Ma l’Italia quanto cresce davvero?

Il numero degli occupati ai massimi da quarant’anni. Il ritmo di crescita più rapido del decennio. Il principale indice di Borsa di Milano lievitato quasi del 19% in dodici mesi e rendimenti dei titoli di Stato fra i più bassi del dopoguerra, mentre il fatturato dell’export nel 2017 aumenta più che in Francia o in Germania. Accanto a tutto questo, dai partiti proposte pensate per un elettorato psicologicamente ancora in recessione: vi leviamo le tasse sulle crocchette per gatti o la tivù di Stato; vi ridiamo la pensione nel pieno delle forze con un assegno intatto; vi garantiamo un sussidio universale o un salario minimo del 15% sopra ai livelli tedeschi.
Ma l’Italia come sta veramente? Quando si guardano i mercati finanziari, o l’economia, il lavoro e gli investimenti, o l’industria del credito, oppure la finanza pubblica, la risposta è sempre la stessa: ambivalente. Se l’obiettivo era la ripresa, è stato ampiamente centrato; se era una convergenza con il resto d’Europa, allora in gran parte sfugge e si allontana anche mentre splende il sole.

Era dal 2009 che l’Italia non vedeva tassi di crescita del reddito nazionale attorno all’1,5%, al punto che ormai un ritmo simile sembra un record; eppure nel 2017 sarà ancora una volta il più basso della zona euro, mentre il ritardo sul resto dell’area molto probabilmente è destinato a restare lo stesso: quasi un punto in meno, come nel 2016. Quanto al lavoro, un milione di posti sono stati aggiunti da quando la ripresa è arrivata in Italia all’inizio del 2014; nel frattempo però il tasso di occupazione – la quota di coloro che lavorano in proporzione a coloro che potrebbero farlo – resta nettamente la più bassa dell’Unione europea dopo la Grecia, staccata anche dalla Spagna. Lo stesso vale poi per i tassi di attività, che includono chi non lavora ma almeno studia: migliorati quasi del 2% in due anni, ma i più bassi in Europa (Grecia inclusa).
Si presta a una doppia lettura anche il volto migliore dell’economia nazionale, l’export. Nel 2017 le vendite all’estero sono salite di circa l’8%, più del commercio mondiale e più che in Francia (5%) e Germania (8%). Una seconda occhiata rivela però che dal 2010 al 2016 la crescita cumulata di fatturato del «made in Italy» (+24%) era rimasta indietro non sono sulla Francia (+ 25%) e la Germania (33%), ma era stata staccata da Spagna (34%) e Portogallo (38%). L’Italia cerca dunque di recuperare terreno, non accumulare vantaggio: impresa resa più complessa dal fatto che il numero di imprese esportatrici resta quasi fermo, non si espande. Sempre la stessa élite di produttori diventa più efficiente, allargando il divario con tutti gli altri. Una delle ragioni è forse in una quota di laureati nel Paese salita dal 12% (2007) a quasi il 16%, pur restando nettamente la più bassa dell’area euro; l’Île-de-France. la regione di Parigi, ha una densità quasi doppia di giovani laureati rispetto alla Lombardia.
Una seconda ragione più transitoria della mancata crescita di scala di tante imprese è negli investimenti che in Italia finalmente salgono, ma restano scarsi: siamo al 17,2% del prodotto lordo nel 2017, mezzo punto sopra ai minimi del 2014 ma ancora ai livelli degli anni orribili 2011-2012; terz’ultimi dopo Grecia e Portogallo. Probabilmente dipende anche dal guado che il sistema bancario non ha ancora varcato del tutto: i crediti in default nei bilanci sono scesi un bel po’ ma, al 14% del portafoglio prestiti, restano (in proporzione) fra i più alti del mondo, mentre la capacità del sistema bancario di coprire queste perdite generando reddito è fra le più basse.

I miglioramenti dell’Italia – innegabili – giustificano la corsa degli indici di Borsa, ma non va letta come un assegno in bianco sul futuro: i prezzi delle azioni in rapporto agli utili restano due punti e mezzo sotto le medie europee. Né sorprende che l’incertezza politica renda lo spread dei titoli di Stato di Roma più alto anche rispetto a Lisbona. Del resto anche il debito pubblico si sta stabilizzando ma, secondo Bruxelles, l’Italia resta fra i rari casi in cui anche nel 2017 sale un po’. Non è insomma il caso di battersi il petto, né di gonfiarlo. Di sicuro il risveglio italiano deve alla ripresa europea più di quanto tanti politici ammettano. Preferiscono le promesse elettorali. Eppure il problema di queste ultime non è che saranno attuate, perché sono troppo strabilianti. È piuttosto che la politica così perde la legittimità di proporre misure più realistiche e meno seducenti dopo, quando magari non basterà più l’Europa a sospingerci.

Federico Fubini

Corriere della Sera, 11 gennaio 2018

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_10/ma-l-italia-quanto-cresce-davvero-fdb93d0a-f649-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Riserve in valuta, due terzi sono in dollari

Il dollaro resta – di gran lunga – la valuta più gettonata per le riserve ufficiali in moneta estera. E i numeri addirittura crescono. Secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale, al 30 giugno 2017 le riserve mondiali in dollari sono salite a 5.909 miliardi. Seguono l’euro con 1.844 miliardi di dollari (i dati del Fmi sono riportati nella valuta Usa), lo yen con 429 miliardi di dollari e la sterlina con 408 miliardi di dollari. Tutti in aumento, tra variazioni negli stock e oscillazioni nei tassi di cambio. Dietro, molto indietro, ci sono le altre monete, inclusi il renminbi cinese e il franco svizzero. In percentuale la quota dei dollari sul totale delle cosiddette «riserve allocate» è del 64%. In altre parole, quasi due terzi sono in dollari. Certo, è molto importante anche chi li ha in cassaforte, questi soldi. E molti fanno capo a Pechino. Ma resta il fatto che è ancora il dollaro la valuta che si conquista in gran parte la fiducia di istituzioni e mercati. Non è sempre stato così, naturalmente. La sterlina era più gettonata del dollaro, allo zenit dell’impero britannico. E non solo. Tutti i confronti, con gli alti e bassi storici, sono in un grafico del libro (in inglese) «Come funzionano le valute: passato, presente e futuro» ( How Global Currencies Work: Past, Present, and Future ) di Barry Eichengreen, Arnaud Mehl e Livia Chitu, appena pubblicato da Princeton University Press. È un viaggio nel mondo del denaro, dove diverse monete possono aggiudicarsi insieme lo status di valuta internazionale. Ma, almeno per ora, con pesi differenti.

GIOVANNI STRINGA

Corriere della Sera, 26 ottobre 2017

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=59f19c5089b90

 

Italiani all’estero, i loro redditi valgono quasi mezzo punto di Pil

Ogni coincidenza dev’essere senz’altro casuale – ma fa riflettere – se l’Italia per certi aspetti sembra tornata al 1878. Agostino Depretis fu primo ministro in quell’anno di un Paese quantitativamente pari a metà di quello di oggi: lo abitavano poco meno di trenta milioni di persone, contro gli oltre sessanta milioni del 2016; lo lasciavano poco più di 50 mila italiani per cercare fortuna all’estero, contro i 115 mila che ufficialmente hanno compiuto lo stesso passo nel 2016.
In un dettaglio però l’Italia di quasi 140 anni fa e quella attuale si somigliano in modo sorprendente: l’importanza del denaro guadagnato dai suoi cittadini all’estero e portato in patria per garantire il tenore di vita delle famiglie. Quelle somme valevano mezzo punto percentuale del Prodotto interno lordo nel 1878, secondo le stime più accettate, e sono tornate a pesare lo stesso rispetto al reddito nazionale l’anno scorso. Noi italiani non assomigliamo più ai nostri nonni, bisnonni o prozii con le valigie di cartone o i visti laboriosamente ottenuti dopo infinite umiliazioni burocratiche. Non assomigliamo più neppure alla generazione dei nostri padri e alla loro sarcastica e dolorante epopea da pane e cioccolato. Ma siamo tornati a mandare soldi a casa. Neanche pochi.

Il confronto

La sorpresa salta fuori nelle pieghe della bilancia dei pagamenti così come viene declinata negli annessi alla Relazione annuale sul 2016 appena pubblicata dalla Banca d’Italia. L’anno scorso gli italiani hanno guadagnato all’estero e portato a casa 7,2 miliardi di euro. Appena meno di mezzo punto del Prodotto interno lordo, esattamente come nel 1878. Lo hanno fatto, come allora, in grandissima parte come lavoratori dipendenti.
Le differenze è che oggi questa tendenza rivela non solo il disagio economico delle famiglie d’origine, ma anche quanto sia entrata nel sangue degli italiani l’integrazione economica internazionale che va sotto il nome di globalizzazione. Un’occhiata ai dati della bilancia dei pagamenti mostra infatti due flussi paralleli di guadagni all’estero, che gli italiani portano o mandano ai loro congiunti in patria. Il flusso più tradizionale riguarda le rimesse, ovvero i soldi guadagnati all’estero e poi spediti in Italia. Dopo quattro decenni di declino, esse risultano in notevole aumento benché pur sempre in dimensioni contenute.
Le rimesse dei migranti dall’estero verso l’Italia valevano 228 milioni di euro nel 2004 e 478 milioni nel 2011, nel pieno della Grande recessione. Poi nel 2015 e l’anno scorso questa voce della bilancia dei pagamenti è cresciuta a quota 646 milioni di euro, quasi triplicata in poco più di dieci anni.
Era prevedibile, dato che l’emigrazione ufficiale degli italiani verso l’estero è più che raddoppiata dalle 50 mila persone l’anno durante il ventennio chiuso nel 2009, fino ai 115 mila del 2016. Il flusso risulterebbe del resto molto più robusto, se si potessero contare con precisione coloro che lasciano l’Italia per Amburgo, Londra o Zurigo ma non compaiono nelle statistiche perché non cancellano la residenza nei Comuni di provenienza. Nel 2014 per esempio l’ufficio statistico della Germania ha contato in arrivo dall’Italia oltre il quadruplo degli italiani che secondo l’Istat, l’autorità statistica di Roma, erano partiti per la Repubblica federale quell’anno. All’Italia ne risultavano 17 mila, alla Germania 84 mila.

Le famiglie

Viste le dimensioni, queste rimesse di tipo tradizionale probabilmente integrano il reddito di circa 50 o 60 mila famiglie per poche migliaia di euro l’anno. Impossibile dire dove vivano i beneficiari, ma la verità potrebbe sorprendere: forse più a Nord che nel Mezzogiorno, più nelle città che nelle aree rurali. In uno studio per il «National Bureau of Economic Research» americano Massimo Anelli e Giovanni Peri hanno infatti mostrato, sulla base di dati della Farnesina, che l’attuale ondata migratoria verso l’estero viene molto più dal Settentrione d’Italia che dal Sud. E la alimentano più le città e le aree ad alta densità di laureati che le campagne e le aree arretrate. Abbiamo ripreso a mandare soldi a casa, ma non siamo più gente da pane e cioccolata. Produciamo raffinati cervelli in fuga, ma un po’ si sacrificano per la famiglia come i loro progenitori.
Resta il fatto che il grosso dei redditi maturati all’estero entra in Italia in modo meno tradizionale e più contemporaneo. È la linea della bilancia dei pagamenti che mostra in gran parte i redditi dei lavoratori frontalieri (e in parte minore quelli dei dipendenti italiani di aziende del Paese operanti fuori dei confini). Quei valori sono esplosi negli ultimi anni: i redditi dei lavoratori frontalieri riportati in patria valevano 4,5 miliardi nel 2011 e sono saliti fino a 6,6 miliardi l’anno scorso.

Le risorse

Sono i soldi delle decine o centinaia di migliaia italiani che al mattino presto prendono un treno locale e vanno a lavorare in Svizzera, in Francia o in Austria per ritornare la sera. È una forma di emigrazione parziale, sicuramente molto più intonata a un’economia del ventunesimo secolo. Ma conta finanziariamente sempre di più per permettere a centinaia di migliaia di italiani delle provincie del Nord di quadrare la contabilità familiare ogni mese.
La somme delle due fonti di redditi maturati all’estero e trasferiti in Italia – rimesse tradizionali e redditi dei frontalieri – arriva quasi a mezzo punto di Pil. Come nel 1878, se non fosse che allora il pendolarismo attraverso le frontiere era impensabile. La somma totale è comunque salita di 2,3 miliardi di euro fini a 7,2 miliardi dal 2011 e ormai supera quella di tutte le rimesse che gli immigrati stranieri mandano dall’Italia verso il resto del mondo. Quest’ultima, per la crisi e per la repressione di certe frodi dei cinesi a Prato e a Roma, è infatti crollata da 7,3 a 5 miliardi in pochi anni.

FEDERICO FUBINI

Corriere della Sera, 19 giugno 2017

http://www.corriere.it/economia/17_giugno_18/rimesse-italiani-all-estero-valgono-quasi-mezzo-punto-pil-d58d17a4-5462-11e7-b88a-9127ea412c57.shtml

Il surplus commerciale tedesco e l’equilibrio generale dell’euro

carsssLa tecnica migliore per complicare un problema economico è sempre farne un totem politico. Dopo il debito greco, l’ultimo caso del genere sta diventando il surplus delle partite correnti della Germania che ormai supera i 300 miliardi di euro l’anno e vale quasi il 9% del reddito nazionale. Per alcuni è la misura di una virtù, per altri una prova di colpevolezza.

Ha più senso vedere di che si tratta in concreto. Ogni anno, la Germania registra un attivo crescente nei suoi scambi di beni o servizi e interessi o dividendi con il resto del mondo. Ormai è così vasto, in proporzione all’economia, da superare quelli di produttori di petrolio come la Norvegia; la differenza è che la Germania non estrae niente dal sottosuolo, ma produce beni per i quali il resto del mondo è disposto a pagare circa mille miliardi di euro l’anno. Si tratta di una somma così grande che le imprese, lo Stato e i cittadini tedeschi non riescono a trasformarla in consumi e investimenti produttivi. Preferiscono la liquidità, dunque il risparmio inerte continua ad accumularsi.

Al resto del mondo questa parsimonia sembra incomprensibile, perché anche in Germania le ragioni per spendere non mancherebbero. Dal 2008 gli investimenti sono calati di quasi cento miliardi l’anno, fino a quote ormai degne dell’Italia. Dal 2010 l’incidenza della spesa delle famiglie in proporzione al reddito nazionale è precipitata di cinque punti. E il governo dovrebbe rinnovare migliaia di strade o ponti e finanziare lo smantellamento di 17 centrali nucleari, eppure non lo fa pur di conservare un (lieve) avanzo di bilancio.

La Germania dipende così tanto dall’export che i suoi interessi finiranno per allinearsi di fatto a quelli dei suoi grandi Paesi-clienti come la Cina o la Russia, anziché al resto d’Europa. È qui che la discussione diventa politica. Il premier Matteo Renzi vede in quel surplus l’origine della stagnazione della zona euro, perché la prima economia dell’area approfitta della disponibilità a spendere del resto del mondo, ma la intrappola e non la rimette in circolo. La cancelliera Angela Merkel, gli risponde che di questo surplus i tedeschi sono «anche un po’ orgogliosi», perché vi vedono un simbolo della loro efficienza. Forse, più semplicemente, la Germania è incapace di gestirlo perché quello che oggi sembra a tutti un cliché nazionale è invece un vero e proprio inedito. Avanzi (e disavanzi) tedeschi con il resto del mondo erano stati relativamente più limitati per decenni, prima che la bilancia delle partite correnti iniziasse a esplodere dal 2003 fino ai livelli parossistici di oggi.

Questi sono squilibri recenti e la loro spiegazione è tanto semplice quanto parlarne nella buona società europea è tabù: il tasso di cambio è completamente sbagliato. È come se il prezzo di tutta la competenza e la laboriosità dei tedeschi fosse tenuto artificialmente troppo basso e dunque essi non riuscissero a star dietro alla domanda per i loro stessi prodotti. L’Fmi stima che la Germania dovrebbe operare con una moneta di almeno il 15% più forte (Italia e la Francia invece del 10% più debole), ma anche persino sembra una visione caritatevole. Probabilmente lo squilibrio è anche più profondo. L’economia tedesca sviluppava enormi surplus anche negli anni scorsi quando l’euro era del 20% più forte, dunque è probabile il suo tasso di cambio di equilibrio sia davvero parecchio sopra a dov’è oggi.

Stime simili (in senso inverso) valgono per l’Italia o per la Francia, ma la soluzione non può essere la rottura dell’euro come alcuni propongono. I suoi costi sarebbero colossali per i singoli Paesi e per il progetto europeo, che resta un successo vitale degli ultimi 60 anni. Questa vicenda dimostra semmai quanto fosse irrealistico uno dei presupposti intellettuali della moneta unica. Molti dei suoi architetti pensavano che sarebbe bastato fissare un vincolo macroeconomico — il tasso di cambio — perché i Paesi da esso accomunati attenuassero loro differenze. È stata una tragica sottovalutazione di come le strutture sociali, gli interessi di categoria e secoli di cultura non si lasciano rimodellare in pochi anni da una sola variabile macroeconomica. Nel tessuto delle comunità nazionali, milioni di soggetti preferiscono rischiare lo strangolamento del sistema europeo e del proprio Paese piuttosto di concedere anche solo un po’ terreno. In Germania, come in Italia.

Perciò è così pericoloso che i leader dei grandi Paesi dell’area continuino a governare le proprie economie come se fossero avulse dall’equilibrio generale dell’euro. Anche qui in Germania, come in Italia. Il loro comportamento ricorda la guerra di dazi degli anni 30: allora ogni governo cercava di reagire alle difficoltà proteggendo i propri produttori, senza capire che così collettivamente tutti insieme distruggevano l’economia globale e i propri stessi Paesi. …….

Ora che succede all’economia e alle Borse?

LONDRA – La decisione degli elettori britannici di uscire dall’Unione Europea sta avendo conseguenze traumatiche sui mercati globali. Stanotte, la sterlina è scesa dell’11% contro il dollaro, toccando i minimi da 30 anni a questa parte, mentre la borsa di Londra ha perso l’8% in apertura, trascinando giù tutti gli altri mercati.

Perché la sterlina è scesa così tanto?
Gli investitori temono che per il Regno Unito si apra un periodo di grande incertezza. Le negoziazioni su che accordi prendere con l’UE dureranno almeno due anni. Ci sono poi preoccupazioni legate all’enorme deficit esterno della Gran Bretagna, pari al 7% del prodotto interno lordo, che dovrà continuare ad essere finanziato dagli investimenti stranieri in un periodo di grande turbolenza. Il rischio è una crisi della bilancia dei pagamenti, come quelle che Londra ha vissuto negli anni ’70.

Perché soffrono anche le borse europee?
Gli operatori di mercato temono che “Brexit” possa avere degli effetti a catena nel resto dell’UE. Le difficoltà economiche del Regno Unito potrebbero contagiare gli altri Paesi, per esempio attraverso un rallentamento delle importazioni britanniche dall’UE. Vi è poi una preoccupazione che l’UE stia entrando in una fase di nuova instabilità, marcata dalla crescita dei partiti populisti come, ad esempio, il Movimento 5 Stelle in Italia o il Fronte Nazionale in Francia. Infine, il clima generalizzato di paura porta gli investitori a vendere comunque le azioni ritenute meno sicure, come, ad esempio, quelle delle banche italiane.
 
Chi può intervenire?
Le banche centrali stanno già intervenendo nel mercato delle valute: la Banca Nazionale Svizzera sta vendendo franchi per evitare che la valuta si apprezzi troppo. Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra, ha annunciato che sarà pronto a sostenere la sterlina, e ha messo a disposizione 250 miliardi per altre operazioni di mercato. Per ora, la Banca Centrale Europea non è ancora intervenuta, ma, come detto dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, anche a Francoforte sono pronti a intervenire, ove necessario, usando i tassi d’interesse, oltre ad altri strumenti come gli swap o i repo.

Riuscirà la Banca d’Inghilterra a sostenere l’economia?
Carney si trova in una situazione estremamente complessa: da una parte, la tentazione potrebbe essere quella di abbassare i tassi d’interesse per dare slancio all’economia e evitare il rischio di una lunga recessione. D’altra parte, il crollo della sterlina farà costare di più le merci importate, spingendo in alto l’inflazione. Questo potrebbe richiedere un aumento dei tassi d’interesse per convincere gli investitori a lasciare i loro capitali in Gran Bretagna a costo e frenare la caduta del cambio. Il rischio, però, è quello di peggiorare un’eventuale recessione.

Che faranno le aziende in Gran Bretagna?
Tutte le principali istituzioni finanziarie mondiali e la maggior parte degli economisti pensano che Brexit raffredderà la voglia delle aziende di investire, almeno finché non sarà chiaro quali saranno gli accordi raggiunti con l’Unione Europea. La crisi di governo causata dalle dimissioni del premier David Cameron, contribuiranno a questo clima di cautela. Nel frattempo, però, alcune aziende potrebbero decidere di spostare le loro operazioni all’estero. Gli occhi sono puntati sulle banche e le altre società di servizi finanziari, che già riflettono sul se spostarsi a Francoforte, Dublino o Parigi per continuare a godere dell’accesso agli altri mercati UE. Grandi aziende automobilistiche come la Toyota hanno fatto capire che potrebbero essere costrette a tagliare posti di lavoro in Gran Bretagna per abbassare i costi. Vi sono anche preoccupazioni per il settore dell’edilizia: il mercato immobiliare è destinato a frenare, soprattutto a Londra, dove c’è il rischio di una caduta dei prezzi dalle quotazioni vertiginose raggiunte in questi anni.

Quali sono i rischi per l’Italia?
Il problema principale riguarda l’andamento dei mercati azionari e, in particolare, dei titoli bancari, che già in apertura hanno sofferto come quelli di altri Paesi europei. Il sistema bancario italiano è in un momento di grande fragilità, anche se il governatore Visco, il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, e il presidente della Consob, Giusepee Vegas si sono detti sicuri oggi che l’Italia non corra rischi particolari. Se Brexit dovesse avere effetti prolungati sull’economia europea, a soffrirne sarebbero prima di tutto le nostre aziende esportatrici. Più in generale, ci potrebbe essere un raffreddamento della volontà di investire in nuova capacità produttiva. Quanto al lungo periodo, molto dipenderà da che accordi l’UE prenderà con la Gran Bretagna: la società Prometeia ha stimato oggi che il danno per le aziende dai dazi imposti da Londra potrebbe essere di circa un miliardo.

Ferdinando Giuglianoborsellix

http://www.repubblica.it/economia/2016/06/24/news/domanda_e_risposta_che_succede_a_economia_e_borse-142721350/?ref=HREC1-3

 

Euro forte e surplus Ue: il virus ….

Se c’è un nesso fra la faticosa ripresa dell’area euro e la diffidenza che circonda le sue banche, è in un passaggio comparso ieri a pagina 177. Non se ne parla quasi mai. Di rado qualcuno controlla il contenuto di quella riga, nelle previsioni economiche che la Commissione Ue presenta ogni pochi mesi. Eppure è il più esplosivo, letteralmente, perché parla della posizione dell’eurozona verso il resto del mondo. E aiuta a capire perché l’Italia, la Spagna o la Germania non riescano proprio a scrollarsi di dosso la minaccia di una corrosiva deflazione dei prezzi; e perché molte banche non ce la stiano facendo a guadagnare abbastanza da risanare i bilanci impiombati dall’eredità della recessione.

Il saldo delle partite correnti – gli scambi di beni, servizi, interessi e dividendi – è probabilmente il teatro della metamorfosi più radicale che la zona euro abbia conosciuto da prima a dopo la crisi. Quel dato resta inchiodato in un segno più anno dopo anno. In una prima fase la sua graduale trasformazione ha aiutato a tamponare le ferite aperte in Spagna, in Grecia o in Italia. Da qualche tempo però questo numero nascosto a pagina 177 di un rapporto di Bruxelles alimenta la deflazione, rende più fragile la ripresa e erode il terreno su cui poggiano le banche. Quelle tedesche tanto quanto le italiane, come si è visto ieri quando il titolo di Unicredit ha perso il 4,6%, Mps il 7,5%, Deutsche Bank il 5,9% e Commerzbank l’8,3%.

Quel dato sulle partite correnti è esplosivo semplicemente perché è così che è andata in questi anni. È deflagrato. L’attivo dell’area euro verso il resto del mondo era di 34 miliardi nel 2009, ma da allora ha preso a crescere fino a moltiplicarsi per undici. Per quest’anno la Commissione Ue prevede che sfiorerà i 400 miliardi di euro – il 3,3% del reddito dell’area – e anche nel 2017 salirà. È una delle poche revisioni al rialzo che Bruxelles abbia presentato ieri. Ed è ormai una distorsione di fondo nell’economia globale, per la carenza di investimenti e consumi degli europei e non per eccesso di export.

La Germania contribuisce per circa due terzi al surplus dell’area: il suo attivo delle partite correnti è cresciuto negli anni della crisi da 144 a 265 miliardi. Quasi tutto questo saldo attivo tedesco è ormai realizzato fuori da Eurolandia e resta su livelli tipici, di solito, di una monarchia petrolifera del Golfo. Contribuiscono agli squilibri però anche l’Italia (passata da un deficit di 30 miliardi a un surplus di 35) o la Spagna.

L’effetto è determinante quanto nocivo, per le banche così come per l’occupazione. Quell’eccesso di surplus smonta in modo subdolo ciò che la Banca centrale europea sta cercando di costruire con le misure di emergenza degli ultimi due anni contro l’avvitamento dei prezzi.

Un attivo delle partite correnti da 400 miliardi l’anno significa che ogni mese, in media, oltre 30 miliardi in più affluiscono verso l’euro rispetto alla liquidità in uscita dall’area. Sono gli acquisti di beni europei all’estero, ma soprattutto sono i mancati acquisti di beni di consumo o investimento degli europei dal resto del mondo. Il risultato è un costante, strutturale eccesso di domanda internazionale di euro, giorno dopo giorno. Si spiega così che la moneta unica si sia rivalutata del 9% sul dollaro negli ultimi cinque mesi (ieri a 1,15 dollari). È successo malgrado un tasso di crescita un terzo più veloce negli Stati Uniti rispetto all’Europa. È successo, soprattutto, anche se la Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi d’interesse americani mentre la Bce faceva l’opposto: ha spinto gran parte dei rendimenti del denaro in Europa sottozero, e ha inondato l’economia di moneta sempre più abbondante. Ma proprio la rivalutazione dell’euro favorita dal surplus esterno è una potente spinta in senso opposto: spinge l’inflazione verso lo zero (e sotto), perché riduce i prezzi dei beni importati e rende più costoso e scarso l’export e l’occupazione che vi è dietro.

Un malessere del genere ha preso anche in Giappone: la banca centrale di Tokyo continua a iniettare liquidità nel sistema, ha portato i suoi tassi sotto zero, eppure lo yen si sta rivalutando sul dollaro (anche) perché il surplus esterno del Paese è alto e in crescita. Forse è il destino di società con molti anziani, poco propensi a consumare e meno ancora a investire. Di certo, è un virus subdolo che colpisce in primo luogo le banche. Quando un’economia prende questa forma – eccesso di risparmio, moneta cronicamente forte, prezzi gelidi – i tassi d’interesse si adeguano. Cadono verso lo zero anche sulla lunga durata. Oggi i titoli di Stato tedeschi a 10 anni rendono lo 0,2%, i giapponesi sono addirittura negativi. Le banche non guadagnano, perché non c’è margine di interesse sui prestiti estesi ai clienti. Si sviluppano così nel tempo gli istituti-zombie, per inedia di profitto in un ambiente deflattivo di consumi insufficienti e eccesso di risparmio inerte. Ieri la svizzera Ubs e la tedesca Commerzbank hanno trasmesso uno choc ai mercati quando hanno comunicato risultati dei primi tre mesi 2016 molto al di sotto delle attese. Di colpo gli investitori si sono ricordati che le banche sono fragili anche in Germania, benché in Italia lo siano di più. Due Paesi simili più di quanto pensino, dopotutto.

Euro forte e surplus Ue: il virus che colpisce banche e lavoro

Federico Fubini Corriere della Sera  4 maggio 2016

http://www.corriere.it/economia/16_maggio_03/euro-forte-surplus-ue-virus-che-colpisce-banche-lavoro-c57f62a4-116f-11e6-950d-3d35834ec81d.shtml

Germania, record del surplus commerciale in barba alla Ue

imexgerAncora una volta la Germania tira dritto per la sua strada e segna un record del surplus commerciale: secondo i dati diffusi da Destatis, la prima economia europea ha chiuso il 2015 con un avanzo commerciale record di 248 miliardi di euro, grazie a un aumento delle esportazioni di più del 6%. In particolare, le vendite all’estero si sono attestate a 1.196 miliardi di euro, in crescita del 6,4% rispetto al 2014. Le importazioni hanno toccato il livello massimo storico di 948 miliardi di dollari, in progresso del 4,2%. Perché è un dato importante? Perché nelle regole europee non si parla solo di deficit e debito, come sappiamo bene in Italia, ma anche di equilibrio delle partite correnti, cioè la somma degli scambi commerciali con l’estero. Si dice che non si può avere un rosso superiore al 3% del Pil per più di tre anni di fila, ma ugualmente un surplus superiore al 6%.

La regola serve a cercare di non allargare le fratture nell’Eurozona. Quando un’industria tedesca vende un bene a una spagnola, in un certo senso sottrae ricchezza all’economia iberica, che paga per qualcosa prodotto altrove: sul territorio e nei c/c della controparte tedesca ricadranno tutti i vantaggi della transazione. Se la Germania deve tirare l’Europa, è il ragionamento, sarà meglio che inizi a consumare i prodotti dei vicini, in modo da distribuire loro parte della sua ricchezza. Eppure, da otto anni Berlino ha un surplus eccessivo e come visto anche quest’anno ha stabilito un nuovo record.

Nel 2015 tutte le aree del mondo hanno acquistato di più dalla Germania: le esportazioni verso i paesi Ue sono cresciute del 7% su base annua, raggiungendo circa 700 miliardi (+5,9% quelle verso i membri dell’Eurozona), mentre quelle verso il resto del mondo hanno registrato un incremento del 5,6%. Automobili, macchine utensili e prodotti chimici sono i settori che hanno maggiormente contribuito al successo del “made in Germany”.

Sul futuro si addensa però qualche nube: a dicembre, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, le esportazioni e le esportazioni sono comunque entrambe  diminuite dell’1,6%. Forte esportatrice verso i mercati asiatici, la Germania comincia a risentire gli effetti del rallentamento cinese, anche se la maggior parte delle aziende resta relativamente ottimista sulle prospettive di medio termine del mercato. Deludenti, in questo senso, anche gli ultimi dati sulla produzione industriale: a dicembre segna un pesante calo, -1,2% mensile contro il -0,1% precedente e rispetto al +0,5% stimato dagli analisti. Male anche la lettura annualizzata: -2,2% contro il +0,1% precedente e rispetto al -0,6% atteso dal consensus di mercato.

Raffaele Ricciardi

la Repubblica 9 febbraio 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/02/09/news/germania_ancora_un_record_del_surplus_commerciale-133023257/