Sotto i 30

petrollE’ ormai una rotta catastrofica, un tracollo senza limite. Il petrolio ha sfondato al ribasso un’altra soglia simbolica, scendendo sotto i 30 dollari al barile per la prima volta dal 2003.

In sé un minor costo dell’energia sarebbe una buona notizia, almeno per quella parte del mondo che la consuma e non la produce. Ma la velocità e la violenza di questo tracollo fanno temere che sia il preludio di altri contagi e possibilmente di una crisi finanziaria.

Con la caduta di ieri il prezzo del barile di greggio ha perso quasi un quinto in una decina di giorni lavorativi dall’inizio di quest’anno. E ha perso oltre il 70% dal giugno 2014 quando si scambiava a quota 108 dollari. Risuona l’allarme lanciato da un rapporto della Royal Bank of Scotland che consiglia ai suoi clienti di «vendere tutto, ad eccezione dei bond di alta qualità». Alcuni temono che l’attuale turbolenza sia il “terzo capitolo” della Grande Contrazione: prima ci fu il crac di Wall Street nel 2008, poi la crisi dell’Eurozona a partire dal 2011, ora la tempesta si abbatte su chi ne era rimasto relativamente immune e cioè la Cina e le altre economie emergenti. Anche se le Borse ieri hanno quasi tutte recuperato un po’ di terreno rispetto alle perdite delle sedute precedenti, i focolai di crisi restano intatti.

Le ragioni del crollo del petrolio non cambiano da settimane. Dietro c’è un mix di offerta eccessiva e domanda depressa. Dal lato della domanda domina la sindrome cinese. Quando rallenta (nessuno sa esattamente di quanto) la crescita della maggiore potenza manifatturiera del pianeta, il consumo aggregato di energia si contrae di conseguenza. E’ una spirale che contagia tutti gli emergenti. Dal lato dell’offerta il petrolio subisce shock geopolitici e tecnologici. La tensione tra Iran e Arabia saudita accentua la paralisi dell’Opec. Il cartello petrolifero – sempre meno potente – non riesce a decidere dei tagli di produzione che potrebbero calmare un po’ la caduta dei prezzi. Un’intesa in seno all’Opec, già difficilissima nei mesi scorsi, diventa praticamente impossibile dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Riad e Teheran. La rivoluzione tecnologica è quella che ha ingigantito l’estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, alterando tutte le dinamiche e le gerarchie del mercato energetico mondiale. Stranamente, malgrado il crollo del prezzo, anche gli americani continuano ad estrarne quantità quasi invariate: l’ultimo dato è una produzione di 9,3 milioni di barili negli Usa a ottobre, contro 9,7 milioni ad aprile. Ma il business energetico soffre anche negli Usa. Il Wsj stimava che il 30% delle aziende rischia il default. C’è poi una specie di simbiosi perversa che lega l’andamento del dollaro a quello del petrolio: è una correlazione inversa in virtù della quale il rafforzamento del dollaro e la caduta del petrolio sembrano alimentarsi a vicenda. Lo spettro dei default non riguarda soltanto certi produttori privati di petrolio, in America e altrove. Si estende a molte aziende private non-petrolifere delle nazioni emergenti: questi soggetti s’indebitarono in dollari negli anni del boom, ora devono ripagare quei debiti in una situazione in cui le loro monete nazionali hanno perso molto valore. Il Brasile sprofonda in una delle più gravi recessioni degli ultimi decenni. Il Sudafrica è un altro gigante malato. Un tempo la sigla Brics (iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica) era l’emblema di un club di vincitori della globalizzazione, ora è un segnale lampeggiante di allarme e di pericolo per gli investitori.

Ma ieri la giornata nera del petrolio non è stata negativa per le Borse. Un po’ tutte hanno tirato il fiato dopo un inizio d’anno tremendo. A sostenere un rimbalzo all’insù dei listini azionari ha contribuito la Cina. Ieri la notizia da Pechino e Shanghai era positiva per il resto del mondo: le autorità di governo sono intervenute sui mercati valutari per sostenere il corso della moneta nazionale, renminbi o yuan. Che ha perfino recuperato un po’ del terreno perso sul dollaro. Nelle prime settimane dell’anno si era temuto che la svalutazione della moneta cinese fosse la “cinghia di trasmissione” per un contagio. Se la Cina svaluta, altri paesi emergenti sono costretti a imitarla per non perdere competitività. Ma le svalutazioni aumentano il peso dei debiti in dollari, e questo squilibrio è il classico meccanismo dei default. Ora la Cina ha messo un rallentatore alla svalutazione. Il mondo intero osserva le mosse di Pechino, sperando che sappia governare un rallentamento della crescita senza avvitarsi in una crisi finanziaria. Il rapporto catastrofista della Royal Bank of Scotland non è l’unico segnale di allarme in Occidente. La banca americana JP Morgan Chase ha consigliato ai clienti di approfittare di qualsiasi rimbalzo delle Borse per vendere. Mentre sul fronte del petrolio la Standard Chartered ha pubblicato previsioni che vedono il barile a 10 dollari.

Federico Rampini

Petrolio sotto i 30 dollari al barile produttori Usa a rischio bancarotta

Repubblica 13 gennaio 2016

 

 

Prezzi freddi

defllazzVent’anni fa, prima di diventare un blogger di successo, Paul Krugman ha avuto un’intuizione brillante. Ha colto quello che sarebbe diventato un tratto dell’epoca, i prezzi freddi.
L’economia mondiale del ventunesimo secolo somiglia a un solo grande mercato, da Ho Chi Minh City a Boston, con al suo interno diseguaglianze enormi. Un operaio cambogiano lavora a una frazione del costo di uno tedesco, e così via. Questa concorrenza fra sette miliardi di persone tiene strutturalmente sotto pressione al ribasso la dinamica dei prezzi nell’emisfero Nord del mondo. Non è un caso se le banche centrali dei Paesi ricchi hanno già stampato qualcosa come settemila miliardi di dollari (quattro volte e mezzo il reddito dell’Italia) nel tentativo di scongiurare la deflazione. Questa è una parola che inquieta, perché ne conosciamo le conseguenze. Le famiglie rinviano gli acquisti aspettando che fra qualche mese un’auto o una vacanza costino meno. Le imprese sospendono gli investimenti perché temono di dover vendere in futuro un manufatto a un prezzo troppo basso rispetto al costo di produzione attuale. Tutti aspettano, i prezzi scendono ancora di più, e la spirale fa un altro giro.

Se ci sono cause secolari di queste minacce (non ancora realtà), ce ne sono altre più vicine. La Cina è in una brusca frenata. In Brasile è ormai aperta quella che chiamano la «Caipirinha Crisis». L’America cresce, ma meno di quanto si sperasse un anno fa, e persino Germania e Spagna danno segnali di affanno.
Questo non è un replay del 2009, perché l’espansione continua. Ma il paradosso per l’Italia è che vive una ripresa più vivace proprio mentre quasi ovunque nel mondo accade il contrario. L’insidia della deflazione prende spunto proprio da qui: meno crescita, dunque meno domanda di petrolio, che ne fa crollare i corsi e spinge verso l’Europa una seconda ondata di freddo sui prezzi.
Per l’Italia possono esserci anche conseguenze positive: la Banca centrale europea reagisce ai rischi creando moneta e iniettandola nell’economia tramite l’acquisto di titoli pubblici, e forse in futuro lo farà ancora di più. Così il governo gode di tassi più bassi. Nessuno beneficia dell’azione della Bce come uno Stato debitore da 2.200 miliardi, che di solito pagherebbe interessi più pesanti degli altri: non è un caso se proprio ora l’Italia migliora, in controtempo sul resto del mondo.

Ci sono però anche dei rischi. Quando l’inflazione è sottozero il reddito nazionale, contato in euro, sale meno di quanto non si sperasse. Soprattutto sale meno del debito, perché questo cresce per inerzia a causa dei tassi d’interesse. Meno euro del previsto in entrate, stessi euro di interessi da pagare. Il risultato può essere un debito pubblico più alto.
Proprio in una fase così il governo sta perseguendo una forte detassazione del mondo produttivo, giusta e coraggiosa. Basta che non dimentichi la profezia di Krugman, se per caso esita di fronte ai tagli di spesa corrispondenti.

Il dilemma dei prezzi

Federico Fubini

Corriere della Sera – 2 ottobre 2015

http://www.corriere.it/editoriali/15_ottobre_02/dilemma-prezzi-12bcbfe2-68c1-11e5-a7ad-17c7443382c3.shtml

Per il Dragone è solo uno spot

NON credo che l’accordo Cina e Stati Uniti avrà l’impatto di cui oggi tutti parlano“. Richard Brubaker, il professore americano che insegna Sviluppo sostenibile alla China Europe International Business School di Shanghai, fondatore dell’autorevole think thank asiatico Collective responsibility, è cauto. “Questo accordo non fa abbastanza “.

Perché?
L’obiettivo 2030 posto da Pechino è troppo lontano. Per quella data le emissioni cinesi saranno raddoppiate visto che la crescita delle città cinesi continua massiccia e senza regole. In Cina questo ha ormai un impatto maggiore delle fabbriche che invece erano i maggiori responsabili di emissioni 10 anni fa. Seppure Pechino dovesse raggiungere gli obiettivi: nel 2030 ci sarà il problema di India, Brasile, Bangladesh, Nigeria… Paesi che non iniziano nemmeno a porsi il problema”.

Cosa manca all’accordo per funzionare?
“Da parte cinese la comprensione di quanto sia serio il problema. E questo non perché siano ignoranti, ma perché mettono l’economia davanti all’ambiente, la politica prima della sostenibilità. Detto questo, non credo che la crescita cinese possa continuare senza una diversa relazione col consumo di energia e il conseguente impatto sull’ambiente. Non raggiungeranno gli obiettivi senza drastici cambiamenti”.

I cinesi manterranno l’impegno?
“Personalmente avrei voluto vedere un piano più concreto. Che spiegasse come ridurre le emissioni nel consumo domestico, nei trasporti, nelle fabbriche…”.

Possiamo considerarla un’operazione di immagine?
“In parte sì. A breve ci sarà la Conferenza di Parigi sul clima. Possono arrivare dicendo: abbiamo firmato l’accordo, lasciateci in pace. Possono usarlo come “brand” positivo”.

Cosa ne pensa la gente comune in Cina?
“Ne sa poco. Qui non si parla di emissioni ed effetto serra, semmai di smog. Sanno cos’è il global warming , ma l’inquinamento preoccupa per i figli, è una cosa concreta. I cambiamenti climatici sono più astratti…”.

Cinesi e americani si fidano gli uni degli altri?
“Non so se si fidano, ma di certo sono arrivati al tavolo delle trattative da prospettive diverse. L’Occidente appunto parla di cambiamenti climatici, mentre l’Oriente di inquinamento e soprattutto di energia. La Cina pensa a fonti rinnovabili anche perché non ne ha abbastanza. Se su questi due punti si troverà un linguaggio comune, bene, le soluzioni esistono. Ma temo che non ci siamo ancora”.

http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/13/news/brubaker_l_accordo_cina-usa_su_ambiente_non_basta_per_il_dragone_solo_uno_spot-100437572/

 

Quando separiamo il grano dall’iPhone

silosQuando separiamo il grano dall’iPhone
la Repubblica, venerdì 3 ottobre 2014
Nel giro di appena un weekend, Apple ha venduto 10 milioni di unità del nuovo iPhone. Un record. Google deve far fronte alle pressioni delle autorità europee, preoccupate di tutelare la concorrenza e la privacy dei suoi cittadini. Amazon ha in corso una controversia commerciale con la casa editrice Hachette e decide di discriminare gli autori che pubblicano con quest’ultima: molti dei romanzieri più prestigiosi hanno firmato una lettera aperta per denunciare la condotta di Amazon. Le imprese attive nel settore dell’informatica e di Internet esercitano, per numerosi motivi, una grande attrazione mediatica. L’agricoltura molto meno. Eppure anche sui mercati agricoli si stanno battendo record che non attirano così tanta attenzione ma avranno enormi conseguenze per miliardi di persone.
Lo sapevate che il raccolto di cereali a livello mondiale non ha mai raggiunto livelli tanto alti? E che anche se il consumo è aumentato, la produzione è arrivata a livelli tali che i granai stanno per scoppiare?
Il Consiglio internazionale dei cereali stima che le scorte di soia, grano, orzo, mais e altri cereali raggiungeranno il volume più elevato da trent’anni a questa parte. Negli Stati Uniti si prevede che la raccolta di mais supererà quella dell’anno passato, che già aveva stabilito un record assoluto; anche la produzione di soia non è mai stata tanto ingente. L’Europa continua a battere record dopo record per il raccolto di grano e mais, mentre il Canada accumula primati per il grano, l’orzo e l’avena. «Questa nuova abbondanza avrà effetti di ampio respiro: ridurrà il reddito degli agricoltori e aumenterà i margini di profitto delle imprese del settore alimentare e dei biocombustibili, e alla fine produrrà un calo dell’inflazione dei prodotti alimentari, sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri », scrive Gregory Meyer del Financial Times.
E qual è la ragione di questa esplosione dei cereali? I prezzi alti degli ultimi anni. Questi prezzi hanno creato incentivi enormi per spingere gli agricoltori a investire nell’aumento della produzione. Secondo la Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), tra il 2005 e il 2013 l’area coltivata a grano, soia e mais è cresciuta dell’11 per cento a livello mondiale. Non ci sono mai stati tanti terreni coltivati sul pianeta come oggi.
L’aumento dei prezzi che ha stimolato questa espansione agricola si deve principalmente a quattro ragioni: l’incremento della popolazione mondiale, l’aumento del consumo di cibo nei Paesi poveri (dovuto alla forte crescita delle classi medie), l’uso di cereali per la produzione di combustibili come l’etanolo e la maggiore frequenza di fenomeni climatici estremi che danneggiano i raccolti. Questi fattori sono forti come prima, ma i prezzi alti che hanno determinato costituiscono un incentivo più che sufficiente per portare la produzione a volumi senza precedenti, cosa che naturalmente spinge al ribasso i prezzi.
Il basso livello attuale nel giro di qualche anno potrebbe di nuovo scoraggiare gli investimenti e provocare cadute della produzione come quelle che si sono verificate negli ultimi anni. Questo ciclo, già visto molte volte, sta acquisendo caratteristiche nuove, che ne accorciano i tempi e rendono più estremi gli intervalli di variazione.
Questa maggiore volatilità originerà instabilità in un settore di grande importanza, sia sociale che geopolitica. Quasi il 20 per cento della popolazione mondiale è direttamente coinvolto in attività agricole. Pertanto, quello che succede in questo settore produce ripercussioni dirette per un essere umano su cinque (per fornire un termine di paragone, l’industria elettronica dà lavoro in tutto il mondo ad appena 2,3 milioni di persone).
Anche se l’agricoltura, a livello mondiale, pesa molto poco in quanto attività economica (solo il 2,8 per cento del totale), nei Paesi più poveri di solito gioca un ruolo molto importante. In India rappresenta il 18 per cento della sua economia e genera il 54 per cento dell’occupazione.
Sia la domanda che l’offerta di prodotti agricoli hanno subito drastici cambiamenti nell’ultimo mezzo secolo. Uno dei più considerevoli è la concentrazione della produzione in pochissimi Paesi. Secondo i dati di Julian Alston e Philip Pardey, cinque Paesi appena (l’India, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e il Brasile) concentrano il 42 per cento delle aree coltivate del pianeta, contro lo 0,78 per cento dei 100 Paesi con minore attività agricola. Alston e Pardey richiamano anche l’attenzione sulla rapida caduta degli investimenti nella ricerca agricola.
Questo succede in un momento in cui i cambiamenti climatici, economici e sociali stanno trasformando l’agricoltura imponendo nuove conoscenze e tecniche. Forse non sarebbe male se quelli di Apple, di Google e di altri colossi della modernità cominciassero ad applicare la loro creatività per migliorare l’attività economica più antica dell’umanità.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Moises Naim

Calcio: la batosta del Brasile avrà effetti economici?

brazzChe implicazioni economiche potrà avere la sconfitta rimediata dalla nazionale del Brasile contro la Germania, nella semifinale persa con il risultato storico di 7 a 1? Se lo chiedono gli analisti finanziari, che non perdono l’occasione di parlare dei Mondiali di calcio, indagandone le possibili ripercussioni sull’andamento economico o sui mercati finanziari.

Secondo Bloomberg l’evento straordinario di ieri sera rischia di ribaltare il sentore comune. Per gli analisti, infatti, finora una sconfitta del Brasile era vista come paradossalmente positiva per i mercati: avrebbe indebolito Dilma Rousseff, che avrebbe incontrato maggiori difficoltà per la corsa alla rielezione del prossimo autunno. Con un possibile cambio di guida politica, anche l’economia ne avrebbe tratto giovamento visto che molti additano la presidente come responsabile della stagnazione economica. Ma la sconfitta per 7 a 1 di ieri rischia di mischiare le carte e rompere questo meccanismo, perché troppo devastante, almeno a detta di Geoffrey Dennis, a capo della strategia per i mercati emergenti di Ubs e profondo conoscitore del Brasile, che segue fin dagli anni Novanta.

“Rischia di essere una batosta psicologica per i brasiliani molto forte, della serie: ‘Guarda, la nostra economia è in panne, non riusciamo a crescere e non abbiamo neppure una squadra nazionale decente'”. Gli Etf, derivati che replicano l’andamento di un paniere di azioni brasiliane e unico riferimento da seguire in una giornata di chiusura per il mercato, non indicano al momento particolari scossoni sul mercato.

Da quando Rousseff ha preso il potere nel 2011, la crescita ha rallentato fino a un tasso medio annuo del 2%, il ritmo più basso dai tempi delle dimissioni di Fernando Collor, nei primi anni Novanta dopo gli scandali per corruzione. Le sue politiche per la ripresa non hanno avuto impatto alcuno, se non quello di portare l’inflazione sopra la preoccupante soglia del 6,5%, in accelerazione proprio durante i Mondiali di calcio, visto l’afflusso di turisti. La sconfitta di ieri, aggiunge in un report ad hoc SocGen, rischia più che altro di far riemergere nel Paese quei forti sentimenti di opposizione e protesta che hanno accompagnato l’avvicinamento al Mondiale e che sembravano sopiti durante le ultime settimane. Non a caso Tony Volpon di Nomura ha parlato di “niente meno che una umiliazione nazionale”, per un Paese che s’identifica tanto nel calcio e – per la parte restante della popolazione – ha avversato il football come simbolo di tutto quello che non funziona e delle diseguaglianze economiche: l’organizzazione del Mondiale è costata 11 miliardi, in uno Stato che vede oltre 7 milioni di persone vivere con poco più di un dollaro al giorno.

Secondo gli ultimi sondaggi, la popolarità di Rouseff è già scesa al 38% circa; una sua bocciatura alle elezioni, secondo Alberto Bernal di Bulltick Capital Markets, si potrebbe tramutare in un rally del 25% del mercato azionario. Di contro però, una eccessiva instabilità legata ai movimenti di protesta – magari insieme alla rielezione della Rousseff – potrebbe annullare l’effetto benefico di una sconfitta amarissima; opzione per la quale da SocGen consigliano di vendere il real brasiliano contro il peso messicano.

 

http://www.repubblica.it/economia/2014/07/09/news/ubs_mondiali_brasile_eliminazione_roussef-91119043/?ref=HRER2-1

I Brics perdono velocità

nyE’ la rivincita del Vecchio mondo. Proprio quando il suo declino sembrava irreversibile, ecco arrivare uno scatto inatteso. Quest’anno la crescita globale sarà trainata dai Paesi di più antica industrializzazione, America e Giappone sopra tutti. Invece sono gli emergenti a incappare in una brutale frenata, che non risparmia quasi nessuno tra loro.

Il club dei Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica) diventa sinonimo di turbolenze e difficoltà. Gran parte del merito per la rivincita dell’Occidente, spetta agli Stati Uniti. La loro crescita – ormai al quarto anno consecutivo post-recessione – non è prodigiosa e tuttavia si consolida, con dati positivi che continuano anche sul mercato del lavoro (le richieste di indennità di disoccupazione hanno toccato un nuovo minimo).

A fine anno il Pil americano dovrebbe crescere del 2,5%. Il Giappone viaggia ad una velocità analoga, dopo aver copiato la ricetta monetaria americana (vasti acquisti di bond da parte della Banca centrale con l’esplicito obiettivo di creare inflazione), e il suo Pil è cresciuto del 2,6% nel secondo trimestre. Perfino l’eurozona dà segnali di risvegliarsi dal coma profondo, sia pure limitatamente al nucleo duro germanico- francese, e nel secondo trimestre ha avuto un aumento del Pil dell’0,3%. La Gran Bretagna si è agganciata a sua volta al treno della “ripresa lenta”. Per quanto fragile sia (in Europa), o insufficiente a riassorbire tutta la disoccupazione (negli Usa), la situazione del Vecchio mondo è in contrasto con quel che accade agli emergenti.

Secondo le stime della società d’investimento Bridgewater, gli Usa con il Giappone e le altre economie sviluppate forniranno circa il 60% della crescita globale quest’anno. Per una singolare coincidenza, il 2013 era stato segnalato proprio come l’anno del sorpasso degli “altri”, quello in cui il Pil di tutti gli emergenti avrebbe superato la soglia del 50% del totale mondiale. Lo stesso Fondo monetario internazionale vede una leggerissima accelerazione della crescita mondiale – dal 3,2% nel 2012 al 3,3% quest’anno – proprio grazie alle performance di Usa e Giappone. Il rallentamento dei Brics, avvertono gli analisti di Bridgewater, potrebbe avere conseguenze profonde sui flussi dei capitali, e sulle strategie delle imprese multinazionali che negli ultimi anni erano diventate “Brics-dipendenti”. La chiave di quel che accade nelle economie emergenti sta in parte in America, in parte in Cina. All’origine di tutto ci sono ancora una volta le politiche monetarie delle banche centrali. Quella americana è ormai avviata verso una rapida normalizzazione. Presto (forse già a settembre) cominceranno a diminuire gli imponenti acquisti di bond da parte della Fed (finora al ritmo di 85 miliardi al mese). Questo, oltre a provocare nervosismo a Wall Street per il venir meno della “droga” monetaria, sta anche prosciugando i flussi di capitali verso le economie emergenti. L’India è un caso tipico: la rupia sta crollando e il governo di New Delhi ha dovuto reintrodurre controlli sui movimenti dei capitali, proprio perché l’aumento dei rendimenti americani fa tornare verso gli Stati Uniti dei capitali che avevano contribuito a finanziare la crescita indiana. Dalla Turchia al Brasile, anche le recenti proteste e tensioni sociali non sono avulse da un contesto economico che si sta deteriorando. In Cina la frenata della crescita (pur sempre al 7,5%) è stata inizialmente voluta e manovrata dal governo e dalla banca centrale, per contrastare i rischi di surriscaldamento dell’economia e bucare le bolle speculative. Nessuno capisce però se questo gioco stia sfuggendo di mano alle autorità di Pechino. La Goldman Sachs sottolinea con inquietudine l’alto livello di indebitamento del sistema delle imprese in Cina: i loro debiti cumulati valgono il 142% del Pil. «Fino a ieri avevamo paura dei cinesi, ora abbiamo paura per i cinesi», ha scritto il premio Nobel Paul Krugman. La stretta creditizia cinese, per quanto motivata dalla necessità di porre fine a un periodo di sovra- investimenti pubblici e privati, sta provocando effetti a catena: i prezzi immobiliari scendono, le famiglie si scoprono oberate di mutui fatti per comprare appartamenti a prezzi eccessivi, e si sfalda anche quel vasto sistema bancario “ombra” che ha finanziato la piccola e media impresa. Alcuni sintomi di difficoltà della Cina somigliano a quelli che precedettero il crac del Giappone negli anni Novanta e quello dell’America nel 2008. Il rallentamento della Cina ha conseguenze su tutte quelle economie emergenti che esportano materie prime e risorse naturali, e di cui la Repubblica Popolare era diventata il principale mercato di sbocco. Questo spiega le difficoltà che colpiscono nazioni tanto diverse come il Brasile e l’Indonesia. Anche in questi casi i comportamenti degli investitori finanziari fanno da moltiplicatore. Finché i bond americani rendevano poco o niente, vaste quantità di capitali erano andate a caccia di profitti nelle piazze più esotiche. La prospettiva di un rialzo degli interessi Usa, e la ripresa economica delle aree di vecchia industrializzazione, stanno invertendo i flussi dei capitali

Federico Rampini su Repubblica del 17 agosto 2013 – È la rivincita del Vecchio Mondo volano Usa e Giappone, male i Brics  –

L’indice della disparità

Fino a pochi anni fa il coefficiente di Gini era un indicatore usato soprattutto per mostrare le disuguaglianze nei Paesi del Sud America, come Cile e Brasile. Dopo la crisi economica e finanziaria cominciata nel 2007, però, viene usato sempre più spesso come termometro del malessere sociale e dell’impoverimento della classe media dei Paesi avanzati. Il Nobel Joseph Stiglitz ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia (e un libro) per denunciare le disparità crescenti negli Stati Uniti. ….

 Non solo il coefficiente di Gini in Italia è sopra la media Ue, ma dal 2008 in poi è tornato a crescere e oggi risulta più alto dei grandi Paesi vicini con cui siamo soliti confrontarci, come Francia e Germania. Senza parlare della distanza notevole che ci separa dai Paesi scandinavi, che sono invece i più egualitari del pianeta.

Ma come funziona esattamente? Il coefficiente deve il suo nome allo statistico italiano Corrado Gini che lo introdusse per misurare la disuguaglianza di una distribuzione, quindi anche la concentrazione del reddito e della ricchezza. È una scala che va da 0 a 1. Zero significa che non ci sono disparità e tutti sono uguali; 1 indica che una sola persona prende tutto, perciò la disuguaglianza è massima. Talvolta (guarda il grafico) si preferisce usare la scala da 0 a 100, ma la sostanza non cambia.

 In Italia il coefficiente di Gini nel 2011, secondo gli ultimi dati pubblicati a metà febbraio da Eurostat, era pari a 31,9, oltre un punto percentuale il valore della media dei 27 Paesi Ue (30,7). In Germania era pari a 29, in Francia a 30,8. Ma osservando la serie degli ultimi dieci anni si scopre come la crisi economica e finanziaria, portando alta disoccupazione e pesanti misure di austerità, abbia influito anche nella distribuzione del reddito e rappresentato un’inversione di tendenza. Dal 2004, quando l’indice italiano segna un valore del 33,2, il coefficiente di Gini diminuisce progressivamente, anno dopo anno, fino al 2008, quando scende fino a quota 31. Poi dal 2009, in piena crisi, invece torna a crescere.

La tendenza è ancora più impressionante in Francia, che allo scoppio della crisi, nel 2007 presenta un coefficiente di Gini pari a 26,6. L’anno dopo l’indicatore balza a 29,9 per poi crescere fino a 30,8 nel 2011.

Anche la Germania, che con il suo «socialismo di mercato» è sempre stata considerata tra i Paesi più attenti alla distribuzione del reddito nell’Europa continentale, paga pegno. Il trend tedesco però ha tempi sfasati con il resto d’Europa. L’annus horribilis è il 2007, quando il suo coefficiente di Gini raggiunge quota 30,4 (era 26,1 nel 2005). Ma torna a scendere anno dopo anno, anche se nel 2011 resta a 29.

Stanno peggio i Paesi più colpiti dalla crisi, come Spagna (34), Portogallo (34,2) e Grecia (33,6), ma già partivano da disuguaglianze più marcate. Come il Regno Unito, ad esempio, che nonostante la crisi oggi presenta un po’ meno disuguaglianze del 2002. I Paesi più egualitari si confermano Svezia (24,4) e Finlandia (25,8), mentre la Norvegia (che non fa parte della Ue) fa ancora meglio (22,9). Ma gli ultimi anni di crisi hanno segnato un peggioramento della distribuzione del reddito anche a Stoccolma, che peggiora di oltre due punti rispetto al valori del 2002. Un caso a parte è la Lettonia, la piccola repubblica baltica che nei giorni scorsi ha chiesto di entrare nell’Eurozona, nel 2006 aveva il più alto coefficiente di Gini in Europa, pari a 39,2. Nel 2011, a dispetto della crisi, è riuscita a scendere a 35.4.

E il resto del mondo? Il record della disuguaglianza, secondo le statistiche più aggiornate della Banca mondiale e dall’Ocse, spetta a Paesi come il Sud Africa che, dopo l’abolizione dell’apartheid, presenta un coefficienti di Gini di oltre 60 punti. O il Brasile che, nonostante le politiche di Lula, ha ancora molta strada da fare visto che il suo indicatore è superiore a 50 punti. O la Nigeria. La cosa più sorprendente, però, è che gli avanzati e tecnologici Stati Uniti hanno un coefficiente di Gini oltre lo 0,4, in aumento e sempre più vicino a quello cinese (0,47 per il 2012 secondo Pechino).

http://www.corriere.it/economia/13_marzo_11/italia-regina-europea-delle-diseguaglianze-cosi-la-crisi-ha-impoverito-la-classe-media-giuliana-ferraino_6ce2bd86-8a0d-11e2-8bbd-a922148077c6.shtml

Un video sul coefficente di Gini