Zainetti antiproiettile per i bimbi Usa

zainoBambini a scuola con la zainetto antiproiettile. Succedeva già prima della strage di Newtown, ma adesso sta diventando un fenomeno nazionale in America. Triste, ma logico, per i genitori terrorizzati dalle sparatorie che continuano a ripetersi nelle aule di tutto il paese. Elmar Uy è il vice presidente di una compagnia del Massachusetts che si chiama BulletBlocker. In sostanza fa due prodotti: lo zainetto antiproiettile, che ha all’interno una corazza capace di fermare i colpi di una calibro 9 o di una 44 Magnum, e lo scudo portatile, che si può inserire dentro qualunque tipo di borsa, compresa quella per trasportare il computer.  

 Venerdì scorso Elmar stava controllando i numeri delle vendite, e ha notato una strana impennata: «Nell’arco di una giornata, c’era stato un incremento del 500% dei pezzi richiesti. All’inizio ho pensato che si trattasse di un errore, e ho controllato il computer per essere sicuro che non fosse rotto. Tutto sembrava in ordine. A quel punto ho acceso la televisione, e ho visto le immagini della tragedia sulla Cnn. La notizia si era appena diffusa, e già i genitori di molti bambini erano corsi sul nostro sito internet per ordinare gli zainetti». ….

Uno zainetto antiproiettile della BulletBlocker costa 199,99 dollari, mentre uno scudo si compra con 175 dollari. In termini di peso, avere la corazza è come aggiungere una bottiglia d’acqua al carico dei libri. Lo zainetto naturalmente protegge la schiena quando si porta sulle spalle, ma togliendolo può essere usato come un vero scudo per tutto il corpo. …… 

http://www.lastampa.it/2012/12/21/esteri/zainetti-antiproiettile-per-bambini-in-america-il-triste-record-di-vendite-COSURK96Xv2EiVBvfiivHP/pagina.html

Le emozioni passano

Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo era possibile, ma era la norma. Oggi, invece, è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Zygmunt Bauman sull’argomento è tornato più volte (lo fa anche nel suo ultimo libro Cose che abbiamo in comune, pubblicato da Laterza). I suoi lavori sono ricchi di considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo. Amore liquido, uscito nel 2003, partiva proprio da qui, dalla nostra lacerazione tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di un amore autentico…..

“Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”.
Emmanuel Lévinas ha parlato della “tentazione della tentazione“. È lo stato dell'”essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l’oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un’apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un’imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente”.

http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/edizione2012/2012/11/20/news/bauman_le_emozioni_passano_i_sentimenti_vanno_coltivati-47036367/?ref=HREC2-19

La Favola delle Api

Bernarde de Mandeville (1670- 1733), è medico e filosofo olandese. Trasferitosi a Londra dopo aver compiuto gli studi gli studi universitari, inizia la pratica medica specializzandosi nelle malattie dello stomaco e dei disturbi di origine nervosa. Traduttore delle Favole di La Fontaine (1703), autore di un Trattato sulle malattie isteriche ed ipocondriache (1711), firma inoltre varie poesie burlesche, poemi satirici.

Grazie alla sua Favola delle api, dal punto di vista delle scienze politiche e sociali è ritenuto da molti un precursore della libertà individuale ed economica, nonché un anticipatore di tesi che hanno fatto storia nel campo delle teorie economiche e filosofiche.

http://www.istitutoarici.it/solsi/Mandeville_favola_api.pdf

La trama de La favola delle api è, in estrema sintesi, questa: nell’alveare si lavora in modo incessante ed i risultati generali per l’alveare sono estremamente soddisfacenti. Ogni ape, soddisfacendo le proprie necessità, finisce in un modo o nell’altro per soddisfare quelle dell’intera comunità. Un bel giorno, c’è chi si rende conto che il benessere raggiunto dall’alveare nel suo insieme nasconde dei vizi, delle storture morali che mal si armonizzano con il grado di ricchezza raggiunta: lusso eccessivo, ipocrisia individuale, avarizia sentimentale, invidia reciproca. Di tale corruzione morale alcune api iniziano a lamentarsi, certamente prede inconsapevoli di un’epidemia di perfettismo morale. E quello delle api è un lamento così insistente e reiterato che le loro parole giungono fino a Giove, il quale, agendo come un Grande Legislatore, impone loro, per decreto, l’esercizio della virtù da loro stesse invocata.

L’opzione della virtù nella forma del rigorismo etico prende il sopravvento su ogni attività singola, estendendo il proprio primato su tutto il resto. A questo punto la società dell’alveare, inondata dalla virtù che Giove impone ad essa, comincia a cambiare aspetto: l’intraprendenza si inaridisce, il desiderio di migliorare le proprie condizioni si fossilizza. L’alveare, adesso, è virtuoso ma statico. I rapporti fra le api cambiano radicalmente, così come radicalmente si modifica lo stato di benessere dell’alveare. Ogni ape non ha più problemi di coscienza, o perlomeno crede di non averne: ma tale situazione, anziché portare pace, apporta una sorta di quietismo che induce ogni ape, in netto contrasto con le situazioni passate, ad accontentarsi di ciò che ha senza più badare a ciò che potrebbe avere. Il risultato è negativo, e coincide con la rovina economica dell’alveare, cosa di cui ci si accorge solo quando, come suol dirsi, i buoi sono già scappati dalla stalla.

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Questi insetti – dice Mandeville – vivevano come gli uomini» e nell’alveare non mancavano quelli che «seguivano commerci misteriosi, con ben pochi apprendisti; non richiedono altro capitale che la faccia di bronzo e si possono  intraprendere pur essendo senza soldi. Sono bari, parassiti, ruffiani, giocatori, borsaioli, falsari, ciarlatani, indovini e tutti coloro che, in cattivi rapporti col lavoro onesto, convertono al proprio uso e consumo la fatica del loro prossimo, tanto buono quanto sventato».

Ed ecco, immediatamente, senza soluzione di continuità, la generalizzazione descrittiva di Mandeville: «Li chiamavano furfanti, ma, eccetto che nel nome, i seri industriali, artigiani, commercianti, dirigenti, impiegati non erano altrimenti: ogni commercio e carica conosceva qualche imbroglio, nessun mestiere era senza inganno».

L’impudenza dei furfanti che cominciarono a «maledire ciò che amavano tanto» convince Giove – racconta Mandeville – a decidere con indignazione: «Che quel vociante alveare sia liberato da ogni inganno!». E così fu.

Con quali risultati? L’ironia dello scrittore  è  impietosa: «Osservate ora il glorioso alveare e guardate come l’onestà si accorda con il commercio». Infatti,  «l’ esibizionismo è  finito e si dilegua di buon passo, lasciando tutt’un altro aspetto. E non solo perché se ne andavano le ricche api che spendevano somme spropositate ogni anno, ma perché ogni giorno se ne dovevano andare anche i tanti che vivevano di quelle spese. Inutilmente si sarebbero dedicati a nuovi commerci: erano tutti egualmente strapieni.

Intanto cadevano i prezzi delle case e delle terre; i palazzi stupendi, le cui mura erano sorte a suon di musica come quelle di Tebe, stavano per essere abbandonati; gli Dei domestici, una volta lieti e felicemente scomodati, ora avrebbero preferito bruciare tra le fiamme piuttosto che vedere la misera iscrizione sulla porta sorridere a quelle, così altezzose, che c’erano prima».

Come si può comprendere, la morale della favola è trasparente: i vizi sono la molla del benessere economico, le virtù sono solo causa di miseria sociale.

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http://www.ragionpolitica.it/testo.265.favola_delle_api.html

http://www.emigratisardi.com/news/newsdetails/article//larcivescovo-tettamanzi-e-la-favola-delle-api-di-mandeville.html