controdemNon è facile governare, in Italia. A nessun livello. Al di là dei limiti della classe politica, l’azione dei gruppi dirigenti è frenata da molti vincoli. Istituzionali e legislativi. Volti a impedire lo sconfinamento dei poteri politici in ambito economico, sociale. E nella sfera dei diritti dei cittadini. La tiranno-fobia, alimentata dall’esperienza del fascismo, ha contribuito, in fase costituente, a rafforzare i poteri di controllo. Perché “ogni buona costituzione è un atto di sfiducia nei confronti del potere”, osservava Benjamin Constant nel 1829. Così, le istituzioni di garanzia, per prima la magistratura, hanno assunto grande autorità. Anche se i poteri ” politici” hanno cercato, spesso, di neutralizzarla. Fino a quando, nei primi anni Novanta, Tangentopoli ha travolto la classe politica della cosiddetta Prima Repubblica. Indebolita dagli scandali per corruzione. Da allora, magistrati, giudici, avvocati, insomma, le diverse istituzioni e figure del sistema giudiziario, hanno assunto un ruolo prioritario. Più che ” garanti della giustizia”: ” giustizieri”. Nel senso che i cittadini hanno affidato loro il compito di ” giustiziare” la classe politica, inefficace e – appunto – corrotta. ” Garanti della pubblica virtù”, li definì Alessandro Pizzorno. In grado di delegittimare un leader, un partito, un’amministrazione. Tanto più al tempo della ” democrazia del pubblico”, dove i media e, soprattutto, la televisione hanno costituito il principale spazio della politica. Il centro dell’opinione pubblica.

Da allora, cioè, negli ultimi vent’anni, i ” professionisti della giustizia”, oltre che garanti, sono divenuti attori politici di primo piano. Magistrati e avvocati sono, infatti, numerosi: alla Camera e in Senato. Ma anche fra i sindaci e i governatori. Oppure, fra i ” custodi” della legalità, in occasione di manifestazioni dove l’interesse pubblico si associa a grandi interessi economici e commerciali. Come l’Expo e le celebrazioni – imminenti – per il Giubileo. Allora la figura del magistrato, ma anche del prefetto, insomma: del ” garante del bene pubblico”, è divenuta una soluzione, quasi, obbligata. Per ragioni di ” sfiducia” nei confronti del potere politico. Per citare un altro filosofo francese, in questo caso contemporaneo, Pierre Rosanvallon, l’Italia è un caso esemplare di ” contro-democrazia”. Che non significa anti-democrazia, ma ” democrazia della sorveglianza“. Dove la sfiducia si traduce in controllo democratico. Esercitata dai magistrati, ma anche da movimenti, comitati e dagli stessi cittadini. Soprattutto dopo l’avvento di Internet, che è divenuto un canale di controllo e denuncia largamente accessibile e frequentato.

Per questo, il nostro Paese dovrebbe essere considerato una ” vera” democrazia. Benjamin Constant ne sarebbe ammirato. Perché, se la sfiducia è una ” virtù democratica”, l’Italia dovrebbe essere una democrazia particolarmente virtuosa. Visto che le istituzioni rappresentative sono sempre più ” sfiduciate” dai cittadini. Parlamento, Regioni, Comuni. Perfino la fiducia verso lo Stato oggi non supera il 15% (Sondaggi Demos). Cioè: la metà rispetto al 2010. Mentre la fiducia nei partiti – lo abbiamo ripetuto spesso – è ormai scesa al 3%. D’altronde, oggi, oltre vent’anni dopo Tangentopoli, secondo il 47% degli italiani, la corruzione politica sarebbe più diffusa di allora. Secondo il 42%: allo stesso modo. Meno del 10% pensa, al contrario, che sia diminuita. Insomma, partiti e politici: tutti corrotti, proprio come allora.

 

Anche per questo, da molti anni, per ricoprire cariche e ruoli di amministrazione e di governo, si cercano figure ” non politiche”. Come confermano le recenti vicende romane. Dove al posto del sindaco Ignazio Marino, chirurgo trapiantista, sfiduciato dai consiglieri comunali, è stato nominato commissario Francesco Paolo Tronca, prefetto di Milano. Alla guida dell’Expo. A Roma era già stato chiamato Franco Gabrielli. Anch’egli prefetto. In precedenza direttore del Sisde. Fra i possibili candidati sindaci, si parla di Giovanni Malagò, Alfio Marchini. Non per caso: ” non politici”. D’altronde, a Napoli governa De Magistris, in Puglia: Emiliano (già sindaco di Bari). Entrambi magistrati. A Venezia è divenuto sindaco Luigi Brugnaro, imprenditore. Sfidato da Felice Casson, a lungo magistrato della città

Il problema, semmai, in Italia, è che la contro-democrazia è ” una” faccia della democrazia. Che è anche ” governo”. Ma in Italia l’azione di governo risulta più faticosa del contro-governo. Non per caso, il Movimento 5 Stelle, percepito dagli elettori come uno strumento di ” sorveglianza democratica”, secondo i sondaggi, oggi avrebbe superato il 27%. E si starebbe avvicinando al PdR. Mentre si assiste al declino dei canali della rappresentanza e della partecipazione. I corpi intermedi e i partiti: tradizionali canali di formazione della classe politica. E di promozione dei valori e delle domande sociali.

Il trionfo della contro-democrazia, però, sta logorando i suoi stessi protagonisti. La fiducia nei magistrati, infatti, fra i cittadini, dal 47%, nel 2003, è scesa al 35% nel giugno 2015. Tuttavia, anche se non è popolare (e neppure populista) affermarlo, io ritengo che una democrazia (rappresentativa) senza partiti non esista. Non sia ” democratica”. La politica, i politici: non possono essere rimpiazzati da magistrati, prefetti, imprenditori, giudici, avvocati, chirurghi. Scelti on demand perché ” impolitici”. Senza generare un senso di ” vuoto”. D’altronde, 7 persone su 10, in un sondaggio (Demos) di alcuni mesi fa, sostenevano che, in questo clima di confusione, ” ci vorrebbe un uomo forte a guidare il Paese”………

 

La controdemocrazia

Ilvo Diamanti La Repubblica 3 novembre 2015

http://www.repubblica.it/politica/2015/11/03/news/titolo_non_esportato_da_hermes_-_id_articolo_1682479-126511352/

Un estratto da “La politica nell’era della sfiducia” sulle forme di politica non convenzionale o

da La politica nell’era della sfiducia di Pierre Rosanvallon (Città aperta, 2009)

http://www.europaquotidiano.it/2013/08/31/la-contro-democrazia-democratica/

Pericle il keynesiano

pericleChe lo «Stato sociale» sia un peso lo pensano soprattutto coloro che non hanno problemi economici. Essi predicano, con calore e convinzione, la virtù. Va da sé che lo Stato sociale è costoso. E infatti coloro che se la passano bene temono sempre che, in un modo o nell’altro, il peso di esso ricada sulle loro spalle. Di qui la loro costante esortazione all’altrui virtù e l’ostilità che essi sempre manifestano verso i politici che dallo Stato sociale traggono forza e consenso.
L’archetipo occidentale dello Stato sociale fu l’Atene di Pericle, fatte salve beninteso le differenti misure e proporzioni. Roosevelt, figura-simbolo dello Stato sociale nella prima metà del Novecento, non ne ebbe forse sentore, ma subì, per molti aspetti, contraccolpi e ottenne successi analoghi rispetto a quelli che toccarono all’aristocratico ateniese alla metà del V secolo a.C. L’ostilità di cui Pericle fu bersaglio ci è nota soprattutto grazie alla Vita di lui scritta da Plutarco sulla base di buone fonti che colmano egregiamente la distanza tra Pericle e l’età di Nerva e Traiano (in cui Plutarco visse e scrisse le Vite parallele ). La massa di informazioni allarmanti su Pericle che Plutarco riesce a mettere insieme — le insinuazioni sulla sua vita privata, i processi contro i suoi migliori collaboratori e in primis contro Fidia, vero cervello della sua politica urbanistica e di lavori pubblici, gli attacchi velenosi dei comici etc. — non deve portarci fuori strada. Sul piano della comprensione storica, il fatto principale è che Pericle è riuscito a farsi rieleggere stratego per decenni e decenni consecutivamente. Ciò significa che affrontava ogni anno la campagna elettorale e ogni anno la vinceva. Il che non era certo fatica da poco con un elettorato così politicizzato e volubile. Non si riflette a sufficienza sulle implicazioni concrete di questo fatto macroscopico. Dunque il consenso (fino all’incauta decisione di entrare in guerra nel 431 a.C.) non gli è mai mancato. (Anche lui, come Roosevelt, ha dovuto faticare per convincere i concittadini della necessità di entrare in quella guerra, ma è morto troppo presto per poter vedere gli effetti di tale scelta).
Come si consolidava un tale ininterrotto consenso? La grande politica di lavori pubblici gli consentiva di assicurare lavoro e salario a molti. Né mancava, nel meccanismo della «democrazia» ateniese il modo di far gravare, al tempo stesso, il peso di tante spese per la città (feste, teatro, arsenali, navi: le cosiddette «liturgie») sui ricchi. Scrisse nei primi anni di Weimar un notevole storico berlinese, allora comunista, Arthur Rosenberg, che i ricchi erano, all’interno del «sistema Atene», la «mucca da spremere». Non espropriare, dunque, ma costringere la ricchezza (la quale di solito, diceva Benjamin Constant, «si nasconde e fugge» e perciò è «più forte del governo») a farsi piegare per usi sociali.
…. Diamo la parola a Plutarco (Vita di Pericle ): «Tali opere — edifici ecc. — comportavano lavori di ogni genere e suscitavano le più svariate necessità: stimolando tutte le arti, mobilitando ogni mano, davano occupazione retribuita a tutta la città, la quale si trovava perciò nella condizione di mantenersi e al tempo stesso abbellirsi. (…) Pericle propose al popolo grandi progetti di costruzioni e disegni di opere la cui esecuzione richiedeva tecniche e tempi lunghi. Ogni arte radunava sotto di sé, come un generale il proprio esercito, una massa di manovali e lavoratori non specializzati che servivano quali membra e strumenti. Così le diverse necessità di lavoro distribuivano e diffondevano il benessere in tutta la popolazione. Gli edifici sorgevano dovunque, magnifici nella loro grandiosità, e inimitabili per bellezza perché gli artigiani facevano a gara per superarsi l’un l’altro. Si era creduto che ciascun edificio sarebbe giunto a compimento solo con l’opera di parecchie generazioni e invece furono tutti terminati al culmine di un solo governo. (…) Da questi monumenti emana come una perenne giovinezza che li preserva dal logorio del tempo. Direttore e sovrintendente dei lavori per incarico di Pericle fu Fidia, anche se ciascuna costruzione ebbe propri e grandi architetti. Callicrate ed Ictino ad esempio lavorarono al Partenone». E segue un’ampia esemplificazione di monumenti e rispettivi direttori dei lavori.
Pericle, amico del filosofo Anassagora e della audace Aspasia, etèra di Mileto, non era certo un bigotto. Ciò non gli impedì di riuscire a trasformare in miracolo un infortunio sul lavoro. Un operaio che lavorava ai Propilei sull’Acropoli cadde dall’impalcatura e fu quasi in fin di vita. Ma Pericle fece sapere che la dea Atena, protettrice della città, gli era apparsa in sogno e gli aveva dettato la cura. In breve l’infortunato si riprese. Pericle fece subito innalzare una statua in bronzo ad «Atena Igea», patrona della salute. Padre Pio non ha inventato nulla. …….

Corriere 12.1.14
Il primo Stato keynesiano fu l’Atene di Pericle e Fidia
di Luciano Canfora