Accordo sul Tpp

tppppp I lavori per il Ttip, l’accordo di libero scambi tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, procedono al rilento. Gli Usa, però, possono consolarsi con l’intesa raggiunta questa mattina con 11 Paesi del Pacifico sul Trans-Pacific Partnership (Tpp) dopo 9 giorni di intense trattative. L’intesa abbatterà le barriere al commercio e – secondo i negoziatori – aumenterà il lavoro e gli standard ambientali tra le nazioni che rappresentano circa il 40% della produzione economica mondiale. L’accordo dovrà essere approvato ora dal Congresso Usa e dai rispettivi governi degli altri 11 Paesi.

Tra i paesi asiatici è coinvolto il Giappone, ma non la Cina. L’ultima disputa risolta ha riguardato la protezione di brevetti farmaceutici, sulla quale insistevano gli americani. Trattative difficili sono inoltre avvenute sul settore auto, sui latticini e in generale sulla proprietà intellettuale. L’accordo alla fine apre mercati agricoli di Canada e Giappone e rende più severe la norme sui brevetti a vantaggio di società farmaceutiche e tecnologiche. Soprattutto crea un blocco per contenere la crescente influenza economica della Cina nella regione. Il patto rappresenta una sofferta vittoria per il presidente americano Barack Obama, che ne aveva fatto una priorità sfidando l’opposizione di esponenti del suo stesso partito democratico.

Non tutti, però, sono entusiasti dell’accordo. E in molti già denunciano che il libero scambio distruggerà posti di lavoro anziché crearne di nuovi. Nel dettaglio, l’accordo sul Tpp prevede l’eliminazione delle barriere tariffarie e non-tariffarie e l’adeguamento degli standard commerciali in una vasta area dell’Asia-Pacifico, associando l’economia statunitense a quella di altri undici Paesi: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. I partner si impegnano a cooperare anche sul fronte delle valute.

Obama però esulta: “Ho passato ogni giorno della mia presidenza a combattere per far crescere la nostra economia e rafforzare la classe media. In un momento in cui il 95% dei nostri clienti vivono fuori dai confini degli Stati Uniti, non possiamo far scrivere a paesi come la Cina le regole dell’economia globale. Dobbiamo scrivere queste regole, aprendo nuovi mercati ai prodotti americani e allo stesso tempo fissare alti standard per proteggere i lavoratori e conservare il nostro mercato”. Poi il presidente ha aggiunto: “questo è quello che l’accordo raggiunto oggi ad atlanta farà”.

“La chiusura del negoziato è un passo fondamentale verso la costruzione di un’ampia area di libero scambio di importanza globale che, una volta concluso anche il Ttip metterà insieme il 63 per cento del Pil mondiale” dice in una nota il vice ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda: “E’ una svolta fondamentale nella globalizzazione – sottolinea il vice ministro – che mira a un riequilibrio dei rapporti economici e commerciali rispetto alla prima fase della stessa. Per i Brics sarà molto più difficile continuare a indulgere in pratiche protezionistiche e di dumping. Ora dobbiamo lavorare rapidamente per completare il negoziato per il Ttip prima delle elezioni presidenziali americane”.
L’inchiesta sul Ttip.

http://www.repubblica.it/economia/2015/10/05/news/ttp_asia_usa_pacifico-124384385/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/05/tpp-raggiunto-laccordo-sul-trattato-di-libero-scambio-tra-11-paesi-del-pacifico/2098406/

 

 

Vestirsi chic costa sempre meno. E’ colpa del liberismo

abbyAltro che Big Mac. Per misurare il Big Bang della rivoluzione dei consumi ci vorrebbe un Big Mart, in omaggio a Walmart, gigante della grande distribuzione. O un Big H&M, in omaggio al genio scandinavo della moda cheap, capace di sfornare raffiche di abiti under 30 (euro) in bella mostra nelle vetrine di Milano o Parigi che fronteggiano le simil gioiellerie dell’alta moda. Sono loro, secondo Freeman – blog culto della liberista Foundation for Economic Education – i protagonisti della rivoluzione che ha liberato l’uomo dalla schiavitù del costo dell’abbigliamento. Grazie a loro, sottolinea Jeffrey Tucker in un articolo dal titolo “Il dono del mercato: l’abbigliamento a basso costo”, oggi l’umanità per vestirsi può spendere, se vuole, assai meno di un quarto di secolo fa.

Certo, spiega Tucker, nessuno vuole negare a un nuovo ricco, magari russo, il piacere di spendere una fortuna per un abito griffato. Ma la regina della rivoluzione del XXI secolo è la principessa Kate, scoperta (non a caso) per le strade di Londra in gonna scozzese look Zara da 25 sterline. Una rivoluzione che salta all’occhio davanti a un qualsiasi grafico sull’andamento dell’inflazione: fino al 1990 l’indice generale dei prezzi più o meno correva in parallelo a quello del tessile-abbigliamento. Poi, la forbice s’allarga a tutto vantaggio di giacche, pullover e così sia. Non è un caso, scrive Tucker. Nel tessile-abbigliamento non si è quasi sentita, a ogni latitudine, la mano pesante dello stato imprenditore o regolatore, tanto meno la minaccia della politica industriale che tanti danni ha inferto ai cittadini/consumatori. Non è un caso che la rivoluzione della mano invisibile abbia preso corpo, quasi all’istante, con le prime crepe del Muro di Berlino per poi esplodere con il boom dell’economia cinese.

Una rivoluzione cruenta, come era inevitabile: solo il 2,5 per cento degli abiti venduti negli Stati Uniti è oggi interamente made in Usa. Tre aziende americane su quattro hanno chiuso i battenti, i sopravvissuti viaggiano di commesse in Far East da collocare in giro per il mondo nel modo più efficiente tramite Internet. E’ la globalizzazione, bellezza, con il suo frutto più gustoso: la deflazione “buona”, cioè i prezzi che scendono sotto l’incalzare del vento della concorrenza, capace di mandare all’aria gli ostacoli escogitati dagli stati padrone per tassare con vari inghippi i consumatori. Ma a danno dei produttori che, in questo quarto di secolo, hanno più volte gridato al disastro: stiamo distruggendo le nostre imprese, cancelliamo lavoro in patria protetto dalle nostre leggi per favorire lo sfruttamento dei minori in fabbriche infami in oriente. Tutto questo abbiamo sentito ripetere fino alla nausea, in questi anni. “Ma qual è il risultato – ruggisce Tucker – Andate a fare un giro per la città e scoprirete un mercato assai competitivo in cui le boutique se la vedono con i negozietti o i centri commerciali. Tutti in competizione con i siti Internet che vendono griffe o merce di seconda mano”.

Sia benedetto questo caos supremo, il “glorious result” di una “glorious revolution” che tanto ha pesato anche sulle sorti dell’Italia, paese tra i più colpiti dal vento dell’est sollevato dalla Cina, la nuova fabbrica del mondo che è costata centinaia di migliaia di posti al made in Italy meno preparato a competere sul terreno della qualità o dei brevetti. Oggi quel ciclo sembra esaurito. Molte aziende stanno riportando nella penisola lavorazioni dalla Cina. Le griffe, da Valentino a Versace fino al recente caso di Roberto Cavalli, sono disputate a peso d’oro, ma fa grandi affari anche Yoox, la boutique online che a dicembre ha registrato un ordine ogni due secondi e mezzo. Nel valore di un prodotto conta sempre meno il costo del manufacturing rispetto ai valori intangibili, compresa l’immagine che può emanare dalla maglietta “giusta”. Ma il frutto della rivoluzione non è appassito: i prezzi liberi, figli della competizione, restano più bassi di quelli dei settori protetti. Alla faccia della “politica economica”.

Ugo Bertone  Il Foglio 27 Dicembre 2014

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124147/rubriche/vestirsi-chic-costa-sempre-meno-e-colpa-del-liberismo.htm

 

The Market’s Gift: Low Clothing Prices

Clothing is a wonderfully vibrant market

Over the holiday season, I have been out and about, looking at shoes, coats, suits, ties, and so on. The range of prices, from super low to super high, is remarkable. And not just for men’s clothes. Women’s clothing prices seem particularly chaotic. It’s to the point that when you look at an item, you can’t really anticipate whether it will cost $50 or $500 or even $5,000 (yes, I recently saw a $5,000 dress on a rack in Chicago).

Then you go to secondhand shops and get the real shock. Stuff that costs $100 retail can be $1. Sites like eBay are driving down prices to rock bottom. I can pick up a gorgeous suit or $20. Then there are the online discount shops. Comparing prices across them can play tricks on your mind. I go to Walmart and I can’t believe my eyes: some clothes seem cheaper to buy than to wash.

Clothing has emerged as a great outlier in the general price trend. We pay less for clothing today than we did 25 years ago. It’s worth understanding why……

http://fee.org/freeman/detail/the-markets-gift-low-clothing-prices

 

L’arte di imparare

imppDagli egizi all’inizio dell’Ottocento, il tenore di vita della maggioranza degli esseri umani ha avuto variazioni modeste. Sostanzialmente si era in un’economia di sopravvivenza. Poi, dal 1820 in poi i progressi sono stati spettacolari fino al punto che la maggioranza di noi ha dei lussi che neppure un monarca poteva sognare nel XVIII secolo.

Cos’è successo? Che siamo entrati in un’epoca dell’apprendimento.

In molte sfere dell’attività umana, per millenni si dava per scontato che le cose “si facevano sempre allo stesso modo” seguendo il solco delle generazioni precedenti. Scoperte scientifiche importanti ce ne furono anche ai tempi dell’antica Grecia o nella Cina dei Tang, ma le loro applicazioni nella vita quotidiana erano poco rilevanti.

L’Illuminismo ha rovesciato il modo di ragionare. L’applicazione della mentalità illuminista all’economia, con la Rivoluzione industriale inglese, ha disseminato benefici di massa a partire dal 1820. E da allora non si è più fermata.

Questo è il punto di partenza del nuovo saggio di Joseph Stiglitz, premio Nobel dell’economia: “Creating a Learning Society”.

Il tema è affascinante, lo svolgimento pure: la cosa più importante nello sviluppo umano, è l’apprendimento. Molto più dell’accumulazione di capitale. Anche più del progresso tecnologico in quanto tale.

Ciò che davvero fa la differenza nel tenore di vita di intere popolazioni, apprendimento in tutti i campi.

“Imparare come si impara”, è uno dei motti che Stiglitz usa. Apprendimento in senso lato, non solo quello tradizionale che avviene sui banchi di scuola o dell’università. Nel mondo del lavoro, all’interno delle imprese, ciò che fa la differenza è la capacità di imparare. Le conseguenze sono importanti. Anche sul piano macroeconomico. Anzitutto, spiega Stiglitz, “il mercato di per sé può non essere il meccanismo più efficiente per incoraggiare, stimolare e diffondere l’apprendimento”. Le imprese non hanno interesse a fare ricerca pura, questa avviene per lo più dentro le istituzioni pubbliche: dal Dna a Internet, le scoperte/invenzioni più importanti degli ultimi decenni sono venute tutte dallo Stato, non dall’iniziativa privata. Anzi, il privato può essere un nemico dell’apprendimento. Per esempio le leggi sulla proprietà intellettuale e i brevetti, possono trasformarsi in una poderosa barriera contro l’apprendimento: sono incentivi alla segretezza, spingono gli inventori a tenersi per sé le proprie scoperte anziché farle circolare a beneficio dell’economia tutta intera.

La finanziarizzazione delle nostre economie è un’altra nemica dell’apprendimento “perché sposta risorse da altre attività, riduce l’apprendimento della gestione del rischio”. Nel saggio c’è perfino una rivalutazione delle politiche industriali. Non è vero che siano state degli esperimenti falliti, viziati da statalismo e dirigismo. E’ grazie alle politiche industriali che la Corea del Sud abbandonò precocemente la sua specializzazione agricola e si lanciò nella siderurgia “imparando come si fa”, e diventando rapidamente il numero uno mondiale. Se oggi Seul ha la Samsung, è perché si è rifiutata di ascoltare il “Washington consensus”, le direttive che le venivano impartite dai sacerdoti del neoliberismo al Fondo monetario internazionale. “Quei tecnocrati – ricorda Stiglitz – avevano stabilito che la Corea del Sud aveva un vantaggio competitivo nella coltivazione del riso e avrebbe dovuto specializzarsi in quella. Seul rispose: grazie del consiglio, ma il riso coltivatelo voi”.

 

Battaglia legale tra galletti

consorzio-chianti-classicoBattaglia legale fra galletti. L’Uami, l’Ufficio marchi comunitario, ha dato ragione al Consorzio del Chianti Classico nella controversia con la Federazione francese di rugby in merito all’uso del gallo, simbolo sia dell’universalmente noto rosso toscano sia della Francia e come tale esposto orgogliosamente sulle maglie della Nazionale.

Il punto del contendere, spiega Winenews, «era la registrazione del marchio sulle bevande alcoliche griffate che il rugby francese ha tentato di fare, e alla quale si è opposta il Consorzio chiantigiano». Ora è stata pronunciata la parola definitiva: sulle maglie del XV francese rimanga pure il galletto, ma se si parla di “beverage” l’unico gallo nero legittimo è quello del Chianti Classico. Nessuna confusione, almeno prima del brindisi.

http://mondovale.corriere.it/2013/10/24/il-galletto-del-chianti-batte-il-galletto-dei-francesi/

Winenews

http://www.winenews.it/news/32811/il-chianti-classico-va-in-meta-contro-la-nazionale-francese-di-rugby-luami-lufficio-marchi-comunitario-decreta-ufficialmente-la-notoriet-internazionale-del-gallo-nero-come-logo-enologico-e-collegato-solo-al-vino-chianti-classico

Il Consorzio

http://www.chianticlassico.com/

UAMI  – Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno

http://oami.europa.eu/ows/rw/pages/index.it.do