è una caduta verticale della forza contrattuale dei lavoratori, tradotta in una diminuzione dei salari e del potere d’acquisto. Meno salari, meno consumi. È questa la benzina che manca all’economia mondiale. Negli Stati Uniti, a febbraio, le scorte di beni durevoli (frigoriferi, tv ecc.) sono arrivate al livello più alto degli ultimi trent’anni. E, in Cina, la mecca del mercato automobilistico, da due anni e mezzo i concessionari non avevano i piazzali così pieni di macchine da vendere: sul totale dell’economia, l’incidenza dei consumi delle famiglie cinesi, in questi anni, è diminuita.
In realtà, in questi anni il reddito globale è aumentato. Ma è un aumento zoppo. Il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale sequestra il 30-40 per cento del reddito totale, mentre il 10 per cento più povero deve accontentarsi del 2 per cento. I ricchi, però, consumano, rispetto ai poveri, poco e i loro soldi finiscono nei risparmi incagliati di Bernanke. L’ineguaglianza, hanno scoperto recentemente sia il Fmi che l’Ocse, non paga: una società diseguale ha una economia poco efficiente. Ma è qui che, alle tendenze di fondo, si sovrappone la situazione post-crisi finanziaria. Mentre reddito e risparmi si concentrano in poche mani, la massa dei consumatori è schiacciata dai debiti. La somma dei debiti dello Stato, delle aziende e dei privati è arrivata al 181 per cento del Pil negli Usa, al 204 per cento in Europa, al 241 per cento in Cina. I venti della deflazione trovano qui il loro alimento. Gli economisti la chiamano “deflazione da debito”: tutti si preoccupano di ridurre i debiti e non consumano.
Inutile chiedere ai governi di mettersi loro a pedalare per tutti, con programmi di stimolo economico: l’ideologia dell’austerità lo impedisce. A spingere sono rimaste solo le banche centrali, come il programma appena lanciato dalla Bce. Ma, da sole, le iniezioni di denaro facile di Francoforte – Draghi lo ha detto più volte – rischiano di girare a vuoto.

Maurizio Ricci
Repubblica 4 maggio 2015
The Age of Oversupply