Adulti sempre più tardi

Fermate il mondo, non voglio crescere”. Gli adolescenti di oggi, rispetto a quelli degli scorsi decenni, ritardano sempre di più le esperienze dal sapore più adulto, come avere un partner, lavorare, provare l’alcol, guidare l’auto dei genitori. Lo dice uno studio che, analizzando lungo il corso degli ultimi 40 anni la propensione di 8,4 milioni di adolescenti americani (età 13-19) alle attività più “da grandi”, ha trovato che le eleganti etichette “millennial” (con cui si indicano i nati tra 1980 e 1994) e “iGeneration” (1995-2012) sono sovrapponibili al più nostrano “bamboccione”.

“I diciottenni di oggi sono come i quindicenni di ieri. E i venticinquenni di oggi sono come i diciottenni di un tempo” spiega l’autrice dello studio Jean Twenge, docente di psicologia alla San Diego State University, che sul tema ha scritto anche un saggio appena uscito: iGen: why today’s super- connected kids are growing up less rebellious, more tolerant, less happy – and completely unprepared for adulthood (Atria Books).

“A partire dal 2000 si assiste un crollo continuo nel numero di adolescenti che fanno cose considerate un allenamento a entrare nella vita adulta. Intorno al 2010 i 17-18enni uscivano per appuntamenti romantici meno di quanto facessero i 15-16enni negli anni 90. E mentre intorno al 1991 il 54% dei diciassettenni aveva già avuto esperienze sessuali, nel 2015 questa percentuale è scesa al 41%”. Una tendenza simile, nota lo studio, per il primo contatto con l’alcol: dal 1993 al 2016 la percentuale di 13-14enni che hanno fatto quest’esperienza è scesa del 59%.

Una riluttanza che, nello studio pubblicato su Child Development, risulta essere trasversale a tutti i sessi e le etnie statunitensi. “Abbiamo considerato alcune ipotesi come l’effetto di Internet: se oggi si passano online più ore di un tempo, è chiaro che restano meno ore per uscire o fare lavoretti” risponde Twenge. “Ma il web non può essere la sola spiegazione, perché vediamo questo trend iniziare anche da prima del boom dell’Internet di massa “. L’interpretazione più convincente, per gli autori dello studio, è la teoria life- history, secondo cui chi vive in un ambiente agiato ha meno fretta di crescere rispetto a chi passa l’adolescenza tra rinunce e ristrettezze. Quando il futuro è incerto e le risorse sono scarse, gli esseri umani avrebbero infatti un forte incentivo a bruciare le tappe verso la maturità sessuale, così da aumentare le proprie chance di riprodursi nonostante le avversità. Chi è protetto da un contesto familiare più confortevole, invece, può indugiare più a lungo nel parco giochi dell’adolescenza.

“Dal 2000 in poi i figli hanno avuto più agi. Rispetto agli anni 70 è aumentato il reddito delle famiglie e si è ridotta la loro dimensione” osserva Twenge. “Così i bambini hanno iniziato a sentire come meno pressanti le urgenze dettate da un orologio biologico formatosi in tempi più primitivi “. Che ora è messo a tacere anche dallo smartphone: “Negli ultimi anni vediamo un’accelerazione del fenomeno: comunicando di più tramite quel mezzo, i teenager sentono meno bisogno di uscire e ritrovarsi fisicamente”.

Giuliano Aluffi, Repubblica 21 settembre 2017

 

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/21/news/adulti_sempre_piu_tardi_i_diciottenni_di_oggi_inesperti_come_i_quindicenni_del_76_-176076306/

Il calcolo della felicità

happyyIl dibattito prosegue da decenni coinvolgendo economisti e psicologi: la ricchezza rende felici? Il pendolo volge verso il sì, tanto che ieri il Financial Times titolava: “È ufficiale, i soldi possono comprare la felicità”. L’Office for National Statistics del Regno Unito ha incrociato i dati su ricchezza familiare e benessere personale dei cittadini britannici concludendo che la soddisfazione per la propria vita, l’autostima e la gioia tendono a crescere con il conto in banca, mentre l’ansia tende a calare. Bella scoperta, penseranno i tanti che faticano a sbarcare il lunario. In tempi di crisi la retorica dell’ “anche i ricchi piangono” sarebbe suonata più beffarda che consolatoria. Eppure il fatto che molte menti brillanti si sfidino su questo terreno, portando dati e argomentazioni di segno contrario, vuol dire almeno due cose. Primo: anche i privilegiati del ricco Occidente continuano a sentirsi così insoddisfatti da non poter fare a meno di arrovellarsi sul perché essere felici sia tanto difficile. Secondo: la realtà è più complicata di quel che potrebbe sembrare.

Basta andare su un motore di ricerca dei lavori scientifici come EurekAlert e digitare la parola “happiness” per essere travolti dalle teorie: la felicità è contagiosa, è collettiva, è relativa. Molti titoli iniziano con “La chiave della felicità è” per poi suggerire: la spiritualità, l’esser sposati con figli o il possedere un certo Dna. Non tutti gli studi sono ugualmente attendibili, ma messi insieme rendono bene l’idea di quanto affannosa e contraddittoria sia la ricerca (anche scientifica) della felicità.

Secondo l’ultimo studio inglese la correlazione più-ricchi-più-contenti non regge per le proprietà fisiche come automobili e oggetti d’arte, che al massimo regalano una sensazione di compiacimento. Vale invece per la “ricchezza finanziaria netta, incluse le azioni, i risparmi in banca e i soldi sotto il materasso”. Potremmo chiamarlo effetto Paperone, dal personaggio disneyano che si godeva le sue monete tuffandocisi dentro. Forse però il punto non è spendere sì o no, ma spendere come. Una ricerca pubblicata su Science sostiene che usare i propri soldi per gli altri sia più gratificante che usarli per sé, ma il consumismo può contare sul fatto che in pochi se ne rendono conto. In generale i benestanti sono più felici dei poveri, d’accordo, ma è il gruzzolo in assoluto a pesare o il senso di superiorità che ricaviamo confrontandoci con colleghi e vicini? E poi, i ricchissimi sono più felici dei ricchi? Insomma, una volta soddisfatti i bisogni di base, esiste un tetto oltre il quale la correlazione tra benessere materiale e psicologico viene meno? Per ora non sembra sia stato trovato.

La lettura dei dati è complicata dalla difficoltà a definire il concetto di felicità, e anche dal fatto che dichiararsi soddisfatti non coincide necessariamente con l’esserlo. Si dice, ad esempio, che i conservatori siano un po’ più contenti dei progressisti ma prima di avventurarvi in spiegazioni psicologiche dovete sapere una cosa. Secondo una ricerca uscita su Science è vero che i conservatori si dicono più felici dei progressisti, ma questi ultimi si comportano come se fossero più felici dei primi. Un bel pasticcio. Allargando il focus agli interi paesi il quadro si complica ulteriormente. Secondo uno studio recente uscito su American Economic Review la correlazione tra indici di agiatezza e soddisfazione regge, ma nelle classifiche come il World Happiness Report abbondano le stranezze. La Danimarca è spesso lodata per il suo stato sociale, ma basta questo per farne il paese più giulivo del mondo? Su questo giornale qualche anno fa Danilo Taino ha illustrato il paradosso delle colf filippine, che con il loro senso di appartenenza alla comunità e uno scopo chiaro nella vita (aiutare la famiglia) potrebbero dare lezioni di contentezza ai datori di lavoro. Un altro popolo molto più gioioso che ricco, dicono gli esperti, è quello Masai. Società e cultura insomma possono incidere molto. Se vogliamo credere ai dati, il fatto che la felicità sbocci in contesti tanto diversi, da Copenaghen al Kilimangiaro, forse significa che una ricetta non c’è. Ce ne sono molte.

Anna Meldolesi

Corriere della sera –  6 settembre 2015

http://lostingalapagos.corriere.it/2015/09/06/il-calcolo-della-felicita/

 

Nati nel 2007

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images2GG5RjghkjkhkgjL’Ocse, esprimendo una certa insoddisfazione, dà un voto di “B” all’evoluzione dell’economia globale. Non sembra il caso di assegnare una votazione anche alla ripresa italiana. L’essere usciti, dopo tre lunghi anni, dal tunnel della recessione è già di per se un fatto positivo. E’ però possibile effettuare alcune considerazioni in prospettiva per valutare l’intensità della ripresa e le difficoltà della risalita dal “fosso” in cui si è caduti con la crisi. Un modo per farlo è considerare un individuo che, nato nel 2007 e cioè appena prima dello scoppio della crisi finanziaria, ha oggi 8 anni e domandarsi a che età potrà rivedere il livello medio di benessere (misurato dal reddito pro-capite reale) che caratterizzava l’Italia nell’anno in cui è venuto al mondo. Dipende evidentemente dal ritmo che assumerà la crescita economica nei prossimi anni.

Se il pil aumentasse a un ritmo medio di sviluppo dell’1,5 per cento all’anno, questa persona avrà 19 anni quando, nel 2026, potrà ritrovare il livello del pil pro capite reale che si aveva in Italia alla sua nascita. Con una crescita più consistente, del 2 per cento nel 2017 e del 2,5 dal 2018 in poi, i tempi di recupero si abbrevierebbero di alcuni anni: quell’individuo sarà un quindicenne quando, nel 2022, potrà celebrare la riconquista dei livelli italiani di benessere vigenti alla nascita

Ma anche se lungo e faticoso, il percorso che porta la “classe 2007” a rivedere i livelli italiani di benessere del momento della nascita implica comunque una perdita, da considerare, se non accelera la crescita, in gran parte permanente. (…) La seconda recessione (avviata a metà 2011) ha ulteriormente allontanato il benessere del paese dai livelli impliciti nella dinamica di fondo del periodo 1970-2010. Con una crescita dell’1,5 per cento all’anno, il pil pro capite dell’Italia a prezzi 2014 sarebbe in media nel decennio 2016-2026 di circa 8.000 euro all’anno inferiore rispetto al livello determinato dal trend 1970-2010. Una perdita significativa da considerare, irrecuperabile anche nella prospettiva di lungo periodo. Se invece la crescita fosse più elevata – secondo le ipotesi precedenti, del 2 per cento nel 2017 e del 2,5 dal 2018 in poi – la perdita media nel decennio risulterebbe più contenuta, ma pur sempre consistente (pari a circa 6.000 euro all’anno). Tuttavia, si potrebbe osservare una graduale tendenza dell’indicatore di benessere a riaccostarsi all’evoluzione di lungo periodo che caratterizzava l’Italia prima della seconda recessione: nel 2026, la perdita di pil pro capite rispetto al trend sarebbe di circa 4.000 euro, contro i 7.000 del 2016.

Proiettando in avanti tali dinamiche si osserverebbe che la “classe 2007” potrebbe ricongiungersi ai valori di reddito pro-capite impliciti nel trend 1970-2010 intorno ai 27 anni, cioè nel 2034.

 

Non ci potrà mai essere una ripresa solida e robusta se Renzi non penserà agli italiani “classe 2007

di Sergio de Nardis

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/06/14/non-ci-potr-mai-essere-una-ripresa-solida-e-robusta-se-renzi-non-penser-agli-italiani-classe-2007___1-v-129788-rubriche_c272.htm

E svizzeri felici e contenti…

svizzÈ la Svizzera il Paese con il più alto tasso di felicità al mondo, davanti a Islanda e Danimarca.

Èquanto emerge dalla nuova edizione del World Happiness Report (Rapporto sulla felicità nel mondo) realizzato per il Programma di sviluppo sostenibile dell’Onu da John Helliwell della University of British Columbia, Richard Layard della London School of Economics e Jeffrey D. Sachs, direttore dell’Earth Institute della Columbia University

Un rapporto che per la prima volta fotografa anche l’impatto della crisi economica degli ultimi anni sullo stato psicologico e sulla soddisfazione di sé delle popolazioni più colpite. E l’impatto si vede eccome: la Grecia è il Paese dove l’indice della felicità ha accusato il più forte calo nel mondo: ben 1,5 punti in meno (su 10) rispetto al periodo pre-crisi. Una flessione record a livello mondiale.

Non va molto meglio all’Italia, che nello stesso intervallo di tempo ha perso 0,8 punti di felicità, la terza flessione più grande dopo quelle di Grecia ed Egitto. Male anche la Spagna (-0,7). L’Italia però mantiene una posizione assoluta discreta (cinquantesima su 158 nazioni censite), così come la Spagna (trentaseisesima), mentre la Grecia precipita alla posizione numero 102, tra lo Swaziland e il Libano. Atene è lontanissima da Gran Bretagna, 21esima, Germania, 26esima, e Francia, 29esima. ….

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-04-23/la-classifica-paesi-piu-felici-mondo-vince-svizzera-crollano-grecia-e-italia-213227.shtml?uuid=ABI9UeUD

http://www.corriere.it/esteri/cards/paese-piu-felice-mondo-svizzera/seconda-l-islanda.shtml

Il sito ufficiale

http://worldhappiness.report/

 

Così rinasce il sogno dell’integrazione europea

eueuCOS’È esattamente l’Europa? L’Europa non è una condizione fissa, non è un’unità territoriale, non è uno stato e neppure una nazione. Di fatto, l'”Europa” non esiste, esiste l’europeizzazione, una metamorfosi, un processo di trasformazioni in corso. Sebbene il processo di europeizzazione  –  la “realizzazione di un’unione sempre più stretta dei popoli d’Europa”, come cita il trattato dell’Unione  –  sia stato intenzionale, le sue conseguenze istituzionali e materiali sono state fortuite. Il fatto sorprendente è che il processo di integrazione non ha seguito alcun piano generale.

Al contrario: l’obiettivo è stato volutamente lasciato aperto. L’europeizzazione “funziona” nella modalità specifica di improvvisazione istituzionalizzata. Per lungo tempo è sembrato che questa politica di effetti collaterali avesse un enorme vantaggio: il colosso dell’europeizzazione andava avanti implacabilmente, sembrava non avere bisogno di un programma politico indipendente o di una legittimazione politica.

Lo sviluppo dell’Ue può avvenire attraverso la cooperazione transnazionale di élite con propri criteri di razionalità, per lo più indipendenti da interessi, convinzioni politiche e pubblici nazionali. Questa interpretazione di “governance tecnocratica” è in relazione inversa con la dimensione politica. Il quadro dei trattati europei esercita una “meta-politica” che altera le regole del gioco della politica nazionale attraverso l’entrata in campo furtiva degli effetti collaterali.

L’europeizzazione non significa la scomparsa degli Stati nazionali, bensì la metamorfosi dello stato-nazione. Ispirandosi alla legge europea, la differenza amico- nemico è stata istituzionalmente sostituita da un’architettura cosmopolita di cooperazione tra Stati, creando, nel mondo a rischio del ventunesimo secolo, un nuovo livello di potere contrattuale e alcune leve per controllare i rischi globali e il potere economico.

L’europeizzazione è un processo di creazione di istituzioni che, per sua natura, è “cosmopolita“. Perché è così? Perché non è uno Stato federale (modello na- zionale). L’europeizzazione mette in comune la sovranità e la decentra anche ai governi locali-regionali. Questi stati europei cosmopolizzati inoltre subappaltano la sovranità anche alle istituzioni internazionali come la Nato, il Fondo monetario internazionale o il G7.

Qual è stata, allora, la motivazione che ha spinto a trasformare il progetto dell’Ue da carattere nazionale a un carattere cosmopolita? La mia risposta è: l’incentivo e la carica per questa metamorfosi sono comparsi con lo shock antropologico causato dagli orrori della seconda guerra mondiale. Da questa situazione sono emersi un orizzonte normativo e un imperativo: l’etica politica del “Mai più”  –  mai più Olocausto!

L’idea di base è che lo shock universale davanti alla violazione dei principi etici dell’umanità crei un orizzonte normativo di aspettative, che sfida l’ordine esistente delle cose dall’interno. “Mai più Olocausto!” implica un’intesa di giustizia e legge  –  l’obbligo di cambiare le istituzioni nazionali e gli atteggiamenti esistenti.
C’è un movimento rivoluzionario che sta scuotendo l’Unione europea nel contesto della crisi dell’euro. Non si tratta di un movimento pro-europeista, bensì anti- europeista.

Per riuscire a comprendere come si muovono i sentimenti anti-europeisti bisogna fare una grande differenziazione. Ci deve essere una chiara distinzione tra l’accettazione e l’uso dell’europeizzazione nella vita quotidiana e il sostegno politico all’Ue. Per chi vive una vita fortemente europeizzata, in particolare, l’Ue è politicamente molto controversa.

C’è questo paradosso: lo scetticismo nei confronti dell’Ue aumenta di pari passo con l’apprezzamento di una vita quotidiana europea. Ad esempio, i danesi e gli inglesi sono entrambi europeizzati nelle loro pratiche quotidiane ed euroscettici, se non addirittura anti-europeisti, come elettori.

Come può l’Europa superare questa crisi di convivenza? Una larga parte degli euro-critici e degli anti-europeisti che stanno alzando la voce in questo periodo sono prigionieri di una nostalgia nazionale obsoleta.
Ci serve una visione cosmopolita per capire il tipo di disperazione che ribolle sotto la superficie degli ambienti delle periferie europee e che sta tracimando in entusiasmo per la protesta antieuropeista.

Tutte le nazioni si trovano a dovere affrontare un nuovo pluralismo culturale, non solo come conseguenza della migrazione, ma anche della comunicazione in Internet, del cambiamento climatico, della crisi dell’euro e delle minacce digitali alla libertà. Persone delle più diverse estrazioni, con lingue diverse, concezioni di valore diverse e religioni diverse, vivono e lavorano insieme fianco a fianco, cercano di inserirsi negli stessi sistemi giuridici e politici, e i loro figli frequentano le stesse scuole.

Non dovremmo quindi pensare solo a “un’altra Europa”, dobbiamo pensare anche al prossimo passo dell’europeizzazione: al modo in cui le nazioni europee subiscono la metamorfosi da una concezione di carattere nazionale etnico a una concezione cosmopolita. Questa europeizzazione cosmopolita non è un ostacolo alla sovranità nazionale.

È esattamente il contrario, poiché include il cambiamento della sovranità degli stati nazionali europei dal livello nazionale a quello cosmopolita. L’europeizzazione non deve minacciare il carattere nazionale, è parte di ciò che fa aprire le nazioni al mondo, rendendole cooperative, appetibili e potenti, in un era di rischi globali.

Se l’Europa vuole superare le sue crisi di coesistenza, secondo un’altra tesi, deve riscoprire e rinvigorire la sua identità nelle grandi opere, nei monumenti e nei paesaggi della cultura europea. “Dalle coste dell’Africa dove sono nato”, scriveva Albert Camus, “si vede meglio il volto dell’Europa. E si sa che non è bello”.

Per Camus, ammiratore di Nietzsche, la bellezza è un criterio di verità e di vita felice. Ed è radicata nella cultura mediterranea. La storia ha logorato molte cose  –  l’idea della nazione, l’astuzia della ragione, la speranza nel potere liberatorio della razionalità e il mercato; perfino l’idea di progresso è diventata la fonte dell’apocalisse.
Ciò evoca l’immagine di una piacevole Europa delle Regioni che vale la pena vivere.

Il legame apparentemente necessario tra lo Stato, l’identità nazionale e una lingua unica verrebbe cancellato. L’Unione, gli Stati membri e le loro regioni si occupano del benessere dei cittadini a diversi livelli. Essi prestano ai cittadini, da un lato, una voce nel mondo globalizzato, dando loro, dall’altro, un senso di sicurezza regionale e di identità. La democrazia quindi sta diventando una realtà a più livelli.

Che cosa potrebbe riconciliare, dunque, gli europei anti-europeisti con l’idea di europeizzazione? L’anti-centralismo  –  l’antiideologia che è priva di nostalgia etnico-nazionale. La svolta e il ritorno alla bellezza delle regioni che, allo stesso tempo, sono anche globalizzate, come métissage culturale, incontro tra diverse culture. E la città come attore europeo cosmopolita! La libertà è nell’aria della città.

Se si guarda il panorama politico, si vedrà che le città sono isole rosso-verdi nel mare nero del conservatorismo nazionale. Perciò non dovremmo cercare solo gli Stati Uniti d’Europa, ma anche le Città Unite d’Europa  –  per un’Europa multicentrica e per la democrazia europea.

di ULRICH BECK

(20 settembre 2014)

http://www.repubblica.it/dal-quotidiano/r2/2014/09/20/news/citt_unite_d_europa_cos_rinasce_il_sogno_dell_integrazione-96210783/

Il paradosso del Pil

pilNEW YORK – “Perché il Pil puzza e perché nessuno ci fa attenzione“: con questo titolo colorito il Wall Street Journal riassume le reazioni delle Borse alla notizia di una presunta “frenataccia” dell’economia americana. Meno 2,9%, il Pil nel primo trimestre di quest’anno. Un dato pessimo, mette l’America “in rosso” dopo cinque anni di ripresa, la sbatte dietro ai malati cronici dell’eurozona.

É il peggiore dato dal primo trimestre del 2009, quando gli Stati Uniti erano ancora nel mezzo della recessione. Ma questa revisione del Pil ha lasciato indifferenti i mercati e gli esperti. L’unica vittima? La credibilità stessa del Prodotto interno lordo come indicatore sullo stato di salute dell’economia. Un tempo a contestare il Pil erano soprattutto economisti di sinistra, come i premi Nobel Amartya Sen e Joseph Stiglitz, ambedue autori di statistiche “alternative”. Oppure, ancora più radicali, c’erano le critiche dei teorici della decrescita come Serge Latouche, per i quali l’aumento del Pil è sinonimo di sviluppo insostenibile, distruzione di risorse naturali. La novità: adesso agli attacchi contro il Pil si uniscono l’establishment, i mercati, gli organi del neoliberismo.

“L’incidente del primo trimestre 2014”, come si può intitolare la vicenda dello scivolone in negativo, è davvero esemplare. Tra i fattori che hanno frenato la crescita Usa, il più potente è la riforma sanitaria di Barack Obama. A gennaio di quest’anno entrava in vigore il nuovo sistema assicurativo. La sua prima conseguenza è stata un calo delle tariffe sulle polizze sanitarie. E qui si tocca l’incongruenza dell’indicatore Pil: se gli americani hanno finalmente speso un po’ meno per le assicurazioni mediche questa è un’ottima notizia, ma riduce il Pil che è un aggregato di tutte le spese. Il Pil non dice se stia migliorando la qualità delle cure mediche e quindi la salute, misura solo la spesa nominale. Una sanità inefficiente e costosa “fa bene” alla crescita, se invece si riducono sprechi e rendite parassitarie delle compagnie assicurative, l’economia apparentemente ne soffre.

L’attacco al Pil trova concorde il Financial Times. “Come il Pil è diventato un’ossessione globale”, è il tema di un’inchiesta del quotidiano inglese. Che parte da alcune sconcertanti revisioni nella contabilità nazionale che hanno fatto notizia.

La Cina, secondo uno studio recente della Banca mondiale, è molto più ricca di quanto credevamo: sta per sorpassare gli Stati Uniti, da un mese all’altro. Anche l’Inghilterra ha un’economia più prospera di quanto si pensava. Perché? Il “riesame” del Pil cinese, è stato deciso per correggere errori del passato. Sopravvalutando il costo reale di alcuni generi di prima necessità come gli spaghetti, si era simmetricamente “impoverito” (nelle statistiche) il potere d’acquisto dei consumatori. Errore corretto, e oplà, di colpo la Cina nel suo nuovo Pil misurato “a parità di potere d’acquisto” diventa quasi eguale all’America.

Per quanto riguarda la Gran Bretagna, il suo “arricchimento” improvviso (+5%) nasce dall’inclusione nel Pil di attività illecite e sommerse come la prostituzione e il traffico di droga. Nel caso cinese come in quello inglese è evidente che siamo di fronte a operazioni contabili del tutto discrezionali, arbitrarie. Non è cambiato nulla per il cittadino, il lavoratore, l’imprenditore di quei paesi. É cambiato solo un numero, deciso dagli economisti. Per la Gran Bretagna, poi, è evidente l’aspetto paradossale di questo massaggio delle statistiche: siamo proprio sicuri che l’inclusione della droga nel Pil sia un indicatore fedele del benessere nazionale?

L’economista Diane Coyle, che è stata consigliera del ministero del Tesoro britannico, ha pubblicato un libro sulla storia del Pil: “Gdp: A Brief But Affectionate History“. Documentato, erudito, ironico, ma anche sferzante. La Coyle ci ricorda che “non esiste una cosa reale che gli economisti misurano e chiamano Pil”. Quell’indicatore statistico è un’astrazione, un aggregato di spese dove entra di tutto: dai manicure alla produzione di trattori ai corsi di yoga. Primo consiglio della Coyle: liberiamoci dall’idea che la rilevazione del Pil sia come la misurazione del perimetro terrestre, un’operazione complessa ma scientificamente rigorosa.

Del resto il Pil è un’invenzione recente, e strumentale. Il primo a lavorarci fu l’economista americano di origine bielorussa Simon Kuznets, negli anni Trenta. La missione gli era stata affidata dal presidente Franklin Delano Roosevelt. Nel bel mezzo della Grande Depressione, Roosevelt aveva bisogno di una misura dello stato di salute dell’economia, che non fosse di tipo settoriale o aneddotico come quelle usate fino ad allora. Ma lo stesso Kuznets dopo avere “inventato” il Pil cominciò a esprimere serie riserve sulla sua validità. Nella maggior parte dei paesi sviluppati bisogna attendere gli anni Cinquanta perché il Pil entri nelle consuetudini.

Un indicatore ben più completo e utile è quello elaborato per le Nazioni Unite da Amartya Sen ed altri, lo Human Development Index (indice dello sviluppo umano): misura per esempio la qualità della salute e dell’istruzione. Perché non riesce a spodestare il Pil nel dibattito pubblico? La spiegazione che dà Sen è disarmante, o inquietante: “Il Pil misura un tipo di crescita quantitativa che ha coinciso con l’arricchimento di minoranze privilegiate. L’indice dello sviluppo umano sposterebbe l’attenzione verso attività e settori che vanno a beneficio degli altri”.

http://www.repubblica.it/economia/2014/07/06/news/il_paradosso_del_pil_in_usa_sta_frenando_ma_il_benessere_cresce_con_la_sanit_meno_cara-90824614/

 

 

Come un pullman su un passo di montagna

tornante“Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose», ci ammoniva Albert Einstein e lo penso ogni volta che vedo gli italiani gridare agli sprechi e nello stesso tempo indignarsi per i tagli che cercano di eliminare quegli sprechi.

Ci vuole serietà, non si può chiedere una sanità più efficiente e ospedali capaci e contemporaneamente pretendere di avere un reparto maternità in ogni paese o in ogni quartiere. La vita reale che ci aspetta da domani è ancora fatta di difficoltà, di piccoli passi, di tentativi, ma dovrebbe essere fatta anche di speranza e di volontà.

Per questo dico che è stata una campagna elettorale deludente, complice l’oscena legge elettorale, perché tutta puntata sull’immediato e senza idee che parlassero di futuro, idee capaci di accendere l’immaginazione, di dare coraggio, di spingere all’impegno. Le campagne elettorali hanno però due soggetti, i politici e gli elettori. Anche noi siamo chiamati ad essere responsabili e credibili: nelle richieste che facciamo come nel voto che esprimiamo…..

E abbiamo tutti il dovere di tenere la testa alta. Di pensare non soltanto a noi e all’immediato ma anche al Paese che vogliamo costruire per i nostri figli o i nostri nipoti. Dovremmo imparare a non illuderci di fronte a ricette di cortissimo respiro: ti rimetto in tasca alcune centinaia di euro, come una sorta di una tantum, ma ti nego la possibilità di pensare ad una sanità migliore, che riduca le umilianti liste d’attesa, a un welfare più al passo coi tempi, in cui una madre non sia costretta a scegliere tra il lavoro e la cura dei figli, a una scuola che rispetti gli insegnanti, valorizzi i bambini e non costringa i genitori a portare ogni settimana sapone, fogli e carta igienica.

Quando penso alla responsabilità di essere cittadini penso che questo contenga la necessità di non raccontarsi storielle facili e consolatorie: non è solo eliminando la cosiddetta «casta» che si risolveranno i nostri problemi. Non è sufficiente: è solo sostituendo i ladri, i corrotti e gli incapaci con persone più degne e preparate che ci incammineremo sulla strada giusta.

Il prossimo Parlamento, grazie alla pressione dell’opinione pubblica, avrà il merito di essere più giovane, di avere più donne, più volti nuovi e una percentuale di gran lunga inferiore di inquisiti e screditati. Questa è un’indubbia conquista, ma non pensiamo che questo sia tutto: ci vogliono idee per costruire e capacità di farlo, a questa sfida saranno chiamati tutti gli eletti.

Pensare che basti essere giovani e nuovi per aver risolto ogni problema è un po’ infantile e non riconosce nessun valore all’esperienza e alla capacità: mi immagino il futuro dell’Italia come un pullman che deve superare un passo di montagna, ci sono curve ghiacciate, salita e discesa, vorrei che a bordo con me ci fosse gente per bene, simpatica e solidale, ma mi farebbe anche piacere avere un autista che ha idea di dove andare, che conosca il percorso e magari non sia alla sua prima esperienza di guida…

Dall’editoriale di Mario Calabresi su La Stampa del 24 febbrio 2013

http://www.lastampa.it/2013/02/24/cultura/opinioni/editoriali/il-realismo-che-serve-al-paese-VtjcsXKLCFVKcH0FCBzogM/pagina.html