Tutti vogliono il Btp «Matusalemme»

 
bbttppPiù che la paura potè il digiuno. È così che si può spiegare il successo oltre ogni aspettativa del Btp a 50 anni, il primo nella storia della Repubblica, collocato ieri dal Tesoro per un importo complessivo di 5 miliardi di euro e con un tasso d’interesse lordo del 2,85%. Rendimento che è il risultato di richieste pari a 18,5 miliardi, segno che gli investitori istituzionali (i principali destinatari dell’emissione) hanno messo da parte i timori legati al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre, ai possibili cedimenti dell’asse governativo in caso di affermazione dei «no» e alle incognite che gravano sulle banche tricolori. E, perché no, anche al fatto che fra mezzo secolo l’Italia potrebbe essere fuori da Eurolandia.
Questa corsa a mettere le mani sul poliennale Matusalemme si spiega con la fame da rendimento scatenata dalle banche centrali attraverso l’instaurazione della «dittatura» dei tassi bassi (o negativi) per combattere la deflazione e rinsanguare l’economia. Una netta deviazione, rispetto alla tradizionale politica monetaria, che soprattutto i tedeschi vedono come il fumo negli occhi, visto che va a erodere i margini delle banche e impatta sugli investimenti dei fondi pensioni e delle compagnie assicurative. Trovare oggi, a livello globale, titoli con rendimenti appetibili è infatti un’ impresa. Alla fine dello scorso giugno, erano in circolazione in tutto il mondo bond sovrani per un controvalore di 11.700 miliardi di dollari con tassi negativi, mentre nell’eurozona il 50% delle emissioni (sia corporate, sia statali) ha rendimenti sottozero. Ciò pone indubbi problemi ai soggetti che devono avere per natura una gestione di portafoglio prudente, come appunto i fondi previdenziali e le assicurazioni, ma anche alle stesse banche centrali.
La Bce, per esempio, incontra crescenti ostacoli nel rispettare il ritmo di acquisti da 80 miliardi di euro al mese, non essendo consentito lo shopping su titoli con tassi inferiori a -0,40%, cioè il tasso applicato ai depositi presso l’Eurotower. Non è quindi da escludere che il Btp Matusalemme, così come gli omologhi spagnoli, belgi, francesi e irlandesi possa finire nel basket dell’istituto di Francoforte garantendo un po’ di sollievo al direttivo dell’istituto guidato da Mario Draghi. Che secondo alcune fonte sentite da Bloomberg, starebbe studiando di ridurre di 10 miliardi al mese gli acquisti una volta che sarà presa la decisione di concludere il piano. Un argomento comunque ancora prematuro, dal momento che Draghi non ha escluso la possibilità di proseguire il Qe oltre la scadenza del marzo 2017.
Un po’ di sollievo il Btp a 50 anni lo dà anche al Tesoro, che così allunga la duration, cioè la durata media, del debito pubblico, salita da tre a sei anni dal 2012 oggi. Un’operazione a lungo meditata da via XX Settembre a causa dei dubbi sull’effettiva domanda, rivelatasi invece molto più solida di quella sollecitata dal Bonos a 50 anni spagnolo (7 miliardi) e dall’Oat francese (10 miliardi).
Rodolfo Parietti
il Giornale, mercoledì 5 ottobre 2016

La finestra del debito

debyIl nuovo Quantitative easing della Bce introdurrà misure che renderanno meno difficile la gestione del nostro debito. Aprendo una finestra di intervento sui conti pubblici, per ridurre spesa e tasse.

Succede alle montagne, quando gli strati geologici slittano sotto la superficie senza che l’impatto sia visibile subito. Anche nel debito pubblico dell’Italia certi cambiamenti rischiano di passare inosservati mentre in Europa se ne discute accanitamente. A Bruxelles resta sotto sorveglianza la sua enorme taglia rispetto all’economia del Paese, in Germania preoccupa l’esposizione delle banche su di esso, in Italia la politica parla d’altro come se quella montagna non ci fosse.

Nel frattempo pochi notano un dettaglio sempre più determinante: stanno cambiando i proprietari. Fra i detentori di titoli di Stato italiani si sta imponendo un soggetto la cui presenza è destinata ad aprire la finestra di un’opportunità di quelle che si presentano poche volte in un secolo. Se l’Italia ci salterà dentro, potrà uscirne avendo radicalmente diluito il veleno del debito che la intossica da tre decenni. In caso contrario le antiche vulnerabilità sono destinate a riemergere tra pochi anni, specie quelle che oggi crescono inosservate sotto la superficie. In vista del Documento di economia e finanza che il governo deve varare a metà a aprile, è questo l’aspetto forse più rilevante eppure meno discusso.

Il soggetto che sta emergendo non è nuovo: si trova a meno di tre chilometri dal dipartimento del Tesoro. Da oltre un anno la Banca d’Italia compra sul mercato, in media, circa otto miliardi al mese di titoli di Stato del proprio Paese in esecuzione di un mandato della Banca centrale europea. Il quantitative easing, il programma di acquisti di titoli varato dalla Bce nel 2015, funziona esattamente così: le decisioni sono prese a maggioranza dal Consiglio direttivo di Francoforte ma le operazioni sui titoli di Stato vengono delegate alle banche centrali nazionali, in modo che il rischio resti tutto confinato nei bilanci di queste ultime. I titoli del Tesoro italiano sono comprati solo dalla Banca d’Italia, e solo ad essa spettano tanto i rischi di perdite che i relativi rendimenti.

Con le ultime decisioni della Bce qualcosa cambia: da aprile il ritmo degli acquisti accelera da 60 a 80 miliardi al mese per l’area euro e per l’Italia salirà a circa 9 miliardi al mese in titoli sovrani. Entra così pienamente in azione una forza che rende la finanza pubblica meno difficile da gestire, perché la Banca d’Italia alla fine del 2017 finirà per detenere debito pubblico del Paese per (almeno) 215 miliardi di euro. È molto più di quanto investono in debito pubblico le famiglie italiane, più di quanto detengano le compagnie assicurative.

Questa progressione è iscritta nel quantitative easing. L’anno scorso la Banca d’Italia ha comprato titoli del Tesoro per circa 96 miliardi di euro, nel 2016 e almeno fino a marzo del 2017 accelererà al ritmo di 108 miliardi l’anno. Inoltre, la Bce si è impegnata a far reinvestire in nuovi titoli sia quelli che scadono che i relativi proventi d interessi versati dai governi: per la Banca d’Italia ciò equivale ad acquisti di titoli del Tesoro per altri sette miliardi.

Tutto ciò significa che il governo finirà presto per pagare ogni anno alla Banca d’Italia gli interessi su un decimo del proprio debito, circa 7 miliardi l’anno almeno fino a fine decennio; a sua volta poi la Banca d’Italia restituirà gran parte di quei fondi proprio al Tesoro sotto forma di profitti di esercizio e di tasse sulle plusvalenze. Già solo nel 2015 questi versamenti sono stati di oltre sei miliardi. È come se il debito fosse diventato di colpo più piccolo. Qualcosa di simile accade in tutti gli altri Paesi dell’euro (Germania inclusa) e ancora di più in Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti: come nota un rapporto di Goldman Sachs, la banca centrale di Tokyo detiene ormai quasi la metà del debito pubblico nazionale, quella di Londra il 25%, la Federal Reserve circa il 20% e presto anche la Bundesbank sarà a un livello simile.

Niente di tutto questo risolve il problema del debito ma il governo italiano oggi ha l’ultima occasione per ridurre la spesa e le tasse, e ridistribuire queste ultime in modo da rendere l’intero sistema più efficiente prima che la magia della Bce svanisca. Se sprecasse l’occasione distribuendo risorse a pioggia e dimenticando la spesa, il contraccolpo arriverebbe con l’esaurirsi del quantitative easing. Le faglie oggi in movimento aprirebbero nuove voragini nell’economia. Già oggi gli italiani vedono assorbiti in interessi sul debito pubblico ben nove euro ogni cento pagati in tasse, più che in Grecia. E gli investitori esteri ormai si tengono sempre più a distanza: ormai detengono solo il 39% dello stock dei titoli del Tesoro, uno dei livelli in assoluto più bassi d’Europa.

La Bce e la Banca d’Italia oggi aprono una finestra. Solo l’Italia può approfittarne, oppure no.

Resta il problema, ma per l’Italia è l’ultima occasione per ridurre spesa e tasse

Federico Fubini

Corriere della Sera 28 marzo 2016

http://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20160329/281870117572443/textview

Come parla Draghi

Cambiano i tempi e cambia anche il lessico pop della finanza. Archiviati da tempo gli anni Settanta e Ottanta, con il «serpente monetario», la «superinflazione» a due cifre (pensare che oggi il pericolo è la deflazione fa sorridere) e la «svalutazione della lira», appannati i «BoT people» e scomparso il «panino e listino» della bolla di fine millennio, oggi gli italiani devono fare i conti con una terminologia nuova e in parte ancora oscura. A partire dalla parola simbolo della crisi dell’eurozona: lo «spread», ovviamente del BTp con il «Bund tedesco» (altra new entry). ….

Enrico Marro – Il Sole 24 Ore

E tu, quanto ne sai della terminologia della Banca centrale europea? Ecco un quiz per metterti alla prova e vedere quante “parole misteriose” dell’Eurotower conosci.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-06-08/capisci-draghi-quando-parla-test-scopri-sigle-misteriose-bce-174331.shtml?uuid=ABPtLhuD

La tassa occulta

spread[1]Un risparmio di dieci miliardi di euro all’anno, probabilmente anche più alto, se i tassi di interesse nel frattempo dovessero pure scendere. Tanto varrebbe la diminuzione dello spread , cioè del differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, ai cento punti base indicati come obiettivo dal ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni: tre miliardi di minor spesa il primo anno, sei il secondo, dieci e più a regime. Le stime del bonus-tassi, o se si vuole del costo dell’instabilità, le hanno fatte proprio i suoi uffici. Danno un’idea dei vantaggi del risanamento, e al tempo stesso gettano la luce su quella che all’Economia chiamano la «vera tassa», o la «tassa nascosta»: la spesa per gli interessi sul debito pubblico. Quest’anno arriverà a 84 miliardi di euro, e sono 1.450 euro a carico di ciascun cittadino, neonati compresi.

Nella politica del rigore che presuppone il mantenimento del tetto nominale del 3% del deficit pubblico, ed il pareggio strutturale tra un anno, la minor spesa sui tassi di interesse è il primo dividendo da cogliere. Ed è un obiettivo da perseguire, nella logica del Tesoro, a prescindere dai vincoli europei. Il «tre virgola zero» non è una cattiveria, ma la consapevolezza che mantenere quell’impegno è la premessa per tassi più bassi. Il che significa, oltre a spendere meno sulle emissioni di titoli di Stato, anche mutui e prestiti meno cari per le famiglie e le imprese. ….

La diga, però, deve tenere. Mentre ha già qualche crepa che deve essere rattoppata. Per rientrare sotto al 3%, bisogna trovare 1,6 miliardi euro entro dicembre. …..

Un “Momentum” di speranza per l’economia. Compresa quella dei Piigs.

t bondWall Street sfiora il record, cresce l’appeal dell’Eurozona. Cessato l’allarme i titoli di Stato italiani e spagnoli attirano risparmio a scapito dei bund tedeschi. Riparte l’immobiliare e i beni rifugio vengono trascurati a vantaggio di operazioni più redditizie

La fiducia degli investitori ha riversato alla fine del 2012 ben 100 miliardi di euro nei Piigs: iniziali di Portogallo Italia Irlanda Grecia e Spagna. Quell’acronimo infamante, che nelle fasi più acute della crisi era diventato sinonimo del rischio-default, adesso si trasforma nel suo opposto: un’opportunità per i capitali in cerca di alti rendimenti…

In Europa Mario Draghi ha coniato l’immagine del “contagio positivo“. Uno dei dirigenti della JP Morgan Chase, che è la più grande banca americana, ha confermato sul Financial Times che l’ondata di capitali investiti nei bond italiani, spagnoli, portoghesi e greci, è un fenomeno significativo perché per la prima volta dall’inizio della crisi non è “riciclaggio” di denaro prestato dalla banca centrale. “Questi sono investitori che vengono da fuori, non europei, attratti da una rinnovata fiducia nel progetto dell’eurozona“, sostiene Carl Norrey che dirige il trading europeo alla JP Morgan

Quando i sentimenti si radicano nei mercati, possono avere una forza di trascinamento formidabile. “Momentum”, è l’espressione tratta dalla fisica, e usata spesso nella finanza: dà l’idea di una spinta forte, che può andare avanti a lungo…

Un indicatore dell’ottimismo dilagante è la risalita dei tassi d’interesse sui buoni del Tesoro più solidi del mondo. Cioè i Treasury Bond americani e i Bund tedeschi. I buoni decennali in America hanno visto crescere il rendimento al 2% all’inizio di questa settimana, e anche l’interesse sui Bund tedeschi è in rialzo. Questo è un segnale forte. Quando sui mercati imperversava la paura, Treasury Bond e Bund erano un bene-rifugio. I capitali affluivano alle aste, facevano salire i prezzi di quei titoli pubblici, e di converso schiacciavano i rendimenti sempre più giù, in certi casi addirittura sotto lo zero. E’ quel che accade quando nel panico la gente mette i contanti sotto il materasso, o per sentirsi più al sicuro li affida a una banca nella cassetta di sicurezza e paga un affitto per quel servizio. Ora quella psicologia da panico si è dileguata. I beni rifugio vengono trascurati a vantaggio dei titoli che rendono tanto: ecco perché i capitali affluiscono verso Btp italiani e spagnoli. Per la stessa ragione i Bund tedeschi vedono ridursi quella fantastica rendita di posizione che aveva consentito alla Germania di autofinanziarsi a tasso zero (lucrando sulle disgrazie altrui). Un segnale analogo viene dall’indice Vix precipitato ai minimi. Il Vix misura la “volatilità” che è legata anch’essa alla paura. Ebbene, siamo tornati ai minimi dal 2007.

Gli ottimisti  indicano tre cause fondamentali dietro questa svolta nell’atmosfera globale. La prima sta in America, dove con la vittoria di Barack Obama si è risolto anche il “precipizio fiscale“, è stata scongiurata una crisi di bilancio e la cessazione dei pagamenti del governo federale (accordo di capodanno tra Obama e il Congresso). La seconda viene dalla Cina, è la fine del rallentamento nella seconda economia più grossa del mondo. La terza è nel comportamento delle banche centrali. La Federal Reserve per prima, poi seguita da Bce, Banca del Giappone e dalle consorelle inglese, svizzera, indiana, stanno tutte applicando una politica monetaria eccezionalmente generosa…….

Da un articolo di Federico Rampini su Repubblica del30 gennaio 2013

http://www.repubblica.it/economia/2013/01/30/news/geografia_ottimismo-51553661/?ref=HREC1-11