Sotto i 30

petrollE’ ormai una rotta catastrofica, un tracollo senza limite. Il petrolio ha sfondato al ribasso un’altra soglia simbolica, scendendo sotto i 30 dollari al barile per la prima volta dal 2003.

In sé un minor costo dell’energia sarebbe una buona notizia, almeno per quella parte del mondo che la consuma e non la produce. Ma la velocità e la violenza di questo tracollo fanno temere che sia il preludio di altri contagi e possibilmente di una crisi finanziaria.

Con la caduta di ieri il prezzo del barile di greggio ha perso quasi un quinto in una decina di giorni lavorativi dall’inizio di quest’anno. E ha perso oltre il 70% dal giugno 2014 quando si scambiava a quota 108 dollari. Risuona l’allarme lanciato da un rapporto della Royal Bank of Scotland che consiglia ai suoi clienti di «vendere tutto, ad eccezione dei bond di alta qualità». Alcuni temono che l’attuale turbolenza sia il “terzo capitolo” della Grande Contrazione: prima ci fu il crac di Wall Street nel 2008, poi la crisi dell’Eurozona a partire dal 2011, ora la tempesta si abbatte su chi ne era rimasto relativamente immune e cioè la Cina e le altre economie emergenti. Anche se le Borse ieri hanno quasi tutte recuperato un po’ di terreno rispetto alle perdite delle sedute precedenti, i focolai di crisi restano intatti.

Le ragioni del crollo del petrolio non cambiano da settimane. Dietro c’è un mix di offerta eccessiva e domanda depressa. Dal lato della domanda domina la sindrome cinese. Quando rallenta (nessuno sa esattamente di quanto) la crescita della maggiore potenza manifatturiera del pianeta, il consumo aggregato di energia si contrae di conseguenza. E’ una spirale che contagia tutti gli emergenti. Dal lato dell’offerta il petrolio subisce shock geopolitici e tecnologici. La tensione tra Iran e Arabia saudita accentua la paralisi dell’Opec. Il cartello petrolifero – sempre meno potente – non riesce a decidere dei tagli di produzione che potrebbero calmare un po’ la caduta dei prezzi. Un’intesa in seno all’Opec, già difficilissima nei mesi scorsi, diventa praticamente impossibile dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Riad e Teheran. La rivoluzione tecnologica è quella che ha ingigantito l’estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, alterando tutte le dinamiche e le gerarchie del mercato energetico mondiale. Stranamente, malgrado il crollo del prezzo, anche gli americani continuano ad estrarne quantità quasi invariate: l’ultimo dato è una produzione di 9,3 milioni di barili negli Usa a ottobre, contro 9,7 milioni ad aprile. Ma il business energetico soffre anche negli Usa. Il Wsj stimava che il 30% delle aziende rischia il default. C’è poi una specie di simbiosi perversa che lega l’andamento del dollaro a quello del petrolio: è una correlazione inversa in virtù della quale il rafforzamento del dollaro e la caduta del petrolio sembrano alimentarsi a vicenda. Lo spettro dei default non riguarda soltanto certi produttori privati di petrolio, in America e altrove. Si estende a molte aziende private non-petrolifere delle nazioni emergenti: questi soggetti s’indebitarono in dollari negli anni del boom, ora devono ripagare quei debiti in una situazione in cui le loro monete nazionali hanno perso molto valore. Il Brasile sprofonda in una delle più gravi recessioni degli ultimi decenni. Il Sudafrica è un altro gigante malato. Un tempo la sigla Brics (iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica) era l’emblema di un club di vincitori della globalizzazione, ora è un segnale lampeggiante di allarme e di pericolo per gli investitori.

Ma ieri la giornata nera del petrolio non è stata negativa per le Borse. Un po’ tutte hanno tirato il fiato dopo un inizio d’anno tremendo. A sostenere un rimbalzo all’insù dei listini azionari ha contribuito la Cina. Ieri la notizia da Pechino e Shanghai era positiva per il resto del mondo: le autorità di governo sono intervenute sui mercati valutari per sostenere il corso della moneta nazionale, renminbi o yuan. Che ha perfino recuperato un po’ del terreno perso sul dollaro. Nelle prime settimane dell’anno si era temuto che la svalutazione della moneta cinese fosse la “cinghia di trasmissione” per un contagio. Se la Cina svaluta, altri paesi emergenti sono costretti a imitarla per non perdere competitività. Ma le svalutazioni aumentano il peso dei debiti in dollari, e questo squilibrio è il classico meccanismo dei default. Ora la Cina ha messo un rallentatore alla svalutazione. Il mondo intero osserva le mosse di Pechino, sperando che sappia governare un rallentamento della crescita senza avvitarsi in una crisi finanziaria. Il rapporto catastrofista della Royal Bank of Scotland non è l’unico segnale di allarme in Occidente. La banca americana JP Morgan Chase ha consigliato ai clienti di approfittare di qualsiasi rimbalzo delle Borse per vendere. Mentre sul fronte del petrolio la Standard Chartered ha pubblicato previsioni che vedono il barile a 10 dollari.

Federico Rampini

Petrolio sotto i 30 dollari al barile produttori Usa a rischio bancarotta

Repubblica 13 gennaio 2016

 

 

WALK FREE…

schiaviNel mondo nel quale viviamo ci sono trenta milioni di persone che vivono in stato di schiavitù. Quello che sembrava essere ormai appannaggio esclusivo dei libri di storia, una piaga per lo più estirpata con la fine del Ventesimo secolo, è oggi un fenomeno di preoccupante attualità. La conferma giunge dal , un classifica dai toni macabri che individua il numero di schiavi esistenti per Paese. Sono 29,8 milioni in tutto il mondo, secondo l’indice redatto dall’organizzazione australiana «Walk Free», i cui dati sono peggiori di gran lunga rispetto a quelli pubblicati di recente dalla Organizzazione internazionale del lavoro che parlava di 21 milioni di schiavi. 

La schiavitù è presente in tutti i 162 Paesi su cui è stata condotta l’indagine, anche se per quasi la metà sono concentrati in una nazione, l’India. Le persone che vivono in schiavitù lì sono 13,9 milioni di ogni età e sesso, costretti a lavorare nelle fabbriche come a dedicarsi alla prostituzione. Un dato che allarma e che deve far riflettere, visto che riguarda uno dei Paesi Brics, ovvero quelle economie emergenti considerate le locomotive della nuova globalizzazione. Dopo l’India è la Cina quella ad avere il maggior numero di schiavi, un altro Paese dei Brics dove 2,9 milioni di persone vivono in cattività. Fanno seguito nella classifica della vergogna Pakistan (2,1 milioni), Nigeria (701.000), Etiopia (651.000), Russia (516.000), Thailandia (473.000), Repubblica democratica del Congo (462.000), Myanmar (384.000) e Bangladesh (343.000). Numeri raccapriccianti che non sono estranei nemmeno a società moderne, emancipate e democratiche come gli Stati Uniti, dove circa 60 mila persone vivono in stato di schiavitù. Sono americani, ma soprattutto stranieri provenienti da zone come Messico, America centrale e Paesi caraibici. Questo perché, come dimostra un recente studio, gli Usa sono sempre di più meta finale del traffico di essere umani. 

«Oggi ci sono persone che già dalla nascita si ritrovano in condizione di schiavitù, specie in Africa occidentale e Asia del sud – spiega il dossier di Walk Free – Altre però vengono catturate e rapite e diventano merce di scambio, altre ancora vengono attratte con false promesse». Lo studio fa riferimento a tutta una serie di casistiche, in cui sono compresi, ad esempio, i matrimoni forzati e l’impiego dei soldati bambino, o, in alcune realtà come Haiti, il fenomeno dei Restavek, bambini schiavi mandati dalla rispettive famiglie poverissime, a servire in quelle dei ricchi e sottoposti a maltrattamenti e abusi pesantissimi. Il cuore di tenebra caraibico è infatti al secondo posto col 2% nella classifica che valuta il tasso di schiavitù sul totale della popolazione, preceduta solo dalla Mauritania con quasi il 4%. Seguono quindi Pakistan, India, Nepal, Moldavia, Benin, Costa d’Avorio, Gambia e Gabon. La palma dei virtuosi va invece all’Islanda con meno di cento schiavi, seguita da Irlanda, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Svizzera, Svezia, Norvegia, Lussemburgo, Finlandia e Danimarca. L’Italia è distanziata al 30 esimo posto della classifica virtuosa, ovvero è il 132 esimo Paese per numero di schiavi con circa 8.000 unità. I ricercatori però avvertono che i numeri, anche negli Stati più benestanti, sono in aumento rispetto al passato.

http://www.lastampa.it/2013/10/18/esteri/nel-mondo-trenta-milioni-di-schiavi-maglia-nera-a-india-e-cina-mUyGBzmsiKTblVJHxLmVpN/pagina.html

WALK FREE

http://www.walkfree.org/

I Brics perdono velocità

nyE’ la rivincita del Vecchio mondo. Proprio quando il suo declino sembrava irreversibile, ecco arrivare uno scatto inatteso. Quest’anno la crescita globale sarà trainata dai Paesi di più antica industrializzazione, America e Giappone sopra tutti. Invece sono gli emergenti a incappare in una brutale frenata, che non risparmia quasi nessuno tra loro.

Il club dei Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica) diventa sinonimo di turbolenze e difficoltà. Gran parte del merito per la rivincita dell’Occidente, spetta agli Stati Uniti. La loro crescita – ormai al quarto anno consecutivo post-recessione – non è prodigiosa e tuttavia si consolida, con dati positivi che continuano anche sul mercato del lavoro (le richieste di indennità di disoccupazione hanno toccato un nuovo minimo).

A fine anno il Pil americano dovrebbe crescere del 2,5%. Il Giappone viaggia ad una velocità analoga, dopo aver copiato la ricetta monetaria americana (vasti acquisti di bond da parte della Banca centrale con l’esplicito obiettivo di creare inflazione), e il suo Pil è cresciuto del 2,6% nel secondo trimestre. Perfino l’eurozona dà segnali di risvegliarsi dal coma profondo, sia pure limitatamente al nucleo duro germanico- francese, e nel secondo trimestre ha avuto un aumento del Pil dell’0,3%. La Gran Bretagna si è agganciata a sua volta al treno della “ripresa lenta”. Per quanto fragile sia (in Europa), o insufficiente a riassorbire tutta la disoccupazione (negli Usa), la situazione del Vecchio mondo è in contrasto con quel che accade agli emergenti.

Secondo le stime della società d’investimento Bridgewater, gli Usa con il Giappone e le altre economie sviluppate forniranno circa il 60% della crescita globale quest’anno. Per una singolare coincidenza, il 2013 era stato segnalato proprio come l’anno del sorpasso degli “altri”, quello in cui il Pil di tutti gli emergenti avrebbe superato la soglia del 50% del totale mondiale. Lo stesso Fondo monetario internazionale vede una leggerissima accelerazione della crescita mondiale – dal 3,2% nel 2012 al 3,3% quest’anno – proprio grazie alle performance di Usa e Giappone. Il rallentamento dei Brics, avvertono gli analisti di Bridgewater, potrebbe avere conseguenze profonde sui flussi dei capitali, e sulle strategie delle imprese multinazionali che negli ultimi anni erano diventate “Brics-dipendenti”. La chiave di quel che accade nelle economie emergenti sta in parte in America, in parte in Cina. All’origine di tutto ci sono ancora una volta le politiche monetarie delle banche centrali. Quella americana è ormai avviata verso una rapida normalizzazione. Presto (forse già a settembre) cominceranno a diminuire gli imponenti acquisti di bond da parte della Fed (finora al ritmo di 85 miliardi al mese). Questo, oltre a provocare nervosismo a Wall Street per il venir meno della “droga” monetaria, sta anche prosciugando i flussi di capitali verso le economie emergenti. L’India è un caso tipico: la rupia sta crollando e il governo di New Delhi ha dovuto reintrodurre controlli sui movimenti dei capitali, proprio perché l’aumento dei rendimenti americani fa tornare verso gli Stati Uniti dei capitali che avevano contribuito a finanziare la crescita indiana. Dalla Turchia al Brasile, anche le recenti proteste e tensioni sociali non sono avulse da un contesto economico che si sta deteriorando. In Cina la frenata della crescita (pur sempre al 7,5%) è stata inizialmente voluta e manovrata dal governo e dalla banca centrale, per contrastare i rischi di surriscaldamento dell’economia e bucare le bolle speculative. Nessuno capisce però se questo gioco stia sfuggendo di mano alle autorità di Pechino. La Goldman Sachs sottolinea con inquietudine l’alto livello di indebitamento del sistema delle imprese in Cina: i loro debiti cumulati valgono il 142% del Pil. «Fino a ieri avevamo paura dei cinesi, ora abbiamo paura per i cinesi», ha scritto il premio Nobel Paul Krugman. La stretta creditizia cinese, per quanto motivata dalla necessità di porre fine a un periodo di sovra- investimenti pubblici e privati, sta provocando effetti a catena: i prezzi immobiliari scendono, le famiglie si scoprono oberate di mutui fatti per comprare appartamenti a prezzi eccessivi, e si sfalda anche quel vasto sistema bancario “ombra” che ha finanziato la piccola e media impresa. Alcuni sintomi di difficoltà della Cina somigliano a quelli che precedettero il crac del Giappone negli anni Novanta e quello dell’America nel 2008. Il rallentamento della Cina ha conseguenze su tutte quelle economie emergenti che esportano materie prime e risorse naturali, e di cui la Repubblica Popolare era diventata il principale mercato di sbocco. Questo spiega le difficoltà che colpiscono nazioni tanto diverse come il Brasile e l’Indonesia. Anche in questi casi i comportamenti degli investitori finanziari fanno da moltiplicatore. Finché i bond americani rendevano poco o niente, vaste quantità di capitali erano andate a caccia di profitti nelle piazze più esotiche. La prospettiva di un rialzo degli interessi Usa, e la ripresa economica delle aree di vecchia industrializzazione, stanno invertendo i flussi dei capitali

Federico Rampini su Repubblica del 17 agosto 2013 – È la rivincita del Vecchio Mondo volano Usa e Giappone, male i Brics  –

L’Europa di Kubrick

europa[4]Eyes wide shut: tale la postura dell’Europa, da quando è caduta nell’odierna crisi esistenziale. Vi è caduta con gli occhi spalancati dalla paura, dalla paralisi, ma sappiamo che se gli occhi li sbarri troppo è come se fossero chiusi.
È uno dei mali di cui soffre l’unità europea, quest’intreccio perverso tra visione e cecità: ne discendono le più convenienti mitologie, i più nefasti luoghi comuni. Tra questi vorremmo citarne uno: sempre più spesso, l’Europa è descritta come utopia, parente prossima di quei messianesimi politicio religiosi che fioriscono in tempi di guerre, di cattività, di esodo dei popoli. Il vocabolo ricorrente è sogno. I sogni hanno un nobile rango: dicono quel che tendiamo a occultare. Resta il loro legame col sonno, se non con l’ipnosi: ambedue antitetici alla veglia, all’attiva vigilanza.
Ebbene, l’Europa unita è qualcosa di radicalmente diverso da un sogno, e ancor meno è un’utopia, un’illusione di cui dovremmo liberarci per divenire realisti; o come usa dire: più moderati, pragmatici. La crisi cominciata nel 2007 ha disvelato quel che avrebbe dovuto esser chiaro molto prima, e che era chiaro ai padri fondatori: l’esaurirsi dei classici Stati nazione. La loro sovranità assoluta, codificata nel trattato di Westphalia nel 1648, s’è tramutata in ipostasi, quando in realtà non è stata che una parentesi storica: una parentesi che escluse progetti di segno assai diverso, confederali e federali, sostenuti già ai tempi di Enrico IV in Francia e poi da Rousseau o Kant. Gli effetti sulla vita degli europei furono mortiferi: questa constatazione, fatta a occhi ben aperti, diede vita, durante l’ultima guerra mondiale, non già al “sogno”, ma al progetto concreto d’unificazione europea.
Nel frattempo tale sovranità assoluta – cioè la perfetta coincidenza fra il perimetro geografico d’un Paese e quello del potere statuale da esso esercitato – è divenuta un anacronismo non solo incongruo ma inconcludente, che decompone governi e Parlamenti. I nodi più ardui da sciogliere – una finanza mondiale sgovernata, il conflitto fra monete, il clima, le guerre, la convivenza tra religioni differentinon sono più gestibili sul solo piano nazionale.
Tanto meno lo sono con l’emersione di nuove potenze economiche (i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sud-Africa). La loro domanda di energia, materie prime, beni alimentari, è in rapida crescita e quel che esse pretendono, oggi, è una diversa distribuzione delle risorse planetarie: inquiete per il loro rarefarsi, esigono la loro quota. Non è più tollerato che una minoranza di industrializzati perpetui tramite l’indebitamento il dominio sui mercati: è attraverso il debito infatti che i ricchi del pianeta s’accaparrano più risorse di quelle spettanti in base alla loro capacità produttiva. È il motivo per cui debiti che erano considerati solvibili non lo sono più: i BRICS non vogliono più rifinanziarli.
Il debito sovrano, in altre parole, non è più sovrano: va affrontato come incombenza mondiale, e per cominciare come compito continentale europeo. Pensare che i singoli Stati lo assolvano da soli, indebitandosi ancora di più, è non solo ingiusto mondialmente: è ridicolo e impraticabile. L’unità politica fra Europei è insomma la via più realistica, pragmatica, e la più promettente proprio dal punto di vista della sovranità: cioè dal punto di vista del monopolio della coesione civile, del bene pubblico, della forza. L’abbandono-dispersione del monopolio conduce all’irrilevanza del continente e al diktat dei più forti, mercati o Stati che siano.
I problemi da risolvere (per problemi intendo le crisi-svolte che aprono alla stasi o alla trasformazione) si manifestano dentro geografie diverse, ciascuna delle quali va governata. Non è più vero che il re è imperator nel suo regno: superiorem non recognoscens (ignaro di poteri sopra di sé), come nella formula del Medio Evo, quando l’impero era sfidato dai primi embrioni di Stati. La formula risale al XIII secolo, e nell’800-900 divenne dogma malefico. Oggi il singolo sovrano deve riconoscere autorità superiori: organi internazionali, e in Europa poteri federali e una Carta dei diritti che vincola Stati e cittadini.
Neanche la sovranità popolare è più quella sancita nell’articolo 1 della nostra Costituzione: non solo essa viene esercitata “nella forme e nei limiti della Costituzione” – dunque è divisibile – ma sempre più è scavalcata da convenzioni transnazionali (il Fiscal Compact è tra esse) che minacciano di corroderla e screditarla, se non nasce una potente sovranità popolare europea. I partiti non sono meno colpevoli degli Stati: nelle elezioni europee, è inesistente lo sforzo di vedere, oltre i propri Paesi, l’Europa e il mondo. Questo significa che l’Unione va ripensata, oltre che rifatta: sapendo che solo lì recupereremo le sovranità perdute. Edificando un potere sovranazionale, e un Parlamento che possa controllarlo e eleggerne i rappresentanti. Le stesse Costituzioni esigeranno adattamenti alla nuova sovranità ritrovata solidalmente. Le discussioni della Corte costituzionale tedesca sono spesso dettate da chiusure nazionaliste, e tuttavia cercano di vedere e dominare mutazioni reali. È un peccato che discussioni analoghe non avvengano, con la stessa puntigliosa intensità, nelle Corti degli altri Stati dell’Unione.
Qui giungiamo al punto cruciale: all’astratto furore imputato a chi invoca gli Stati Uniti d’Europa. Tanto più astratto e fallimentare, vista la crescente disaffezione dei popoli. Disaffezione relativa, per la verità. Non è vero che tutti i referendum europei siano stati negativi, nella storia dell’Unione: la maggior parte non lo sono stati. Quanto all’euro, solo il 2 per cento dei cittadini (l’1 in Italia) vuole abbandonarlo.
Dove sta allora, oggi, l’utopia? Sta nella perpetuazione di sovranità nazionali fittizie: tenute in semi-vita da simulacri di poteri e da cittadini disinformati (le due cose vanno insieme: più spadroneggia lo status quo, più la realtà vien nascosta ai popoli). Machiavelli descrive con occhio profetico le disavventure delle grandi mutazioni: “Debbesi considerare come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene; ed ha tiepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbero bene. La qual tepidezza nasce parte per paura degli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità degli uomini, li quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che qualunque volta quelli che sono inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri difendono tiepidamente, in modo che insieme con loro si periclita”. Tepidezza, incredulità, paura: questi i sentimenti che impediscono la nascita di ordini nuovi. L’ordine vecchio è difeso con partigianeria, anche quando è manifestamente defunto. Quello nuovo con tiepidezza, anche quando è manifestamente necessario. Mi è sempre apparsa tiepida la formula di Gramsci, sull’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Proprio la ragione deve essere ottimista (per ottimismo non intendo fede progressista, ma la non-rassegnazione di cui parla Pessoa: “Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola”). Ogni volta che udite parlare di Stati che si riprendono la sovranità, state sicuri: di fronte avete un illusionista che “dell’ordine vecchio fa bene”: usandolo per dominare. I veri populisti, ingannatori di popoli, oggi sono loro.
Anche lo scetticismo è parola da usare cautamente: per rivalutare il suo antico significato. Il vero scettico non apre alcun credito all’apparenza, e non è pregiudizialmente avversario dell’unità europea ma si fa sottile e assai dubbioso osservatore dello Stato nazione. Non teme il nuovo ordine. Diffida del vecchio, ed è lo status quo che considera una chimera. Lì è il sonno – l’incubo – da cui vale la pena svegliarsi, se l’anima non è piccola. Il vero scettico non si contenta dell’Europa così com’è, perché ha capito che è un ibrido velenoso. Dunque quando incontriamo un antieuropeo dovremmo replicare, se vogliamo cambiare il mondo: sono io lo scettico, non tu che stai sdraiato nel falso ordine vecchio per timore del nuovo che già è cominciato.

Barbara Spinelli

Repubblica 10 aprile 2013

Il lusso nei Brics

Entro cinque anni i nuovi pesi massimi della crescita globale  rappresentaranno l’11% del mercato del lusso. Lo rivela uno  studio di Euromonitor International, presentato a Singapore, che  ricorda come Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica nel 2007  non arrivavano al 4% del settore. Il consumo di lusso nei Brics  è un dato importante. In un’economia globale in recessione,  i generi di fascia alta crescono del 4% e fatturano 302 miliardi  di dollari all’anno. Le economie degli emergenti, nonostante la  crisi, continuano a mostrarsi più forti di quelle dei Paesi  sviluppati. Negli ultimi mesi però la salute dei Brics  mostra segnali di deterioramento simili a quella dei  «sicks», ossia dei sistemi malati di Usa e Ue. Il  crollo dei consumi in Stati Uniti e Unione europea frena la  crescita nelle nazioni produttrici di merci ed energia, dove  emergono difficoltà comuni. L’Occidente è affondato da  disoccupazione, debiti e recessione. I Brics, perso lo scudo  della crescita a doppia cifra, scoprono la corruzione del potere,  la disparità tra ricchi e poveri, la chiusura delle  industrie e una frenata che genera centinaia di milioni di  disoccupati. Rabbia e disillusione popolari sono il filo rosso  che unisce oggi le locomotive della crescita e l’instabilità  politica rende nervosi mercati e investitori. Nel 2012, per la  prima volta nel nuovo millennio, il Pil cinese crescerà meno  dell’8%. I salari degli operai però aumentano rapidamente e  il calo delle esportazioni verso l’Occidente rende la Cina meno  competitiva. Se Pechino è in difficoltà, i debiti  sovrani di Usa e Ue possono contare su meno clienti e  l’incertezza globale cresce. Il Brasile sconta i primi effetti.  Nel 2010 è cresciuto del 7,5%, quest’anno difficilmente  supererà il 2%. Senza Olimpiadi e Mondiali di calcio sarebbe  già in stagnazione. Soffre anche l’India, che fino a pochi  mesi fa veniva descritta come la prossima Cina. Prima della crisi  cresceva del 9%, oggi supera appena il 5%. Il più devastante  black-out della storia ha ricordato al mondo l’arretratezza delle  sue infrastrutture. I leader politici promettono riforme, ma la  fiducia di indiani e investitori stranieri è intaccata. Con  Cina, India e Brasile in frenata, soffre anche il grande  serbatoio energetico estraneo alle instabilità del Medio  Oriente. La Russia di Putin sembra essersi salvata da  un’implosione del potere di stile sovietico. Gli Usa annunciano  però un’altra rivoluzione, quella del gas di scisto. Unita  al calo della domanda energetica in Europa, per Mosca si rivela  devastante. Il prezzo del gas siberiano scende e la banca  centrale russa prevede una recessione entro il 2015. Non si salva  così nemmeno il Sudafrica, fondato sull’estrazione  mineraria. Come gli operai cinesi, anche i minatori sudafricani  rivendicano maggiori diritti e stipendi più alti e nel Paese  dilagano gli scioperi. Nel 2012, mentre vacilla la leadership  zulu del presidente Zuma, la crescita sarà ridotta ad un  quarto, non arrivando al 3%. Il contagio dei Brics apre  prospettive globali diverse, rispetto alla malattia di Usa e Ue.  Qui la crisi è un fatto economico che non mette in  discussione la democrazia. Nelle autocrazie emergenti, il  rallentamento investe invece la stabilità dei sistemi  politici. E’ la ragione per cui da mesi i mercati finanziari dei  Brics soffrono più di quelli delle vecchie potenze e segno  meno. Le profezie miracolistiche di ieri hanno peccato  d’ottimismo, ma anche cedere alla disperazione oggi sarebbe un  errore. I cinque emergenti, per un decennio, continueranno a  correre più veloce degli altri. Andranno più lenti, ma  la migrazione della ricchezza dalle casseforti storiche  dell’Ovest è destinato a restare il fattore più  decisivo della contemporaneità.© RIPRODUZIONE  RISERVATA

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